Copertina
Autore Per Olov Enquist
Titolo Un'altra vita
EdizioneIperborea, Milano, 2010, n. 184 , pag. 535, cop.fle., dim. 10x20x2,8 cm , Isbn 978-88-7091-184-8
OriginaleEtt annat liv
EdizioneNorstedts, Stoccolma, 2008
TraduttoreKatia De Marco
LettoreFlo Bertelli, 2010
Classe narrativa svedese , biografie
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Indice


Punti di partenza                                9

Parte Prima - Innocenza                         13

 1. L'indovino                                  15
 2. Il viaggio della volpe crociata             49
 3. Il compagno di viaggio                      72
 4. La vacca che figlia                         97

Parte Seconda - Un luogo molto illuminato      133

 5. Nel vestibolo                              134
 6. Exit homo ludens                           170
 7. Una spedizione                             207
 8. Berlino dopo la pioggia                    246
 9. Un palcoscenico a Monaco                   285
10. Autunno a Broadway                         307
11. Il cesto di frutta                         357

Parte Terza - Nel buio                         389

12. Il serpente della pioggia                  391
13. Sjön 3, Parigi                             421
14. Il beccaccino in fuga                      445
15. Le stelle sopra l'Islanda                  493


 

 

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Pagina 9

PUNTI DI PARTENZA



Quella notte islandese del dicembre 1989, un cielo molto limpido. Si vedono le stelle, ma niente aurora boreale.

Dov'è andata a finire?


Verso le quattro del pomeriggio del 14 aprile 1998 passa davanti alla stazione dismessa di Skellefteå, cammina piano per non attirare l'attenzione, e vede tre uomini seduti sugli scalini.

Lui lo riconosce subito. È Jurma. Cade una pioggia leggera.

Gli fa male. Ci mette qualche secondo a capire perché. Come sempre, si mette allora a pensare a qualcos'altro, è così che si sopravvive: ricorda una scena simile, nel film Philadelphia, o forse nel video di Bruce Springsteen della colonna sonora del film. Springsteen cammina in una strada lungo una fabbrica, in un paesaggio desolato, sì, forse una fabbrica dismessa, lentamente e senza guardarsi attorno; si ha l'impressione che i tre uomini seduti che lo guardano passare fossero suoi amici d'infanzia, ma sono rimasti lì mentre lui se n'è andato.

Non l'hanno chiamato per fermarlo.

Quelli che restano non chiamano volentieri quelli che se ne vanno. Come sarà stato restare? I tre uomini seduti davanti alla stazione dismessa di Skellefteå si dividevano una bottiglia di vino, sicuramente non la prima. Jurma aveva alzato la testa quando l'aveva visto, come in un moto di riconoscimento, ma poi aveva riabbassato gli occhi, forse per la vergogna o per una rabbia incontrollata.

Faceva male. Era incredibile che non ci fosse lui seduto lì. Difficile da capire. Un caso, forse, o un miracolo?

Ha paura? Sì, ha paura.


Da Brighton nella primavera del 1989, poco più del titolo di quello che quasi di certo resterà un romanzo impossibile, insieme a una breve annotazione.

"Ora, tra poco, il mio Benefattore, il Capitano Nemo, mi ordinerà di aprire i serbatoi dell'acqua, in modo che il sommergibile, con la sua biblioteca, possa affondare.

Ho ispezionato la biblioteca, ma senza esaminare proprio tutto. Un tempo, nei miei sogni segreti, pensavo che fosse possibile mettere insieme ogni cosa in modo che tutto fosse compiuto, concluso. E che alla fine si potesse dire: così è stato, è così che è andata, ecco tutta la storia.

Ma questo ovviamente andrebbe contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso è comunque un modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo."


Il giorno dopo prese la macchina e girò per qualche ora tra Skråmträsk, Långviken, Yttervik e Ragvaldsträsk per farsi coraggio.

La macchina era un'Audi noleggiata all'aeroporto di Skellefteå, quello che avevano costruito vicino a Gammelstället, sul lago di Bursjön; gli sembrava che fosse sui terreni che un tempo erano boschi di suo zio John. L'aereo si abbassava per l'atterraggio, ed ecco la fattoria, un centinaio di metri più sotto; era lì che aveva letto la Bibbia a sua nonna quando stava per morire.

Prima dell'atterraggio, come sempre, aveva guardato fuori dal finestrino e identificato il punto geografico da cui la sua vita poteva essere osservata, e il giovane seduto accanto a lui, sulla trentina e con un completo dí sargia, il Compagno di viaggio dunque, aveva come sempre allungato il collo per vedere e aveva detto È così che è diventato e lui aveva risposto Sì, hanno ristrutturato, come se fosse perfettamente naturale. Lo zio John non c'è più, aveva aggiunto a mo' di spiegazione. Ah, anche lui se n'è andato, aveva risposto l'uomo che forse non aveva mai preso l'aereo e non aveva mai visto Gammelstället dall'alto, sì, immagino che non siano rimasti in molti, e a questo non c'era poi granché da rispondere.


L'uomo sulla panchina davanti alla Stazione Centrale, che si chiamava Jurma, doveva avere settant'anni, ormai. Era evidente che beveva da molto.

Strano che fosse ancora vivo. Ma non parliamone più.


Si fa prestare una barca a remi e va fino a Granholmen.

L'isolotto adesso ha un altro nome, in onore di sua madre: si chiama Majaholmen. Strano: in realtà era stato suo padre a costruire il capanno. Lei ci stava l'estate a guardare l'acqua del lago.

Non si dovrebbe scavare in queste cose. Si rischia solo di impazzire.


Di tutti i volatili, quelli che preferiva erano le libellule.

Per molto tempo erano sparite. Le rivide nell'autunno del 1989. Nella primavera del 1990 volavano come pazze e lui faceva fatica a controllarsi. Era la resurrezione delle libellule, com'era stato possibile!

Le lettere.

Mentre svuotava la soffitta, trovò i raccoglitori con le lettere, erano sette, e tutti i mannoscritti. Era sicuro di averli bruciati.

Era così, dunque? Tutte quelle cose. Non riusciva quasi a respirare. Era davvero andata così?


Lei gli aveva posato il Toshiba sulle ginocchia, come se fosse un cucciolo, e l'altra donna, Sanne, si era seduta per terra e gli aveva infilato scarpe.

Si spera sempre in un miracolo. Se non si spera, non si è umani. E in fondo qualche specie di umano lo si è pur sempre.

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È il momento? No, non ancora.

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Pagina 26

Col tempo viene a sapere di aver avuto un fratello maggiore, nato un anno e mezzo dopo le nozze.

Sua madre aveva voluto partorire in casa. Il bambino era posizionato male ma la levatrice, in una breve visita, le aveva rimproverato i lamenti esagerati e aveva detto che il piccolo si sarebbe girato da solo. Ma nonostante le doglie, il bambino non usciva. La madre aveva urlato per quattro giorni finché era diventato impossibile tenerla, sbraitava in modo spaventoso! Era un parto podalico. Allora avevano fatto venire un taxi da Gamia Fahlmark. Era a letto al piano superiore della casa verde, e la levatrice non era più tornata perché non se la sentiva. Così la madre era stata portata giù a braccia dal padre e da un vicino, Sehlstedt. Bisognava essere in due per portarla giù dalle scale. Åke Sehlstedt gliel'aveva raccontato, di nascosto, con un solo dettaglio. "La tenevo per i piedi."

Strano che proprio quella frase dovesse restargli impressa. Non riesce a liberarsene.

Si domanda se fosse un'immagine o un segno. Ad ogni modo era un parto podalico. In ospedale alla fine il bambino venne fuori, e aveva anche il cordone attorno al collo. Era vissuto per circa un minuto, a quanto pareva. A questo proposito un'annotazione sul diario. Perciò doveva essere considerato vivo e non nato morto. Il defunto era stato battezzato Per-0la, e il cadaverino era stato fotografato nella piccola bara. Ci doveva essere un ritratto funebre, era inevitabile. Il morticino aveva l'aria simpatica, e sembrava anche lui un bravo bambino.

Due anni dopo era nato lui, ed era stato battezzato con lo stesso nome. Sua madre gli aveva spiegato che era il bambino PRECEDENTE, di nome Per-0la, che era morto, mentre il bambino seguente, ovvero lui, con lo stesso nome, era vivo. Faceva fatica a capire chi era chi. Gli sembra poco chiaro, leggermente sospetto. Non è che era lui il corpo fotografato nella bara, mentre suo fratello era vivo?

Forse c'era stato uno scambio.

Non osa chiedere, ma è preoccupato. E se fosse stato sempre lo stesso bambino? Cioè che era morto, quasi costando la vita alla madre, per poi risorgere. Oppure, ed era questa l'ipotesi più inquietante: forse nella sua prima vita era stato accolto tra i giusti per sedere alla destra del Padre, e dopo era diventato il bambino, quello che veniva chiamato Per-0la, con lo stesso nome!!! – e quel bambino nato qualche tempo dopo era tra i peccatori rimasti su questa terra, che sarebbero bruciati all'Inferno nel giorno del Giudizio?


Le cose diventano ancora meno chiare quando in famiglia succede davvero uno scambio di bambini.

La zia Vilma aveva partorito all'ospedale di Bureå. Poi l'infermiera era entrata in camera con un bambino per braccio, entrambi nati il giorno prima, e aveva detto in tono brusco alla zia Vilma e alla signora Svensson Neanche sapete riconoscere i vostri figli!?

Ma non li avevano riconosciuti, e così c'era stato l'errore.

Erano i bambini scambiati degli Enquist. Qualche anno dopo la stampa del Sud, dalle parti di Stoccolma, ne fece un caso nazionale che finì anche davanti alla Corte Suprema. Fu così che iniziò. Prima il dubbio se fosse lui che era morto, o suo fratello. Poi la storia dei bambini scambiati, come a confermare quanto tutto fosse incerto. Basta guardare la zia Vilma e i bambini scambiati!!!

Non si sapeva mai con certezza chi era chi. O chi si era.

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Pagina 58

Col tempo Hjoggböle, un paesino nel cuore della foresta, a venti chilometri dalla costa e a mille a Nord di Stoccolma, godrà di una certa fama nazionale perché i suoi centocinquanta abitanti avevano generato niente meno di cinque scrittori, intesi come membri della Federazione Svedese Autori.

Gli fanno molte domande. Come mai quell'improvviso proliferare di scrittori?

In genere risponde con una battuta, dicendo che è colpa della consanguineità: da quelle parti si sposavano tutti in un raggio di venti chilometri, e la consanguineità ha prodotto parecchi scemi del villaggio, o scrittori, difficile distinguerli. Questo prima della diffusione della bicicletta alla fine del secolo scorso, quando il passaggio dai piedi ai pedali ampliò il raggio d'azione dei giovani maschi locali, e la consanguineità sparì quasi del tutto. Ci si poteva scherzare sopra, così non si era costretti a pensare. Oppure si poteva evocare l'immagine di infinite conversazioni accanto al fuoco, o nelle cucine buie, una tradizione narrativa millenaria che ormai non sfocia più nel racconto orale ma in quello scritto.

Sa bene che nessuna delle due versioni è vera.

Non ha mai sentito raccontare aneddoti né storie. Per quel che lo riguarda, si limitava a starsene seduto in silenzio sul linoleum color tabacco della cucina a disegnare mappe sulla carta oleata. Nessun fuoco. Nessuna vecchia che racconta segreti. Le storie sanguinarie del Vecchio Testamento erano interessanti, ma presto le sa tutte a memoria. Per il resto quasi esclusivamente silenzio. Non ha amici e non ne sente nemmeno il bisogno, ha già il bosco, e il Manuale del soldato con disegnate le barriere anticarro. Nel bosco costruisce trincee in previsione degli attacchi imminenti, ma non è cosa che valga la pena di disegnare. Nemmeno voci, solo silenzio avvolto nella neve. L'inverno con la neve, l'aurora boreale, gli uccelli sul sorbo e i fili del telefono che cantano contro la cassa di risonanza della casa, ma questo non è un racconto.

O sì?

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Pagina 195

C'è un problema, si renderà ben presto conto, nel rapporto tra la socialdemocrazia e gli intellettuali. E lui si sarebbe ritrovato proprio nel punto d'intersezione.

Niente di sorprendente, a dir la verità, eppure al tempo stesso strano. Se si viveva la Svezia come un paese socialdemocratico a partito unico, guidato da culi di pietra e manici di scopa, era sicuramente dura per gli intellettuali identificarsi con quell'apparato dirigente. Gli scagnozzi del potere. Davvero imbarazzante. Non è molto divertente essere i leccaculo del potere. Meglio comunisti, allora.

L'autocritica del resto non era il punto forte del movimento, e veniva facilmente scambiata per slealtà. Di tessera di partito poi proprio non si parlava! Bisognava essere liberi! Un intellettuale libero non è un membro di partito, è impensabile. E poi era dimostrato che i socialdemocratici mancavano di visione. Ripetutamente dimostrato.

Cosa voleva dire? Restava poco chiaro. Ma era una cosa che non solo si poteva, si doveva dire. Mai un intervento sui socialdemocratici senza sottolineare la mancanza di visione.

Anche a lui in quel periodo degli anni Sessanta, nel brusco transito dal movimento di risveglio alla socialdemocrazia passando per il radicalismo culturale, viene chiesto di analizzare la mancanza di visione della socialdemocrazia.

Disperato e incapace di rispondere, finisce per ricorrere a una parabola, solo leggermente più enigmatica di quelle del Salvatore Gesù in persona. "La socialdemocrazia, disse allora ai suoi discepoli, è come il Lievito e l'Impasto. Il Lievito rappresenta il socialismo, l'Impasto il mercato. Chi vuole mangiare pane sappia che il Lievito da solo è immangiabile – basta guardare l'Unione Sovietica dove il popolo soffre sotto il giogo dello stomachevole Lievito del Comunismo. Nemmeno di solo Impasto ci si può cibare. Non ne è forse dimostrazione il Capitalismo americano? Quei poveretti non possono mangiare altro che Impasto. Solo la giusta quantità di Lievito nell'impasto fa sì che questo lieviti e si trasformi in buon pane. Ecco cosa succede con la socialdemocrazia."


In effetti la parabola non è male.

Non perché dia l'immagine definitiva della socialdemocrazia, ma perché rappresenta bene l'idea che gli intellettuali avevano del movimento. Le ideologie dovrebbero avere contorni più netti! Lievito, impasto e lievitazione! Vago! Approssimativo! Inspiegabilmente, la socialdemocrazia come esperimento sociale ha grande successo, forse l'unico a funzionare nella pratica.

Ma dal punto di vista teorico era un disastro. Crollava davanti a qualsiasi tentativo di lucida analisi intellettuale. Pastosa. Qualcosa di vago e indefinito in una specie di centro.

Meglio allora l'innegabile chiarezza del comunismo. Le immagini drammatiche, le conseguenze inesorabili, le uova rotte per fare la frittata e la consapevolezza che non era una passeggiata. Tutto l'insieme era tremendamente affascinante, massaggiava le zone erogene ideologiche degli intellettuali, e ad ogni modo non risultava pastoso.

Non era facile essere un socialdemocratico dichiarato. Senza contare che la congregazione socialdemocratica diffidava delle nature poetiche. Al suo interno c'era una sfiducia di fondo verso gli scrittori e gli artisti: non ci si poteva mai fidare di loro. Proprio quando li stringevi tra le braccia, ti mollavano un calcio nelle parti basse. Faceva male, e non si dimenticava facilmente. Erano incostanti, dicevano di abbracciare i valori radicali ma erano inaffidabili, spesso facevano mestieri apparentemente estranei alla specie: il violinista del torrente! lo spirito delle acque! il musicista vagabondo!

Le si potevano anche considerare tutte sciocchezze. Ma gli scrittori, si era giustamente notato, tendevano a volersi elevare rapidamente al di sopra della propria classe, ad abbandonare le appartenenze, e a guardare con disprezzo o condiscendenza quelli che restavano indietro. Il sogno di una chiarezza radicale, dunque niente impasto che lievita lentamente, li attirava spesso a sinistra, dove si lamentavano sempre della stessa cosa, ovvero della mancanza di visione socialdemocratici.

Nel Movimento si parlava sempre di solidarietà. E la mancanza di lealtà verso il partito non era decisamente propizia alla carriera. O te ne andavi, o venivi espulso.

Non restarono quindi molti scrittori ufficialmente accettati. La maggior parte era in qualche modo di sinistra, ma guardati con preoccupazione dal partito. Ai congressi si leggeva semper la stessa poesia di Svante Foerster, il cui ultimo verso diceva: "È richiesta una votazione e sarà effettuata". Era una specie di sicurezza.

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Pagina 241

Sarebbe rimasto in contatto con gli estradati.

Una volta, a metà degli anni Novanta, il governo conservatore svedese li invita in visita ufficiale. Ce ne sono una quarantina ancora vivi, e in condizioni di viaggiare. Visitano i luoghi in cui sorgevano i campi, come Rännerslätt, e sono ospiti d'onore a una grande cena al Ministero degli Esteri. L'affabile ministro Margaretha af Ugglas invita anche lui. Il ministro tiene poi un discorso con cui presenta agli estradati le scuse ufficiali del governo per la condotta della Svezia. È una bella cena, ormai conosce praticamente tutti, e l'atmosfera è tranquilla, né patetica né aggressiva, ma il tutto ha un che di irreale.

Verso la fine della cena, uno degli ex legionari si alza e tiene un discorso di ringraziamento, bello e semplice.

L'Investigatore è ormai invecchiato, sono passati trent'anni da quando ha intrapreso la sua spedizione. Ascolta il discorso di ringraziamento con sentimenti piuttosto ambigui. Conosce l'uomo che parla. Una volta, durante una cena informale in onore degli estradati a Riga, qualche anno dopo la liberazione della Lettonia, gli aveva raccontato un aneddoto divertente.

Alla cena di Riga erano presenti lui e diciassette legionari, avevano parlato tranquillamente e sinceramente del passato, in confronto a loro lui era giovane, ma tutti sentivano una sorta di calore e di cameratismo, come se facessero tutti parte di qualcosa che era sì storia, ma anche vita, e che aveva cambiato le vite di tutti loro, anche la sua, erano rimasti a tavola fino a notte inoltrata ed era stato bello.

L'aneddoto raccontato dall'uomo che in seguito avrebbe tenuto il discorso di ringraziamento riguardava il periodo in cui aveva prestato servizio al quartier generale della polizia tedesca di Riga, durante l'occupazione nazista. Gli avevano assegnato un lavoro d'ufficio, doveva selezionare da una lista di nomi quelli che erano comunisti o ebrei e dovevano essere internati, o cos'altro doveva capitargli. In ogni caso, il suo capo tedesco gli aveva detto tu te ne stai sempre qui tutto il tempo con le tue carte. Devi imparare anche a maneggiare un fucile. Siamo in guerra, dopo tutto. Lui aveva riso e aveva detto di non saper nemmeno tenere in mano un fucile, di essere una schiappa a sparare. Ma il suo capo tedesco aveva insistito Puoi sempre imparare! Ma devi esercitarti a sparare su bersagli mobili. Non solo bersagli fissi!

Posso procurarti qualche ebreo, aveva detto, così ti puoi allenare a sparare agli ebrei che scappano.

E l'oratore, quello che aveva appena ringraziato il ministro degli esteri svedese per la cena e le scuse ufficiali, aveva protestato dicendo che non era capace, era negato con le armi, e alla fine non c'era stato alcun tiro al bersaglio sugli ebrei in corsa, ma l'aveva raccontato ridendo, dicendo che i tedeschi erano fatti così. In un certo senso era una storia divertente.

Cos'altro c'era da aggiungere?


Sono seduti attorno a dei tavolini tondi al ministero degli esteri svedese.

Ascolta il ministro e il discorso di ringraziamento e i compagni che adesso conosce meglio e apprezza più di quando ha cominciato la spedizione. Era tutto lì, compresa la battuta sugli ebrei in fuga.

Sa che la spedizione l'ha cambiato. Non è più lo stesso.

Quella cena è la metafora della spedizione. In un certo senso è come se si trovasse al centro della storia europea, che è come è, la chiarezza della storia offuscata dai volti delle persone. Nessuna indignazione, nessuna gioia, solo una specie di calma silenziosa. Colpa o innocenza, i volti delle persone alla fine sono semplicemente umani, come il suo, forse. È questo che sente.

La storia europea è come è.

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