Autore Terry Eagleton
Titolo Perché Marx aveva ragione
EdizioneArmando, Roma, 2013, Filosofia , pag. 240, cop.fle., dim. 14x20x1,6 cm , Isbn 978-88-6677-343-6
OriginaleWhy Marx Was Right
EdizioneYale University Press, New Heaven, 2011
TraduttoreAntonio Di Stefano
LettoreCristina Lupo, 2014
Classe filosofia , politica , sociologia , movimenti , marxismo












 

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Pagina 9

PREFAZIONE



Questo libro nasce da un'idea sorprendente: e se tutte le più comuni obiezioni sollevate nei confronti dell'opera di Marx fossero errate? O quanto meno, se lo fossero, non del tutto, almeno in gran parte?

Con ciò non intendo insinuare che Marx non abbia mai commesso un passo falso. Non sono come quei tipi di sinistra che proclamano devotamente che tutto è suscettibile di critica, e che poi, quando gli viene chiesto di indicare i tre maggiori limiti della teoria marxiana, si rifugiano in uno scontroso silenzio. Il fatto che io nutra dei dubbi in merito ad alcune idee del pensatore tedesco dovrebbe essere abbastanza evidente in questo libro. Tuttavia l'analisi di Marx si è rivelata, nel tempo, sufficientemente valida rispetto a un numero ragionevole di questioni che la definizione di marxista è diventata, per alcuni, un modo efficace per descriversi. Nessun seguace di Freud pensa che il maestro della psicoanalisi non sia mai caduto in errore, né esistono fan di Alfred Hitchcock che difendono tutte le sequenze girate dal regista inglese e ogni frase della sceneggiatura dei suoi film. Il mio obiettivo non è presentare le idee di Marx come perfette, ma come plausibili. Per questo all'interno del libro, senza seguire un particolare ordine di importanza, mi soffermo sulle dieci critiche più conosciute avanzate nei confronti dell'autore di Treviri, tentando di confutarle una per una. In tale percorso, adottando un linguaggio chiaro ed accessibile, mi propongo anche di avvicinare al pensiero di Marx coloro che non hanno familiarità con la sua opera.

Il Manifesto del Partito Comunista è stato definito «senza dubbio, il testo più influente mai scritto nel diciannovesimo secolo»[1]. A differenza degli uomini di Stato, degli scienziati, dei soldati, delle figure religiose e di altre personalità simili, sono pochissimi i pensatori che sono stati in grado di cambiare in modo così decisivo la storia dell'uomo nello stesso modo in cui ci è riuscito Marx. Non esistono governi cartesiani, guerriglieri platonici o sindacati hegeliani. Neppure il critico più ostinato potrebbe negare quanto egli abbia trasformato la nostra conoscenza della storia umana. Ludwig von Mises, filosofo ed economista anti-socialista, ha descritto il socialismo come «il movimento riformista più potente che la storia abbia mai conosciuto, il primo movimento ideologico non limitato a un settore dell'umanità ma sostenuto da individui di tutte le razze, nazioni, religioni e civiltà»[2]. Tuttavia, di recente, sulla scia di una delle crisi del capitalismo più devastanti a memoria d'uomo, si è affermata un'idea alquanto curiosa, secondo cui sarebbe giunto il momento di seppellire in modo definitivo Marx e le sue teorie. Il marxismo, che ha rappresentato per lungo tempo la critica al sistema più ricca sul piano teorico e più intransigente a livello politico, viene ora relegato con un certo compiacimento in un passato primordiale.

Se non altro, questa crisi ha fatto sì che la parola "capitalismo", di solito camuffata da pseudonimi evasivi come "epoca moderna", "industrializzazione" o "Occidente", tornasse di nuovo attuale. Si potrebbe quasi dire che il sistema capitalistico sia nei guai nel momento in cui le persone iniziano a parlarne. Questo è un chiaro indizio del fatto che ha smesso di essere naturale come l'aria che respiriamo, per mostrarsi piuttosto per quello che è: un fenomeno storico piuttosto recente. Del resto, tutto ciò che nasce è destinato a morire; per questo i sistemi sociali preferiscono presentarsi come se fossero immortali. Proprio come una persona torna consapevole del proprio corpo quando è colpita dalla febbre dengue, così una forma di vita sociale si mostra per quello che è quando inizia a entrare in crisi. Marx è stato il primo a identificare l'oggetto storico conosciuto come capitalismo descrivendone le origini, le regole di funzionamento e le possibilità di un suo superamento. Al pari di Newton che ha scoperto le forze invisibili conosciute come gravità, enunciando la legge di gravitazione universale, e di Freud che ha messo a nudo i meccanismi di un fenomeno invisibile come l'inconscio, Marx ha svelato la vera natura della nostra vita quotidiana portando alla luce un'entità impercettibile come il modo di produzione capitalistico.

Nel libro non mi soffermo quasi per nulla sul marxismo come critica morale e culturale. Il motivo è che questo aspetto, in genere, non viene sollevato come obiezione nei confronti del marxismo, e dunque, in quanto tale, non soddisfa l'impostazione generale seguita nella stesura di questo testo. A mio parere, però, la ragione per cui ci si dovrebbe allineare all'eredità marxista sta proprio nella fecondità e nella ricchezza straordinaria della sua produzione. L'alienazione, la "mercificazione" della vita sociale, una cultura fatta di avidità, di aggressività, di un edonismo insensato, di un crescente nichilismo, la costante emorragia di senso e valore che affligge l'esistenza umana: su simili questioni è difficile trovare una discussione intelligente che non sia seriamente indebitata nei confronti della tradizione marxista.

Agli albori del femminismo, alcuni autori sprovveduti ma guidati da buone intenzioni erano soliti scrivere: «quando dico "uomini", mi riferisco ovviamente a "uomini e donne"». Allo stesso modo, dovrei ricordare che quando scrivo Marx, intendo nella maggior parte dei casi Marx ed Engels. Anche se il rapporto tra i due è un'altra storia.

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CAPITOLO TRE



Il marxismo è una forma di determinismo. Le persone, spogliate della propria libertà e individualità, sono semplici strumenti nelle mani della storia. Questa, secondo Marx, ha leggi ferree che esercitano una forza inarrestabile e a cui non può resistere nessuna azione intrapresa dall 'uomo. Come il feudalesimo era destinato a dare origine al capitalismo, così il capitalismo non potrà fare altro che lasciare spazio al socialismo. Posta in questi termini, la teoria della storia elaborata da Marx è soltanto una versione laica dell'idea di Provvidenza o di Destino. Essa viola la libertà e la dignità degli esseri umani, proprio come hanno fatto i Paesi marxisti.


Possiamo allora dare avvio alla nostra riflessione interrogandoci sulle particolarità del marxismo. Che cosa lo rende diverso dalle altre teorie politiche? Sicuramente non l'idea di rivoluzione, che nasce molto prima dell'opera di Marx. Né la nozione di comunismo, che ha un'origine antica. L'invenzione del socialismo o del comunismo non è ascrivibile al nostro autore. Il movimento della classe operaia in Europa aveva già idee socialiste quando Marx era ancora un liberale. In realtà, è difficile individuare un'idea politica riconducibile, esclusivamente, al suo pensiero. Di certo, non lo è quella del partito rivoluzionario che giunge a noi dalla Rivoluzione francese. Anche se, comunque, su questo tema Marx non ha avuto molto da aggiungere.

E per quanto riguarda la classe sociale? La risposta a questo interrogativo non è molto differente dalle precedenti, come ci ricorda lo stesso Marx che nega di aver coniato il concetto. Anche se è vero che, con il suo intervento, ha contribuito in modo significativo a ridefinirlo. Anche la nozione di proletariato, familiare a molti pensatori del diciannovesimo secolo, non è in origine ascrivibile al nostro autore. La sua idea di alienazione deriva, per lo più, da Hegel. Ed è stata sviluppata anche dal grande socialista irlandese, e sostenitore dei diritti delle donne, William Thompson. Vedremo più avanti, poi, come Marx non sia stato l'unico ad attribuire una così elevata priorità all'economico nella vita sociale. Egli credeva in una società cooperativa libera dallo sfruttamento dei produttori, e riteneva che si potesse realizzare solo perseguendo la strada della rivoluzione. La pensava nella stessa maniera anche il grande socialista del ventesimo secolo Raymond Williams, che però non si considerava un marxista. Infatti, una simile visione della società troverebbe tranquillamente il sostegno di molti anarchici, socialisti libertari e altri, che però rifiuterebbero con veemenza qualsiasi legame con il marxismo.

Il pensiero di Marx si struttura intorno a due idee fondamentali. La prima è la centralità dell'economico nella vita sociale; la seconda è l'avvicendamento dei modi di produzione nel corso della storia. Vedremo più avanti, tuttavia, come nessuna di queste sia stata un'innovazione marxiana. Se il concetto di classe non è un'invenzione del marxismo, lo è invece quello di lotta di classe? Sicuramente questa nozione è vicina alla matrice del pensiero di Marx, ma la questione dell'originalità è un altro discorso. Si prenda questa strofa su un ricco proprietario terriero presente nella poesia di Oliver Goldsmith, Il villaggio abbandonato:

    E mentre in seta si riveste adorno
    Stendonsi i campi, guasti e nudi intorno!

La simmetria e l'economia di questi versi in sé, con la loro antitesi elegantemente bilanciata, sono in contrasto con gli sprechi e gli squilibri dell'economia che essi descrivono. La strofa parla chiaramente di lotta di classe. Quello che veste il proprietario terriero è sottratto ai suoi mezzadri. Si leggano, altrimenti, questi versi tratti dal Comus di John Milton:

    Se ogni uomo giusto, che ora marcisce per bisogno,
    Avesse soltanto una porzione moderata e convenevole
    Di quel che l'impudico careggiato lusso
    Ammassa ora con vasto eccesso sopra certi pochi,
    Le ample benedizioni della Natura sarebbero ben dispensate
    In insuperflua pari proporzione...

Un sentimento molto simile è espresso da Re Lear. In realtà, Milton si è tranquillamente appropriato dell'idea di Shakespeare. Voltaire, a sua volta, pensava che la prosperità del ricco crescesse rigonfia del sangue del povero, e che al centro del conflitto sociale ci fosse la proprietà. Jean-Jacques Rousseau, come vedremo, sosteneva qualcosa di non troppo differente. La lotta di classe, quindi, non è un'idea esclusiva di Marx, ma in fondo di questo ne era ben consapevole.

Tuttavia per lui rimane una questione assolutamente centrale. Infatti considera la lotta di classe come la motrice della storia dell'umanità. Per Marx, essa costituisce l'energia dinamica o il motore vero e proprio del progresso dell'uomo; John Milton non ha mai affrontato la questione in questi termini. Mentre molti studiosi hanno concepito la società umana come un organismo unitario, Marx invece ne ha enfatizzato il carattere di divisione. A suo parere, la società è costituita da interessi mutuamente incompatibili. La logica che la caratterizza è fondata sul conflitto piuttosto che sulla coesione. Per intenderci, è nell'interesse della classe capitalista mantenere bassi gli stipendi, mentre è nell'interesse dei salariati che questi aumentino.

In un passaggio molto noto del Manifesto del Partito Comunista, Marx afferma che "la storia di ogni società sinora esistita è storia di lotte di classe". Certamente non può credere che queste parole debbano essere prese alla lettera. Mi è difficile capire in che modo il fatto che, ieri, mi sia lavato i denti un evento dunque che può far parte della storia possa essere considerato una questione di lotta di classe. Così come non lo sono il lancio leg break nel cricket o l'attrazione patologica per i pinguini. Forse quando Marx parla di "storia" si riferisce agli eventi pubblici, non a quelli privati come, appunto, il lavarsi i denti. Ma anche una rissa in un bar può essere considerata, in qualche modo, un'azione pubblica. Quindi, forse, con il termine storia si intendono i grandi appuntamenti pubblici. Ma secondo quale definizione di grandezza? In che modo il grande incendio di Londra è stato un prodotto della lotta di classe? L'investimento di Che Guevara ad opera di un camion poteva rientrare nell'ambito della lotta di classe solo se alla guida ci fosse stato un agente della CIA. Altrimenti non sarebbe stato altro che un incidente. La storia dell'oppressione femminile si intreccia alla storia della lotta di classe, ma ciò non significa che sia interamente ascrivibile a questa. Lo stesso vale per la poesia di Wordsworth o Seamus Heaney. La lotta di classe non può includere ogni cosa.

Forse la frase di Marx non va interpretata letteralmente. Il Manifesto del Partito Comunista, dopotutto, è ritenuto un testo di propaganda politica, e come tale è pieno di ornamenti retorici. Ciò nonostante, è importante domandarsi quanto includa in realtà il pensiero marxista. Alcuni marxisti lo utilizzano come una sorta di "teoria onnicomprensiva", ma sicuramente non lo è. D'altro canto, però, sostenere che il marxismo ha ben poco di interessante da dire quando l'oggetto della conversazione ruota intorno al whisky al malto o alla natura dell'inconscio, alla fragranza inebriante di una rosa o al perché esiste qualcosa invece di nulla, non significa screditarlo. Non pretende di essere una filosofia totale. Il marxismo non ci offre spiegazioni della bellezza o dell'erotismo, né della curiosa risonanza dei versi di Yeats. Esso ha per lo più taciuto in merito a questioni come l'amore, la morte e il senso della vita. Di certo il marxismo offre una grande narrazione che si snoda lungo l'intera storia della civiltà, dalle origini fino al presente, arrivando al futuro. Ma non è l'unico, se si pensa ad esempio alla storia della scienza, della religione o della sessualità, che interagiscono con la storia della lotta di classe sebbene non siano riducibili ad essa (i postmodernisti tendono a ritenere che esista una grande narrazione o al più molte mini-narrazioni. Ma non è così). Quindi, qualunque cosa possa aver pensato Marx scrivendo "tutta la storia è stata una storia di lotta di classe", non dovrebbe essere interpretata come se, nella storia, non fosse possibile alcun evento libero dalla lotta di classe. Questa frase significa, piuttosto, che nella storia dell'umanità la lotta di classe ha rappresentato un aspetto assolutamente fondamentale.

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CAPITOLO QUATTRO



Il marxismo è un sogno utopico. Crede nella possibilità di una società perfetta, in cui non vi siano privazioni, sofferenze, violenze o conflitti. Scomparirebbe anche ogni forma di rivalità, di egoismo, di desiderio di possesso, di competizione o di disuguaglianza. Nessuno sarebbe superiore o inferiore a nessun altro. Nessuno lavorerebbe, si vivrebbe in perfetta armonia, e il flusso dei beni materiali sarebbe inesauribile. L'incredibile ingenuità di questa visione deriva dalla fede incrollabile che il marxismo ripone nella natura umana. La crudeltà degli uomini non è in alcun modo contemplata. Così come si sorvola senza problemi sul fatto che, per natura, siamo esseri egoisti, avidi, aggressivi e competitivi, e che nessun tipo di ingegneria sociale potrà modificare questa situazione. L'innocenza con cui Marx parla del futuro riflette l'assurda mancanza di realismo di tutta la sua visione politica.


«Quindi ci sarebbero ancora gli incidenti stradali in questa vostra utopia?». I marxisti si sono oramai abituati a fare i conti con questo sarcasmo. Ma una simile domanda ci restituisce più l'ignoranza di chi l'ha pronuncia che non le illusioni del marxista cui è destinata. Perché se utopia significa una società perfetta, allora "l'utopia marxista" è una contraddizione in termini.

[...]

Se non condividessimo un simile fondamento di umanità, l'idea socialista della cooperazione globale non avrebbe senso. Marx, nel primo volume de Il capitale, parla di «natura umana in generale, e poi della natura umana storicamente modificata, epoca per epoca». Negli esseri umani molti aspetti cambiano in modo limitato nel corso della storia un fatto che il postmodernismo rifiuta o considera semplicemente insignificante. I motivi che stanno alla base di una simile chiusura sono diversi. Questa corrente di pensiero, infatti, ha un pregiudizio irrazionale nei confronti della natura e della biologia e ritiene che qualsiasi richiamo a tali aspetti rappresenti un modo per respingere il cambiamento[8], che, a differenza di ciò che è permanente, assume per i postmodernisti una connotazione sempre positiva. In quest'ultima parte coincide con i "modernizzatori" capitalisti che abbondano dappertutto. La verità sebbene troppo banale per essere apprezzata dagli intellettuali è che determinati cambiamenti si possono rivelare catastrofici e che la permanenza, in alcuni momenti, può essere assolutamente auspicabile. Ad esempio, sarebbe un peccato se in Francia tutti i vigneti venissero incendiati, proprio come sarebbe triste se una società libera da ogni tipo di discriminazione fondata sul genere sessuale, durasse solo tre settimane.

I socialisti parlano spesso di oppressione, ingiustizia e sfruttamento. Ma se tali aspetti fossero stati gli unici eventi sperimentati dall'umanità, non avremmo avuto alcuna possibilità di riconoscerli per quello che sono. Piuttosto, ci sarebbero apparsi come elementi assolutamente caratteristici della nostra esistenza. Con ogni probabilità non avremo saputo neppure definirli. Considerare un rapporto sociale in termini di sfruttamento, infatti, implica avere un'idea, anche solo vaga, di quale sia la forma assunta da un rapporto non soggetto a oppressione. In questo senso, non c'è bisogno di fare appello al concetto di natura umana. Basta riferirsi alle condizioni storiche. Ma è plausibile sostenere che ci sono alcune caratteristiche tipiche della nostra natura che agiscono, al proposito, come una sorta di norma. Gli esseri umani, ad esempio, nascono tutti "prematuramente". Dopo la nascita, non sono in grado di badare a se stessi, e per questo hanno bisogno di una prolungata fase di cure ed attenzioni (secondo alcuni psicoanalisti, è proprio questo periodo, insolitamente lungo, ad avere effetti devastanti sulla nostra psiche, le cui conseguenze diventano evidenti più avanti. Se i bambini fossero in grado di camminare sin dalla nascita, si riuscirebbe ad evitare gran parte della sofferenza che affligge gli adulti, e non solo nel senso che non ci sarebbero più mocciosi a disturbare con le loro urla il nostro sonno). Sebbene le attenzioni ricevute siano terribili, i bambini si fanno ben presto un'idea di che cosa significa prendersi cura degli altri. Ciò spiega perché, crescendo, sono in grado di rilevare se tutto un modo di vita è crudelmente indifferente verso i bisogni dell'essere umano o meno. In questo senso, possiamo trascendere la nostra condizione di esseri nati prematuramente e avanzare verso lo spazio della politica.

I bisogni essenziali per la nostra sopravvivenza e il nostro benessere, come avere da mangiare, avere un tetto sopra la testa, godersi la compagnia degli altri, non essere schiavizzati o soggetti a violenze e così via, possono agire come base per una critica politica, nel senso che una società incapace di soddisfare simili istanze, ha limiti evidenti contro cui è necessario intervenire. Potremmo sicuramente censurarla ricorrendo a motivazioni più connotate sul piano culturale o locale. Ma se si ponesse l'accento sul fatto che una società di questo tipo viola alcuni dei diritti più essenziali dell'essere umano in quanto tale, la critica sarebbe ancora più fondata. Per questo è un errore pensare che l'idea di natura umana rappresenti soltanto un'apologia dello status quo. Essa, infatti, ha tutte le capacità per poterlo rovesciare.

Nei suoi primi lavori come i Manoscritti economico-filosofici del 1844, Marx credeva in una prospettiva, ora passata di moda, secondo cui la nostra caratterizzazione materiale è in grado di fornirci utili informazioni su come dovremmo vivere. C'è un senso nel quale possiamo legare direttamente il corpo umano con le questioni dell'etica e della politica. Se gli uomini sono, per natura, inclini a perseguire la propria realizzazione, allora devono essere messi nella condizione di soddisfare i propri bisogni e di esprimere le proprie capacità. Considerando però la natura sociale che li caratterizza, vale a dire il fatto che vivono insieme ad altri individui che desiderano esprimersi, gli esseri umani devono evitare che le diverse capacità in campo arrivino a scontrarsi in un conflitto senza fine che si rivelerebbe distruttivo. In realtà, proprio questo rappresenta uno dei problemi di più difficile soluzione per una società liberale nella quale si suppone che gli individui siano liberi, ma liberi anche, tra le altre cose, di saltare l'uno al collo dell'altro. Il comunismo, al contrario, organizza la vita sociale in modo tale che le persone siano in grado di realizzarsi nella e attraverso la realizzazione degli altri. Come Marx osserva nel Manifesto del Partito Comunista, «il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti». In questo senso, non è vero che il socialismo si oppone alla società liberale, e al suo appassionato impegno per l'individuo. Anzi essa si basa sull'altra e la completa. Così facendo, il socialismo indica la strada per risolvere alcune delle contraddizioni del liberalismo, nel quale la libertà di uno può prosperare solo a spese della libertà di un altro. Ma è soltanto attraverso le altre persone che possiamo, alla fine, arrivare ad essere veramente noi stessi. In questo modo la libertà individuale viene arricchita, non diminuita.

[...]

Per alcuni obiettivi che si propone di raggiungere il socialismo, allora, non è importante se io sono la persona più vile e spregevole tra quelle che vivono in Occidente. In modo similare, non conta se valuto il mio lavoro di biochimico in una casa farmaceutica privata, un glorioso contributo all'avanzamento della scienza e del progresso dell'umanità. Rimane il fatto che il mio lavoro presuppone comunque la realizzazione di un profitto per una combriccola di squali senza scrupoli che probabilmente, se potessero, chiederebbero ai propri figli piccoli 10 dollari per un'aspirina. Quello che io sento non conta né in un caso né nell'altro. Il senso del mio lavoro è determinato dall'istituzione.

Ci si aspetterebbe che quest'ultima, sotto il socialismo, abbia anche i suoi opportunisti, adulatori, prepotenti, imbroglioni, fannulloni, scrocconi, parassiti, profittatori e psicopatici occasionali. Nell'opera di Marx non c'è nulla che suggerisca il contrario. Inoltre se il comunismo significa la piena partecipazione di tutti alla vita sociale, allora è probabile che ci siano più conflitti e più individui coinvolti nell'azione. Il comunismo non annuncerà la fine delle ostilità tra gli esseri umani. Solo la fine letterale della storia riuscirebbe in una simile impresa. L'invidia, l'aggressività, la dominazione, il desiderio di possesso e la competizione continuerebbero ad esistere. Ma assumerebbero probabilmente una forma differente da quella che hanno sotto il capitalismo non per una maggiore qualità dei suoi cittadini, ma per il cambiamento occorso alle istituzioni.

[...]

Quindi il marxismo non promette alcuna società perfetta. Né l'abolizione del duro lavoro. Marx, in realtà, crede che una certa quantità di lavoro sgradevole continuerà a risultare essenziale anche in condizioni di abbondanza. La maledizione di Adamo non verrà meno neppure nel regno della prosperità. La promessa fatta dal marxismo è di risolvere le contraddizioni che attualmente impediscono, alla storia vera e propria, di avere luogo, con tutta la libertà e la diversità che la caratterizza.

I suoi obiettivi, tuttavia, non sono soltanto materiali. Per Marx, il comunismo significa la fine della scarsità, insieme alla fine delle forme di lavoro più oppressive. Ma sarebbero la libertà e il tempo libero, che tale abolizione concederebbe agli esseri umani, a fornire il contesto per la loro piena realizzazione spirituale. vero, come abbiamo visto, che lo sviluppo materiale e quello spirituale non procedono affatto l'uno affianco all'altro. Basta guardare Keith Richards per rendersene conto. Ci sono molti tipi di ricchezza materiale che risultano letali per lo spirito. Eppure, è altrettanto vero che non si può essere liberi di diventare quello che si vuole quando si soffre la fame, si è duramente oppressi o provati nella propria crescita morale da una vita di lavoro pesante e al limite della sopportabilità. I materialisti non negano lo spirituale, ma ci ricordano che la realizzazione dello spirito richiede la presenza di determinate condizioni materiali, le quali non garantiscono la nostra soddisfazione spirituale. Ma quest'ultima non può avere luogo senza di quelle.

[...]

A chiunque sia capitato di vedere un bambino piccolo afferrare un giocattolo dalle mani del proprio fratellino o della propria sorellina, gridando "è mio!" con un urlo raccapricciante, non ha bisogno di qualcuno che gli ricordi quanto la rivalità e il desiderio di possesso siano profondamente radicate nella mente umana. Stiamo parlando di abitudini culturali, psicologiche e anche evolutive incorporate, che nessun cambiamento di tipo istituzionale, da solo, sarà in grado di modificare. Ma il mutamento sociale non dipende da tutti quelli che, dal giorno alla notte, rivoluzionano i loro atteggiamenti. Si prenda l'esempio dell'Irlanda del Nord. La pace non è arrivata in questa regione in tumulto perché i cattolici e i protestanti hanno abbandonato il loro antagonismo vecchio di secoli, finendo affettuosamente gli uni nelle braccia degli altri. Niente di tutto questo. probabile che alcuni, tra loro, continueranno a detestarsi anche in futuro. In fondo, il cambiamento di una coscienza settaria si realizza con la stessa lentezza dei mutamenti geologici. In un certo senso, però, non è tanto questo ad avere importanza. Infatti, ciò che si è rivelato fondamentale è stato poter raggiungere un accordo politico minuziosamente applicato e verificato, in un contesto di generale stanchezza dell'opinione pubblica dopo trent'anni di violenze.

Questa però è solo una parte della storia. Affinché la verità rimanga tale per un lungo periodo di tempo, è necessario che i cambiamenti di tipo istituzionale abbiano profondi effetti sugli atteggiamenti delle persone. Quasi tutte le migliori riforme penali realizzate nella storia sono state duramente contestate; ma oggi ci capita di dare così per scontati i cambiamenti introdotti che la sola idea di punire un omicida con il supplizio della ruota ci appare rivoltante. Tali riforme sono diventate parte della nostra psiche. Ciò che davvero trasforma il nostro modo di vedere il mondo non sono le idee in quanto tali, bensì le idee incorporate nelle pratiche sociali di tutti i giorni. quanto mai complesso cambiare le nostre abitudini, ma qualora si riuscisse a farlo, verrebbe trasformato anche il nostro modo di vedere il mondo.

[...]

Per Marx, quindi, il socialismo è un sistema molto più pluralistico di quello nel quale ci troviamo a vivere in questo momento. In una società divisa in classi, il libero sviluppo di pochi è ottenuto attraverso le restrizioni imposte a molti, i quali arrivano poi a condividere la stessa monotona storia. Il comunismo risulterà invece più dispersivo, vario e imprevedibile, proprio perché, al suo interno, i cittadini saranno incoraggiati a sviluppare il loro talento individuale. Ricorderà più un romanzo modernista che uno realista. I detrattori di Marx possono, con disprezzo, considerare tale visione una semplice fantasia. Ma non si possono lamentare, poi, del fatto che il suo sistema sociale preferito sembra molto simile a quello che domina il 1984 di George Orwell.

Una forma virulenta di utopia ha davvero afflitto l'età moderna, ma il marxismo non centra nulla. Ci si riferisce qui a quell'idea folle secondo cui un sistema globale, conosciuto come libero mercato, può imporsi sulle culture e sulle economie più diverse, curandone ogni sorta di disfunzione. I promulgatori di questa fantasia totalitaria non sono come i cattivi di James Bond: non si nascondono dietro volti sfregiati e voci suadenti, ma sinistre, in bunker sotterranei. Essi cenano tranquillamente nei ristoranti più esclusivi di Washington o passeggiano nelle tenute del Sussex.

Alla domanda se Marx sia stato un pensatore utopico, Theodor Adorno , deciso, risponde sia in modo positivo che negativo. A suo parere, Marx ha avversato l'utopia proprio per far sì che si realizzasse.

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CAPITOLO CINQUE



Nel marxismo, ogni elemento della realtà si riduce a una cosa sola: l'economia. Una simile prospettiva è una forma di determinismo economico. L'arte, la religione, la politica, il diritto, la guerra, la morale, il mutamento storico: tutti questi aspetti, banalmente, non sono altro che riflessi dell'economia o della lotta di classe. La reale complessità delle vicende umane viene ignorata per lasciar spazio a una visione monocromatica della storia. Nella sua ossessione per l'economia, Marx è stato semplicemente l'immagine capovolta del sistema capitalista che andava contestando. 11 suo pensiero è agli antipodi rispetto alla prospettiva pluralista delle società moderne, che non ritiene possibile ammassare la vasta gamma dell'esperienza umana, maturata nella storia, in un'unica, rigida, struttura.


In un certo senso, sostenere che ogni cosa discenda dall'economia rappresenta sicuramente un truismo. Infatti, l'ovvietà di una simile affermazione è così accecante da essere difficilmente contestabile. Prima di poter fare qualsiasi altra cosa, noi dobbiamo mangiare e bere. Abbiamo anche bisogno di vestirci e di avere un tetto sopra la testa, soprattutto se viviamo a Sheffield più che nelle Samoa. La prima azione della storia, scrive Marx ne L'ideologia tedesca, è la produzione dei mezzi per soddisfare i nostri bisogni materiali. Solo a quel punto possiamo imparare a suonare il banjo, scrivere poesie a sfondo erotico o verniciare il portico dell'ingresso della nostra casa. La base della cultura è il lavoro. Non ci può essere alcuna civilizzazione senza la produzione materiale.

[...]

Quindi qui non interviene alcun riduzionismo. Se alcuni neuroscienziati considerano la mente come un cervello sotto mentite spoglie, non si può pensare lo stesso della politica, della cultura, della scienza, delle idee e dell'esistenza sociale, le quali non sono semplicemente un'economia in incognito. Queste appena citate sono dimensioni che hanno una propria realtà, con una storia che procede autonomamente e con una propria logica intrinseca. Non sono solo il pallido riflesso di qualcos'altro. Sono anche loro, con tutta la forza di cui dispongono, a dare forma al modo di produzione. La relazione tra "base" economica e "sovrastruttura" sociale, come vedremo più avanti, non è a senso unico. Quindi se qui non ci riferiamo in alcun modo al determinismo meccanicistico, cos'è che si sta affermando in realtà? Stiamo parlando di qualcosa di così vago e generalizzato da essere politicamente inefficace?

Per cominciare, l'affermazione in questione viene formulata in negativo. Infatti il modo in cui gli esseri umani producono la propria vita materiale pone dei limiti al tipo di istituzioni culturali, giuridiche, politiche e sociali che loro possono costruire. La parola "determina" significa letteralmente "porre dei limiti a". I modi di produzione non impongono una specifica forma politica, culturale o un particolare insieme di idee. Il capitalismo non è la causa della filosofia di John Locke o dell'opera di Jane Austen. Piuttosto è il contesto in cui entrambi possono essere spiegati e compresi. Inoltre i modi di produzione non danno vita soltanto a idee o a istituzioni che meglio soddisfano i loro scopi. Se così fosse, allora anche il marxismo non avrebbe mai potuto affermarsi. Da dove venga fuori il teatro di strada anarchico è un mistero, così come non si capisce come abbia fatto Tom Paine a scrivere uno dei maggiori libri di successo di tutti i tempi il rivoluzionario I diritti dell'uomo in quello Stato di polizia repressivo che era l'Inghilterra del suo periodo. Ciò nonostante, ci si sorprende nello scoprire che la cultura inglese non conteneva nient'altro che Tom Paine e le compagnie teatrali anarchiche. La maggior parte degli scrittori, degli studiosi, dei pubblicitari, dei quotidiani, degli insegnanti e delle emittenti televisive non opera certo per sovvertire lo status quo. Questo aspetto, in genere, è così evidente nella sua ovvietà da passare inosservato. Per Marx però non è un caso. Ed è qui che siamo in grado di cogliere l'aspetto più positivo della sua affermazione. In linea generale, la cultura, il diritto e la politica, in una società divisa in classi, sono strettamente connesse agli interessi delle classi sociali dominanti. Lo stesso Marx scrive ne L'ideologia tedesca: «la classe che è la potenza materiale dominante della società è in pari tempo la sua potenza spirituale dominante».

[...]

La conferma più convincente della teoria della storia di Marx è la società tardo-capitalista. Più passa il tempo e più l'analisi marxiana si fa vera. il capitalismo, non il marxismo, ad essere riduzionista a livello economico. Infatti, il primo crede nella produzione per amore della produzione, nel senso più stretto del termine "produzione".

Al contrario, nella prospettiva di Marx la produzione in sé e per sé assume un'accezione più ampia. A suo parere, la realizzazione personale dell'uomo deve essere valutata come fine a se stessa, e non può essere considerata, dunque, uno strumento di cui ci si serve per raggiungere altri scopi. Nella sua ottica, ciò è irrealizzabile fin tanto che prevarrà la visione più limitata della produzione per amore della produzione perché la maggior parte della nostra energia creativa sarà investita nella produzione dei mezzi di sussistenza piuttosto che nel godimento della vita in quanto tale. Per capire il marxismo, o almeno buona parte della sua prospettiva, si deve analizzare la differenza sostanziale che passa tra le due accezioni dell'espressione "produzione per amore della produzione" una economica, l'altra creativa o artistica. Marx è tutt'altro che un riduzionista in senso economico, e non a caso contesta in modo netto l'idea che si possa ridurre la produzione umana a trattori e turbine. La produzione che davvero conta per lui ha più a che fare con l'arte che con l'assemblaggio di radio a transistor o la macellazione delle pecore. Torneremo su questo punto tra poco.

[...]

Inoltre, come vedremo, per Marx il lavoro presuppone molto più dell'economico. Esso implica un'intera antropologia una teoria della Natura e dell'azione umana, del corpo e dei suoi bisogni, della natura dei sensi, delle idee di cooperazione sociale e della realizzazione personale individuale. Non stiamo parlando di economia come la concepisce il "Wall Street Journal". Nel "Financial Times" non ci sono riferimenti all'uomo come essere generico. Il lavoro implica anche il genere, la parentela e la sessualità. C'è innanzitutto la questione di come si producono gli operai, e come vengono sostenuti a livello materiale e ricostituiti sul piano spirituale. La produzione ha luogo all'interno di specifiche forme di esistenza, ed è quindi imbevuta di significato sociale. Proprio perché il lavoro significa, ed essendo gli esseri umani animali significanti (letteralmente, produttori di segni), esso non è mai semplicemente una questione tecnica o materiale. Può essere visto in tante maniere, come un modo di pregare Dio, di celebrare la Patria, o di ricavare il denaro necessario per comprarsi una birra. In definitiva, l'economico presuppone sempre molto altro oltre all'economico. Non è solo una questione di mercati e del loro funzionamento. Riguarda il modo in cui diventiamo esseri umani, e non solo come ci trasformiamo in agenti di cambio[8].

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Per Marx, gli esseri umani producono davvero solo quando sono liberi di farlo e quando è un'attività finalizzata unicamente a se stessa. E ciò è possibile, nella sua interezza, solo sotto il comunismo; ma prima di allora possiamo avere un assaggio di una simile creatività attraverso quella forma particolare di produzione che prende il nome di arte. Secondo Marx, John Milton «ha prodotto il Paradiso perduto per lo stesso motivo per cui un baco da seta produce seta. Era una manifestazione della sua natura»[9]. L'arte è l'aspetto che assume il lavoro non alienato. così che a Marx piace immaginare la sua opera, da lui definita "un tutto artistico", scritta (a differenza della maggior parte dei suoi discepoli) con un'attenzione meticolosa per lo stile.

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Eppure solo l'economico in senso stretto ci permetterà di trascendere l'economico. Ridislocando le risorse che il capitalismo ha così premurosamente messo da parte per noi, il socialismo può permettere all'economico di mantenere un basso profilo. Questo non si dissolverà, piuttosto diventerà meno invadente. Potersi godere beni a sufficienza significa non essere costretti a pensare al denaro in ogni momento della giornata. Consente di avere più tempo da dedicare ad occupazioni meno noiose. Tutt'altro che ossessionato dalle questioni economiche, Marx le giudicava piuttosto una parodia delle concrete potenzialità dell'essere umano. Il suo desiderio era una società libera dalla monopolizzazione, da parte dell'economico, di così tanto tempo e tanta energia.

Si può capire perché i nostri antenati fossero così preoccupati dalle questioni materiali. Quando si produce solo un ridotto livello di eccedenza, o non se ne produce affatto, soltanto il lavoro duro ed incessante può evitare la fame e la morte. Il capitalismo, invece, genera un tipo di eccedenza che può essere usata davvero per aumentare in modo esponenziale il tempo libero a disposizione. L'aspetto paradossale è che la creazione di questa ricchezza avviene secondo modalità che richiedono un costante processo di accumulazione ed espansione, e quindi un'attività lavorativa continua. Senza dimenticare gli effetti nefasti rappresentati dalla povertà e dalle privazioni. un sistema controproducente. Di conseguenza, gli uomini moderni, circondati da una ricchezza inimmaginabile per le popolazioni di cacciatori e raccoglitori del passato, per gli schiavi dell'antichità o per i servi feudali, finiscono con l'affrontare una vita lavorativa molto più dura e lunga rispetto a quella che potevano avere i loro predecessori.

L'opera di Marx è focalizzata interamente sulla dimensione del godimento. Una vita felice, per lui, non è una vita di lavoro ma di tempo libero. La libera realizzazione personale rappresenta sicuramente una forma di "produzione"; ma questo non significa che sia fondata su un processo di coercizione. E il tempo libero è necessario perché gli uomini e le donne dedicano tempo alla gestione dei propri problemi. quindi sorprendente che il marxismo non attragga tra le sue fila i devoti dell'ozio e i fannulloni di professione. In realtà, la spiegazione sta nel fatto che per poter raggiungere un simile obiettivo è necessaria molta fatica. Il tempo libero è qualcosa che ci si deve guadagnare con il lavoro.

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In alcuni casi, i filosofi hanno sollevato la questione delle "altre menti". Come sappiamo che i corpi con cui ci relazioniamo hanno anche loro una mente uguale alla nostra? Un materialista replicherebbe che se non fosse così, probabilmente, non andremmo in giro a porre la questione. Senza la cooperazione sociale, non ci può essere alcuna produzione materiale in grado di mantenerci in vita, e la capacità di comunicare con altre persone costituisce una componente sostanziale di quello che intendiamo con l'avere una mente. Si potrebbe anche notare che la parola "mente" è un modo per descrivere il comportamento di un tipo particolare di corpo: creativo, significativo, comunicativo. Non abbiamo bisogno di scrutare nelle teste delle persone o di collegarle a delle macchine per vedere se possiedono questa entità misteriosa. Semplicemente, noi guardiamo a ciò che essi fanno. La coscienza non è un fenomeno spettrale; è qualcosa che possiamo vedere, sentire e maneggiare. Il corpo umano è un ammasso di materia, ma peculiarmente creativa ed espressiva; ed è questa creatività che chiamiamo "mente".

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CAPITOLO SETTE



Del marxismo nulla appare più obsoleto della sua noiosa ossessione per la classe. I marxisti non sembrano essersi resi conto che lo scenario della classe sociale è cambiato quasi completamente rispetto al periodo in cui Marx ha elaborato il suo pensiero. In particolare, la classe operaia che loro credono, ingenuamente, che darà avvio al socialismo, è scomparsa senza lasciare tracce. Viviamo in un mondo sociale in cui la classe conta sempre meno, dove c'è sempre più mobilità sociale e dove parlare di lotta di classe è arcaico come lo è discutere di eretici bruciati sul rogo. L'operaio rivoluzionario, così come il malvagio capitalista con il cappello a cilindro, esistono soltanto nell'immaginazione marxista.


Ci siamo già soffermati sul problema che i marxisti hanno con l'idea di utopia. Questo è uno dei motivi per cui rifiutano le apparenze e non credono che la classe sociale sia stata spazzata via dalla faccia della terra solo perché, al giorno d'oggi, gli amministratori delegati indossano a lavoro scarpe sportive, ascoltano i Rage Against the Machine e incitano i loro impiegati nello svolgimento delle attività con frasi tipo "ragazzi, bisogna metterci il cuore". Il marxismo non definisce la classe in termini di stile, status, reddito, accento, occupazione, né conta se una persona ha delle papere o un quadro di Degas sulle pareti del proprio soggiorno. Nel corso dei secoli, le donne e gli uomini socialisti non hanno combattuto e, in alcuni casi, non sono rimasti uccisi semplicemente per porre fine allo snobismo.

Il pittoresco concetto statunitense di "classismo" sembrerebbe suggerire che la classe è, soprattutto, una questione di atteggiamento. La classe media dovrebbe smettere di provare disprezzo verso la classe operaia nello stesso modo in cui i bianchi dovrebbero smettere di sentirsi superiori agli afro-americani. Ma il marxismo non è una questione di atteggiamento. La classe per il marxismo, come la virtù per Aristotele, non ha a che fare con il modo in cui ci sentiamo, ma con quello che facciamo. Riguarda la posizione occupata all'interno di un particolare modo di produzione come schiavo, contadino autonomo, locatario agricolo, possessore di capitale, professionista di finanza, venditore della propria forza lavoro, piccolo proprietario e così via.

[...]

nella natura del capitalismo confondere le distinzioni, far crollare le gerarchie e mescolare, insieme e in modo promiscuo, le forme di vita più diverse. Nessuna forma di vita è più ibrida e pluralista. Quando si tratta di determinare chi debba essere sfruttato in concreto, il sistema si dimostra mirabilmente egualitario. contro la gerarchia come il più devoto dei postmoderni, ed è generosamente inclusivo come il più fervido dei vicari anglicani. Non è ansioso di lasciare qualcuno fuori. Dove c'è la possibilità di fare profitti, bianchi e neri, uomini e donne, bambini e anziani, i quartieri di Wakefield e i villaggi rurali di Sumatra sono tutti acqua per il suo mulino, da trattare con un'impeccabile equanimità. Il grande equalizzatore non è il socialismo, ma la forma di merce. La merce non sta lì a controllare dove ha fatto i suoi studi il consumatore potenziale, né se pronuncia "basin" per far rima con "bison". Semplicemente impone quella uniformità contro cui, come abbiamo visto, Marx si oppone con decisione.

Non dovremmo sorprenderci, quindi, se il capitalismo avanzato genera immagini ingannevoli di una supposta assenza delle classi. Questa non è solo una facciata dietro la quale il sistema nasconde le sue vere ingiustizie; fa parte della natura stessa della bestia. Ciò nonostante, è particolarmente rivelatore il contrasto tra l'ambiente e il vestire informali tipici degli uffici moderni e un sistema globale in cui le distinzioni di ricchezza e potere si sono ampliate più che mai. Le tradizionali gerarchie, in alcuni settori dell'economia, hanno ceduto il passo a forme di organizzazione decentralizzate, basate sulla rete, orientate al lavoro in team, ricche di informazioni, nelle quali ci si chiama per nome e ci si sbottona il colletto della camicia. Ma il capitale continua ad essere concentrato, come mai in passato, nelle mani di pochi, e le file degli indigenti e di chi non ha più nulla si allungano ora dopo ora. Mentre un amministratore delegato si sistema i jeans sulle scarpe da ginnastica, più di un miliardo di persone nel mondo soffre la fame ogni giorno. Molte megalopoli nel sud del pianeta sono baraccopoli puzzolenti, sovraffollate e piene di malattie, e i loro abitanti rappresentano un terzo della popolazione urbana mondiale. I poveri delle città, in generale, costituiscono almeno la metà della popolazione globale[2]. Nel frattempo, alcuni in Occidente cercano con il loro evangelico fervore di diffondere la democrazia liberale nel resto del pianeta, nel momento esatto in cui il destino del mondo viene determinato da una manciata di multinazionali occidentali che rispondono solo ai propri azionisti e a nessun altro.

Ciò nonostante, i marxisti non sono semplicemente "contro" la classe capitalista, come qualcuno potrebbe essere contro la caccia o il fumo. Abbiamo già visto come nessuno più di Marx abbia ammirato gli straordinari risultati conseguiti da questa classe. Era proprio su questi successi una decisa opposizione alla tirannia politica, un'immensa accumulazione di ricchezza che ha portato con sé la possibilità di una prosperità universale, il rispetto per l'individuo, le libertà civili, i diritti democratici, una comunità veramente internazionale e così via che il socialismo doveva essere eretto. La storia della classe andava usata, non semplicemente scartata. Il capitalismo, come abbiamo osservato, si è dimostrato non solo una forza catastrofica, ma anche emancipatrice; ed è il marxismo, più di qualsiasi altra teoria politica, che ha cercato di offrire una spiegazione ragionevole di tale processo, lontano dall'esaltazione cieca di alcuni e dalla condanna generalizzata di altri. Tra gli immensi regali che il capitalismo ha elargito al mondo, anche se non volontariamente, c'è la classe operaia - una forza sociale che è nata e cresciuta per i propri scopi interessati e che si è sviluppata fino al punto in cui ha acquisito, in teoria, la capacità di prendere il sopravvento. Ecco perché c'è dell'ironia nel cuore stesso della concezione marxiana della storia. C'è un umorismo nero nella rappresentazione dell'ordine capitalista che dà alla luce il suo becchino.

Il marxismo non si concentra sulla classe operaia perché scorge nel lavoro una qualche virtù risplendente. Anche i ladri e i banchieri lavorano duro, ma Marx non si è particolarmente prodigato nel sostenerli (sebbene, una volta, abbia scritto dei furti nelle abitazioni, in una splendida parodia della sua teoria economica). Il marxismo, come abbiamo detto, vuole abolire quanto più lavoro possibile. Non assegna tutta questa importanza politica alla classe operaia perché si suppone che, tra i gruppi sociali, sia quella più oppressa. Ci sono molti gruppi vagabondi, studenti, rifugiati, anziani, i non impiegati e i disoccupati cronici che, spesso, sono più bisognosi del lavoratore medio. La classe operaia non smette di interessare ai marxisti nel momento in cui installa bagni o televisori a colori nelle proprie case. Il fattore più decisivo è il posto che essa occupa all'interno del modo di produzione capitalista. Solo coloro che sono all'interno di questo sistema, che conoscono il suo funzionamento, che si sono organizzati grazie a esso in una forza collettiva qualificata, politicamente consapevole, che sono indispensabili per il suo corretto funzionamento ma dotati di un interesse materiale nel rovesciarlo, hanno la possibilità di prenderne possesso e gestirlo a beneficio di tutti. Nessun paternalista, spinto da buone intenzioni, né nessun gruppo di agitatori esterni può svolgere questo lavoro al posto loro - vale a dire che l'attenzione che Marx dedica alla classe operaia (di gran lunga la maggioranza della popolazione ai suoi tempi) è inseparabile dal suo profondo rispetto per la democrazia.

Se Marx attribuisce una simile importanza a tale classe, si deve, tra le altre cose, al fatto che considera i suoi componenti come i portatori di un'emancipazione universale:

nella formazione di una classe con catene radicali, una classe della società civile che non sia una classe della società civile, una classe che sia la dissoluzione di tutte le classi, una sfera che, per la sua sofferenza universale, possieda un carattere universale e non rivendichi un diritto particolare, poiché non ha subito un torto particolare, bensí l' ingiustizia di per sé, assoluta, una classe che non possa piú appellarsi a un titolo storico, bensí al titolo umano... che sia, in una parola, la perdita completa dell'uomo e possa quindi conquistare nuovamente se stessa soltanto riacquistando completamente l'uomo. Questa decomposizione della società, in quanto classe particolare, è il proletariato[3].

[...]

Vale la pena notare, in questo senso, che il proletariato originale non era la classe operaia dei colletti bianchi uomini. Era formata dalle donne della classe bassa della società antica. La parola "proletariato" arriva a noi dal termine latino "proles", con cui si designava quelle persone che erano troppo povere per servire lo Stato con nient'altro se non con la fecondità del loro ventre. Troppo deprivate per contribuire in qualsiasi altro modo alla vita economica, queste donne hanno prodotto forza-lavoro sotto forma di bambini. Non avevano nulla da dare se non il frutto del loro corpo. Quello che la società richiedeva loro non era la produzione, ma la riproduzione. Il proletariato ha visto la luce tra coloro che erano al di fuori del processo lavorativo, non tra quelli che erano al suo interno. Ma il lavoro con cui queste donne hanno dovuto fare i conti è stato molto più doloroso del rompere le pietre.

Oggi, in un'epoca in cui abbonda la manodopera semi-schiavizzata in fabbriche industriali e in aziende agricole del Terzo Mondo, il proletario tipico continua ad essere donna. Il lavoro dei colletti bianchi che, in epoca vittoriana, era eseguito per lo più da uomini della classe medio-bassa, viene oggi riservato, in gran parte, alle donne della classe operaia, che vengono in genere pagate meno dei lavoratori manuali uomini non qualificati. Sono state le donne, inoltre, che hanno fornito il personale necessario per l'enorme espansione della manodopera sotto forma di dipendenti e impiegati, seguita al declino dell'industria pesante dopo la Prima Guerra mondiale. Ai tempi di Marx, il gruppo più nutrito di lavoratori salariati non era formato dalla classe operaia industriale, ma dal personale domestico, composto in gran parte da donne.

[...]

Chi non vede l'ora di presiedere ai riti funebri della classe operaia ha attribuito grande importanza alla crescita immensa vissuta dai settori dei servizi, informazionali e delle comunicazioni. La transizione dal capitalismo industriale a uno "tardo", "di consumo", "postindustriale" o "postmoderno", ha implicato, senza dubbio, cambiamenti importanti, come abbiamo visto in precedenza. Ma abbiamo anche constatato che nulla di tutto questo ha alterato la natura fondamentale dei rapporti di proprietà capitalisti. Al contrario, tali cambiamenti sono avvenuti, in sostanza, per espanderli e consolidarli. Vale anche la pena ricordare che il lavoro, nel settore dei servizi, può essere pesante, sporco e sgradevole tanto quanto lo è il lavoro industriale tradizionale. Non dobbiamo pensare soltanto ai grandi chef e a chi lavora come receptionist sulla Harley Street, ma ai lavoratori dei servizi portuali, dei trasporti, della gestione dei rifiuti, delle poste, degli ospedali, impiegati nel settore delle pulizie e della ristorazione. Infatti, la distinzione tra lavoratori industriali e dei servizi è spesso pressoché invisibile, per quanto riguarda la retribuzione, il livello di controllo e le condizioni. Coloro che lavorano nei call center sono sfruttati tanto quanto chi fatica nelle miniere di carbone. Etichette come "servizi" o "colletti bianchi" servono a dissimulare le immense differenze esistenti tra, per esempio, i piloti di aerei e gli inservienti degli ospedali, o tra gli alti funzionari pubblici e le cameriere d'albergo.

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Nella sua breve ma sanguinosa carriera, il marxismo ha provocato un'atroce quantità di violenza. Sia Stalin che Mao Tse-tung sono stati assassini su scala inimmaginabile. Eppure pochissimi marxisti oggi, come abbiamo già visto, sono disposti a difendere crimini così orrendi, mentre molti non marxisti sono capaci, ad esempio, di giustificare la distruzione di Dresda o Hiroshima. Ho già sostenuto che i marxisti hanno offerto spiegazioni molto più convincenti delle cause delle atrocità commesse da uomini come Stalin, rispetto a qualsiasi altra scuola di pensiero, così come sono stati d'aiuto nel mostrare come, in futuro, si possano evitare orrori simili. E i crimini del capitalismo? Cosa possiamo dire di quell'atroce bagno di sangue che è stato il Primo conflitto mondiale, in cui lo scontro tra nazioni imperialiste, affamate di conquiste, spedì i soldati della classe operaia verso una morte inutile? La storia del capitalismo è, tra le altre cose, una storia di guerra globale, di sfruttamento coloniale, di genocidi e di carestie evitabili. Se una versione distorta del marxismo ha dato origine allo Stato stalinista, una mutazione estrema del capitalismo ha prodotto lo Stato fascista. E se un milione di uomini e donne sono morti nella Grande carestia irlandese degli anni '40 dell'Ottocento, ciò è dipeso, in gran parte, dal fatto che il governo britannico di quel periodo ha insistito nell'osservazione delle leggi del libero mercato prima di decidersi ad affrontare, in modo deplorevole, il problema. Abbiamo visto come Marx parli ne Il capitale, con una mal simulata indignazione, del lungo processo, sporcato dal sangue, attraverso cui i contadini inglesi sono stati cacciati dalla terra. Questa storia di violenta espropriazione soggiace in gran parte alla tranquillità del paesaggio rurale inglese. Rispetto a questo orrendo episodio, che è durato un arco di tempo molto lungo, un evento come la Rivoluzione cubana sembra una merenda con tè e pasticcini.

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