Copertina
Autore John Domini
Titolo Terremoto napoletano
EdizioneTullio Pironti, Napoli, 2009 , pag. 408, cop.fle., dim. 14x21x2,4 cm , Isbn 978-88-7937-440-8
OriginaleEarthquake I.D. [2007]
TraduttoreStefano Manferlotti
LettoreElisabetta Cavalli, 2009
Classe narrativa statunitense , citta': Napoli
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Pagina 7

Capitolo primo



Un'attenta occhiata a una cartina di Napoli e Barbara cominciò a porsi delle domande. Tutto ciò accadeva settimane prima che l'intera famiglia mettesse piede sull'aereo. Barb era ancora presa dall'organizzazione delle attività primaverili dei ragazzi e suo marito Jay stava sistemando qualche faccenda rimasta in sospeso con la Viccieco & Sons. Un venerdì Jay la chiamò dal centro per dirle che avrebbe preso il prossimo locale per Bridgeport. Quando fu a casa estrasse dalla sua cartella sempre più vuota una mappa così grande da coprire, ancora piegata, tutto il tavolo della stanza da pranzo. Di fabbricazione tedesca, constava in effetti di quattro o cinque cartine in una. Aveva inserti per Capri, per gli scavi di Pompei, per il centro storico, dove si erano succeduti prima i greci, poi i romani poi almeno un'altra decina di dominatori, e così di seguito fino alla Nato. Barbara poteva farsi solo un'idea del vasto semicerchio metropolitano, di quello sviluppo incontrollato del territorio che disegnava una curva attorno al golfo, chiuso a nord e a sud da vulcani. Il vero problema era a sud, dove s'innalzava il Vesuvio: le città distrutte dall'ultimo terremoto erano tutte nelle sue prossimità.

«Non ci perderemo mai», disse in tono solenne il padre parlando al di sopra delle teste chine sulla mappa. «Mai, dico, mai».

Ma Barb qualche perplessità ce l'aveva. Tanto per cominciare, quella roba era per la gran parte illeggibile, con le distanze espresse in km e gli indici che elencavano tutto ciò che un viaggiatore doveva sapere seguendo un qualche misterioso criterio teutonico. Solo le parole italiane le erano note. La confusione non risparmiava i colori, perché ogni mappa-nella-mappa aveva un lato che confinava col golfo. L'acqua era di un azzurro brillante, come di ceramica, un colore che attirò l'attenzione delle due gemelle, due bambine di otto anni. Dovettero toccarlo, quell'azzurro, emettendo gridolini di piacere, ma nel frattempo la perplessità della mamma aveva lasciato il posto a qualcosa di peggio. Il centro cittadino, stagliato contro quel cielo onnipresente, era sempre raffigurato in giallo, sia da lontano che in primo piano. Nell'uno come nell'altro caso, Barb cominciò a vedervi delle fauci spalancate, dello stesso colore del pus. Le poche autostrade che attraversavano l'area erano di color rosso sangue e la metropoli stessa aveva l'aspetto di un paio di labbra aperte a chiedere un morso d'amore. Vi era anche un pezzo di lingua, la penisola su cui si innalzava il Castel dell'Ovo. A Barbara si offriva un bacio profondo e malato.

Ma chi avrebbe dovuto ricambiarlo, quel bacio? Le vennero in mente la chiesa, le funzioni religiose. Con questo lebbroso, chi avrebbe fatto la parte di Gesù? Lei e la sua famiglia, naturalmente, l'uomo che era suo marito da quasi vent'anni e i loro cinque figli: la famiglia Lulucita.

Lì, al tavolo della stanza da pranzo, riuscì finalmente — sia pure a fatica — a scacciare le sue preoccupazioni sistemandosi, con due strattoni, prima la cintura e poi il bel vestito primaverile, all'altezza dell'ascella. E quando la mappa fu messa via, si convinse che la sua famiglia non si stava cacciando in qualcosa di grottesco, in un male impossibile da diagnosticare. In effetti, ciò che pensava di aver visto era in rapporto con tutti quei punti dolenti che avevano preceduto la loro decisione. Alcuni di questi punti erano infetti, su questo non c'erano dubbi. Barbara era ancora turbata dal fallito tentativo di adozione dell'inverno precedente.

E non c'era da domandarsi perché mai un provider solido ed esperto come il suo Jaybird lasciasse d'un tratto la sua poltrona da vicepresidente per accettare un impiego in un progetto, per la grandissima parte non-profit, di ricostruzione post-terremoto? Barb non si era opposta al trasferimento, naturalmente, ma lei e il marito ne avevano discusso in una lingua ancora più straniera: parole vaghe e appena abbozzate sui vantaggi che avrebbero tratto da «una nuova prospettiva». Tutto ciò quando, una volta a Napoli, Jay avrebbe lavorato con la più instabile delle tante popolazioni semilegali della regione. Era stato assegnato ad una struttura che si occupava di gente che già prima del terremoto non aveva una casa: i boat people, la massima parte dei quali aveva lasciato l'Africa solo da poco.


Chiunque si sarebbe preoccupato, chiunque avrebbe considerato il rischio di ritrovarsi in un horror show. E quando Jay venne colpito e rapinato durante il loro primo giorno nella città mediterranea (un'aggressione veloce, se si pensava alla sua stazza fisica, accompagnata dalla netta e rapida sparizione di tutti i loro contratti, carte di credito e passaporti) Barbara non poté fare altro che pensare: Lo sapevo! La loro famiglia non avrebbe mai potuto sopravvivere a tanto scompiglio. Per loro Napoli sarebbe stata la fine di tutto.

D'altra parte, i rapinatori si erano serviti, per camuffarsi, delle cicatrici del territorio: la motocicletta era sbucata, rombando, da un vicolo [In italiano nel testo. N.d.T.], passando sotto le impalcature della ricostruzione e aprendosi un fulmineo varco fra la folla del centro. Folla da giorno feriale, primi di giugno, piena luce del giorno. I ladri, chissà come, sapevano a quale angolo e in quale preciso momento quella famiglia avrebbe offerto il più agevole fianco allo scippo. Nella Napoli bassa diverse strade erano rimaste aperte al traffico pedonale, purché si fosse disposti a condividere quegli spazi con i martelli pneumatici e i cavi dell'elettricità. Per questo vicolo in particolare passava un sacco di gente e l'andirivieni aveva costretto la famiglia di Barbara a procedere in fila indiana, con Jay e la sua borsa – ora di nuovo piena – a fare da retroguardia. C'era da scommetterci che gli assalitori sapessero perfettamente dove e come agire.

I due in motorino, stretti l'uno all'altro come due innamorati, furono fulminei: il gesto di accostarsi alla preda e di scappare via a tutto gas fu tutt'uno, come l'inspirare e l'espirare.

Nessuno vide con che cosa avessero percosso l'uomo. I colpi furono due, il primo reso più violento dalla spinta fornita dalla moto. Ma questo lo spiegarono successivamente i medici, stupefatti da com'era stato ridotto Jay. Al momento, Barb udì soltanto un rumore simile quello che si produce battendo le mani attorno a uno strofinaccio inzuppato d'acqua. Quello che la spinse a voltarsi per vedere che cos'era successo fu un suono meno familiare, proveniente dalla gola di Jay, un grido strozzato, una sorta di uggiolio quale non le era più capitato di sentire dalle prime volte che avevano fatto l'amore insieme.

Si voltò e si prese una botta anche lei, su un seno. Un gomito la urtò e, mentre il motociclo si allontanava rombando, agli occhi della mente il dolore assunse la forma della bandana azzurra, simile ad un aquilone, di uno degli assalitori. Nelle settimane a seguire, sarebbe stato quello l'unico straccio di indizio a disposizione della famiglia. Barbara roteò nel turbine del colpo, con quel seno sbalzato fuori del reggiseno, al punto che il dolore, brillante come una bandiera, si lasciò pervadere dall'umiliante vellicamento del capezzolo contro la sua camicetta estiva, una esposizione che la mortificava. Vide l'intera famiglia per metà nuda, barcollante in mezzo alla folla, sotto una folla di palazzi che anch'essi incombevano. E poi c'era Jay, che stava cambiando forma. Suo marito si stava rimpicciolendo, come per adattarsi a quella strada di foggia antiquata, come se avesse infine e all'improvviso perso la sua ampia schiena americana costruita col football praticato negli anni universitari e coi lavori svolti sulle autostrade. La mano che aveva retto la cartella cominciò, mentre ancora si agitava, a farsi viola, indifesa, un'altra bandana che garriva al di sopra delle automobili Smart e dei tricicli che si accalcavano e di tutte le altre motociclette che rombavano, stavolta inoffensive.

«Madre di Dio!», gridò Barbara. «Madre di Dio!».

Poi: «Basta. Non posso. Proprio non posso.»

Voleva dire con queste parole che in nessun modo si sarebbe dovuti arrivare a questo, in nessuno modo lei avrebbe potuto convivere con questa cosa... questa cosa sarebbe stata la fine di tutto. Un pensiero sconvolgente, incompatibile con quella persona che lei aveva sempre creduto di essere. Eppure quell'idea l'assorbiva perfino mentre si accostava all'indistinto ammasso maschile che si andava rimpicciolendo nei suoi vivaci e leggeri abiti estivi. Loro due non potevano più vivere insieme. Dovevano divorziare.

Si avvicinò quel tanto che bastava per rendersi conto del danno subito da Jay in prossimità dell'orecchio, il sangue che scorreva giù per una guancia ancora pulsante. Ma ancora non aveva il coraggio di toccarlo. Si inginocchiò come a proteggere se stessa, le mani strette sulle gambe, cercando di farsi assorbire dalla solidità del lastricato. Ogni movimento dava forma alla sua nuova, lucida certezza. Da anni e anni aveva anteposto la famiglia al matrimonio; da anni le era parso faticoso, sempre più faticoso, reggere una casa con questo tiranno che pensava solo a fare soldi. Mentre giungeva a tutte queste ammissioni, Barbara era anche terrorizzata al pensiero di ciò che in futuro le toccava fare. Un senso di vergogna sgradevole come il graffio al capezzolo, perché questo futuro ineludibile la allontanava dalla brava donna che era stata. Una madre affettuosa, una cittadina esemplare, una di quelle fedeli che si impegnavano in ore ed ore di volontariato al Centro Samaritano del Santo Nome... anche quella persona era stata scaraventata a terra e derubata.

In ginocchio sulle pietre del selciato, Barbara cercò i figlioli. Ritrovò prima le più piccole, le gemelle Dora e Sylvia. Prima dell'aggressione aveva avvertito le bambine di stare vicine e questo le consentì, ora, di passare le dita sui capelli di entrambe. Com'erano belli, quei capelli da scolarette delle elementari! Quanto ai due più grandi, dovette solo voltarsi per vederli. John Junior, diciassette anni, aveva cominciato a farsi strada a gomitate nel groviglio di curiosi che si era subito formato, per correre dietro ai delinquenti (ma il ragazzo stava sognando, i ladri erano svaniti: la bandana era volata via, la cartella era sparita, l'incidente era chiuso), e Chris lo aveva seguito. Il secondogenito di Barbara aveva quindici anni, non aveva la stessa forza del fratello nel farsi largo fra la folla, ma era altrettanto deciso. Come JJ, non ci aveva pensato su due volte ed era corso anche lui dietro agli scippatori.

Fu il più piccolo ad abbracciarla all'altezza del ventre. Il più grande non andò molto lontano. Fra queste due coppie, Paul al principio passò inosservato. Non accadeva sempre così? Paul era il figlio di mezzo, e di mezzo erano anche gli anni che aveva, undici. Barb e Jay ci avevano scherzato sopra, sia pure con qualche nota di nervosismo, su come si erano comportati con lui. «Presumo che il giovanotto ci abbia fatto guadagnare il titolo di Peggiori Genitori dell'Anno». «Del millennio, direi». Ma adesso, mentre la famiglia si spaccava – la fine del mondo il primo giorno delle loro nuove esistenze – Paul era stato l'unico a non muoversi dal suo posto. Era rimasto sul marciapiede, su quella specie di scalino che faceva da marciapiede, un blocco di pietra che un tempo aveva permesso alla plebe di tenersi a distanza dai carri che passavano. Forse Barb non lo aveva visto subito perché Paul era appoggiato a uno di quei manifesti parrocchiali che chiedono di pregare per le anime delle persone morte da poco. I colori del manifesto si intonavano all'immutabile abbigliamento del ragazzino: camicia bianca lunga, pantaloni neri ingualcibili.

Non guardava Barbara, ma il padre caduto. In seguito la madre si sarebbe chiesta se aveva notato qualcosa sul volto di Paul. Per quanto riusciva a ricordare, il ragazzo aveva il suo solito sguardo, uno sguardo assente. Ma fu solo dopo aver controllato che non gli era successo niente che Barb si decise a rivolgere la sua attenzione all'uomo disteso a terra davanti a lei. Lo toccò.

Si sentì attraversare dal medesimo brivido freddo che le aveva trasmesso la determinazione a cui era dolorosamente giunta quando Jay era stato colpito. Doveva liberarsi di lui. Aveva preso in giro se stessa, e lo stesso aveva fatto lui. Nel momento in cui, il giorno prima, erano saliti sull'aereo per Napoli, già da mesi, a dir poco, la loro famiglia era morta e seppellita. Ora, però, si sentì percorrere da un diverso tipo di tremito. Barbara si accorse che il marito, fra poco il suo ex marito, si contorceva sotto le sue mani e finalmente si rese conto che era rimasto gravemente ferito.

Di lato ad un orecchio il sangue stillava in maniera così copiosa che era fluito sia verso l'alto, riempiendo l'orbita dell'occhio, che verso il basso, scendendogli giù per il volto, fino a raggiungere la pietra sbalzata a mano. Attraverso la polvere vulcanica che pervadeva ogni cosa, Barb avrebbe potuto addirittura sentire l'odore del sangue. Poteva essere il sangue, o un sudore non familiare, simile a un lezzo di sterco, una sensazione involontaria quanto lo spasmo che agitava quell'uomo sofferente. Qualche importante osso del capo era rimasto fratturato, era stata colpita qualcosa da cui dipendeva il controllo del movimento. Al centro della tempia, là dove i rapinatori avevano vibrato il primo colpo, si era gonfiato un cuneo di membrana interna, grigio, grigio azzurro, solo parzialmente pieno di sangue.

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Capitolo terzo



Una città di lebbrosi, una città di truffatori, una città per la fine di tutto... No, la Napoli in cui Barbara si imbatté nell'arco dei due giorni successivi non era possibile classificarla e chiuderla in una scheda d'archivio. A volte le sembrava una città di preghiere, anche se nella maggior parte dei casi – se ne rendeva conto – poteva dire di aver conosciuto solo la superficie di queste preghiere.

Le vedevate, le preghiere, dai loro gusci vuoti abbarbicati alle pareti delle cappelle e delle teche. Riempivano di sé le vecchie chiese del centro storico, almeno quelle rimaste aperte. Subito, appena entrata nel santuario, superando l'ennesimo uscio marezzato di polvere e sostenuto dalle impalcature, Barbara aveva notato le offerte sui muri, aveva notato gli oggetti votivi. Anche fra i ponteggi in ferro della ricostruzione occhieggiavano cartelli scritti a mano: OGGETTI VOTIVI. Dove si trovava una chiesa, lì c'era anche una bottega, merce per i fedeli. Qui, fra crocifissi e medaglioni, si potevano comprare oggetti che rappresentavano qualsiasi preghiera, una miniatura in bassorilievo, placcata in oro o argento. C'erano cuori spezzati, minuscoli come mezzo mignolo o grandi come due mani aperte, e sacri cuori coronati di fiamme. Cuori intesi anche come muscoli, in tutta la loro precisione anatomica. Qui una gamba, lì una testa, lì un animale domestico o – i contorni ben marcati, come se l'avessero tirata fuori da una vecchia cassetta di pronto soccorso – una siringa. Le mani giunte, buone per ogni occasione, non mancavano in nessuna bottega. Tutti questi oggetti li vendevano corredati di gancetti o di buchi per infilarci un chiodo, più utili se li si voleva appendere in un reliquiario o fissarli all'intonaco delle mura di una cappella. Dopo di che l'oggetto poteva restare li per anni, accumulando la stessa sporcizia della strada. Nelle cappelle più vuote Barbara individuò, accanto a questi oggetti utilizzati una tantum, dei graffiti, uno dei quali risaliva al secolo passato ed era un grido di disperazione. Le lettere si erano annerite in conseguenza dello sporco che s'era man mano andato accumulandosi, come fanno i risentimenti nei matrimoni di lunga data.

La madre ebbe buoni motivi, nell'arco di quei pochi giorni, per scendere giù nei vicoli soffocanti e chiassosi, impegni che la portavano lontano dalla casa sulla collina: un rompicapo, l'appartamento dei Lulucita, una casa di sei stanze e due balconi, che suo marito aveva ricevuto come compenso extra al lavoro prestato per la Nato e per l'Onu. Una volta superato il jet-lag, risultò evidente che l'ambiente era di gran lunga migliore del posto in cui Jay era stato colpito. Barbara se ne accorse subito, il giorno appresso, quando si ritrovò in mezzo ai pendolari che si dirigevano alla funicolare. Ciò nonostante, si riportò in centro, nella città vecchia. Il primo appuntamento fu con la burocrazia, con funzionari ai quali spettava il compito di attestare che il volto davanti a loro, in carne e cipria, era lo stesso di quello ritratto sui nuovi documenti d'identità temporanei. Un altro giorno lo trascorse in operazioni presso una banca italiana e presso il consolato americano, dopo di che poté dedicarsi ad altre faccende. Una volta, per esempio, si recò in questura per depositare le foto e le impronte digitali sue e dei ragazzi, il che significava che nella circostanza li aveva con sé, lontano dalle protette cime della borghesia. La famiglia, quindi, si fermò una sola volta per pregare, in una imponente cattedrale che si ergeva a non troppa distanza dalla stazione di polizia.

«Sapete mamma com'è», spiegò John Junior alle bambine, «dovunque va deve trovare il Duomo».

Ma quando mamma scese in centro da sola, poté scegliere fra tutte le chiese che voleva, eccezion fatta per cinque o sei che erano state chiuse e sbarrate a causa del terremoto. La turbavano sempre, questi edifici ancora consacrati e tuttavia vuoti. L'accesso ai chiostri era impedito da cavalletti in legno o in ferro, un impedimento raddoppiato da nastri in plastica arancione. Questi divieti non presentavano simboli che avessero a che fare con la chiesa, ma un timbro statale di un bel nero intenso. Barbara avvertì un brivido, sbarrò gli occhi per la sorpresa quando ne vide una nel corso di queste caotiche giornate. Poi entrò in un'agenzia di viaggi, chiedendo di parlare con l'impiegato che sapesse meglio l'inglese.

Le dissero che le compagnie aeree preferivano che la prenotazione avvenisse con un anticipo di ventuno giorni, in modo da garantire i collegamenti migliori e le tariffe più ragionevoli. In ogni caso, per New York vi erano voli giornalieri. Naturalmente, Barbara non poteva prenotare nulla finché non sapeva quando sarebbe arrivata la madre di Jay. A nonna Aurora il sovrapprezzo di un volo deciso all'ultimo momento non dava grandi pensieri ed era anche verosimile che non partisse prima della festa del Quattro Luglio. Alla vecchia piacevano i fuochi d'artificio. La sera dello spettacolo era capace di scarrozzare tutti e cinque i ragazzi a Manhattan, accompagnandoli e poi andando a riprenderli. Era una nonna che stravedeva per i nipoti, proprio quello di cui Barbara aveva bisogno nel periodo in cui sarebbe tornata a casa per preparare le pratiche del divorzio. Negli ultimi Natali e Capodanni si era morsa la lingua, ingoiando a malapena l'impulso di dire chiaro e tondo ad Aurora che li viziava troppo. Ma fra poco, quando mamma e papà avrebbero comunicato la cattiva notizia, quella stessa eccessiva indulgenza sarebbe stata un toccasana per John Junior e fratelli. Sì, fra poco sarebbe tornata utile, una logica condivisa anche da Jay. Anche suo marito era d'accordo che dovessero prima aspettare che sua madre li raggiungesse in questa vasta e ariosa abitazione, prima che lui e Barbara arrivassero, per dirla con le sue parole, «a un punto di non ritorno».

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