Copertina
Autore Viktor Erofeev
Titolo L'enciclopedia dell'anima russa
EdizioneSpirali, Milano, 2006, Romanzi 127 , pag. 296, cop.ril.sov., dim. 14,5x21,8x2,5 cm , Isbn 978-88-7770-766-6
OriginaleEnciklopedija russkoj dushi. Roman s enciklopediej
TraduttoreElena Gori Corti
LettoreRenato di Stefano, 2008
Classe narrativa russa , paesi: Russia , aforismi
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Indice


Io amo a te                                   7

Esperienze                              	101

Obitorio a cinque stelle                	167

Il Grigio è a posto                     	231

Note del Traduttore                     	289


 

 

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Pagina 9

La patacca


Le guardie del corpo guardavano distrattamente la televisione. Io bevevo in compagnia di gente che conosceva bene la situazione della criminalità cittadina. Nonostante l'aspetto da intellettuale, sono in grado di bere più dei maschi più robusti, e tre o quattro bottiglie di vodka in una serata non mi fanno nessun particolare effetto, a parte un lieve prurito alla pelle della pancia la mattina dopo. Questa peculiarità mi è tornata utile in più di un'occasione, ma a volte ha comportato imprevedibili conseguenze, come appunto avvenne quella notte.

L'uomo al potere brilla di una luce che non è di questo mondo. Il suo viso autorevole è tutto una vampata di estasi duratura. Nella sala il gruppo dei capi feriva gli occhi. Capoccia sbronzi sfatti delle strutture del potere, vicepremier, condottieri e persecutori della democrazia, statalisti, imbecilli importanti, revanscisti e altri bellocci del Cremlino rumoreggiavano.

— La mia patacca è meglio della tua! — vociavano.

Tutti sognavano una patacca.

— La tua patacca non è affatto una patacca.

— Io ricevevo quattro patacche al mese.

— Perbacco!

— La mia patacca è platinata — disse qualcuno.

Tutti tacquero. E io chiesi:

— A quale patacca si riferisce?

Si sbellicarono dalle risa.

— Ma tu non ce l'hai, una patacca?

— No, nemmeno una! — mi stizzii.

Sul far del mattino tutti volevano volare nello spazio. "Volate, colombi" — pensai. Offrirono anche a me di volare in veste di cronista, e mi vennero fatte anche altre proposte, non meno rispettabili. Finì che uno di loro — apparentemente il più intelligente e perfino con qualche idea in fatto di letteratura — iniziò a conversare con me sul lato oscuro della patria realtà.

— Ti ho letto e non mi piaci — iniziò con l'abituale schiettezza delle ore antelucane, la cravatta di traverso sulla candida camicia da uomo di governo. — Ma sai cosa ti dico: questo è un paese stregato.

— Uhm — dissi comprensivo.

— Il triangolo delle Bermuda non regge al confronto. Qui si fa sul serio. Da noi non passerà nessuna riforma — mi assicurò il riformatore pilota.

Io, zitto, gli credevo sulla parola.

— Si pensava di trovare un'idea unificatrice. Ne abbiamo trovato soltanto di separatrici —. Si guardò attorno. — Il vecchio è d'intralcio.

— Trovate di meglio — dissi.

— Non intendo questo — il riformatore si curvò e fece perfino la mossa di andarsene senza essere capito, invece esclamò:

— Pal Palyc!

Si fece avanti uno sbronzo Pal Palyc. A giudicare dall'aspetto, un silovik. Con la mascella ballonzolante, scossa da amare riflessioni. In borghese.

— Digli del vecchio. Lui non ci crede.

Il silovik guardò spaventato verso i pezzi grossi.

— Su, parla, visto che hai cominciato — disse con fermezza il riformatore.

— Noi lo chiamiamo buco nero vagante — il silovik ebbe una lieve contrazione. — Oppure imbuto. Insomma, un vecchiaccio.

— Il principio della sparizione dell'energia — spiegò il riformatore.

Io accolgo con gioia i discorsi su qualsiasi canaglia, purché non vengano dai potenti ubriachi.

— Metafore — suggerii.

— Vallo a trovare — propose il riformatore.

— Trovare chi?

— Il vecchio. Pal Palyc organizzerà la faccenda.

— Ti risucchia — disse avvilito Pal Palyc, mostrando i denti guasti alternati a capsule d'oro. — Peggio di un ufo.

— Io non lavoro per il governo — avvertii conciliante.

— Una preghiera personale — sottolineò il riformatore.

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Pagina 19

Gli strepitosi anni novanta


Nel frattempo, Sasa risultò tutt'altro che un idiota. Era uno di quelli che avevano sperimentato centinaia di forme di vita negli strepitosi anni novanta della Russia. Aveva percepito il sibilo e la velocità del tempo russo, quando un'ora valeva un anno, cosa mai verificatasi né prima né dopo, evidentemente. Era uno di quelli che avevano capito il senso dell'energia, aveva radicalmente modificato la mentalità passiva.

In Russia ben pochi vivevano negli anni novanta: piangevano quasi tutti. Per ragioni diverse. Piangevano di gioia per l'ottenuta libertà. Piangevano i rapinati. Piangeva la gente navigata. Quasi tutti si guardavano attorno timorosi, badando alla borsa, senza entrare nel gioco, tenendosi ai margini. Mosca, piena zeppa di soldi, sembrava a questi "quasi tutti" la più povera, la più disperata città del mondo.

I soldi tappezzavano i viali e le piazze, volavano con il vento negli androni, volteggiavano nelle trombe delle scale. Si potevano ammucchiare con la scopa, però mancavano gli spazzini, c'erano soltanto novellini dilettanti che all'inizio rastrellavano malamente, alla carlona: l'occupazione era talmente estenuante, che la sera mancava il tempo di contare l'incasso, tanta era la voglia di dormire. I soldi, li conservavano in secchi, in catini, in pentoloni, erano milioni e milioni, venivano convertiti in verdoni, e, di questi, si poteva tirarne su un milione in una settimana.

L'ufficio cambi divenne più importante del Faust di Goethe. Lavorava ogni santo giorno.

Ma per "quasi tutti" i soldi erano invisibili, essi non li rastrellavano, li perdevano. "Quasi tutti" sapevano bene che prima mangiavano pomodori, che una volta si erano perfino comprati un completo belga a quadretti nel fu emporio "Ruslan"; e che adesso non ce la facevano a comprare le patate. I "quasi tutti" attendevano pazienti chiarimenti dalla televisione. Non riuscivano a capire che quando i viali e le piazze sono tappezzati di soldi, nessuno spiega niente a nessuno da nessuna parte. Dopo di che "quasi tutti" sputavano accanto al televisore, e sputarono al punto che alcuni di essi divennero barboni. "Quasi tutti" andavano pigramente alla ricerca di una qualche verità. Improvvisamente i negozi si riempirono di ogni ben di dio. Il che fu particolarmente offensivo. E "quasi tutti" avrebbero voluto vedere i consueti banconi vuoti, tornare al bel mondo delle code.

Sasa cominciò con i calzini in un sottopassaggio. Dopo i calzini e la difesa delle libertà nella catena umana accanto alla Casa bianca, commerciò in sigarette, antiquariato e francobolli esteri, possedette magazzini e negozi, fu illegale possessore di armi, organizzò banche, volle acquistare l'Aeroflot, invece costruì una fabbrica di mattoni e una di scialli impalpabili. Subì grossi rovesci, fece bancarotta, si sparò nel bagno e ingoiò parecchio del suo stesso sangue. Sopravvisse, tornò al gioco dei bussolotti, entrò nel business del gioco d'azzardo, indossò una giacca rossa, fondò una rivista per soli uomini, si rovinò, s'indebitò con tutti. I ceceni lo stavano interrando in un bosco fuori Mosca. Più esattamente, gli proposero d'interrarsi da sé con una pala.

Giocare al computer divenne la filosofia degli anni novanta. La virtualità volteggiava nell'aria come nebbia primaverile. A ognuno spettavano alcune vite, il guardaroba cambiava non secondo la stagione ma a intuito, gli uccelli accorrevano, le spade tintinnavano, dal petto prorompeva il suono di uno spasmo guerriero. Sparavano su Sasa, lui rispondeva al fuoco, i pozzi di petrolio funzionavano, lui dirottò i soldi in Occidente. Acquistò immobili a Londra. In testa gli crebbero scarafaggi. Si occupò di filosofia russa, rimosse l'ortodossia, diede retta all'Altaj, si fece anacoreta, si tuffò nel buddismo, sostituì il buddismo con l'induismo, si diede alle danze, si rifugiò nel trascendente. Sostituì l'induismo con il giudaismo (senza essere ebreo), per un certo tempo si macerò nell'ateismo, tornò alla semplicità, divenne vegetariano. Accettata la penitenza per volontà del cuore, cambiò la jeep con una Ziguli scassata, inasprì i regolamenti di conti, fece voto di non toccare una donna per tre anni.

Fu il decennio del corpo russo. La perdita del materialismo fece scoprire la materialità. Le ragazze divennero ragazzi e viceversa. I desideri si coprirono di una patina di unisex. Sasa scoprì in sé l'islamismo, acquistò cinque saune e un harem, aderì al voodoo, si precipitò nei Caraibi, da là in Nigeria, rimase miracolosamente vivo in Laos, tornò, fece penitenza nel monastero Danilovskij, divenne referente. Lavorava nella sicurezza e aveva perfino l'ardire di entusiasmarsi di fronte a me per le imprese degli agenti del Kgb sovietici, amava l'America, odiava l'America, aveva nostalgia del passato, nel passato non ci voleva tornare. Sasa ha compiuto da poco trent'anni. Continuava gli esperimenti con uno stile di vita sano, il sesso, il cinema, i computer, la pubblicità. Sasa ammise che la situazione faceva schifo.

— Mi sputtanerò se non lo troviamo — aggiunse.

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Pagina 46

La storia del calcio nazionale


Pietro Primo diresse il pallone in Europa, colpì e sbagliò: ruppe una finestra.

La nazionale di uomini barbuti scaraventò il pallone in Asia.

Sollevata la sottana, Caterina la Grande riprese l'iniziativa.

Paolo raccattò il pallone e lo lanciò in direzione della porta asiatica.

Alessandro Primo, impadronitosi del pallone, lo lanciò verso l'Europa.

Nicola Primo lo calciò in direzione dell'Asia.

Suo figlio, Alessandro Secondo, lo lanciò lontano verso l'Europa.

Alessandro Terzo calciò il pallone in Asia.

Nicola Secondo trotterellò in direzione dell'Occidente.

Lenin spinse il pallone dalla parte dell'Asia.

Stalin, servito da Lenin, fece gol.

Il punteggio era diventato 100 a 0.

Chruscev partì dal centrocampo e senza sapere nemmeno lui perché, lanciò il pallone in Europa.

Breznev lo diresse in Asia.

Gorbacev giocava nella metà campo europea.

Eltsin continuò il gioco di Gorbacev, ma nel secondo tempo si confuse. Fermo come un palo, non sapeva da che parte calciare.

Fischio. Fine del secolo andato perduto.

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Pagina 47

La conversazione su ciò che conta


— Un tempo ero terribilmente in pena per i destini della patria, non dormivo la notte pensando a come liberarla.

— Da che cosa?

— I russi sono maestri nell'inventarsi nemici. Il che non poteva non venirmi a noia.

— Lo stato ci ha derubati di nuovo! — declamò giubilante Sasa.

— Non lo stato! — mi aggrondai. — Ma colui che stiamo cercando!

— Ci vendicheremo! — giurò Sasa.

- In Russia, il clima esistente tra le persone è peggio del collasso economico e dell'accattonaggio aggressivo — dichiarai.

- Io l'ammazzo questa carogna. Datemi una "Narzan", per favore.

— A me, ingenuo cretino, pareva che tutta l'assurdità sovietica fosse una casualità a noi estranea, invece mi sono convinto che i russi possono far fuori nel sonno gli altri popoli, come il porco la sua prole, e al mattino non darsi nemmeno una grattatina.

— Il porco non è in grado di fare fuori nel sonno se stesso — obiettò Sasa. — A noi invece la cosa riesce magnificamente. Ninna nanna ninna nanna — cominciò a cantare, picchiandosi con forza le ginocchia.

— Bel bambino della mamma — feci coro io. — L'ingenuità della nuova generazione che si è precipitata a trasformarsi in classe media, a autoesprimersi e autoaffermarsi, suscita in me non meno disprezzo della stupidità dei loro padri e delle loro madri.

— Il disprezzo è un sentimento sottile — rise Sasa un pizzico risentito. — La gioventù deve prendere il potere nelle sue mani.

— Non posso certamente dire di essere rimasto indifferente a tutto. Mi turba il pensiero gnostico sulla disparità delle anime, ma, guardando alle imprese del popolo, non posso non riconoscere che lo stato primitivo in cui versa il popolo è un derivato delle sue capacità intellettuali.

— I popoli felici che vivono sotto cieli felici, come gli italiani, ci confondono un po' le carte — sospirò Sasa. — Dai, creiamo una società segreta...

— Quale?

— Per la creazione di un nuovo Dio.

— Fatemi finire il discorso sulla Russia! In genere, della Russia si scrive con cautela. O la compiangono, oppure cercano di capire. Ma la comprensione è resa difficile dalle caratteristiche estremamente complicate della coscienza e, di contro, dall'eccessiva semplicità dei costumi locali.

— Noi continuiamo a parlare mentre su Capri la luna è appesa come un succoso spicchio di limone — disse Sasa.

— L'uomo che non capisce i propri interessi e danneggia coscientemente se stesso nell'arco della sua esistenza è di fatto un enigma. Un popolo che è rimasto arcaico dopo il lancio dello Sputnik e la realizzazione delle armi nucleari è pericoloso e spietato.

— Ovviamente, le mie convinzioni me le tengo per me — disse Sasa.

— Esteriormente, la mia linea è quella di un intellettuale — aggiunsi io.

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Pagina 70

La storia

Nemmeno un giorno di sole.


La storia

I migliori, li hanno ammazzati da tempo. Poi hanno ammazzato i più o meno decenti. Quindi hanno ammazzato i piccoli mascalzoni.


I presagi

I presagi sono il nostro unico rifugio antiaereo. La vita russa è uno specchio fragile, paura di tornare. Noi saggiamo il noto sistema del fatalismo mondiale. Tiriamo troppo la corda. E diventiamo unici.


Lo scrittore

Non riesco a capire gli scrittori che se ne sono andati. La Russia è il paradiso degli scrittori. Ma non riesco proprio a capire i lettori che sono rimasti qua. La Russia è l'inferno dei lettori.

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Pagina 89

La barzelletta


Il russo è pronto a vendere l'anima per una buona barzelletta. È una collezione ambulante di barzellette. Arriva sempre il momento giusto per le barzellette. Dopo il quarto e prima del quinto brindisi. Le barzellette si suddividono in sottordini. Le indecenti. Le oscene. Quelle sui ricci. Quasi tutte le barzellette fanno ridere.

— Il russo vive dentro la barzelletta — diceva il Grigio. — Striscia sulla sua scivolosa superficie interna. Tu ti sei letto i vari Berdjaev, i vari marchesi — puttana —, de Custine e pensi di aprire un barattolo. Il francese è un barattolo aperto, il russo invece è quando il barattolo si gonfia e dentro fermenta la salsa di pomodoro. Trovami un qualsiasi altro popolo che s'ingozzi di una simile salsa irrancidita. E tu dici: gli stranieri.

Cominciai a riflettere sulle sue parole.

La Russia è la madre delle barzellette. Abbiamo creato uno stato-barzelletta. Svanita la retorica dorata, rimane solo la barzelletta. Che significa vivere nella barzelletta? La barzelletta è un genere tutto russo, si tratta di opere inedite. Il fatto che la barzelletta russa non si pubblichi è dovuto alla sua indecenza originaria la quale, a sua volta, riflette l'indecenza originaria della realtà russa. In Russia tutto è indecente. Indecente la nascita. Indecente la morte. Indecente il potere. Indecente il popolo.

Fare qualcosa di decente è il massimo della decenza. Tutto il resto, nel sistema del mondo russo, non viene preso in considerazione e nemmeno se ne tiene conto. Gogol' poggia sulla barzelletta e non la dissacra. Lo stesso dicasi di Platonov: passioni da barzelletta. Gli altri, gli scrittori enfatici, intellettuali, magari sono necessari, ma non sono nostri. Nostro è l'indecente. Il nostro scoreggia. Il nostro caca. Il nostro, infine, ammazza. Ma se ammazza dentro la barzelletta, sarà perdonato. Caadaev era indignato che la barzelletta di Gogol' piacesse, mentre non piacevano i suoi — di Caadaev — malinconici pensieri. Gogol' non è pazzo, lui invece, Caadaev, vaga folle per la città.

La barzelletta russa si raggruppa attorno a figure emblematiche per economia di materiale, ma di chiunque, di qualsiasi cosa essa si occupi, parla di un' esistenza irrealizzata, ovvero di ognuno di noi. Ecco perché in Russia tutto quanto non attiene alla barzelletta si offusca e scompare, mentre la barzelletta, anche la più strana e oscura, continua a vivere. La storia russa è fatta di barzellette più che di cronache. Per essere adeguati alla Russia, occorre trasformarsi nell'emanazione straordinaria e plenipotenziaria della barzelletta e comportarsi di conseguenza.

La risata russa è il premio alla trasgressione. Tutti gli eroi della barzelletta trasgrediscono le regole, per questo fanno ridere e suscitano una duplice sensazione: di rigetto e di riconoscimento. Vengono derisi; con ciò stesso diventano estranei, ma sostanzialmente si stende su di loro il velo della nostra comprensione. Tramite la barzelletta si verifica l'addomesticamento del mondo russo.

Il russo si valuta dalle barzellette. Se l'ha raccontata bene, è dei nostri. Un estraneo non sa raccontare le barzellette. Un estraneo commette immancabilmente un errore. Attraverso la barzelletta si crea comprensione reciproca. Fiducia. Affinità. I partner in affari, gli innamorati raccontano barzellette. La barzelletta è stata raccontata e ascoltata, non bisogna prendersela con l'uomo. Non sta bene. Lui è diventato dei nostri. A lui, signorina, bisogna "dare". Ogni nostra azione racchiude in sé il germe di una barzelletta. Come anche l'inazione. Sconfinare dalla barzelletta significa uscire dal mondo russo.

Il potere perseguitava la barzelletta in quanto tentava di violare il suo mito. La barzelletta smitizza. È concreta. Ma smitizza anche colui che la racconta. Perché la barzelletta riconcilia con la realtà. La barzelletta rincuora. Dilaziona la soluzione di un problema a tempo indeterminato. La barzelletta è la chiesa russa. La sua confessione.

I russi si raccontano barzellette per sgranchirsi un po' con la risata, prima di tutto su se stessi, ma c'è un limite che la barzelletta non supera. Il francese, l'americano o il tedesco nella barzelletta sono sempre peggiori del russo. Il perché è chiaro: nella barzelletta loro non sono figure da barzelletta. Cercano una linea di comportamento. Il russo non ce l'ha.

La barzelletta è l'unico modo russo per conoscere se stessi. Una forma di terapia. Di più, una forma di sopravvivenza. D'altro lato, è una forma di disperazione. Gli eroi preferiti della barzelletta sono l'élite della gente ottusa. La stupidità non irrita, stimola. Non hanno capito, non hanno previsto: si sono imbattuti nella realtà. Hanno fatto brutta figura, hanno perso la faccia. C'è da ridere e da piangere. Collettivamente siamo ottusi. Una comunità senza testa. Abbiamo intrapreso qualcosa e ci è andata male.

Ecco pronta la barzelletta. Ma perché ridiamo tanto facilmente di noi stessi? Non è mica facile. A noi non piace che non ci perdonino la stupidità. Siamo ottusi in senso elevato, nel senso che disprezziamo la superficialità della vita. Questo è un valore russo: la stupidità.

Trasformare in barzelletta ogni atto della vita è un modo per viverci dentro. Senza barzellette l'esistenza russa sarebbe impossibile. Che cos'ha in testa il russo, allora, se vede tutto attraverso il prisma della barzelletta?

La parola russa fa da accompagnamento alla barzelletta. Nella sintassi russa è celato l'embrione della barzelletta. Il virus della barzelletta. Immaginazione sfrenata e scarsa riflessione. Viene afferrata e sviluppata al massimo l'assurdità del mondo.

Il cukca è l'iperbole della stupidità russa, il massimo della stupidità che, da parte russa, sembra totale, mentre i russi risultano moderatamente assennati. Noi mettiamo i cukci al nostro posto, cercando invano di ridurre la soverchieria della nostra stupidità. Qualcosa di simile agli oberiuti. I quali hanno portato all'estremo il principio della stupidità dell'intelligencija. Hanno derubato la cultura. E hanno urlato a gran voce. Ma la barzelletta non urla. E nemmeno parla. Essa muggisce e ride, ruminando cultura.

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