Copertina
Autore Umberto Eco
Titolo Diario minimo
EdizioneBompiani, Milano, 1992 [1963], GTB 213 , Isbn 978-88-452-1875-0
LettoreRenato di Stefano, 1992
Classe sociologia , costume
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Indice


 11 Nonita
 17 Frammenti
 25 Lo strip-tease e la cavallinità
 29 Fenomenologia di Mike Bongiorno
 35 Esquisse d'un nouveau chat
 40 L'altro Empireo
 46 La Cosa
 51 My exagmination round his
    factification for incamination to
    reduplication with ridecolation of a
    portrait of the artist as Manzoni
 63 Industría e repressione sessuale in
    una società padana
 81 Elogio di Franti
 93 Dove andremo a finire?
111 Lettera a mio figlio
118 Tre recensioni anomale
125 La scoperta dell'Ameríca
133 Do your movie yourself
142 Dolenti declinare (rapporti di lettura
    all'editore)

 

 

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Pagina 17 [ poesia italiana ]

Frammenti

IV Congresso Intergalattico di Studi Archeologici - Sirio 4.a Sezione del 121.o Anno Matematico.

Relazione del Ch. Prof. Anouk Ooma del Centro Universitario Archeologico della Terra del Principe Giuseppe - Artide - Terra.

Chiarissimi colleghi,

non vi è ignoto che da gran tempo gli studiosi artici conducono appassionate ricerche per trarre alla luce le vestigia di quella antichissima civiltà che fiorì nelle zone temperate e tropicali del nostro pianeta prima che la catastrofe avvenuta nel cosidetto anno 1980 dell'era antica, anno Uno dell'Esplosione, vi cancellasse ogni traccia di vita, ...

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Pagina 21

La poesia italiana del XX secolo dell'era antica, fu poesia della crisi, virilmente conscia del destino incombente; e fu insieme poesia della fede, della purezza e della grazia. Poesia della fede: abbiamo qui un verso, ahimè l'unico leggibile, di quello che doveva essere un canto di lode dello Spirito Santo: "Vola, colomba bianca vola...", mentre subito dopo ci colpiscono questi versi di un canto di giovinette: "Giovinezza, Giovinezza - primavera di bellezza ...", le cui dolcissime parole ci evocano l'immagine di fanciulle avvolte in bianchi veli, danzanti nel plenilunio di qualche magico «pervigilium». Altrove, troviamo invece senso di disperazione, di lucida coscienza della crisi, come in questa spietata rappresentazione della solitudine e della incomunicabilità che forse, se dobbiamo credere a quanto l'Enciclopedia Britannica dice di questo autore, dobbiamo ascrivere al drammaturgo Luigi Pirandello: "Ma Pippo Pippo non lo sa - che quando passa ride tutta la città ..."

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Pagina 29 [ Bongiorno, statistica, media, mediocrità ]

Fenomenologia di Mike Bongiorno

[...]

Ora, nel campo dei fenomeni quantitativi, la media rappresenta appunto un termine di mezzo, e per chi non vi si è ancora uniformato, essa rappresenta un traguardo. Se, secondo la nota «boutade», la statistica è quella scienza per cui se giornalmente un uomo mangia due polli e un altro nessuno, quei due uomini hanno mangiato un pollo ciascuno - per l'uomo che non ha mangiato, la meta di un pollo al giorno è qualcosa di positivo cui aspirare. Invece, nel campo dei fenomeni qualitativi, il livellamento alla media corrisponde al livellamento a zero. Un uomo che possiede «tutte» le virtù morali e intellettuali in «grado medio», si trova immediatamente a un livello minimale di evoluzione. La "medietà" aristotelica è equilibrio nell'esercizio delle proprie passioni, retto dalla virtù discernitrice della "prudenza". Mentre nutrire passioni in grado medio e aver una media prudenza significa essere un povero campione di umanità.

Il caso più vistoso di riduzione del «superman» all'«everyman» lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, qest'uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l'unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica ...

[...]

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello. Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere. Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.

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Pagina 40 [ caos, gerarchie, Lucifero, relatività, universo ]

L'altro Empireo

[I seguenti appunti sono tratti dal taccuino del giornalista John Smith, rinvenuto cadavere sulle pendici del Monte Ararat. ...]

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Pagina 42

Ma anche allora, anche allora... Per mettere le mani sul Caos cosa ha dovuto passare! C'era Raphael e altri dieci o dodici grossi papaveri che non volevano, avevano diritti ereditari sul Caos diviso a Latifondo, lo lasciavano lì a marcire - l'avevano avuto in premio per la cacciata dei Ribelli... Lui ha dovuto agire di forza. L'avesse visto! Spiritus Dei fovebat aquas, una scena da arrivano i nostri, quelli che l'hanno visto non lo dimenticano più! Altri tempi.

I Ribelli, dice? Mah, sa, ora hanno montato su tutta una storia ufficiale e c'è una versione sola, quella delle Gerarchie, ma va' a vedere la verità... Lucifero adesso tentano di farlo passare per un comunista, ma grasso che cola se era un socialdemocratico. Un intellettuale con idee riformiste, ecco cos'era, di quelli che nelle rivoluzioni vere poi li fanno fuori. In fondo cosa chiedeva? Una maggiore rappresentatività e la lottizzazione del Caos. E poi il Caos non lo ha smembrato Lui? (Vede com'è, da solo ci arriva lo stesso, ma non bisogna dirgli niente - illuminato sin che si vuole ma paternalista, questo sì.) Però la rappresentatività non la si è mai vista e non arriva mica, sa? Lui cambierebbe, penso. Ma sono le Gerarchie Superiori. Gli soffiano all'orecchio. Guardi quello che sta succedendo con la relatività. Ci vorrebbe tanto a stabilire un decreto? Lui lo sa che le determinazioni spazio-temporali di un osservatore sul Cristallino sono diverse da quelle fatte dal Cielo di Mercurio. Lo sa sì. Lo ha fatto Lui l'Universo, no? Ma provi a dirlo. La mandano dritto alle Caldaie del Primo Mobile. Perché di qui non si scappa, se fa tanto di ammettere la costituzione di un universo in espansione e di uno spazio curvo, allora deve abolire i dipartimenti dei Cieli, prendere il movimento periferico del Primo Mobile e sostituirlo con una propulsione energetica continua e diffusa! E allora? E allora scompaiono le varie cariche, salta la Potesteria del Cielo di Venere, il Cherubinato Centrale per la Manutenzione dell'Empireo, la Direzione Generale dei Cieli, il Serafinato del Primo Mobile e l'Assessorato alla Rosa Mistica! Capito? Va all'aria l'organizzazione della «line» e si deve stabilire una struttura a «staff», con energia decentrata. Dieci grandi Arcangeli senza portafoglio, ecco cosa succede. Così niente.

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Pagina 44

E poi anche il Figlio, te lo dico io. Sì è a sinistra, è a sinistra, a parole lo sono tutti, ma crede lei che accetterebbe, che so, il principio d'indeterminazione? "Se si vuole di un elettrone, con un po' di buona volontà, si può stabilire la posizione, la velocità e persino l'anno di nascita! Guardate come faccio io!" Bella forza, lui! Non capisce che per gli altri è diverso? Ma per lui sono chiacchere da intellettuali: "L'assestamento dei Cieli - lo ha detto proprio quest'anno nel messaggio di Natale - costituisce la migliore organizzazione che si possa conferire al Regno per poter avanzare verso il nuovo nel rispetto della tradizione in un progresso senza avventure!" Capito?

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Pagina 51 [ romanzo, critica, lettore ]

My exagmination roun his factification for invamination to reduplication with ridecolation of a portrait of the artist as Manzoni

Il recensore non riesce a nascondere la sua viva soddisfazione nel parlare di questo volumetto dovuto alla penna di Mr. James Joyce, che vede la luce per i tipi della Shakespeare & Company, ricostituita da Miss Beach unicamente per celebrare questo evento letterario che sospetto debba essere ritenuto di gran lunga il più importante dell'annata.

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Pagina 56

Irrigidirsi in uno sforzo di comprensione della cosiddetta "trama", chiedersi, leggendo una storia, "cosa stia succedendo" e "come vada a finire" - domandarsi infine, come fa l'accademico leggendo un romanzo poliziesco, "chi sia l'assassino" - toglie alla lettura di un romanzo i tre quarti del suo piacere, e all'arte i quattro quarti della sua ragion d'essere. Riterremmo invece assolta la nostra missione di critico se fossimo riusciti a convincere il lettore a tornare alla fresca spontaneità con la quale il primitivo - e designo con questa parola un tipo di "lettore naturale" che la odierna civiltà industriale si avvia a far scomparire - coglie immediatamente, alla lettura di un racconto, tutti i riferimenti agli ultimi portati dell'antropologia strutturale, accetta le allusioni alle ispezioni archetipiche di Jung senza volervi sovrapporre spiegazioni intellettualistiche, comprende senza travaglio le connessioni tra un personaggio e la figura mitica dello «schelm» indiano secondo le più recenti indagini di Kerenyi, gode con la semplicità con cui si sfoglierebbe in famiglia un vecchio albo di ricordi ogni legame - così immediatamente percepibile - tra le strutture sintattiche e la struttura dell'universo secondo lo «Zobar», non si perde - alla luce di una falsa albagia scientifica - a voler a tutti i costi vedere nel romanzo la storia di un matrimonio osteggiato, ma accetta in tutta la sua perspicuità la libera irruzione dei sottosensi freudiani giocondamente stratificantesi nel tessuto connettivo dell'opera, senza alcuna preoccupazione colta e bizantina.

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Pagina 93 [ storici, Erodoto, Tucidide, Senofonte ]

Dove andremo a finire?

[...]

Non appaiono al giusto posto, pertanto, i cosiddetti storici che altro non sono che i cronisti assidui del presente? Efficiente capo dell'ufficio «public relations» di Pericle, Erodoto non trova di meglio che scrivere sulle guerre persiane (su puro e bruto elemento di cronaca, dunque - né potremmo ormai pensare a un Omero che avesse la lucidità poetica per parlare su qualcosa che non ha visto né udito, portandolo a dimensioni di fiaba): a Erodoto basta leggere tre o quattro logografi ionici e presume di saper tutto. Parla di tutto. Come se non bastasse ecco che genera, più saputo e arido di lui, un Tucidide che, dopo la pessima figura della caduta di Anfipoli (che non riuscì ad impedire), fallito come uomo d'arme e di governo, dimentica le disavventure del Peloponneso e si rinvergina come memorialista, accettando di descrivere gli eventi bellici «man mano che avvengono». Raggiunta dunque l'ultima vergogna del giornalismo spicciolo? No, perché dopo di lui avremo in Senofonte il maestro di un'arte che sa ridurre a elemento di storia anche la nota della lavandaia, e i piagnistei per un mal d'occhi qualsiasi (proprio dell'industria culturale è la volgarità, l'insistenza sul particolare greve ma attuale; si attraversa un fiume? e sarà "bagnandosi sino all'ombelico"; si mangia un cibo guasto? e avverrà che "loro scorreva di dietro"). Ma in Tucidide avete di più, ed è il desiderio comune di fare letteratura; per candidarsi ai premi letterari che l'industria culturale mette a disposizione di chi sappia seguire la moda, Tucidide non esiterà ad introdurre nella sua prosa bellurie oggettivistiche, facendo il verso al nuovo romanzo: "Il corpo all'esterno non presentava eccessivo calore al tocco, né pallore alla vista; ma piuttosto era rossastro, livido tutto coperto da piccole piaghe e ulcere...". Oggetto? La peste di Atene.

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Pagina 142 [ Bibbia, Sodoma, Gomorra, Noè ]

Dolenti declinare (rapporti di lettura all'editore)

Anonimi. La Bibbia
Devo dire che quando ho cominciato a leggere il manoscritto, e per le prime centinaie di pagine, ne ero entusiasta. È tutto azione e c'è tutto quel che il lettore oggi chiede a un libro di evasione: sesso (moltissimo), con adulteri, sodomia, omicidi, incesti, guerre, massacri, e così via.

L'episodio di Sodoma e Gomorra con i travestiti che vogliono farsi i due angeli è rabelasiano, le storie di Noè sono del puro Salgari, la fuga dall'Egitto è una storia che andrà a finire presto o tardi sugli schermi... Insomma, il vero romanzo fiume, ben costruito, che non risparmia i colpi di scena, pieno di immaginazione, con quel tanto di messianismo che piace, senza dare nel tragico.

Poi andando avanti mi sono accorto che si tratta invece di una antologia di vari autori, con molti, troppi, brani di poesia, alcuni francamente lamentevoli e noiosi, vere e proprie geremiadi senza capo né coda.

Ne viene fuori così un omnibus mostruoso, che rischia di non piacere a nessuno perché c'è di tutto. E poi sarà una grana reperire tutti i diritti dei vari autori, a meno che il curatore non tratti lui per tutti. Ma di questo curatore non trovo mai il nome, nemmeno nell'indice, come se ci fosse ritegno a nominarlo.

Io direi di trattare per vedere se si può pubblicare a parte i primi cinque libri. Allora andiamo sul sicuro. Con un titolo come «I disperati del Mar Rosso».

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