Copertina
Autore David Edmonds
CoautoreJohn Eidinow
Titolo La lite di Cambridge
EdizioneGarzanti, Milano, 2005 [2002], gli elefanti saggi , pag. 270, cop.fle., dim. 120x190x17 mm , Isbn 978-88-11-67878-6
OriginaleWittgenstein's Poker [2001]
TraduttoreAndrea Buzzi
LettoreRenato di Stefano, 2005
Classe biografie , filosofia , epistemologia
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Indice


 1. L'attizzatoio                         9
 2. Memories are made of this            13
 3. Malia                                25
 4. Discepoli                            31
 5. Il terzo uomo                        39
 6. La facoltà                           53
 7. Vortice viennese                     65
 8. I concerti a Palais                  71
 9. Ebreo una volta                      79
10. Popper legge Mein kampf              89
11. «Bell'ebreo!»                        93
12. Il piccolo Luki                      99
13. Morte a Vienna                      117
14. Popper accerchia il Circolo         135
15. La fiamma ossidrica                 143
16. Povero bambino ricco                153
17. Le traiettorie del successo         169
18. Il problema dei rompicapi           179
19. Il rompicapo dei problemi           197
20. Tuguri e bestie nere                205
21. Attizzatoio extra                   209
22. Risolvere il pasticcio              223
23. Premi per tutti                     235


Cronologia                              239
Ringraziamenti                          247
Fonti                                   265
Indice dei nomi                         259


 

 

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Pagina 9

1. L'ATTIZZATOIO



        La storia è influenzata dalle scoperte che faremo in futuro.
                                                             Popper



La sera di venerdì 25 ottobre 1946, il Moral Science Club (MSC) di Cambridge, un gruppo di discussione settimanale per filosofi e studenti di filosofia dell'ateneo, si riunì per uno dei suoi consueti incontri. Come al solito, i membri si ritrovarono al King's College, alle 20,30, nelle aule dell'ala Gibbs, alla numero 3, scala H.

Quella sera l'invitato era il dottor Karl Popper, arrivato da Londra per tenere una conferenza dal titolo apparentemente inoffensivo «Esistono problemi filosofici?». Fra il pubblico c'era il presidente del circolo, il professor Ludwig Wittgenstein, che molti consideravano il più brillante filosofo dell'epoca, e Bertrand Russell, da decenni uno dei nomi di spicco dell'università, come filosofo e come attivista radicale.

Popper era stato recentemente nominato lettore di logica e metodo scientifico alla London School of Economics (LSE). Di origini ebree-austriache, era arrivato da poco in Gran Bretagna, dopo aver trascorso gli anni della guerra come docente in Nuova Zelanda. Il suo La società aperta e i suoi nemici, implacabile demolizione del totalitarismo, iniziato il giorno in cui le truppe naziste erano entrate in Austria e portato a termine quando ormai l'ondata bellica aveva cambiato direzione, era appena stato pubblicato in Inghilterra, conquistando immediatamente un selezionato gruppo di ammiratori, fra i quali Bertrand Russell.

Fu l'unica occasione in cui questi tre filosofi (Russell, Wittgenstein e Popper) si trovarono insieme. Eppure, ancora oggi sembra impossibile mettersi d'accordo su che cosa accadde di preciso. L'unico punto chiaro è che vi furono veementi scambi di battute fra Popper e Wittgenstein sul carattere sostanziale della filosofia: se esistessero effettivamente problemi filosofici (Popper) o semplici rompicapi (Wittgenstein). Questi scambi divennero immediatamente materiale da leggenda. Una prima versione dei fatti vedeva Popper e Wittgenstein lottare per la supremazia con attizzatoi roventi. Come ricordò in seguito lo stesso Popper: «In un lasso di tempo sorprendentemente breve, ricevetti una lettera dalla Nuova Zelanda in cui mi si chiedeva se fosse vero che Wittgenstein e io eravamo venuti alle mani, armati entrambi di attizzatoi».

Quella decina di minuti del 25 ottobre 1946 suscitano ancora aspri dissensi. Un punto, soprattutto, rimane tuttora scottantemente vivo: Karl Popper pubblicò successivamente una versione falsa di quegli avvenimenti? Mentì?

Se lo fece, non si trattò di un abbellimento casuale dei fatti. Se lo fece, fu a causa di due ambizioni centrali nella sua vita: la sconfitta a livello teoretico della filosofia linguistica tanto di moda nel XX secolo, e il trionfo a livello personale su Wittgenstein, lo stregone che aveva perseguitato la sua carriera.

Il resoconto di Popper si può trovare nella sua autobiografia intellettuale, La ricerca non ha fine (1974). Secondo questa versione dei fatti, Popper propose una serie di quelli che affermava essere autentici problemi filosofici. Wittgenstein li respinse sommariamente. Popper ricordava che Wittgenstein «giocherellava nervosamente con un attizzatoio» che usava «come la bacchetta di un direttore d'orchestra per sottolineare le sue affermazioni», e quando sorse una questione sullo status dell'etica, Wittgenstein lo sfidò a fornire un esempio di regola morale. «"Non minacciare i conferenzieri in visita con l'attizzatoio", risposi io. Al che Wittgenstein, infuriato, scagliò a terra l'attizzatoio e uscì dalla stanza, sbattendo la porta dietro di sé».

Nel 1994, alla morte di Popper, i necrologi dei quotidiani ripresero il suo racconto del fatto e lo riportarono parola per parola (compreso l'errore nella data della riunione, il 26 invece del 25). Poi, circa tre anni dopo la scomparsa di Popper, una nota pubblicata negli atti di una delle più autorevoli istituzioni inglesi, la British Academy, ripropose sostanzialmente la stessa ricostruzione dei fatti. Montò un'ondata di proteste contro l'autore, successore di Popper alla LSE, il professor John Watkins, e si innescò un aspro scambio di lettere sulle pagine del «Times Literary Supplement» di Londra. Un fervente sostenitore di Wittgenstein che aveva partecipato alla riunione, il professor Peter Geach, dedinì la versione di Popper «falsa dall'inizio alla fine». Non era la prima volta che il professor Geach faceva un'affermazione simile. Ne seguì una robusta corrispondenza, via via che altri testimoni o tardivi seguaci dei protagonisti andavano ad aggiungersi al mucchio.

In quelle testimonianze contrastanti si celava una meravigliosa ironia. Provenivano tutte da persone professionalmente interessate a teorie di epistemologia (i fondamenti del sapere), comprensione e verità. Eppure riguardavano una serie di eventi in cui tutti coloro che erano in disaccordo fra loro avevano assistito di persona a cruciali questioni fattuali.

La vicenda ha anche catturato la fantasia di numerosi scrittori: sembra che nessuna biografia, resoconto filosofico o romanzo in cui figura uno dei due uomini possa dirsi completo senza una versione propria, spesso colorita. È assurta al livello, se non di leggenda metropolitana, quanto meno di mito per addetti ai lavori.

Ma come mai tutta questa rabbia per un evento verificatosi più di mezzo secolo fa, in una stanzetta, in occasione di una normale riunione di un oscuro circolo universitario, nel corso di una discussione su un argomento astruso? Il ricordo di quella serata è rimasto vivo per decenni, incagliato non su una complessa teoria filosofica o su uno scontro ideologico, ma su una boutade e un pezzo di metallo, che forse era stato brandito, o forse no.


Che cosa ci dicono l'episodio e i suoi strascichi su Wittgenstein e Popper, sulle loro notevoli personalità, sui loro rapporti, sulle loro convinzioni? In che misura è significativo che tanto Popper quanto Wittgenstein venissero dalla Vienna fin-de-siècle, che fossero cresciuti entrambi in famiglie di ebrei assimilati, ma separati da un enorme divario di ricchezza e di influenza? E che dire sul punto cruciale del dibattito della serata: le differenze filosofiche?

Wittgenstein e Popper hanno avuto un'influenza profondissima sul nostro approccio alle questioni fondamentali della civiltà, della scienza e della cultura. Il loro contributo ha avuto un'importanza centrale sia su questioni annose quali cosa sappiamo, come possiamo progredire nella nostra conoscenza e come sarebbe meglio essere governati, sia sugli interrogativi contemporanei rispetto ai limiti del linguaggio e del senso, e su cosa ci sia dietro questi limiti. Ciascuno dei due era convinto di aver liberato la filosofia dagli errori del passato e di essere responsabile del suo futuro. Popper considerava Wittgenstein il nemico numero uno della filosofia. Eppure la storia dell'attizzatoio va al di là del carattere e delle convinzioni dei due antagonisti. È tutt'uno con la storia dei loro tempi e apre una finestra sulle tumultuose e tragiche vicende che forgiarono le loro esistenze e li portarono uno di fronte all'altro a Cambridge. Ed è la storia dello scisma nella filosofia del XX secolo sul significato del linguaggio; una divisione fra chi vedeva nei tradizionali problemi filosofici nient'altro che garbugli linguistici e chi riteneva che quei problemi trascendessero il linguaggio. Infine, naturalmente, è essa stessa la storia di un rompicapo linguistico: a chi Popper rivolse quelle parole in una stanza affollata di testimoni, e perché?

Ma prima di addentrarci nelle loro personalità, nella storia e nella filosofia di quei dieci minuti nella H3, vogliamo presentare ciò che è certo e sicuro: il luogo, i testimoni e i ricordi che questi dichiarano di avere.

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3. MALIA



        Dio è arrivato. L'ho incontrato sul treno delle 5,15.
                                                       Keynes

                                     Ha fatto un incantesimo.
                                                 Fania Pascal



Uno dei problemi nel tentativo di trattare equamente i due antagonisti è ciò che si può solo definire come la malia di Wittgenstein, che si protende attraverso i decenni per reclamare attenzione.

A comunicare tale incantesimo contribuiscono il lampo negli occhi e l'improvvisa vitalità degli ex studenti tutte le volte che richiamano alla mente la sua persona, e la presa che ancora oggi esercita su di loro. Ma anche le sue enigmatiche enunciazioni, che si prestano a un interminabile processo di interpretazione e reinterpretazione. Infine, la sua personalità complessa, così come è giunta a noi attraverso ricordi e commentari. «Una folgorante combinazione di un monaco, un mistico e un meccanico», scriveva il teorico della letteratura Terry Eagleton, autore di una sceneggiatura e di un romanzo su Wittgenstein.

L'immagine di Wittgenstein come figura religiosa, un profeta, una specie di santone che soffre per l'umanità, si ritrova in tutte le descrizioni, vere o di fantasia. All'economista John Maynard Keynes disse che negli anni Venti aveva abbandonato la filosofia per insegnare nella scuola di un paesino austriaco, perché la sofferenza che provava era inferiore a quella del fare filosofia, come una boule d'acqua calda contro la guancia allevia un mal di denti. Secondo il sottile commento del filosofo e socioantropologo Ernest Gellner: «Wittgenstein raggiunse la sua posizione grazie alla propria sofferenza». In chiave ebraica, lo si potrebbe vedere come un tradizionale tzaddiq, un sant'uomo che vaga nel deserto. In un romanzo, viene caratterizzato come «il mistico del deserto, che vive di pane, acqua piovana e silenzio».

Ma fermarsi alle caratterizzazioni sarebbe fuorviante. L'immagine di Wittgenstein che giunge fino a noi è soprattutto quella di un uomo dinamico, potente, che intimorisce. Quelli che l'hanno conosciuto, amici e nemici, lo descrivono con un linguaggio privo di ogni moderazione. E la sua evocazione in una marea di opere letterarie, al di là delle pubblicazioni filosofiche, è una straordinaria conferma della presa che continua a esercitare a distanza di anni dalla sua morte. Nel tentativo di comprendere questa fascinazione, forse il segreto sta nell'individuare in Wittgenstein una figura letteraria che può facilmente trovare la propria collocazione in una conferenza su scrittori (Proust, Kafka, Eliot, Beckett) quanto in una ricerca su filosofi.

Nel suo libro sul linguaggio poetico del XX secolo, Wittgenstein's Ladder, la critica americana Marjorie Perloff cita otto romanzi e lavori teatrali, dodici libri di poesia e non meno di sei performance e opere d'arte sperimentali direttamente basate su Wittgenstein o da lui influenzate. Enumerando i paradossi della sua vita, commenta: «Si tratta, senza dubbio, di un personaggio che si presta a rappresentazioni fittizie o drammatiche, alla nascita di leggende. Perché Wittgenstein ci si presenta come il più grande outsider modernista, il mutante che non finisce mai di reinventarsi». In altri termini, Wittgenstein può essere ciò che ognuno di noi vuole che sia.

Probabilmente è anche l'unico fra i filosofi a essere entrato nel bagaglio degli stereotipi giornalistici: un nome che sta per «genio carismatico». Un guru dell'eleganza degli anni Novanta viene descritto come «un ristoratore dal fascino magnetico di un Wittgenstein». «Non c'è bisogno di essere Wittgenstein per capire...» è spesso un'alternativa a «Non c'è bisogno di essere uno scienziato della NASA»; per contro, «Non è un Wittgenstein» ridimensiona le qualità intellettuali di una persona. Sir Colin St John Wilson, l'architetto i cui progetti sono stati fortemente ispirati da Wittgenstein, pur non avendolo mai conosciuto, dice: «Era chiaramente un mago e nei suoi rapporti con la gente aveva un che di magico».

Troviamo un riflesso del segno lasciato da Wittgenstein sui suoi allievi in un aneddoto riportato da Peter Gray-Lucas, che abbiamo incontrato nella H3. Non era certo fra gli ammiratori di Wittgenstein, che considerava un «ciarlatano». Ciononostante riconosceva che la sua era una personalità irresistibile:

Era un mimo assolutamente meraviglioso. Aveva trascurato la sua vocazione: avrebbe dovuto fare il cabarettista. Nel suo buffo austriaco era capace di imitare ogni sorta di accento, stile, modo di parlare. Parlava sempre dei diversi toni di voce con cui si può dire una cosa ed era davvero avvincente. Mi ricordo una sera in cui si alzò dalla sedia e, con quella sua voce buffa, disse qualcosa come: «Cosa ne direste se adesso passassi attraverso questo muro?». Ricordo che stringevo così forte i braccioli della sedia da sbiancare le nocche. E pensai che sarebbe passato veramente attraverso il muro e il tetto ci sarebbe crollato sulla testa. In parte, il suo fascino stava forse proprio in questo, che riusciva a farti credere praticamente qualsiasi cosa.

Un altro elemento del suo fascino era che sembrava capace di originalità ed eccellenza in tutto ciò a cui volgeva il proprio interesse. Nel 1910, quando era un giovane studente di ingegneria, brevettò un nuovo motore per aereo che precorreva il jet e che nel 1943 venne reinventato e collaudato con successo. Nella prima guerra mondiale fu un combattente pluridecorato. Fra le due guerre scrisse un innovativo dizionario per bambini delle scuole elementari ed ebbe un ruolo importante nella progettazione di una casa modernista molto elogiata. Nella seconda guerra mondiale, durante la quale collaborò come assistente di un'équipe medica che studiava gli shock da ferite, elaborò un nuovo apparecchio per misurare i cambiamenti nella respirazione indotti da variazioni della pressione sanguigna. Dove passava, Wittgenstein lasciava la propria impronta creativa.


Karl Popper non compare in commedie o poesie. In realtà, si fatica a immaginare una cosa simile: difficile pensare a un contrasto più grande, visto il quadro di assoluta ordinarietà umana, con una vita accademica e matrimoniale senza la minima deviazione. Anche in termini di impatto sugli altri, mentre Wittgenstein dominava nell'istante stesso in cui metteva piede in una stanza, Popper poteva passare pressoché inosservato, come ricorda Bryan Magee, suo amico e paladino, filosofo, politico e giornalista radiofonico, del suo primo incontro a un congresso:

Il relatore e il presidente entrarono fianco a fianco. In quel momento mi resi conto che non sapevo chi dei due tosse Popper... Ma visto che uno era una figura solida, sicura di sé e l'altro piccolo e insignificante, avrei detto che Popper fosse il primo. Inutile a dirsi, era invece il secondo, l'ometto con quell'aria da niente. Ma quell'aria da niente ce l'aveva soltanto finché non cominciava a parlare, sebbene anche allora ciò che si imponeva all'attenzione non erano i suoi modi, ma il contenuto di ciò che diceva.


Questa disparità fra il contegno di Popper, a priva vista timido, e il suo ardore sul palco e nel dibattimento, colpì il suo successore alla London School of Economics. Ripensando all'episodio dell'attizzatoio, John Watkins descrisse Popper come una persona che aveva «un po' del gatto e un po' del leone, una tendenza oscillatoria. Prima c'è un ometto, che sembra magari anche un po' spaventato, o apprensivo e insicuro. Poi, in men che non si dica, si lancia in quella grande sfida». Quella timidezza iniziale probabilmente era sostenuta da un riserbo che nasceva dall'immagine di sé. Non solo era di bassa statura, ma aveva anche una costituzione curiosa: gambe piccole e busto grosso. E per di più: «Fisicamente, aveva quelle grosse orecchie lunghe. Per molto tempo ne fu parecchio preoccupato e nutriva un complesso di inferiorità per il proprio aspetto». Successivamente, a quanto pare a furia di tirarsi i lobi per sentire meglio, le orecchie gli diventarono ancora più grandi. Qualcuno sostiene che la moglie, Hennie, lo faceva sentire inadeguato, non dimostrandogli quell'affetto di cui aveva tanto bisogno.

Un ultimo punto di raffronto riguarda l'immediatezza della loro opera. Le concise esclamazioni di Wittgenstein, simili a quelle di un oracolo, continuano a imporsi all'attenzione. I grandi contributi di Popper alla politica, alla nostra comprensione della storia e del metodo scientifico, scritti in una prosa inglese piana, sono stati in parte ridimensionati dal tempo e fatti a pezzi dai critici. La caduta del Muro di Berlino e l'implosione dei regimi comunisti giustificano lo smembramento teoretico di Popper del governo totalitario e la sua difesa della società aperta. Ma proprio il successo dei suoi sforzi ne fanno una figura di passata grandezza più che di attuale influenza.

Entrambi hanno molto da dirci ancora oggi, ma due esempi tratti dalla stampa dimostrano la loro rilevanza prente/passata. L'ultimo numero di «The Spectator» del XX secolo conteneva non meno di tre riferimenti culturali a Wittgenstein, compreso uno che individuava nella sua ultima filosofia l'ispirazione del vendutissimo romanzo umoristico di Michael Frayn A testa bassa. Nello stesso momento un articolo del «Financial Times» che tirava le somme politiche del secolo scorso si appoggiava all'analisi di Popper del legame fra i suoi orrori e i suoi progressi.

La perdurante malia di Wittgenstein va quindi valutata ricordando che il professor sir Karl Popper CH, FRS, FBA, nel corso della sua esistenza venne ampiamente acclamato come uno dei più originali pensatori del mondo.

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8. I CONCERTI A PALAIS



        Il multimilionario nei panni di maestro di paese è
        indubbiamente un capolavoro di perversità.
                                           Thomas Bernhard



Sia Popper che Wittgenstein provenivano da un ambiente estremamente colto. Il padre di Popper era un avvocato e appartamento e ufficio si trovavano nel cuore di Vienna. Possedeva una biblioteca di diecimila volumi e per hobby traduceva in tedesco classici greci e romani. Si dava anche da fare per i senzatetto, partecipando a comitati per dotare i lavoratori poveri di un alloggio; nei suoi primi anni a Vienna, Hitler trovò riparo in uno dei loro ostelli. Ricevette per il suo lavoro una decorazione imperiale, che ne fece un Cavaliere dell'Ordine di Francesco Giuseppe. I Wittgenstein tuttavia appartenevano a un altro strato sociale, che permetteva loro di guardare dall'alto in basso le famiglie borghesi come i Popper.

I Wittgenstein si erano collocati fra gli austriaci super ricchi alla fine del XIX secolo, secondi soltanto al ramo viennese della famiglia Rothschild. Prima potenza del cartello di acciaierie del paese, in grado di fissare il prezzo dell'acciaio a proprio piacimento, Karl Wittgenstein era un genio degli affari. Si diceva che, se fosse stato tedesco, Bismarck l'avrebbe coinvolto nella gestione dell'economia. Sarebbe stato come offrire a Carnegie, Mellon o Rockefeller un posto nell'amministrazione americana.

La sua dimora era il magnifico Palais Wittgenstein, nella Alleegasse, oggi Argentinierstrasse (il luogo è occupato da un complesso di edifici postbellici in stato di abbandono). Contrario all'esibizione delle ricchezze di famiglia, Karl Wittgenstein rifuggiva la denominazione «Palais»: per lui era «Haus» Wittgenstein. Sorgeva nei pressi della massiccia mole barocca della chiesa imperiale di Carlo VI, la Karlskirche, nel cuore dell'area colonizzata alla fine del XIX secolo dalla nuova aristocrazia commerciale e industriale. Vi sorgevano le fastose residenze di famiglie ormai appena un gradino sotto la solida nobiltà di corte e di governo della rigida e stantia società austro-ungarica. Brahms diceva dei Wittgenstein, che andava a trovare regolarmente: «Fra di loro si comportano come se fossero a corte».

Una condizione simile comportava obblighi pubblici. Casa Wittgenstein era uno dei principali salotti musicali della città di Mahler, Schönberg, Webern, Berg e naturalmente Brahms. La prima esecuzione del Quintetto per clarinetto di Brahms ebbe luogo proprio lì. Il compositore dava lezioni di piano ai musicalmente dotati figli di Karl e di Leopoldine e una volta massaggiò il cranio di Margarete con champagne d'annata per farle ricrescere i capelli, tagliati corti a causa di una malattia. Ospiti frequenti erano anche Clara Schumann, Mahler e il direttore d'orchestra Bruno Walter. (Walter era parente della nonna di Popper.) Richard Strauss suonava in duetto con Paul, il fratello di Ludwig, un concertista che aveva perso il braccio destro nella prima guerra mondiale e per il quale nel 1931 Ravel scrisse il Concerto per piano in re per la mano sinistra. (Paul rifiutò un'opera per la mano sinistra commissionata a Prokofiev: «Non ne capisco una nota e non lo suonerò». Prokofiev ribatté che, musicalmente parlando, Paul apparteneva al secolo precedente.) Non è un'esagerazione dire che, se i Popper andavano ai concerti che organizzavano, nel caso dei Wittgenstein erano i concerti e i recital, di cui erano finanziatori, ad andare da loro, dove i pianisti potevano scegliere per le loro esibizioni fra sei pianoforti a coda.

Bruno Walter, che fu vicedirettore dell'Opera di stato viennese dal 1901 al 1912 e successivamente direttore musicale, scrisse nelle sue memorie: «I Wittgenstein continuavano la nobile tradizione di quell'élite viennese che riteneva la promozione delle arti e degli artisti una delle proprie prerogative. Casa Wittgenstein era frequentata da importanti pittori e scultori e da uomini di punta del mondo scientifico. Ho sempre goduto con gratitudine dell'atmosfera di umanità e di cultura che la pervadeva». C'era tuttavia una certa ambiguità nel rapporto di Wittgenstein con la vecchia nobiltà, un modo di appartarsi della famiglia che ben si accordava con il desiderio di discrezione manifestato dall'insistenza di Karl Wittgenstein su «Haus» invece che «Palais» e dall'anonimato delle sue ingenti donazioni benefiche. Karl negò alle sorelle di Ludwig lezioni di equitazione, perché non crescessero con l'idea di essere aristocratiche. E quando un nobile venne nominato ministro delle finanze, Karl pubblicò un attacco alla nomina, sostenendo vigorosamente che essere conti non era una qualifica sufficiente.

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La teoria che le affermazioni portatrici di significato debban essere o analitiche (tali per cui la loro verità o falsità possa essere appurata attraverso l'esame del significato delle parole o dei simboli utilizzati: «tutti i triangoli hanno tre lati»), o aperte all'osservazione, divenne nota come «positivismo logico», e il Tractatus fu adottato come una Bibbia da molti positivisti logici. Estraevano il loro principio di verità dal Tractatus e accettavano, così come aveva fatto Russell, una delle affermazioni cardine di Wittgenstein: che tutte le prove matematiche, per quanto elaborate, e tutte le deduzioni logiche (come «se piove, o piove o non piove» o: «tutti gli uomini sono mortali; Schlick è un uomo; quindi Schlick è mortale») non siano altro che tautologie. In altri termini, non forniscono informazioni sul mondo reale; sono prive di sostanza: riguardano soltanto le relazioni interne alle affermazioni o alle equazioni. Non sono in grado di dirci la verità sulla mortalità di Schlick o se sia il caso di uscire di casa con l'ombrello, e nemmeno se Schlick sia davvero un uomo.

La correttezza dell'interpretazione del Tractatus fatta dal Circolo di Vienna è una questione aperta. Wittgenstein aveva diviso le proposizioni in quelle che si possono dire e quelle sulle quali si deve tacere. Le proposizioni scientifiche ricadono nella prima categoria, quelle etiche nella seconda. Ma ciò che molti nel Circolo fraintesero era che Wittgenstein non pensava che l'indicibile dovesse essere condannato al ruolo di sciocchezza. Al contrario, le cose che contano veramente sono quelle di cui non possiamo parlare. Wittgenstein aveva chiarito l'obiettivo del Tractatus in una lettera al direttore di un importante giornale viennese: «L'obiettivo del libro è di tipo etico... La mia opera consiste in due parti: quella qui esposta più tutto quello che non ho scritto. E la parte più importante è proprio quest'ultima».

Alcuni all'interno del Circolo (fra cui Otto Neurath) cominciarono a considerare Wittgenstein un truffatore. Rudolf Carnap era particolarmente colpito dal contrasto fra l'interpretazione del testo di Wittgenstein del Circolo e l'uomo in sé. Il Circolo era composto da prudenti scienziati, che avevano scarsa considerazione per la metafisica, la morale e la spiritualità, e che inizialmente credettero che il messaggio del Tractatus consistesse proprio in tale rifiuto. Ed ecco lì, in carne e ossa, quel semimistico che recitava poesie. Per usare le parole di Carnap:

Il suo punto di vista e il suo atteggiamento nei confronti delle persone e dei problemi, anche di quelli teoretici, era molto più simile a quello di un artista creativo che non a quello di uno scienziato; simile, si potrebbe quasi dire, a quello di un profeta religioso o di un visionario... Quando finalmente, a volte dopo ardui e prolungati sforzi, arrivava la risposta, la sua affermazione restava lì davanti a noi come un'opera d'arte appena creata o una rivelazione divina.

Forse inevitabilmente, ben presto eruppero incomprensioni e tensioni fra Wittgenstein e il cenacolo del Circolo, che portarono con sé divisioni. In particolare, c'era un sostanziale scontro di personalità con il sereno, equilibrato Carnap. Carnap, che credeva nella desiderabilità di un linguaggio ideale, si rivelò un difensore dell'esperanto come lingua artificiale. Tale innocuo entusiasmo mandò Wittgenstein su tutte le furie. La lingua, insisteva, deve essere organica.

Per quanto Carnap si mostrasse sempre deferente verso Wittgenstein, le sue incessanti e riflessive domande, formulate in maniera educata, su come Wittgenstein giungesse alle conclusioni Z partendo dagli assunti X e Y venivano liquidate come le preoccupazioni di un pedante. «Se non ne sente l'aroma, non so che farci. Il fatto è che non ha naso.» La rottura definitiva si verificò con la pubblicazione del capolavoro di Carnap, La costruzione logica del mondo. Wittgenstein accusò Carnap di plagio, crimine di cui sentiva sempre puzza e che in questo caso riteneva addirittura aggravato dal riconoscimento di Carnap nel proprio libro del debito nei confronti di Wittgenstein. Wittgenstein rispose: «Posso lasciar perdere se un ragazzino mi ruba le mele, ma non se dice che gliele ho date io».

Ma la rottura che sapeva di vera tragedia (e che dimostra la brutale capacità di Wittgenstein di fare a meno delle persone) arrivò con Waismann, che all'interno del Circolo era stato il più vicino a Wittgenstein. La sintesi di Karl Popper appare giustificata: «[Wittgenstein] si comportò in modo crudele e inumano con Waismann, al quale doveva moltissimo».

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Non fu certo l'unico esule del Circolo di Vienna: molti dei suoi principali componenti erano ebrei e buona parte degli altri aveva simpatie di sinistra. Vienna perse i suoi filosofi, così come molti artisti, registi, banchieri, scienziati e dottori, a favore della Gran Bretagna e dell'America. Carnap andò a Princeton passando per Praga, Feigl in Iowa e poi in Minnesota, Gödel a Princeton, Menger all'università di Notre Dame e Hempel da Berlino approdò a Chicago, passando per Bruxelles, e poi a New York. Otto Neurath non era più tornato a Vienna dopo il colpo di stato di destra clerical-corporativo di Dollfuss in Austria del 1934, quando si trovava in viaggio in Russia: era evidente che se lui, il componente del gruppo politicamente più attivo, fosse rientrato in Austria, la sua vita sarebbe stata in pericolo. Si trasferì con la moglie in Olanda e poi nel 1940, quando i nazisti invasero i Paesi Bassi, trovò rifugio in una piccola e affollatissima imbarcazione diretta in Inghilterra, dove alla fine della guerra morì in pace. Waismann era stato uno degli ultimi del Circolo a emigrare.

Dopo l'assassinio di Schlick, la cattedra di filosofia delle scienze induttive venne abolita: la commissione per le nomine dichiarò che da quel momento il vero compito di tutti i membri della facoltà sarebbe stato insegnare la storia della filosofia. Le finalità del Circolo di Vienna sopravvissero in forma sparsa e più sfumata, ma altrove: in Inghilterra e negli Stati Uniti, non a Vienna.

La voce del Circolo si avvertì ancora in numerosi eponimi filosofici. Nel 1931 Gödel pubblicò il teorema che affondò ogni tentativo di costruire un fondamento logico della matematica. Egli dimostrò che non si poteva provare dall'interno la coerenza di un sistema aritmetico formale. Il suo articolo di quindici pagine dimostrò che non tutta la matematica era dimostrabile: quali che fossero gli assiomi accettati, c'erano sempre verità che non potevano essere convalidate. C'è poi la barca di Neurath. Neurath era un antifondazionalista: era convinto che il sapere non abbia nessuna sottostruttura certa. A titolo di esempio si valse di una similitudine nautica: «Siamo come marinai che devono ricostruire la propria imbarcazione in mare aperto, senza poterla disarmare all'asciutto in cantiere e ricostruirla con i componenti migliori».

Ma fu il paradosso di Hempel ad arrivare al cuore dei problemi del Circolo sulla questione relativa a verificazione, falsificazione e conferma. «Conferma» era l'opposto di falsificazione. Che cosa di preciso si può considerare conferma, evidenza, prova che una teoria è vera? Il paradosso di Hempel proponeva quanto segue. Immaginiamo di essere ornitologi e di voler valutare la teoria secondo cui tutti i corvi sono neri. Ovviamente, se vediamo un corvo bianco, marrone o verde la nostra teoria sarà smentita, falsificata. D'altra parte è senza dubbio ragionevole assumere l'avvistamento di soli corvi neri come prova dell'esattezza dell'ipotesi. L'intuizione di Hempel fu che l'affermazione «Tutti i corvi sono neri» equivale all'affermazione «Tutte le cose non nere sono non-corvi». In altri termini: dato per vero che tutti i corvi sono neri, se avvistiamo un uccello verde possiamo dire con certezza che «Quell'uccello non è un corvo». Ma Hempel capì poi che ogni qual volta vediamo qualcosa che non è né nero né un corvo, confermando così l'affermazione secondo cui tutte le cose non nere sono non-corvi, si conferma anche l'affermazione equivalente a livello logico e cioè che tutti i corvi sono neri. In altre parole, si fornisce prova a conferma della teoria tutte le volte che vediamo un sole giallo, una Rolls Royce bianca, un tordo rosso, una campanula azzurra o una pantera rosa.

Ciò sembra sfidare il buon senso, anche se non è affatto facile capire il perché. Ma dimostra anche che, quando Karl Popper cominciò a mettere in crisi la linea di demarcazione del Circolo fra affermazioni che possono essere verificate e quelle che non possono esserlo, non era affatto, come anni dopo avrebbe voluto far credere al mondo, una cavaliere solitario all'attacco del loro progetto positivista.

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14. POPPER ACCERCHIA IL CIRCOLO



        Tutto ciò mi fece capire che, per ognuno dei principali
        problemi [del Circolo di Vienna] io avevo risposte
        migliori, più coerenti, delle loro.
                                                         Popper



Quali erano allora i rapporti di Karl Popper con il Circolo di Vienna?

Come Wittgenstein, Popper non partecipò mai alle discussioni settimanali. Nel caso di Wittgenstein questo avveniva per sua scelta; nel caso di Popper dipendeva dal fatto che non glielo chiedevano. In La ricerca non ha fine scrive che avrebbe considerato un grande privilegio esservi invitato, ma la convocazione non arrivò mai.


Nel 1920, nei magri giorni che seguirono la prima guerra mondiale, a tre minuti a piedi dal dipartimento di matematica dell'università di Vienna un caffè, l'Akazienhof, serviva pasti completi a un prezzo simbolico a studenti poveri. D'estate si mangiava fuori, all'ombra degli alberi. Lì Karl Popper, allora studente esterno (ausserordentlicher) dell'università, si imbatté in Otto Neurath, il più eclettico del Circolo di Vienna. Era il primo contatto di Popper con un membro del gruppo; e fu Neurath che alla fine avrebbe definito Popper «l'opposizione ufficiale» del Circolo.

È un titolo del quale Popper si sarebbe sempre gloriato. Lo considerava la rappresentazione di una caratteristica della sua vita in generale e la giustificazione della sua esistenza filosofica. Non era soltanto un oppositore, era l' oppositore; non solo l'oppositore, ma l'oppositore trionfante, trionfante non solamente sul Circolo di Vienna, ma su Platone, Hegel, Marx (sebbene rispettasse tanto Platone quanto Marx), su Freud (che metteva assieme agli astrologi e agli pseudoscienzati) e, naturalmente, su Wittgenstein.

Popper fu sempre ansioso di chiarire quella che pomposamente chiamava «la leggenda Popper», che lo voleva membro del Circolo di Vienna. Falso, dichiarava Popper. Secondo quella leggenda, da dentro il Circolo aveva evitato talune difficoltà filosofiche sorte all'interno cambiando il principio di verificazione, in base al quale un'affermazione veniva giudicata portatrice di senso, nel principio di falsificazione. Falso anche questo: «Le difficoltà che attanagliavano il Circolo di Vienna furono opera mia, io inventai quelle difficoltà, io dimostrai che il loro criterio era impraticabile, e non cercai di tirarli fuori da quelle difficoltà, il mio era un problema del tutto diverso». Le sue critiche, diceva, ben presto seminarono la confusione nel Circolo. «Ma dato che spesso vengo citato come uno di loro, voglio ripetere che, anche se fui io a creare quella confusione, non vi presi mai parte.» L'enfasi è sempre su «io».

Ma perché Popper rimase sempre al di fuori dei confini del Circolo? Dopo tutto, fu amico di parecchi dei suoi membri, compresi Carnap, Kaufmann, Kraft e Feigl, tutte persone che avevano grande considerazione per le sue capacità. Nel 1932 Carnap, Feigl e Popper trascorsero addirittura un'estate insieme in Tirolo. Feigl diceva che Popper aveva «una testa straordinariamente brillante» e in seguito Carnap scrisse: «Il dottor Popper è un pensatore indipendente di grandissima forza».

Dunque a Popper non mancavano l'intelligenza e i contatti. Aveva anche interesse a trasferire alla filosofia le sue discipline analitiche della scienza. La sua prima grande opera, Logica della scoperta scientifica, pubblicata alla fine del 1934, riscosse l'approvazione di Einstein e aveva la stessa potenza di quanto prodotto dai membri del Circolo. La questione della sua esclusione si può mettere in questo modo: come poteva il Circolo trascurare questo giovanotto proprio mentre metteva mano all'opera che gli avrebbe fruttato il riconoscimento internazionale? La risposta non può che essere: perché così voleva Moritz Schlick.

Schlick non era fra i suoi ammiratori. La sua prima schermaglia con Popper risale al 1928, quando fu relatore della tesi di dottorato di Popper, che lasciò Schlick piuttosto freddo. Ma, ciò che più conta, c'era la fondamentale ostilità di Popper per il guru di Schlick, Wittgenstein, e in particolare gli attacchi di Popper al rifiuto delle proposizioni metafisiche di Wittgenstein e alla pretesa di Wittgenstein che le proposizioni, per avere un senso, debbano rispecchiare uno stato di cose possibile. In La ricerca non ha fine, Popper definisce la ormai abbandonata teoria raffigurativa del linguaggio di Wittgenstein (secondo cui il linguaggio, nella sua struttura, è una rappresentazione del mondo) «disperatamente e persino oltraggiosamente sbagliata». Una nota a piè di pagina critica Wittgenstein per aver esagerato il divario fra il mondo dei fatti descrivibili e ciò che si trova nel profondo e non può essere detto: «È la sua facile soluzione del problema della profondità, la tesi per cui "il profondo è indicibile", a unire il Wittgenstein positivista al Wittgenstein mistico».

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Che cosa ci dice questa lunga escursione attorno alla Ringstrasse sugli avvenimenti del 25 ottobre 1946? Ovviamente ci spiega come mai questi due austriaci alla fine si trovarono faccia a faccia nell'aula di un college di Cambridge. Ma non solo.

Popper era personalmente sconosciuto a Wittgenstein. Cionondimeno, la loro storia viennese ci porta a concludere che, a parte la filosofia, l'aristocratico del Palais, con il suo bagaglio di vestiti inglesi, mobili francesi, case di campagna, risorse illimitate, continui viaggi e alta conoscenza dei giganti della cultura, istintivamente guardava con sufficienza l'insegnante borghese che gli si parò di fronte nell'H3. E dunque lo trattò con tutta l'insolenza della sua ricchezza e della sua posizione, così come snobbava Waismann ma non il piccolo aristocratico Schlick.

Neanche per Popper Wittgenstein era soltanto un avversario accademico. Era anche la Vienna eternamente fuori dalla portata persino del figlio di un onorato e socialmente affidabile avvocato. In Wittgenstein vedeva la città imperiale dove ricchezze e condizione imponevano rispetto e spalancavano porte, quel territorio a sé in cui la povertà creata dall'inflazione non aveva posto e i nazisti li si comprava col denaro. Vi vedeva l'opposto di tutte le circostanze che lo avevano escluso e costretto a emigrare.

La Ringstrasse non era solamente la strada che portava all'H3: era anche la cornice delle loro vite.

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Qual era allora per Wittgenstein lo scopo della filosofia? Molto semplicemente, districarci dalla confusione in cui ci siamo cacciati con le nostre mani, «indicare alla mosca la via d'uscita dalla trappola». Quando scendiamo sul terreno della filosofia, ci interroghiamo su questioni che normalmente non ci danno la minima preoccupazione. Qual è, per esempio, la natura del tempo: se sono le cinque a Cambridge, saranno le cinque anche sul sole? Può qualcosa essere contemporaneamente tutto rosso e tutto verde? Posso sapere che provo dolore? Posso provare il tuo stesso dolore? Che cosa significa parlare a sé stessi? (Era il tema affrontato al seminario pomeridiano di Wittgenstein del 25 ottobre 1946.)

Cercando risposte a queste domande, pensava Wittgenstein II, i filosofi fanno errori assurdi. Cercano una spiegazione, una risposta universale, una teoria in grado di coprire tutti i casi, una generalizzazione che vada bene per tutti i tipi; contemplano gli oggetti e credono di poter in qualche modo penetrare i fenomeni e raggiungerne il nocciolo immateriale.

Un simile modo di filosofare può apparire un po' come una forma incipiente di follia, ma in effetti Wittgenstein concepiva la filosofia come una sorta di terapia linguistica, parallela all'approccio dell'amico della sorella, Sigmund Freud. «Il trattamento di una domanda da parte del filosofo è come il trattamento di una malattia.» Infatti, il segretario del Moral Science Club nel 1946, Wasfi Hijab, dice che fino a quando non incontrò Wittgenstein era «intellettualmente malato», affetto proprio da quel genere di turbe mentali. Wittgenstein lo «curò».

Quello che bisogna fare, pensava Wittgenstein II, è batterci contro l'incantamento del nostro linguaggio. Dovremmo sempre ricordarci del nostro linguaggio ordinario, il linguaggio domestico. La confusione sorge in noi quando il linguaggio viene utilizzato in modi che non ci sono familiari, «quando il linguaggio va in vacanza». Può qualcosa essere contemporaneamente tutto rosso e tutto verde? No, ma questa non è una profonda verità metafisica, è una regola della nostra grammatica. Forse in qualche angolo sperduto del mondo, in una parte lontana di una giungla remota, c'è una tribù sconosciuta nella quale descrivere arbusti o bacche o casseruole come «tutte rosse e tutte verdi» è una cosa comune.

Le questioni filosofiche, dunque, più che problemi sono rompicapi. Nel dipanarli, non scopriamo la logica nascosta portata alla luce da Russell e da Wittgenstein I, ma non facciamo altro che ricordare a noi stessi ciò che già esiste, il modo in cui il linguaggio viene effettivamente utilizzato. Posso «sapere» che provo dolore? Be', nell'uso consueto questa non è una domanda che ci si possa porre. Le espressioni del sapere («So che Vienna è la capitale dell'Austria») si basano sulla possibilità del dubbio. Ma il mio dolore è al di là del dubbio. Che ora è sul sole? Non possiamo saperlo, non tanto perché non conosciamo la risposta, ma perché il concetto di tempo sul sole non ha posto nel nostro linguaggio; non ci sono regole che ne governano l'applicazione.

Ciò significa forse che la filosofia è inutile se non per coloro che si guadagnano la vita grazie a essa, coloro che sono passibili di cadere nel gorgo di un'illusoria profondità? Per usare l'immagine di Gilbert Ryle, che cosa ha perso la mosca che non si è mai trovata nella trappola? La risposta di Wittgenstein II sarebbe che il suo metodo aiuta a combattere il filosofo che è in tutti noi. Quasi tutti siamo destinati a cadere nella trappola, è qualcosa di insito nel linguaggio. Anche se pochi di noi sono filosofi che tengono lezioni in cattedra, tutti siamo filosofi al tavolo della cucina o al bar.


Il Tractatus è ancora molto letto e alcune delle sue innovazioni logiche, come l'impiego di «tavole della verità» per porre le condizioni in base a cui una frase è vera o falsa, vengono utilizzate ancora oggi. Cionondimeno, l'attuale reputazione di Wittgenstein e la sua influenza riposano largamente sulla sua opera più tarda.

Tuttavia, almeno una cosa unisce Wittgenstein I a Wittgenstein II: l'interesse per il linguaggio. Wittgenstein I riteneva che il nostro normale linguaggio ordinario sia trasandato e che prestare attenzione alla struttura nascosta del linguaggio ci consenta di risolvere i rompicapi. Nella prefazione al Tractatus, Wittgenstein scrive che i cosiddetti problemi filosofici sorgono soltanto perché fraintendiamo «la logica del nostro linguaggio». Wittgenstein II riteneva che prestando attenzione alla superficie del linguaggio si possano risolvere i rompicapi e che i problemi sorgano solo quando si cerca di scavare sotto la superficie.

Insieme a questa fissazione per il linguaggio che lo accompagnò per tutta la vita c'era anche l'obiettivo di separare il senso dal non-senso. In Wittgenstein I questo progetto viene intrapreso nel modo più rigoroso; in Wittgenstein II l'enfasi data a una proposizione come «X è tutto rosso e tutto verde» ha in gran parte lo stesso scopo. Si tratta di una frase che in apparenza ha un significato e che può essere compresa, ma in effetti differisce in maniera sottile dalle normali proposizioni basilari. Somiglia a una pompa nella cabina di una locomotiva che si pensa assolva una funzione finché non ci si accorge che è scollegata da tutti gli altri elementi di bordo. Uno degli scopi della filosofia, pensava Wittgenstein, è di trasformare latenti non-senso in non-senso palesi.

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21. ATTIZZATOIO EXTRA



        Lasciamo perdere le fandonie trascendentali, quando tutta
        la questione è chiara come un cazzotto in faccia.
                                                     Wittgenstein



Prendiamo una disputa fondamentale per la filosofia, delle cui sorti i due uomini si sentivano personalmente responsabili; prendiamo le differenze culturali, sociali e politiche fra i protagonisti; prendiamo l'ossessione dell'uno per l'altro, che a sua volta è completamente assorbito da sé; prendiamo il loro modo di discutere, senza esclusione di colpi; prendiamo il rapporto complesso con la loro figura paterna, Russell: buttiamo il tutto nel calderone che era l'H3 e l'esplosione apparirà inevitabile. L'attizzatoio diventa soltanto la miccia. Questo è sicuro. Dobbiamo anche ricordare che i due protagonisti erano persone eccezionali, ma che uno era troppo umano, l'altro non del tutto umano.

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CRONOLOGIA



26 aprile 1889: Nasce Ludwig Josef Johann Wittgenstein, ottavo e ultimo figlio di Karl Wittgenstein, industriale milionario e magnate dell'acciaio, e di Leopoldine, nata Kalmus.

28 luglio 1902: Nasce Karl Raimund Popper, terzo e ultimo figlio del dottor Simon Popper, avvocato benestante, e di Jenny, nata Schiff.

1903-1906: Essendogli precluso il ginnasio per la mancata conoscenza del greco, dopo un'educazione privata Wittgenstein frequenta la Realschule di Linz, incrocia nei corridoi Adolf Hitler (1904-1905), legge Sesso e carattere di Weininger, Principles of Mechanics di Hertz e Modelli matematici, fisica e filosofia: scritti divulgativi di Boltzmann.

Ottobre 1906-maggio 1908: Wittgenstein studia ingegneria meccanica alla Technische Hochschule di Berlino e comincia a tenere i suoi taccuini filosofici.

1908: Wittgenstein si reca a Manchester a studiare aeronautica.

1908: Popper impara a leggere, scrivere e far di conto con la sua prima insegnante, Emma Goldberger.

1908-1911: Wittgenstein, ricercatore all'università di Manchester, legge i Principia mathematica di Russell e le Leggi fondamentali dell'aritmetica di Frege.

1911: Wittgenstein progetta un libro di filosofia, va a trovare Frege a Jena, va a Cambridge, senza annunciarsi, a incontrare Russell.

1912: Wittgenstein scrive il suo primo manoscritto, viene ammesso al Trinity College di Cambridge, frequenta i corsi di G.E. Moore, legge Le varie forme dell'esperienza religiosa di William James, diventa un membro influente del Moral Science Club, viene eletto fra gli Apostoli, va in vacanza con David Pinsent in Islanda e si reca a Jena a trovare Frege.

1912: Popper (dieci anni) passeggia, sotto l'egida della Società Monista, con Arthur Arndt, antinazionalista e socialista. Discutono di Marx e di Darwin.

[...]

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