Copertina
Autore Umberto Eco
Titolo La ricerca della lingua perfetta nella cultura europea
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 1993, Fare l'Europa , Isbn 978-88-420-4287-7
LettoreRenato di Stefano, 1994
Classe scienze sociali , storia , linguistica , scrittura-lettura
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Indice


 1. Da Adamo alla "confusio linguarum"       13

 2. La pansemiotica cabalistica              31

 3. La lingua perfetta di Dante              41

 4. L'Ars magna di Raimondo Lullo            61

 5. L'ipotesi monogenetica e le lingue madri 83

 6. Cabalismo e lullismo
    nella cultura moderna                   129

 7. La lingua perfetta delle immagini       157

 8. La lingua magica                        193

 9. Le poligrafie                           209

10. Le lingue filosofiche a priori          225

11. George Dalgarno                         245

12. John Wilkins                            255

13. Francis Lodwick                         279

14. Da Leibniz all'encyclopédie             289

15. Le lingue filosofiche
    dall'illuminismo a oggi                 315

16. Le lingue internazionali
    ausiliarie                              341

17. Conclusioni                             363

Bibliografia                                381

Indice dei nomi                             413

 

 

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Pagina 25

La storia delle lingue perfette è la storia di un'utopia, e di una serie di fallimenti. Ma non è detto cha la storia di una serie di fallimenti risulti fallimentare. Se pure fosse la storia dell'invincibile ostinazione a perseguire un sogno impossibile sarebbe pur sempre interessante - questo sogno - conoscere le origini, e le motivazioni che lo hanno tenuto desto nel corso dei secoli.

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Pagina 37

Per la cabbala estatica il linguaggio è un universo in se stesso, e la struttura del linguaggio rappresenta la struttura del reale. Già negli scritti di Filone di Alessandria si era cercato di paragonare l'essenza intima della Torah con Il "Logos", il mondo delle idee, e concezioni platoniche erano penetrate anche nella letteratura haggadico-midrascica, in cui si vedeva la Torah come lo schema usando il quale Dio aveva creato il mondo. La Torah eterna si identificava quindi con la Sapienza e in molti passi con un mondo delle forme, un universo di archetipi. Nel XIII secolo, e in una linea decisamente averroistica, Abulafia porrà una equazione tra Torah e Intelletto Attivo, «la forma di tutte le forme degli intelletti separati» (Sefer mafteakh ha-tokhahot).

Quindi, diversamente da quanto avviene nella tradizione filosofica occidentale (da Aristotele agli stoici e al pensiero medievale) e nella filosofia araba e giudaica, nella cabbala il linguaggio non rappresenta il mondo nel senso in cui il significante rappresenta il significato o il referente. Se Dio ha creato il mondo attraverso l'emissione di voci linguistiche o di lettere alfabetiche, questi elementi semiotici non sono rappresentazioni di qualcosa che vi preesistono, ma sono forme su cui si modellano gli elementi di cui il mondo è costituito.

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Pagina 52

[...] Di fronte ai volgari esistenti, naturali ma non universali, di fronte a una grammatica universale ma artificiale, Dante insegue il sogno di una restaurazione della "forma locutionis" edenica, naturale e universale. Ma - a differenza di quanto faranno i rinascimentali andando alla ricerca di una lingua ebraica restituita al suo potere rivelativo e magico - Dante intende ricreare la condizione originaria con un atto di invenzione moderna. Il volgare illustre, di cui il massimo esempio sarà la sua lingua poetica, è il modo in cui un poeta moderno sana la ferita post-babelica. Tutto il secondo libro del "De vulgari eloquentia" non è da intendere come mero trattatello di stilistica, ma come sforzo di fissare le condizioni, le regole, la "forma locutionis" dell'unica lingua perfetta concepibile, l'italiano della poesia dantesca. Della lingua perfetta questo volgare illustre avrà la "necessità" (opposta alla convenzionalità) perché come la "forma locutionis" perfetta permetteva ad Adamo di parlare con Dio, il volgare illustre è quello che permette al poeta di rendere le parole adeguate a ciò che debbono esprimere, e che non sarebbe esprimibile altrimenti.

Dipende da questa ardita concezione del proprio ruolo di restauratore della lingua perfetta il fatto che Dante, anziché biasimare la molteplicità delle lingue, ne metta in rilievo la forza quasi biologica, la loro capacità di rinnovarsi, di mutare nel tempo. Perché è proprio in base a questa asserita creatività linguistica che egli può proporsi di inventare una lingua perfetta moderna e naturale, senza andare alla caccia di modelli perduti. Se un uomo della tempra di Dante avesse veramente pensato che l'ebraico inventato da Adamo era la sola lingua perfetta, avrebbe appreso l'ebraico e in ebraico avrebbe scritto il suo poema. Non l'ha fatto poiché pensava che il volgare che egli doveva inventare avrebbe corrisposto ai principi della forma universale donata da Dio meglio di quanto non potesse fare l'ebraico adamitico. Dante si candida a essere un nuovo (e più perfetto) Adamo.

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Pagina 125

[...] Ma a questi autori non interessa tanto asserire che la prima lingua del mondo fosse stato l'ebraico, quanto opporsi a una visione materialisticamente poligenetica o, peggio, lockianamente convenzionalistica, delle origini del linguaggio. Il problema del pensiero «reazionario» - sino ai giorni nostri - non è quello di dire che Adamo ha parlato ebraico, bensì di riconoscere nel linguaggio una fonte di rivelazione, e questo si può sostenere solo se si ritiene che il linguaggio esprima, senza la mediazione di alcun patto sociale o di alcun adattamento alle necessità materiali dell'esistenza, il diretto rapporto tra l'uomo e il sacro.

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Pagina 130

Tra le suggestioni che la tradizione ermetica poteva offrire, c'era una viosione magico-astrologica del cosmo. I corpi celesti esercitano delle forze e degli influssi sulle cose terrene, e conoscendo le leggi planetarie, questi influssi possono essere non solo previsti, ma anche orientati. Esiste un rapporto di simpatia tra il Macrocosmo, l'universo, e l'uomo come Microcosmo, e si può agire su questo reticolo di forze attraverso la magia astrale.

Queste pratiche magiche si attuano mediante parole o altre forme di segni. C'è una lingua onde si parla, per comandarli, agli astri. Il mezzo per operare questo miracolo sono i talismani, vale a dire immagini che possono consentire di ottenere guarigione, salute, forza fisica, e il "De vita coelitus comparanda" di Ficino abbonda di istruzioni su come indossare talismani, sul nutrirsi di piante in simpatia con certi astri, su come celebrare cerimonie magiche usando profumi, abiti e canti adeguati.

La magia talismatica può agire perché il rapporto tra le virtù occulte delle cose e le entità celesti che le forniscono di tali virtù viene espresso dalle "segnature", ovvero da quegli aspetti formali delle cose che corrispondono per somiglianza agli aspetti formali degli astri. Per rendere percepibile la simpatia tra le cose, Dio ha impresso un sigillo su ogni oggetto del mondo, una sorta di tratto che ne rende riconoscibile il rapporto di simpatia con qualche cosa d'altro.

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Pagina 137

I cabalisti sono affascinati da una sostanza dell'espressione (i testi ebraici) di cui talora si cerca di ricostruire la forma dell'espressione (il lessico e la grammatica), ma avendo sempre idee molto confuse sulla forma del contenuto che esprime. In realtà la ricerca della lingua perfetta mira a riscoprire, attraverso nuove sostanze dell'espressione, una materia del contenuto ancora ignota, informe, densa di possibilità. Il cabalista cristiano tende sempre a scoprire possibilità di segmentare l'infinito continuum del contenuto, la cui natura gli sfugge. Il rapporto tra espressione e contenuto dovrebbe essere conforme, ma la forma dell'espressione appare come l'immagine iconica di un contenuto informe, abbandonato alla deriva dell'interpretazione.

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Pagina 175

L'Egitto, come civiltà, non esiste più (né L'Europa riesce ancora a pensarlo come terra di conquista): rispettato nella sua inconsistenza geopolitica, viene eletto a fantasma ermetico, e come tale conglobato dalla sapienza cristiana occidentale come propria origine profonda. La Cina è un Altro con cui trattare: rispettabile potenza politica, seria alternativa culturale di cui i gesuiti han rivelato le fondamenta profonde: «i Cinesi, morali e virtuosi ancorché pagani, quando hanno dimenticato le verità rivelate nella scrittura geroglifica hanno convertito l'ideografia in uno strumento neutro e astratto di comunicazione, e questo fa pensare che la loro conversione sia opera di facile attuazione» (Pellery 1992). Le Americhe sono invece terra di conquista, e con gli idolatri, dalla scrittura di basso profilo, non si tratta: li si converte, cancellando ogni traccia della loro cultura originaria, irrimediabilmente inquinata da suggestioni idolatriche. «La demonizzazione delle culture americane trova qui una sua giustificazione linguistica e teoretica».

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Pagina 181

Rousseau (nel suo "Essai sur l'origines des langues", 1781) dirà che «più la scrittura è rozza più la lingua è antica», ma lascia capire che più la lingua è antica e più la scrittura è rozza. Per rappresentare le parole e le proposizioni con caratteri convenzionali si deve attendere che la lingua si sia completamente formata e un popolo intero sia retto da leggi comuni, e la scrittura alfabetica sarà inventata da popoli commercianti che dovevano viaggiare e parlare diverse lingue. La scrittura alfabetica rappresenta uno stadio superiore perché, più che rappresentare la parola, l'analizza, e si delinea qui una analogia tra quell'equivalente universale che è il danaro e l'equivalenza universale dei caratteri alfabetici (cfr. Derrida 1967; Bora 1989).

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Pagina 339

Malgrado le differenze siano spesso più importanti delle identità e delle analogie, non sarebbe forse inutile che anche gli studiosi più avanzati nel campo delle scienze cognitive di oggi rivisitassero ogni tanto i loro antenati. Non è vero, come si afferma in certi dipartimenti di filosofia degli Stati Uniti, che per filosofare non sia necessario rifarsi alla storia della filosofia. Sarebbe come dire che si può diventare pittore senza aver mai visto un quadro di Raffaello, o scrittore senza aver mai letto i classici. È teoricamente possibile, ma l'artista «primitivo», condannato all'ignoranza del passato, è sempre riconoscibile come tale, e chiamato appunto "naif". È invece proprio quando si rivisitano antichi progetti che si sono mostrati utopici e fallimentari, che possono essere previsti i limiti o i fallimenti possibili di ogni impresa che si pretenda un debutto nel vuoto. Rileggere quanto hanno fatto i nostri antenati non è mero divertimento archeologico, bensì precauzione immunologica.

 

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Riferimenti


Aarsleff, Hans
1982 From Locke to Saussure, University of Minnesota Press,
     Minneapolis [trad. it. Da Locke a Saussure, Il Mulino,
     Bologna 1984].

AA.VV,
1979 Le mythe de la langue universelle, numero doppio
     monografico di «Critique», 387-88.

Alessio, Franco
1957 Mito e scienza in Ruggero Bacone, Ceschina, Milano.

Arnaldez, Roger
1981 Grammaire et théologie chez Ibn Hazm de Cordue, Vrin,
     Paris.

Arnold, Paul
1955 Histoire des Rose-Croix et les origines de la
     Franc-Mašonnerie, Mercure, Paris [trad. it. Storia dei
     Rosa-Croce, Bompiani, Milano 1989].

Baltrusaitis, Jurgis
1967 La quéte d'Isis. Essai sur la légende d'un mythe.
     Introduction à l'egyptomanie, Flammarion, Paris [trad.
     it. La ricerca di Iside, Adelphi, Milano 1985].

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