Copertina
Autore Deborah Ellis
Titolo La trilogia del burqa
EdizioneRizzoli, Milano, 2008 , pag. 512, cop.fle., dim. 12,5x19,2x2,6 cm , Isbn 978-88-17-02135-7
OriginaleThe Breadwinner [2000], Parvana's Journey [2002], Mud City [2003]
EdizioneGroundwood, Toronto, 2000
TraduttoreClaudia Manzolelli
LettoreSara Allodi, 2008
Classe ragazzi , paesi: Afghanistan
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


Sotto il burqa                    5

Il viaggio di Parvana           161

Città di fango                  347

Glossario                       501
Nota dell'autrice               505
Nota dell'editore               509


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

Uno



«Sono capace di leggere quella lettera come il Papà» sussurrò Parvana tra le pieghe del chador. «O almeno quasi.»

Non osò pronunciare quelle parole ad alta voce. L'uomo seduto accanto a suo padre non voleva certo sentirla parlare. E così nessun altro al mercato di Kabul. Parvana si trovava lì solo per aiutare il Papà a camminare fino al mercato, e poi di nuovo a casa dopo il lavoro. Sedeva un po' indietro sulla coperta, il capo e gran parte del viso coperti dal chador.

In realtà non avrebbe neppure dovuto essere lì. I talebani avevano ordinato a tutte le donne e le ragazze afghane di rimanere chiuse in casa. Avevano persino proibito alle ragazze di frequentare la scuola. Parvana era stata costretta a interrompere il suo sesto anno e a sua sorella Nooria non era permesso di frequentare le superiori. La loro mamma, redattrice in una radio di Kabul, era stata licenziata. Da più di un anno, ormai, vivevano barricate in una stanza, insieme con la sorellina Maryam di cinque anni e il fratellino Ali di due.

Parvana usciva per qualche ora quasi tutti i giorni, per aiutare suo padre a camminare. Era sempre molto contenta di uscire, anche se questo significava restare seduta per ore su una coperta distesa a terra nel mercato. Se non altro era qualcosa da fare. Aveva perfino imparato a restare in silenzio e a nascondere il viso.

Era piccola per i suoi undici anni: per questo di solito riusciva ad andare in giro senza essere fermata.

«Questa ragazza mi aiuta a camminare» spiegava il Papà additando la propria gamba a chi chiedeva spiegazioni. Aveva perso la gamba quando la scuola superiore in cui insegnava era stata bombardata. E forse aveva subito anche qualche altro danno non visibile: spesso era così stanco.

«Il mio unico figlio maschio ha solo due anni» aggiungeva. Parvana si ritraeva un po' più indietro sulla coperta e cercava di farsi piccola piccola. Aveva paura di guardare i soldati. Aveva visto cosa facevano, soprattutto alle donne, come frustavano e picchiavano chiunque secondo loro meritasse una punizione.

Aveva visto molte cose, stando seduta al mercato, giorno dopo giorno. Quando i talebani erano nelle vicinanze, avrebbe voluto essere invisibile.

Un cliente stava chiedendo a suo padre di rileggere una lettera. «Leggila piano, così riesco a ricordarmela e a raccontarla alla famiglia.»

A Parvana sarebbe piaciuto ricevere una lettera. Il servizio postale in Afghanistan era ripreso solo di recente, dopo anni di interruzione a causa della guerra. Molti dei suoi amici avevano lasciato il paese con le loro famiglie. Probabilmente erano in Pakistan, ma non ne era sicura e quindi non poteva scrivergli. Anche la sua famiglia aveva traslocato così spesso a causa dei bombardamenti che i suoi amici non sapevano più dove viveva. «Gli afghani sono sparpagliati sulla Terra come le stelle nel cielo» diceva spesso il Papà.

Suo padre finì di leggere la lettera per la seconda volta. Il cliente lo ringraziò e pagò. «Ti cercherò quando dovrò rispondere.»

La maggior parte della popolazione in Afghanistan non sapeva leggere né scrivere. Parvana era una delle poche fortunate. Entrambi i suoi genitori erano stati all'università, e credevano che tutti, comprese le donne, avessero diritto a ricevere un'istruzione.

Nel viavai dei clienti, il pomeriggio passò lentamente. La maggior parte di loro parlava Dari, la lingua che Parvana conosceva meglio. Quando un cliente parlava Pashtu, lei riusciva a capire la maggior parte delle parole, ma non tutto. I suoi genitori sapevano anche l'inglese. Suo padre aveva frequentato l'università in Inghilterra, ma era stato tanto tempo fa.

Il mercato era un luogo molto movimentato. Gli uomini facevano la spesa per le loro famiglie e i venditori ambulanti vendevano per la strada quello che potevano offrire. Alcuni, come il negozio del tè, avevano una propria bancarella. Con il suo grande samovar e molti vassoi colmi di tazze, doveva stare in un posto fisso. I ragazzi correvano avanti e indietro per il labirinto del mercato, portando il tè ai clienti che non potevano lasciare i loro negozi, e riportando indietro le tazze vuote.

«Potrei farlo anch'io» disse Parvana a bassa voce. Avrebbe voluto correre per il mercato e conoscere le sue stradine tortuose come le quattro pareti di casa sua.

Suo padre si voltò a guardarla. «Preferirei vederti correre nel cortile di una scuola.» Poi si voltò di nuovo per chiamare gli uomini che passavano di lì. «Qui si legge e si scrive! Pashtu e Dari! Bellissimi articoli in vendita!»

Parvana s'incupì. Non era colpa sua se non poteva andare a scuola! Avrebbe preferito essere là invece che stare seduta su questa scomoda coperta, con la schiena che le faceva male. Le mancavano i suoi amici, la sua divisa bianca e blu, fare nuove cose ogni giorno.

Storia era la sua materia preferita, soprattutto la storia afghana. Tutti erano venuti in Afghanistan. I Persiani c'erano arrivati quattromila anni fa. Era arrivato anche Alessandro Magno, seguito dai Greci, dagli Arabi, dai Turchi, dagli inglesi e alla fine dai sovietici. Un conquistatore, Tamerlano da Samarcanda, aveva decapitato i suoi nemici e impalato le loro teste una sopra l'altra, come meloni su una bancarella di frutta. Tutti questi popoli erano arrivati nel bellissimo paese di Parvana con l'intento di conquistarlo, ma gli afghani erano sempre riusciti a scacciarli.

Adesso però il paese era governato dai soldati talebani. Erano afghani e avevano idee molto rigide su come le cose dovevano essere gestite. Quando per la prima volta occuparono la capitale Kabul e proibirono alle ragazze di frequentare la scuola, Parvana non ne fu particolarmente dispiaciuta. Aveva un compito di matematica che si avvicinava e per il quale non si era preparata, ed era finita nei guai per aver di nuovo chiacchierato durante la lezione. L'insegnante stava per darle una nota quando i talebani avevano preso il comando.

«Perché piangi?» aveva chiesto a Nooria, che non la smetteva di singhiozzare. «Per me una vacanza è proprio quello che ci vuole.» Parvana era sicura che i talebani avrebbero dato a tutti il permesso di tornare a scuola nel giro di qualche giorno; e allora il suo insegnante si sarebbe dimenticato di mandare quella nota a sua madre.

«Sei solo una stupida!» aveva urlato Nooria. «Lasciami in pace!»

Quando un'intera famiglia vive in una sola stanza, è davvero impossibile lasciare in pace gli altri. Dovunque andasse Nooria, c'era Parvana. E dovunque andasse Parvana, c'era Nooria.

Entrambi i genitori di Parvana venivano da antiche e rispettabili famiglie afghane. Grazie all'istruzione che avevano ricevuto, erano stati in grado di guadagnare ottimi stipendi. Avevano abitato in una grande casa con il cortile, e avevano due domestici, la televisione, il frigorifero e l'automobile. Nooria aveva una camera tutta per sé e Parvana divideva la sua con Maryam, la sorellina piccola. Maryam parlava sempre tanto, ma adorava Parvana. Era stato certo piacevole poter sfuggire a Nooria qualche volta.

La loro casa era stata distrutta da una bomba. Da allora avevano traslocato diverse volte. Ogni volta in un posto sempre più piccolo. Durante ogni bombardamento perdevano un po' delle loro cose. A ogni bomba diventavano più poveri. Ora vivevano tutti insieme in una piccola stanza.

Da più di vent'anni ormai, il doppio dell'età di Parvana, in Afghanistan c'era sempre stata una guerra.

All'inizio c'erano stati i sovietici, che avevano invaso il paese a bordo dei carri armati e con i loro aerei da guerra avevano bombardato villaggi e campagne.

Parvana era nata un mese prima che i sovietici se ne andassero.

«Eri una bambina così brutta che i sovietici non potevano sopportare di restare nello stesso paese in cui c'eri tu» Nooria si divertiva a dirle. «Sono fuggiti oltre il confine più in fretta che potevano. Erano terrorizzati.»

Dopo la partenza dei sovietici, quelli che li avevano battuti decisero che volevano continuare a combattere, così cominciarono a combattere tra loro. Molte bombe caddero su Kabul in quel periodo. Molte persone morirono.

Le bombe facevano parte della vita di Parvana.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 165

Un uomo che Parvana non conosceva gettò un ultimo badile di terra sulla tomba di suo padre. Il mullah del villaggio aveva già recitato la jenazah, la preghiera funebre. La cerimonia era terminata.

Piccole pietre appuntite si conficcarono nelle ginocchia di Parvana quando si inginocchiò sul bordo della fossa e sistemò le grosse pietre che aveva raccolto lì attorno. Le posò piano, una per volta. Non c'era motivo di fare in fretta. Non aveva nessun altro posto dove andare.

Le pietre non bastavano. Quelle che aveva raccolto servivano appena a delimitare la metà del perimetro di terra smossa.

«Distanziale un po'» le disse un uomo, e si chinò per aiutarla.

Distanziarono le pietre, ma a Parvana non piacevano gli spazi vuoti tra una e l'altra. Per un attimo pensò di prendere alcune pietre dalle altre tombe, ma poi si disse che non era giusto. Più tardi ne avrebbe cercate altre. Se c'era una cosa che l'Afghanistan aveva in abbondanza erano le pietre.

«Tirati su adesso, ragazzo» le disse uno degli uomini. I capelli di Parvana erano tagliati corti e lei indossava il semplice mantello e lo shalwar kameez dei ragazzi. «Non serve a niente restare li per terra.»

«Lasciatelo solo» disse un altro. «Deve piangere per suo padre.»

«Tutti noi abbiamo dei morti per cui piangere, ma non dobbiamo farlo accasciati a terra. Avanti, ragazzo, alzati. Devi essere il ragazzo forte di cui tuo padre sarebbe orgoglioso.»

Andate via, pensò Parvana. Andate via e lasciatemi sola con mio padre. Ma non disse nulla. Lasciò che la aiutassero ad alzarsi. Si ripulì la terra dalle ginocchia e si guardò attorno nel cimitero.

Era un cimitero piuttosto grande, per un villaggio così piccolo. Le tombe si susseguivano in modo disordinato, come se gli abitanti del villaggio fossero stati convinti che ciascuna di loro sarebbe stata l'ultima.

Parvana si ricordò di quella volta che, per guadagnare dei soldi, aveva dissotterrato ossa in un cimitero a Kabul con la sua amica Shauzia.

Non voglio che qualcuno dissotterri mio padre, pensò, e decise che avrebbe ammassato sulla sua tomba così tante pietre che nessuno si sarebbe mai preso la briga di rimuoverle.

Voleva parlare di lui alla gente. Voleva raccontare che era stato un insegnante, che aveva perso la gamba quando la scuola in cui insegnava era stata bombardata. Che le aveva voluto bene e le aveva raccontato tante storie, e adesso lei si ritrovava sola in questa terra vasta e desolata.

Ma rimase in silenzio.

Gli uomini attorno a lei erano quasi tutti anziani. I giovani, in un modo o nell'altro, erano tutti storpi: a chi mancava un braccio, chi aveva un occhio solo, chi aveva perso i piedi. Tutti gli altri uomini erano in guerra, oppure erano morti.

«Qui sono morte un sacco di persone» disse l'uomo che l'aveva aiutata. «A volte ci bombardano i talebani. Altre volte gli altri. Un tempo eravamo agricoltori. Adesso siamo solo dei bersagli.»

Il padre di Parvana non era stato ucciso da una bomba. Era morto e basta.

«Adesso con chi starai, ragazzo?»

Parvana serrò la mascella fino a farsi male nel tentativo di frenare le lacrime.

«Sono solo» riuscì a dire.

«Vieni a casa con me. Mia moglie si prenderà cura di te.»

Sulla tomba di suo padre c'erano solo uomini. Le donne erano costrette a restare nelle loro case. I talebani non permettevano alle donne di andarsene in giro per conto loro, ma Parvana aveva rinunciato a cercare di capire perché i talebani odiassero tanto le donne. Aveva altre cose a cui pensare.

«Vieni, ragazzo» disse l'uomo. La sua voce era gentile. Parvana lasciò la tomba del padre e lo seguì. Gli altri uomini camminavano dietro di loro. Parvana sentiva lo strascicare dei sandali sul terreno duro.

«Come ti chiami?» le chiese l'uomo.

«Kaseem» rispose Parvana, pronunciando il suo nome da maschio. Non si chiedeva più se avrebbe dovuto fidarsi di qualcuno dicendo la verità su se stessa. La verità poteva costarle la prigione, o la morte. Era più semplice e prudente non fidarsi di nessuno.

«Andremo prima al tuo rifugio e prenderemo le tue cose. Poi andremo a casa mia.» L'uomo sapeva dov'era la capanna di Parvana e suo padre. Era uno degli uomini che avevano portato il corpo di suo padre al cimitero. Parvana pensò che poteva essere uno di quelli che erano venuti a dare un'occhiata con regolarità, aiutandola nelle cure, ma non poteva esserne sicura. Tutti gli eventi delle ultime settimane erano confusi nella sua mente.

La capanna era al limitare del villaggio, addossata a una parete di fango crollata in seguito all'esplosione di una bomba. Non c'era molto da recuperare. Suo padre era stato seppellito insieme a tutto ciò che possedeva.

Parvana entrò carponi e raccolse le sue cose. Avrebbe voluto restare da sola, per piangere e pensare a suo padre, ma il tetto e le pareti erano fatte di teli di plastica chiara. Sapeva che l'uomo fuori la vedeva e che la stava aspettando per portarla a casa con lui. Si concentrò su quello che doveva fare e si costrinse a non piangere.

Arrotolò le coperte, lo shalwar kameez di ricambio e la padella in un fagotto. Era lo stesso fagotto che aveva portato con sé durante il lungo viaggio da Kabul. Adesso avrebbe dovuto portare anche le altre cose: la borsa a tracolla dove suo padre custodiva la carta per scrivere, le penne e altre piccole cose come i fiammiferi, e i pochi preziosi libri che erano riusciti a tenere nascosti ai talebani.

Uscì dal rifugio trascinando i fagotti. Poi tirò giù il telo di plastica da dove era appeso, sopra l'angolo diroccato di un edificio, lo piegò e lo aggiunse alle coperte.

«Sono pronto» disse.

L'uomo prese uno dei fagotti. «Vieni con me» disse e le fece strada attraverso il villaggio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 351

«Quando ha detto che torna la signora Weera?»

Shauzia aveva ripetuto la stessa domanda così tante volte che la donna che si trovava nella capanna della signora Weera non alzò neppure lo sguardo. Si limitò a indicare la porta.

«Va bene, allora vado» disse Shauzia. «Ma non mi allontano. Starò seduta qui fuori finché non arriva.»

La donna si concentrò di nuovo sul suo lavoro al tavolo improvvisato. Quello non era soltanto l'ufficio dell'Associazione Vedove, la sezione del campo profughi in cui vivevano le donne rimaste vedove con i loro bambini. Era anche l'ufficio di un'organizzazione segreta femminile che operava oltre il confine tra il Pakistan e l'Afghanistan. Laggiù i talebani erano ancora al potere. L'organizzazione della signora Weera faceva funzionare scuole clandestine, ospedali e anche un giornale.

Shauzia avrebbe voluto saltare sul tavolo e scaraventare i fogli sul pavimento di terra battuta, solo per ottenere una minima reazione da parte della donna. Invece uscì e si lasciò scivolare per terra accanto alla porta, con la schiena appoggiata al muro.

Jasper, il suo cane, occupava la maggior parte dell'unica striscia d'ombra attorno alla capanna. Sollevò la testa da terra qualche centimetro in segno di saluto, ma solo per un istante. Faceva troppo caldo per qualsiasi altro movimento.

Le strade e i muri del campo erano fatti di fango, che assorbiva e tratteneva il calore come un forno per cuocere il pane, arrostendo tutto ciò che c'era dentro, compresa Shauzia. Le mosche le si posavano sul viso, sulle mani e sulle caviglie. La donna folle che abitava li accanto si dondolava e gemeva.

«Ti ricordi quando eravamo nei pascoli in montagna?» chiese Shauzia a Jasper. «Ti ricordi com'era fresca e pulita l'aria? Si sentivano cantare gli uccelli e non le donne piangere.» Infilò una mano sotto il chador per scostare i capelli che le si erano appiccicati al collo. «Forse sarebbe stato meglio restare con i pastori» disse, scacciando una mosca e riavvolgendo la testa e le spalle nel chador. «E avrei dovuto tenere i capelli corti come un maschio anziché farli ricrescere. stata un'idea della signora Weera. La signora Weera non fa che darmi ordini, lei e le sue stupide idee, e non mi compra neppure un paio di sandali decenti. Guarda questi!» Si tolse un sandalo e lo mostrò a Jasper, che continuò a tenere gli occhi chiusi. Il sandalo era tenuto insieme da pezzi di corda.

Shauzia si rimise il sandalo.

«E vivere in questo caldo non fa bene neanche a te» disse a Jasper. «Sei un cane da pastore. Dovresti essere in montagna con le pecore, o meglio ancora sul ponte di una grande nave, insieme a me, col vento dell'oceano che ci soffia attorno.»

Shauzia non era sicura che sull'oceano soffiasse il vento, ma immaginava che fosse così. Dopotutto, c'erano le onde.

«Mi dispiace di averti portato qui, Jasper. Credevo che questo posto sarebbe stato un passo avanti verso un futuro migliore, e non un punto morto. Mi perdoni?»

Jasper aprì gli occhi, drizzò le orecchie un momento, poi tornò al suo sonnellino. Shauzia interpretò quel piccolo gesto come un sì.

Jasper viveva con i pastori, ma non appena lui e Shauzia si erano incontrati, avevano capito subito che da quel momento in poi sarebbero rimasti sempre insieme.

Shauzia si appoggiò al muro e chiuse gli occhi. Se si sforzava, forse riusciva a ricordare che effetto faceva sentire l'aria fresca sul viso. Forse sarebbe riuscita a rinfrescarsi un po'.

«Shauzia, raccontaci una storia!»

Shauzia continuò a tenere gli occhi chiusi.

«Andate via.» Non era dell'umore adatto per intrattenere i bambini del campo.

«Raccontaci dei lupi.»

Shauzia aprì un occhio e rivolse una mezza occhiata ai bambini attorno a lei.

«Vi ho detto di andarvene.» Non avrebbe mai dovuto essere gentile con loro. Ora non l'avrebbero più lasciata in pace.

«Cosa fai?»

«Sto qui seduta.»

«Allora ci sediamo qui con te.» I bambini si lasciarono cadere a terra, più vicini a lei di quanto avrebbe desiderato, considerato il caldo. Molti di loro avevano i capelli rasati a causa di una recente epidemia di pidocchi. La maggior parte aveva il naso che colava. Tutti avevano grandi occhi e guance scavate. Il cibo non bastava mai.

«Smettila di spingere» disse Shauzia, allontanando una bambina che le si era appoggiata. Gli orfani che la signora Weera accoglieva e portava a vivere nel campo erano particolarmente appiccicosi. «Siete peggio delle pecore.»

«Raccontaci dei lupi.»

«Una storia sola, e poi mi lascerete in pace?»

«Una sola.»

Ne sarebbe valsa la pena, se poi se ne fossero andati. Aveva bisogno di un po' di tranquillità per pensare a quello che voleva dire alla signora Weera. Stavolta non intendeva farsi fermare dalla sua richiesta di sbrigare uno dei soliti "lavoretti".

«E va bene, vi racconterò dei lupi.» Shauzia prese un bel respiro e cominciò a raccontare.

« successo quando facevo il pastore. Avevamo portato le pecore nei pascoli più alti, in Afghanistan, dove l'aria è pulita e fresca.»

«Io so fare l'Afghanistan con il pugno.»

«Anche io.»

Una decina di pugni sudici scattarono in avanti verso il viso di Shauzia. I pollici erano rivolti all'insù per rappresentare la stretta striscia di terra della provincia del Badakhshan.

«Non interrompetemi. Volete sentire la storia, sì o no?» disse Shauzia, agitando le mani.

| << |  <  |