Copertina
Autore Charles Enderlin
Titolo Attraverso il ferro e il fuoco
SottotitoloLa lotta clandestina per l'indipendenza d'Israele (1936-1948)
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2010, , pag. 274, cop.ril.sov., dim. 15,5x23,6x2,3 cm , Isbn 978-88-02-08163-2
OriginalePar le feu et par le sang. Le combat clandestin pour l'indépendance d'Isral, 1936-1948
EdizioneAlbin Michel, Paris, 2008
TraduttoreAntonio Morlino
LettoreFlo Bertelli, 2010
Classe paesi: Israele , paesi: Palestina , paesi: Gran Bretagna
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Indice


VII Introduzione


  3 Capitolo 1 - Occhio per occhio

    - Offensiva o moderazione?, p. 6
    - Verso la spartizione?, p. 9
    - Rifiuto arabo, p. 13
    - Rifiuto ebraico, p. 15
    - La domenica nera, p. 17
    - Avraham Stern, «gentleman» terrorista, p. 19
    - Ben-Yosef verrà giustiziato, p. 21
    - Nascita del terrorismo ebraico, p. 23
    - Dopo la Notte dei cristalli, p. 27
    - Fuoco contro i Britannici!, p. 28
    - Alcuni Ebrei vengono torturati nei sotterranei
      di Sua Maestà, p. 30

 33 Capitolo 2 - Hitler o Churchill?

    - Moshe Dayan in prigione, p. 34
    - Quando l'Irgun lavora per i Britannici, p. 36
    - La rivolta ebraica, p. 38
    - La scissione di Avraham Stern, p. 41
    - Un patto col diavolo, p. 45
    - Sponde proibite, p. 51
    - L'Yishuv in lotta, p. 53
    - La Banda Stern va in crisi, p. 56
    - La Banda Stern regola i suoi conti, p. 61
    - Begin lascia il gulag, p. 63
    - L'assassinio di Stern, p. 64

 67 Capitolo 3 - Stern dopo Stern

    - «Struma», il mercantile maledetto, p. 68
    - Soli contro tutti, p. 70
    - Verso uno Stato ebraico in Palestina, p. 72
    - Ebrei a Bir Hakeim, p. 74
    - Una strana visita al carcere di Mizra, p. 74
    - La grande evasione, p. 77
    - Michael, alias Yitzhak Yzernitzky, p. 81
    - Il reclutamento del LEHI, p. 83
    - Shoah, p. 85
    - Michael regola i suoi conti, p. 88
    - Ma quando mai si decideranno gli Alleati?, p. 90
    - Apologia del terrorismo, p. 91
    - Una nuova evasione, p. 93
    - L'Haganah segna alcuni punti, p. 95

 99 Capitolo 4 - L'Irgun dichiara guerra

    - La fusione impossibile, p. 102
    - Bisogna uccidere l'alto commissario!, p. 104
    - Essere ucciso, forse, ma mai catturato, p. 106
    - Nascondersi, sì, ma dove?, p. 108
    - Ebrei davanti ai tribunali britannici, p. 110
    - «Abbiamo bisogno dell'autorizzazione dei Britannici
      per salvare alcuni Ebrei?», p. 112
    - Le nozze di Michael, p. 114
    - Prendersela con i simboli, giustiziare i responsabili, p. 115
    - Un ministro con i giorni contati, p. 117
    - L'Irgun e l'Haganah sull'orlo della rottura, p. 119
    - «Gli assassini saranno Ebrei», p. 122
    - Ultimatum a Begin, p. 123
    - Un assassinio al Cairo, p. 125
    - Churchill tentennerà?, p. 127
    -  aperta la caccia all'Irgun, p. 130
    - Requisitoria al Cairo, p. 132
    - Aspettando la capitolazione della Germania, p. 134

137 Capitolo 5 - La rivolta

    - L'America passa in prima linea, p. 139
    - Fine stagione in Palestina, p. 141
    - Una talpa nell'Agenzia Ebraica?, p. 143
    - Parigi, capitale del sostegno alla causa sionista, p. 144
    - Ben-Gurion visita i campi, p. 146
    - Federazione di forze militari, p. 148
    - L'Yishuv contro Bevin, p. 151
    - L'«escalation», p. 153
    - Cattiva stampa, p. 155
    - La Spezia, p. 158
    - Centomila rifugiati?, p. 161
    - Eldad evade, p. 162
    - Verso lo «shabbat nero», p. 163
    - L'attentato al King David, p. 166
    - Colpire alle tasche!, p. 169
    - Viene catturato Shamir, p. 170
    - I sionisti accettano la spartizione, p. 173

177 Capitolo 6 - La spartizione

    - L'emiro e i sionisti, p. 178
    - Un'esplosione a Roma, alcuni contatti a Parigi, p. 180
    - Un comitato d'evasione molto attivo, p. 183
    - Scartato Chaim Weizmann, trionfa Ben-Gurion, p. 185
    - Le natiche dei Britannici, la scollatura di Rita, p. 187
    - «Bevingrad», p. 189
    - L'amante della signora Carlo, p. 191
    - Intrallazzo a Gibuti, p. 192
    - Gli sternisti a Parigi, p. 194
    - Stato d'assedio, p. 195
    - I terroristi verranno impiccati, p. 197
    - Nuovo attentato a Londra, p. 198
    - Shamir e il Vietnam, p. 199
    - Uno «scoop» mancato, p. 200
    - L'inventore delle lettere bomba, p. 202
    - Begin a Parigi, p. 203
    - «Exodus», p. 205
    - Nuove impiccagioni, nuove rappresaglie, p. 206
    - Verso la spartizione della Palestina, p. 209
    - Abdallah rivendica la Cisgiordania, p. 211

215 Capitolo 7 - La guerra

    - Macchine agricole assai strane, p. 216
    - Deir Yassin, p. 222
    - Un piano di attentato batteriologico, p. 225
    - «Resisteranno!», p. 227
    - La Banda Stern vuole aderire al Cominform, p. 229
    - L'esilio, peggio della morte, p. 230
    - Stern a viso scoperto, p. 231
    - Bernadotte, l'uomo di pace, p. 234
    - Parigi attrezza l'Irgun, p. 236
    - L'assassinio di Bernadotte, p. 239
    - «Lamentarsi per generazioni», p. 244
    - L'ultima evasione del LEHI, p. 247
    - La disfatta degli attivisti, p. 249
    - Che cosa sono diventati, p. 251

253 Cronologia
257 Glossario
263 Cartina
265 Indice dei nomi

 

 

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Pagina VII

Introduzione



Era cominciato tutto con una storia d'amore. Il 2 novembre 1917, sul finire della Prima Guerra mondiale, in una lettera inviata da James Balfour, il segretario del Foreign Office, il gabinetto britannico aveva spiegato a lord Lionel Walter Rothschild, presidente della Federazione sionista britannica,

che era favorevole alla creazione in Palestina di un centro internazionale per il popolo ebraico, che avrebbe fatto del suo meglio per agevolare la realizzazione di questo obiettivo, fermo restando che non si sarebbe dovuto far niente per pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche esistenti in Palestina o i diritti e lo statuto politici di cui beneficiavano gli Ebrei in qualunque altro paese.

Un mese dopo, le truppe alleate comandate dal generale Allenby entrarono a Gerusalemme, mettendo così fine a quattro secoli di regno ottomano sulla città santa. Nell'aprile del 1920, la conferenza internazionale di Sanremo poneva la Palestina, la più povera delle antiche province ottomane, sotto l'amministrazione britannica. Allora essa era abitata da 160.000 musulmani e 55.000 Ebrei. Ma, sin dall'inizio, l'impresa sionista suscitò l'opposizione di una parte della popolazione araba della Palestina.

Nel 1920, un congresso arabo-palestinese nazionale respingeva la dichiarazione Balfour e reclamava l'indipendenza. Nel corso di una sommossa, furono uccisi cinque Ebrei e più di altri duecento vennero feriti. Quattro musulmani trovarono la morte nel corso della repressione che ne seguì. Ma di questa opposizione, la Società delle Nazioni non tenne conto, interinando il mandato britannico nel 1922:

Considerando che le principali potenze alleate hanno convenuto che il mandatario sarebbe stato responsabile dell'attuazione della dichiarazione fatta originariamente il 2 novembre 1917 dal governo britannico, e adottata dalle suddette potenze, in favore dell'istituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico, fermo restando che non sarà fatto niente che possa pregiudicare i diritti civili e religiosi delle comunità non ebree in Palestina, come neanche i diritti e lo statuto politico di cui godono gli Ebrei in qualunque altro paese [...].

Verrà riconosciuto ufficialmente un organismo ebraico conveniente, che avrà il diritto di dare consigli all'amministrazione della Palestina e di cooperare con essa su tutte le questioni economiche, sociali e altre suscettibili di influire sull'istituzione del centro internazionale ebraico e sugli interessi della popolazione ebraica in Palestina, e, riservandosi sempre il controllo dell'amministrazione, di aiutare e di partecipare allo sviluppo del paese.

L'Agenzia Ebraica vide la luce sette anni dopo, con la missione di organizzare l'immigrazione e lo sviluppo dell'Yishuv. Ancora una volta, nel 1929, l'agitazione antisionista assunse una certa portata a Gerusalemme, ai bordi della spianata della Cupola della Roccia e della moschea al-Aqsa, il terzo luogo santo dell'islamismo, ma anche, per il giudaismo, quello delle sacre vestigia del Tempio di Erode. Le manifestazioni degenerarono in pogrom. A Hebron furono assassinati sessantaquattro Ebrei. Dopo qualche giorno, il bilancio definitivo dei morti sarà di centotrentatré Ebrei e centosedici Arabi.

Alcuni rapporti pubblicati a Londra nel 1930 analizzavano anche i motivi del malcontento arabo:

La causa fondamentale della tragedia è il sentimento di animosità, l'ostilità che provano gli Arabi verso gli Ebrei perché le loro aspirazioni politiche e nazionali sono andate deluse e perché provano timore per il proprio avvenire economico. [...] Gli Arabi sono stati gradualmente spogliati dei loro terreni mediante gli acquisti del Fondo Nazionale Ebraico, che non permette loro, d'altronde, di trovare lavoro su terreni ebraici. La Palestina non ha la capacità di assorbire un numero considerevole di immigranti. Quando saranno avviati tutti i grandi progetti industriali, non ci sarà posto per più di centomila nuovi arrivati, di cui la metà sarà costituita da Ebrei.

In effetti, negli anni seguenti, la Palestina conoscerà uno sviluppo senza precedenti grazie alla politica dell'alto commissariato britannico e agli investimenti degli Ebrei tedeschi che fuggivano dal Reich dopo l'arrivo al potere di Hitler. Nel 1936, quando inizia la rivolta araba, la popolazione palestinese conta 960.000 musulmani e 400.000 Ebrei. I dodici anni successivi vedranno la crescita di un'opposizione politica dell'Yishuv contro l'occupante britannico; la formazione delle organizzazioni armate clandestine ebraiche; la disubbidienza civile; un terrorismo ebraico-palestinese. Questa lotta è sfociata nella partenza dei Britannici, nella proclamazione dell'indipendenza d'Israele il 14 maggio 1948 e nella tragedia dei rifugiati arabo-palestinesi.

Anni di violenza e di sterili negoziati non hanno permesso al movimento nazionale arabo-palestinese di fondare il proprio Stato su una parte della Palestina mandataria. Quella storia, io l'ho raccontata in tre delle mie precedenti opere, che ho dedicate ai negoziati arabo-israeliani e al fallimento del processo di Oslo. Questo libro si propone, invece, di raccontare parallelamente il modo in cui il sionismo ha raggiunto i propri obiettivi.

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Pagina 3

Capitolo 1
Occhio per occhio



Palestina, 15 aprile 1936. Una decina di uomini armati sbarrano una strada vicino a Tulkarem. Sono i sopravvissuti dell'organizzazione jihadista fondata da un religioso di origine siriana, Izz al-Din al-Qassam. Predicando la jihad contro gli Ebrei e i Britannici, egli aveva trovato la morte l'anno prima nel corso di uno scontro con l'esercito. I suoi discepoli svaligiano, minacciandoli, conducenti e passeggeri. Si ferma un camioncino che trasporta polli destinati al mercato di Tel Aviv. Scendono due Ebrei. Vengono crivellati di pallottole. Israel Hazan, un anziano di settant'anni, resta ucciso sul colpo. Il suo compagno morirà in ospedale qualche giorno dopo. Al volante di un'altra vettura, viene seriamente ferito un altro Ebreo. Cinque settimane dopo l'omicidio di un abitante di Nahalal, nella valle di Jezreel, l'attacco suscita un forte turbamento all'interno dell'Yishuv. L'indomani mattina presto, due uomini in short color kaki, con i capelli corti, fanno irruzione in una bicocca nei presi della via del Saron. Aprono il fuoco e uccidono due Arabi. Secondo la stampa ebraica, una delle vittime collaborava con la polizia; ma, per la comunità araba, gli omicidi sono Ebrei. L'indagine non permetterà di identificarli.

Le esequie di Israel Hazan si svolgeranno venerdì 17, a Tel Aviv. In testa al corteo funebre, ci sono centinaia di immigranti venuti dalla Grecia. Il defunto era originario di Salonicco. Al passaggio del feretro, i negozi chiudono in segno di lutto. In via Allenby, la folla si fa sempre più numerosa. Spuntano bandiere che recano impressa a rilievo la stella di Davide, e subito si fanno sentire slogan antibritannici. «Attraverso il ferro e il fuoco, la Giudea rinascerà!» gridano i giovani del Betar. Davanti alla grande sinagoga di via Levinsky, Reuven Franco, un responsabile di questo movimento sionista di destra, pronuncia un discorso infiammato. Viene fermato dalla polizia. I funerali si sono trasformati in manifestazione violenta. Alcuni passanti arabi vengono picchiati violentemente da alcuni Ebrei infuriati. Intervengono le forze dell'ordine a manganellate. Vengono arrestati una ventina di manifestanti. Franco sarà condannato a dodici mesi di prigione per istigazione alla violenza. L'indomani, di nuovo, alcuni lustrascarpe e degli orticoltori arabi vengono attaccati nelle vie di Tel Aviv. In serata ritorna la calma.

Il 19 mattina, la vita sembra riprendere il suo corso. A Giaffa, la città araba vicina, dopo il riposo del sabato, gli Ebrei hanno fatto ritorno alle loro botteghe, ai loro uffici. Però, sin dalla vigilia, corre voce che siano stati assassinati alcuni lavoratori clandestini venuti dalla Siria. I Britannici smentiscono che vi siano stati nuovi omicidi. Non c'è niente da fare. Alcuni manifestanti percorrono le strade di Giaffa urlando che gli Ebrei massacrano gli Arabi. Scoppia la sommossa. Vengono assassinati nove Ebrei, diverse decine restano seriamente feriti. La polizia deve far ricorso alle armi. L'agitazione si estende a macchia d'olio. A Gerusalemme, vengono uccisi tre Ebrei. Alle 16.00, David Ben-Gurion, presidente dell'esecutivo dell'Agenzia Ebraica, riunisce i responsabili delle organizzazioni e dei partiti sionisti:

Quello che è accaduto venerdì a Tel Aviv e sabato pestaggio di bambini arabi, di lustrascarpe, attacco a un negozio arabo chiuso ha colpito quanto ci è sacro. Il nostro movimento fa fronte a un problema difficilissimo: badare che il governo [mandatario] imponga la calma, non permetta che si propaghino le dicerie, le bugie e gli sfruttamenti [della violenza]. Noi dobbiamo badare a non essere [ugualmente] all'origine della violenza.

In serata, da Nablus, alcuni dirigenti arabi decidono di sfruttare il movimento e lanciano un appello allo sciopero generale, infarcendolo di pretese politiche: blocco dell'immigrazione ebraica e delle vendite di terreni ai sionisti. Il movimento conosce un vasto seguito in tutte le località arabe.

Il 21, il bilancio ufficiale parla di venti morti (di cui sedici Ebrei) e centosessanta feriti. Il 25, viene formato un alto comitato arabo diretto dal muftì di Gerusalemme, Haj Amin al-Husseini, che spedisce una lettera all'alto commissario britannico:

Gli Ebrei vogliono fare della Palestina la patria di tutti gli Ebrei del mondo con l'aiuto della Gran Bretagna. Noi siamo impegnati in una lotta per la sopravvivenza degli Arabi della Palestina.

Il 29, Ben-Gurion incontra George Antonius, un dirigente arabo-palestinese di confessione greco-ortodossa. Vicino ad Haj Amin al-Husseini, questi è uno dei principali ideologi e portavoce della causa del nazionalismo panarabo. Nel 1938, egli pubblicherà un libello, Il risveglio arabo, che conoscerà un immenso successo. La discussione si svolge a Gerusalemme presso l'abitazione di Antonius, sul Monte degli Ulivi.

Ben-Gurion: «Esistono dirigenti arabi a favore di un'intesa con gli Ebrei?».

No risponde Antonius dirigenti arabi importanti pensano che gli Ebrei non s'interessino assolutamente all'opinione degli Arabi o ai loro bisogni. Certi intellettuali ritengono che gli Arabi non riuscirebbero a ignorare la questione ebraica e si chiedono se vi sia una possibilità d'intesa.

Da parte sua, egli pensa che si possano dividere i sionisti in tre categorie:

Quanti vogliono un centro spirituale [ebraico in Palestina]. Con loro, un'intesa è possibile. Gli Arabi non sono loro ostili. I secondi vogliono che ci siano due popoli in Palestina, ebraico e arabo, così essa diventerebbe uno Stato binazionale. I terzi costituiscono la maggioranza dei sionisti. Essi vogliono far entrare in Palestina più Ebrei possibili non tenendo in alcun conto gli Arabi [...] dopo gli eventi della Germania, essi dicono: «Non ci resta altra soluzione che la Palestina, dobbiamo andarci più numerosi possibile». Con quelli lì non possiamo capirci. Essi vogliono uno Stato al cento per cento ebraico, e gli Arabi resterebbero sul ciglio della strada.

Ben-Gurion: «Crede che si possa progettare qui un centro spirituale ebraico?».

Antonius: «Gli Ebrei hanno già molto di più. Quattrocentomila Ebrei non sono più un centro spirituale».

E, dopo qualche minuto di discussione, Antonius ricorda che nel 1935 sono entrati nel paese più di sessantacinquemila immigranti ebrei.

Nel quadro ristretto della Palestina, non c'è alcuna possibilità di soluzione. Anche per lei non è auspicabile limitare il problema alla Palestina. [...] Bisogna discutere della Siria, dei monti Taurus fino al deserto del Sinai [...]. La questione primordiale per noi, Arabi sia di Siria sia di Palestina, è l'unità della Siria fino al Sinai. Noi formiamo un solo paese.

Quindi Ben-Gurion esamina con il suo ospite il posto che potrebbe occupare la comunità ebraica di Palestina nella Grande Siria federata. Un cantone autonomo, sul modello svizzero, o uno Stato in seno a una federazione come in America? Quale sarebbe stata l'entità dell'immigrazione ebraica? Tra il 1933 e il 1935, sono immigrati 134.000 Ebrei col consenso delle autorità britanniche. La percentuale di Ebrei in seno alla popolazione palestinese è passata dal 17% nel 1931 a quasi il 30% nel 1935. Un milione di musulmani, più di 100.000 cristiani e 400.000 Ebrei. I nuovi arrivati s'insediano preferibilmente nelle zone urbane, che conoscono uno sviluppo senza precedenti grazie alla politica economica dell'alto commissario britannico, sir Arthur Wauchope, e agli investimenti degli Ebrei tedeschi autorizzati a lasciare il Reich nazista. Ne è nata una vera industria, particolarmente ad Haifa, dove i Britannici hanno costruito il terminal dell'oleodotto di Mossul. Tel Aviv è ormai una vera città, la cui popolazione supera ampiamente quella della Giaffa araba. Le carte in tavola sono radicalmente cambiate.

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Pagina 23

Nascita del terrorismo ebraico

A partire dal 4 luglio, l'Irgun comincia a colpire. Un terrorismo ebraico organizzato risponde al terrorismo arabo, guerriglia urbana contro guerriglia urbana, occhio per occhio. Si fa subito notare un giovane militante arrivato tre anni prima dalla Polonia. Si chiama Yitzhak Yzernitzky e diventerà Primo ministro dello Stato d'Israele sotto il nome di Yitzhak Shamir. Di mattino presto, fra Tel Aviv e il quartiere arabo di Giaffa, alcuni militanti attaccano con armi a fuoco e granate degli autobus, dei veicoli che trasportano alcuni civili arabi. Un solo gruppo torna a mani vuote: quello comandato da Yzernitzky. Yitzhak Hasson racconta che faceva la guardia, mentre il suo capo aspettava, con indosso un grosso impermeabile, le tasche piene di granate, due pistole in mano. L'obiettivo era un autobus che trasportava degli impiegati postali arabi. Però il veicolo, per un motivo sconosciuto, non si è presentato. Gli altri commando hanno compiuto le loro missioni. A Gerusalemme, nella nuova città ebraica, è stata lanciata una bomba all'interno di un torpedone che trasportava una ventina di Arabi. Bilancio: quattro morti e dodici feriti. Quarantotto ore dopo, nel suk arabo di Haifa, due cariche esplosive uccidono ventuno persone e ne feriscono cinquantadue.

Quello stesso giorno, nella città vecchia di Gerusalemme, un altro attacco a base di esplosivo fa tre morti e diciannove feriti. L'Irgun vi ritorna il 15. Un dispositivo esplode nel momento in cui i fedeli escono dalle moschee, dopo la preghiera del venerdì: dieci morti e trenta feriti. L'indomani, di nuovo nel suk di Haifa, trentacinque Arabi uccisi e altri settanta feriti.

Il 26 luglio, alle 7 del mattino, Yaacov Raz, un militante originario dell'Afghanistan, travestito da Arabo, mette una carica esplosiva nel suk della città vecchia di Gerusalemme. La bomba, nascosta in un sacco di verdure, è fornita di un detonatore regolato sulle 9. Ma Raz non si è reso conto che gli Arabi osservano un giorno di sciopero nazionale. Viene scoperto e catturato dalla folla infuriata. Dopo essere stato percosso e pugnalato più volte, una pattuglia della polizia lo salva da morte certa e lo trasporta sotto stretta sorveglianza all'ospedale Hadassah, dove dovrà rispondere alle domande incalzanti degli inquirenti del Criminal Investigation Department (CID). Approfittando di qualche minuto di distrazione dei medici e dei poliziotti, rompe le bende, si strappa di dosso i punti di sutura e muore di emorragia. Raz non ha parlato.

Per i responsabili politici dell'Yishuv, l'offensiva dell'Irgun è una catastrofe che rende impossibile la politica di moderazione e cooperazione con i Britannici. La condanna degli atti commessi dalle «bande di malviventi ebraiche» è quindi unanime. David Ben-Gurion decide finanche di rafforzare la collaborazione dell'Haganah con le autorità mandatarie e spiega a un gruppo di ufficiali della sua organizzazione:

Gli Inglesi vogliono sapere qual è la forza che mettiamo in piedi e anche chi sono gli Ebrei che vengono in Palestina e se possono fidarsi di loro. Se gli Inglesi pensano che lanciamo bombe anche noi, non ci lasceranno immigrare. Gli Ebrei resteranno a Varsavia per sentirvi dei discorsi sull'eroismo di Ben-Yosef.

Il 30 luglio, nel corso di una giornata di studio organizzata da un movimento di kibbutzim, Ben-Gurion si spinge oltre:

Siamo pronti ad aiutare il governo [britannico] a lottare contro il terrorismo? Sì o no? Noi lo vogliamo! Il terrorismo ebraico occupa una parte delle forze del governo che potrebbero essere dirette contro il terrorismo arabo. Noi non vogliamo che la polizia sia preoccupata dalla guerra contro i terroristi ebrei. Ma non è questo l'essenziale. Noi non vogliamo che il popolo arabo del paese abbia la sensazione che i suoi terroristi abbiano ragione; che debbano affrontare gli Ebrei mediante il terrorismo. [...] Io penso che tutto quello che sanno fare i revisionisti è di uccidere i vecchi passanti arabi. [...] Si può lottare contro il terrorismo solo con l'aiuto del governo.

Gli organismi laburisti collaborano con le autorità mandatarie. «Omer», l'organo dell'Histadrut, lancia un appello all'opinione pubblica: «La catastrofe ci riguarda tutti, Arabi ed Ebrei. Dobbiamo cominciare tutti insieme ad agire contro tutti coloro che commettono omicidi e distruzioni nel paese». La polizia britannica scatena allora un'ondata di arresti tra i responsabili e i militanti revisionisti. Decine di personalità di destra vengono messe in detenzione amministrativa, senza processo. Alcuni, denunciati dall'Haganah, sono consegnati alle autorità. Eliahu Rappoport, un militante dell'Irgun, è catturato ad Haifa dopo aver aperto il fuoco su un passante che portava un fez. Errore: la vittima, gravemente ferita, era ebrea... L'aggressore viene consegnato alla polizia britannica. Raziel è preoccupato. Rappoport rischia di essere condannato a morte da un tribunale militare. Il 1 agosto, a Tel Aviv, un militante dell'Haganah viene sequestrato dall'Irgun. Sarà liberato quando Rappoport sfuggirà all'impiccagione.


La repressione britannica non impedisce all'Irgun di continuare le sue operazioni. A Tel Aviv, la compagnia diretta da Aryeh Yitzhaki partecipa alla difesa dei settori ebraici contro gli attacchi degli uomini del muftì e lancia la controffensiva. Il 26 agosto, l'esplosione di una bomba di parecchie decine di chili nel suk di Giaffa fa ventiquattro morti e trentacinque feriti. Persuasa che le autorità britanniche siano complici dell'attentato, una folla inferocita cerca d'incendiare la Anglo-Palestine Bank.

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Pagina 158

La Spezia

Qualche giorno dopo, il 6 marzo, l'Irgun saluta l'arrivo della commissione d'inchiesta penetrando in pieno giorno nel principale campo militare britannico, Al-Sarafand. Quattordici combattenti travestiti da paracadutisti depredano l'armeria dei King's Own Hussards, afferrano qualche mitragliatrice e ripiegano facendo saltare un deposito di munizioni. Lasciano ciò nonostante sul posto due feriti che vengono arrestati. Il 26, una nave da carico battezzata Wingate (dal nome dell'ufficiale britannico amico del movimento sionista e deceduto due anni prima in un incidente aereo) porta duecentoquarantotto rifugiati. Sono tutti detentori di un «Permesso d'ingresso nella Terra d'Israele», redatto in ebraico e in inglese, il quale afferma che il titolare di tale documento è stato «dichiarato idoneo ad essere rimpatriato in Palestina dai rappresentanti dell'Yishuv, in virtù dell'autorità della dichiarazione Balfour, del mandato sulla Palestina, dei versetti Ezechiele 37 e Isaia 54». L'Haganah organizza allora la «notte Wingate». Centinaia di combattenti si ammassano sulle spiagge a nord di Tel Aviv. Le strade di accesso sono minate. Ma la Navy sorveglia. La nave da carico viene intercettata in alto mare e gli immigranti sono imprigionati ad Athlit. Nel corso di uno scontro con la polizia, resta uccisa una militante dell'Haganah.

Il Wingate veniva dall'Italia, dove si trova uno dei principali centri del Mossad LeAliya Bet, diretto da Yehuda Arazi, un ufficiale dell'Haganah ricercato in Palestina dai Britannici per aver rubato loro alcune migliaia di fucili nel 1943. Egli beneficia dell'aiuto (poco segreto) della brigata ebraica che, prima del suo scioglimento, era dislocata a Tarvisio, nell'Italia del Nord. Dopo l'armistizio, ufficiali e soldati partecipano all'operazione di trasferimento dei superstiti della Shoah verso le coste mediterranee. Sin dalla fine del 1944, a Lublino, nella Polonia liberata dall'Armata Rossa, alcuni giovani sionisti hanno creato il movimento clandestino degli Ebrei superstiti della Shoah nelle regioni sottoposte al controllo comunista. Alcuni emissari dell'Agenzia Ebraica e dell'Haganah sono venuti a rinforzare questa organizzazione chiamata Beriha (Evasione). In virtù di un accordo segreto stretto con i responsabili sionisti, le forze americane hanno accettato il passaggio di decine di migliaia di Ebrei attraverso la loro zona di occupazione.

A inizio aprile, una ventina di camion della brigata ebraica trasporta un migliaio di rifugiati nel porto di La Spezia, in Liguria, dove salgono a bordo delle navi da carico La Fede e Fenice, ribattezzate per l'occasione con i nomi dei due dirigenti sionisti: Dov Hoz ed Eliyahu Golomb. Ma, il 5 aprile, viene dato l'allarme alle forze britanniche che controllano il settore, che ricevono l'ordine d'impedire alle navi di salpare. Arazi, che è a bordo de La Fede, annuncia che la nave esploderà se i militari tentano l'arrembaggio. Comincia il braccio di ferro e, molto presto, la popolazione di La Spezia si schiera dalla parte degli Ebrei. Arrivano sul posto alcuni giornalisti italiani, poi dei corrispondenti della stampa internazionale. Arazi dichiara che i passeggeri si suicideranno piuttosto che tornare in Europa, e annuncia che cominceranno tutti uno sciopero della fame. Il 10 hanno luogo alcune manifestazioni antibritanniche presso il porto, quando i primi rifugiati sono distesi, svenuti, sul ponte. Harold Laski, il leader del partito laburista britannico, arriva allora sul posto e promette ad Arazi d'intervenire presso Attlee e Bevin. Viene sospeso temporaneamente lo sciopero della fame.

In Palestina, l'Yishuv si schiera dalla parte degli Ebrei di La Spezia. Tredici dirigenti sindacalisti e alcuni responsabili municipali fanno lo sciopero della fame per solidarietà. L'Agenzia Ebraica decreta lo sciopero della fame e, poiché è il giorno di Pesach, la Pasqua ebraica, osservano il rituale del pasto pasquale bevendo alcuni sorsi di tè al posto dei bicchieri di vino e sgranocchiando alcuni pezzi di pane azzimo grossi come un'oliva. Il tutto sotto lo sguardo di una stampa sempre più numerosa. L'indomani, trentamila Italiani manifestano sul molo. Dopo centouno ore di sciopero della fame, l'alto commissario accetta di autorizzare i rifugiati ad immigrare in Palestina a condizione che essi siano scontati dalle quote autorizzate. Arazi organizza un ricevimento su La Fede e decora simbolicamente l'ufficiale della polizia italiana che era stato arrestato per aver portato loro aiuto. Scompare segretamente prima della partenza delle navi. L'Haganah ha vinto la battaglia dell'opinione pubblica.

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L'attentato al King David

Moshe Sneh incontra il Comitato dei X e, come al solito, senza rivelare i dettagli di ogni operazione né il nome dell'organizzazione che la propone, sottopone diverse proposte: l'eliminazione di una personalità importante (il LEHI suggerisce l'assassinio di John Shaw, il segretario generale del governo mandatario, Sneh si oppone); un raid su un obiettivo economico, ma, dice, con un rischio di perdite di vite umane (l'Haganah vorrebbe far saltare il terminal dell'oleodotto di Haifa); l'attacco di edifici governativi, che non dovrà fare vittime (l'Irgun vuole far saltare l'hotel King David a Gerusalemme, dove si trovano gli uffici dell'amministrazione britannica). I X approvano quest'ultima operazione.

Sotto il nome in codice di «Tchik», un'abbreviazione di malont-chik (in ebraico popolare «piccolo hotel»), l'operazione viene preparata per settimane dall'organizzazione di Begin. Simultaneamente, viene previsto che il LEHI distrugga l'edificio vicino, il David, che ospita ugualmente alcuni servizi britannici. Sneh e Yitzhak Sadeh, il capo del Palmach, ne hanno discusso a lungo con Amichai Paglin dell'Irgun: verranno disposti 350 chili di TNT nel seminterrato dell'ala sud. Il Britannici verranno avvertiti dell'imminenza dell'esplosione e avranno il tempo di evacuare l'edificio.

Sneh dà il via libera. Però, qualche giorno prima dell'attacco, Meir Weissgal, l'assistente di Chaim Weizmann, va a consegnargli un ultimatum da parte dell'ex leader sionista:

Siamo sull'orlo di un precipizio [...]. Se continuate le vostre operazioni, ciò equivarrà a una dichiarazione di guerra contro la Gran Bretagna. Sono certo che la Gran Bretagna risponderà, e tutto quello che abbiamo costruito minaccerà di essere distrutto. Sono sempre il presidente dell'Organizzazione sionista, e in generale, in una democrazia, il presidente è il capo supremo delle forze armate [...]. Non siamo uno Stato e non mi avvarrò di questa prerogativa. In futuro, non interverrò più. Però, in questo caso politicamente importante, vi chiedo di rinunciare alle vostre operazioni. Non potrò restare a capo dell'Organizzazione sionista se proseguiranno le operazioni armate contro i Britannici.

Senza dare spiegazione, Sneh invia un messaggio a Begin per chiedergli di rinviare l'operazione. Convoca di nuovo il Comitato dei X e gli sottopone il problema. Per cinque voti contro due, si decide di sospendere le operazioni del Movimento di Resistenza Ebraico. Infuriato, Sneh dà le dimissioni dal suo posto di capo di stato maggiore dell'Haganah e decide di recarsi a Parigi per incontrarvi David Ben-Gurion. Ma prima, il 21 luglio, fa giungere delle lettere a Yelin Mor e a Begin: «Vi chiedo a titolo personale di sospendere l'operazione». Troppo tardi: l'Irgun deve solo tergiversare con l'Haganah. Secondo Begin, l'attacco del King David è stato ormai approvato e non se ne parla proprio di rinviarlo.

Amichai Paglin, il capo delle operazioni dell'Irgun, è al lavoro. Il raid verrà realizzato da ventitré combattenti comandati da Israel Levy, armati di una mitragliatrice, quattro mitragliette, sei rivoltelle e 350 chili di TNT. Anche la sezione di Gerusalemme del LEHI è ormai pronta. Ma David Shomron e Yaacov Granek hanno un problema: per evitare a ogni costo di fare vittime ebree, l'esplosione del bersaglio situato presso il King David deve avere luogo di mattino presto. Però, di conseguenza, i Britannici reagiranno certamente facendo scattare l'allarme, cosa che potrebbe intralciare l'Irgun che deve passare all'azione a fine mattinata. Bisogna quindi rivedere il coordinamento tra le due organizzazioni. Shamir esamina come al solito ogni dettaglio del piano e suggerisce un incontro con Paglin per trovare una soluzione.

La mattina del 22 luglio, la data prevista per l'attentato, i membri del Comitato dei X sono persuasi che non ci sarà alcun attentato a Gerusalemme. Invece Menachem Begin, che è ben deciso ad andare fino in fondo, è convinto che non ci saranno perdite di vite umane: lo hanno convinto le spiegazioni di Paglin. I Britannici avranno trenta minuti per evacuare l'hotel. Dovrebbe succedere tutto senza troppo trambusto.

Il piano del LEHI è semplice: neutralizzare le sentinelle all'ingresso dell'edificio David, penetrare in massa all'interno, deporre le cariche e abbandonare il posto. I combattenti hanno ricevuto l'ordine di avvertire gli occupanti dell'edificio sull'imminenza dell'esplosione cosa che è totalmente contraria alle regole dell'organizzazione, perché, in effetti, gli assalitori perderanno l'effetto sorpresa. Ma Shamir e gli altri due capi del Centro hanno dato il loro consenso, perché è l'unico modo per farcela, se vogliono eseguire l'operazione in pieno giorno, nel momento in cui Paglin e i suoi uomini deporranno i loro esplosivi all'interno del King David.

La giornata comincia male. Granek arriva in ritardo da Tel Aviv e scopre che i due gruppi non sono pronti. Reuven, il capo della sezione di Gerusalemme, ha finanche rimandato a casa alcuni militanti. Paglin fa la sua comparsa, capisce che il LEHI non è a posto, dà appuntamento a Granek due ore dopo e scompare. Davanti all'impossibilità di coordinare le operazioni con l'Irgun, Granek annulla tutto e riparte immediatamente per Tel Aviv.

Poco prima di mezzogiorno, si ferma un camion nella strada del consolato francese, davanti all'ala nord dell'hotel, da cui scendono due uomini che immobilizzano le guardie. Si precipitano sei combattenti travestiti da Arabi e neutralizzano trentacinque persone che si trovano nel seminterrato, riunendole sotto stretta sorveglianza nella cucina. Vengono trasportati rapidamente dal camion verso il caffè Regence, all'estremità sud dell'edificio, sette bidoni di latte contenenti ciascuno 50 chili di TNT. Un ufficiale ha scoperto i sabotatori. Viene ucciso, così come un poliziotto di sentinella. C'è una breve sparatoria. Due militanti restano feriti. Nonostante tutto, essi giungono fino all'auto che deve portarli via e si danno alla fuga.

Adesso gli esplosivi sono a posto. Israel Levy libera i suoi prigionieri consigliando loro di andarsene al più presto perché «salterà tutto tra cinque minuti!», dice. Esce lui steso dall'hotel e, alle 12.10, lancia un petardo per strada per avvertire Adina Hai, una liceale di sedici anni. Da un negozio, costei chiama il centralino del King David e dice in ebraico e in inglese: « la resistenza ebraica. Abbiamo messo delle bombe. Evacuate l'edificio. Sarete stati avvertiti!». Attraversa la strada e, da una cabina telefonica, consiglia in francese alla persona che le risponde al consolato generale francese di aprire le finestre affinché non vengano soffiate via dall'esplosione. La giovane militante si precipita poi in un negozio della via Giaffa e chiama la redazione del «Palestine Post». All'interno del King David, la centralinista chiama Naim Nissan, il direttore di sala, e lo informa della minaccia. Nissan si precipita dal direttore che avverte i Britannici, invano.

Alle 12.35, cioè venti muniti dopo la posa dei detonatori, quindici minuti dopo il primo avvertimento, dodici minuti dopo i primi spari, avviene l'esplosione. Crolla l'ala sud dell'hotel. Il bilancio è pesantissimo: novantuno morti tra cui diciassette Ebrei, quarantuno Arabi e ventotto Britannici. Ci sono più di settanta feriti. L'operazione di sgombero durerà otto giorni. Su Gerusalemme viene imposto il coprifuoco. Nella città vecchia i parà scopriranno un morto e un ferito, militanti dell'Irgun. Saranno arrestati trentasette sospetti, ma, per mancanza di prove, gli inquirenti rilasceranno la maggior parte di loro.

Perché le autorità non hanno dato l'ordine di evacuare il King David sin dal primo avvertimento telefonico o immediatamente dopo i primi spari? Il margine di tempo è stato troppo corto, affermano i militari. La centralinista del «Palestine Post» confermerà di aver trasmesso immediatamente l'avvertimento al commissariato di polizia. O il capo della sicurezza dell'hotel ha dato, al contrario, l'ordine di non evacuare l'hotel, non credendo a questo sabotaggio? Comunque sia, il risultato è catastrofico. L'Haganah, estremamente imbarazzata, invia Yisrael Galili, il vice di Sneh, affinché chieda all'Irgun di rivendicare l'attentato. Sarà fatto. Ancora una volta, la stampa dell'Yishuv si scatena contro i «terroristi».

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L'esilio, peggio della morte

Prosegue l'esodo della popolazione araba. A Giaffa, dopo il primo attacco dell'Irgun del 25 aprile, i Britannici avevano preso il controllo della città per impedirne la caduta e la fuga in massa degli abitanti. Ma le ultime postazioni difensive arabe, ad est di Giaffa i villaggi di Salameh, El Hiryeh e Sakyeh sono cadute nelle mani dell'Haganah senza combattere. La loro popolazione è fuggita. La città è completamente accerchiata. Salah Khalaf, che anni dopo prenderà il nome di guerra di Abu Iyad, ha raccontato la partenza in esilio della sua famiglia a bordo di una nave, sotto le granate sparate dagli obici dall'artiglieria ebraica, nel giorno della partenza dei Britannici, alla vigilia della proclamazione dell'indipendenza d'Israele. Con i suoi genitori e i suoi quattro fratelli e sorelle, egli diventerà un rifugiato a Gaza:

Retrospettivamente scriverà nel 1978 penso che i miei compatrioti abbiano avuto torto a fare affidamento sui regimi arabi e, in ogni caso, ad aver lasciato campo libero ai colonizzatori ebrei. Avrebbero dovuto tenere duro, a tutti i costi. I sionisti non avrebbero potuto sterminarli fino all'ultimo uomo. D'altronde, per molti di noi l'esilio è stato peggio della morte.

Il 18 maggio, David Ben-Gurion visita Giaffa conquistata e scrive nel suo diario di guerra: «Non riuscivo a capire: come mai gli abitanti di Giaffa hanno lasciato questa città?».

Nel nord della Palestina, San Giovanni d'Acri e i villaggi arabi attigui vengono occupati dall'Haganah, che respinge gli attacchi delle forze irachene, siriane e libanesi. Nel Negev, l'esercito egiziano riporta qualche successo e giunge fino al porto di Ashdod, dove una brigata israeliana ne blocca l'avanzata.

Il 28 maggio 1948, il quartiere ebraico della città vecchia di Gerusalemme cade nelle mani dei Giordani. La capitolazione viene negoziata dall'intermediario del Comitato internazionale della Croce Rossa e da Pablo de Azcárate, il rappresentante delle Nazioni Unite. Vengono condotti in prigione trecento uomini in età da combattimento, mentre gli anziani, le donne e i bambini vanno a raggiungere, sotto la protezione dei soldati giordani, le linee del fronte israeliano. Per la prima volta dopo secoli, nemmeno un solo Ebreo si trova più all'interno delle mura della città vecchia di Gerusalemme. Le due grandi sinagoghe vengono distrutte con gli esplosivi.

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L'assassinio di Bernadotte

I combattimenti riprendono il 9 luglio: lo Tsahal intende liberare i dintorni di Tel Aviv. Moshe Dayan, alla testa di un battaglione di commando, prende Lod e il suo aeroporto. Sulla stessa scia, viene occupata Ramleh, la città vicina. Una brigata comandata da Yitzhak Rabin è incaricata di cacciare via la popolazione araba di queste due località. Gli abitanti di Lod, scacciati dalle loro case spesso con la forza, devono fuggire a piedi in direzione di Ramallah, privati dell'acqua, sotto un sole che spacca le pietre. Secondo alcuni testimoni arabi, decine di persone, bambini, anziani e donne incinte moriranno nel corso di questa operazione di espulsione.

L'evacuazione di Ramleh si farà a bordo di camion e di autobus. Racconterà Yitzhak Rabin nel 1979:

Non era possibile evitare l'impiego della forza e degli spari di avvertimento per obbligare gli abitanti a percorrere la ventina di chilometri che li separavano dalla Legione. Vedendo questo, i notabili di Ramleh hanno accettato di essere evacuati volontariamente, a condizione che fossero messi a loro disposizione alcuni autobus [...]. I militari che hanno partecipato all'espulsione hanno sofferto enormemente. La brigata Yiftah, che ha effettuato l'operazione, comprendeva alcuni soldati venuti da movimenti giovanili, dove erano stati inculcati in loro valori come la fraternità internazionale e l'umanesimo. L'espulsione andava al di là dei concetti a cui erano abituati.

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In Palestina, la guerra è finita. Espulsi o fuggendo i combattimenti, 711.000 Arabi si sono rifugiati nei paesi confinanti. Hanno lasciato in Israele 300.000 ettari di terreni, 73.000 locali d'abitazione e 8700 negozi.

L'11 dicembre 1948, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite vota la risoluzione 194, che resterà lettera morta:

C'è la possibilità di permettere ai rifugiati che lo desiderino di rientrare nelle proprie abitazioni il più presto possibile e di vivere in pace con i loro vicini. Devono essere pagate alcune indennità a titolo di compenso per i beni di coloro che decidono di non rientrare nelle loro case e per tutto quello che è andato perso o danneggiato.

Il regno ascemita annette la Cisgiordania. Vengono firmati alcuni accordi di armistizio o di cessate il fuoco con l'Egitto, la Siria, il Libano e la Giordania.

Lo Stato arabo della Palestina non ha visto la luce.


Che cosa sono diventati

Nella primavera del 1949, il Partito dei combattenti annuncia un grande progetto: si tratta di costruire un kibbutz nel Negev occidentale. L'idea è stata lanciata da un gruppo di militanti che avevano combattuto in questo settore durante i mesi precedenti agli ordini di Yitzhak Sadeh, dato che quest'ultimo li aveva incoraggiati e raccomandati presso alcune istituzioni governative. L'11 agosto viene posta nel deserto la prima pietra del kibbutz Neveh Yair, a sud di Gaza. Shamir e Yelin Mor assistono alla cerimonia a fianco di Sadeh. Il fior fiore dell'Yishuv, destra e sinistra mescolate insieme, ha augurato il successo. Un anno dopo, il fallimento è palese. Il kibbutz è situato in un settore troppo pericoloso. Di conseguenza, ci sono più uomini che donne e i celibi non trovano una compagna per «vivere in capo al mondo». Il gruppo salderà i debiti e lascerà la regione.


L'avventura del LEHI è terminata. Nel 1951, il Partito dei combattenti è scomparso dalla scena politica. Yitzhak Shamir tenta di lanciarsi negli affari, ma senza grande successo: diventa presidente dell'ssociazione dei cinema di Ramat Gan e Givatayim. Trovando la produzione hollywoodiana di pessimo gusto, propone di lì a poco a Yelin Mor e a Benjamin Gepner, che è rientrato dagli Stati Uniti, di produrre opere di qualità. Il trio crea una società cinematografica di film in Israele: la Films d'art-Distribution. Da Parigi, Shmuel Ariel, contattato, declina l'offerta di unirsi nell'avventura. L'affare fallirà qualche mese dopo.

Shamir e Yelin Mor si lanciano in seguito nei lavori pubblici: David Shomron diventa responsabile tecnico dell'impresa e Shlomo Ben-Shlomo uno dei suoi capicantiere. La compagnia triplicherà il suo fatturato in due mesi. Ma i soci finiranno per litigare e la società verrà dissolta.

Nel 1956, Shamir sarà reclutato da Isser Harel, íl capo del Mossad. Resterà per vent'anni a dirigere un dipartimento del servizio segreto, dove recluterà ex appartenenti del LEHI, tra cui Yashka Levstein. Nel 1970, li ritroveremo tutti o quasi nella lista elettorale dell'Herut. Invece Yelin Mor s'impegnerà a sinistra per la pace con gli Stati arabi e i Palestinesi. Israel Eldad resterà l'ideologo del Grande Israele che è sempre stato.


Yitzhak Shamir e Menachern Begin, considerati terroristi da David Ben-Gurion e dai Britannici, sono diventati Primi ministri.


Un nuovo omicidio politico ha cambiato il corso della Storia: il 4 novembre 1995, Yigal Arnir, un giovane estremista ebreo, assassina Yitzhak Rabin dopo la conclusione degli Accordi di Oslo con un dirigente palestinese definito «terrorista»: Yasser Arafat. Nel 1994, hanno ricevuto entrambi il Nobel per la Pace, così come l'aveva ricevuto Menachem Begin nel 1979 dopo la firma del trattato di pace con l'Egitto.

Anche in Israele si è dimostrato vero il vecchio adagio: «Il terrorista degli uni è il combattente per la libertà degli altri».

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Cronologia



1896 Theodor Herzl pubblica Lo Stato ebraico.

1909 Creazione del primo kibbutz in Palestina.

1916 Accordi Sykes-Picot tra la Francia e la Gran Bretagna sulla spartizione del Vicino Oriente.

2 novembre 1917 A nome del governo britannico, il segretario del Foreign Office, lord Balfour, promette ai sionisti la creazione di un Focolare nazionale ebraico in Palestina.

10 dicembre 1917 Conquista di Gerusalemme da parte dei Britannici.

1920 Creazione dell'Haganah.

1922 La Società delle Nazioni approva il mandato britannico sulla Palestina.

1931 Creazione dell'Irgun.

30 gennaio 1933 Hitler è nominato Cancelliere.

9-10 novembre 1938 Notte dei cristalli in Germania.

17 maggio 1939 Pubblicazione del Libro Bianco che limita l'immigrazione ebraica in Palestina.

3 settembre 1939 Inizio della Seconda Guerra mondiale.

Ottobre 1939 L'Irgun, diretto da Raziel, sospende i suoi attacchi e fa causa comune con la Gran Bretagna contro la Germania nazista.

Agosto-settembre 1940 Creazione della Banda Stern.

Gennaio 1941 Avraham Stern propone un'alleanza al Reich tedesco.

20 maggio 1941 Morte di Raziel nel corso di un bombardamento tedesco in Iraq.

12 febbraio 1942 Assassinio di Avraham Stern per mano di un poliziotto britannico.

Maggio-giugno 1942 Pubblicazione di informazioni relative ai massacri degli Ebrei da parte dei nazisti in Polonia.

26 gennaio 1944 Menachem Begin assume il comando dell'Irgun e proclama la rivolta contro l'occupazione britannica.

6 novembre 1944 Assassinio al Cairo di lord Moyne, il ministro britannico delle Colonie, da parte del LEHI.

Novembre 1944 L'Haganah tenta di neutralizzare l'Irgun. Inizio della «Stagione».

8 maggio 1945 Fine della Seconda Guerra mondiale in Europa.

Settembre 1945 Nascita del Movimento di Resistenza Ebraico. L'Haganah, l'Irgun e il LEHI sferrano attacchi congiunti contro le forze di occupazione britanniche.

13 novembre 1945 A Londra, Ernest Bevin, il segretario del Foreign Office, dichiara che non se ne parla nemmeno di ricusare il Libro Bianco.

22 luglio 1946 L'Irgun fa saltare l'hotel King David a Gerusalemme.

Luglio 1947 L' Exodus, carico di 4500 immigranti ebrei illegali, tenta di attraccare in Palestina.

27 febbraio 1947 Il governo britannico porta la faccenda della Palestina davanti alle Nazioni Unite.

29 novembre 1947 L'Assemblea generale delle Nazioni Unite vota la spartizione della Palestina in due Stati, arabo ed ebraico.

14 maggio 1948 David Ben-Gurion proclama l'indipendenza dello Stato d'Israele.

l dicembre 1948 Il Congresso palestinese di Gerico vota l'annessione della Cisgiordania alla Transgiordania.

Febbraio-aprile 1949 Accordi di armistizio tra Israele, Egitto, Libano e Giordania.

1950 L'UNRWA (Agenzia delle Nazioni Unite per il soccorso e l'occupazione dei profughi palestinesi) censisce 914.221 rifugiati palestinesi.

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