Autore Valerio Evangelisti
Titolo Il Sole dell'Avvenire: chi ha del ferro ha del pane
EdizioneMondadori, Milano, 2014, Strade blu , pag. 536, cop.fle., dim. 15x21x3,5 cm , Isbn 978-88-04-64717-1
LettoreRiccardo Terzi, 2015
Classe narrativa italiana , lavoro , storia sociale , movimenti , paesi: Italia: 1900 , regioni: Emilia-Romagna












 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


         Parte prima — Eleuteria

         NUOVO SECOLO

    11   Bagni pubblici
    18   Dal sole alla nebbia
    24   Filari di baionette
    30   Le leghiste
    37   Manette ai polsi

         MOLINELLA

    47   Visita ai familiari
    53   Piccola proprietà
    59   L'Argentina
    66   Le amazzoni
    73   Alluvione

         CORRENTI

    83   Gli intransigenti
    89   Amore e contrasti
    95   Baci sindacalisti
   101   Le tendenze del cane
   107   Sciopero generale

         INASPRIMENTO

   117   Sorgiamo!
   123   Tamarozzi
   129   Un anno tranquillo
   136   Sindacalismo rivoluzionario
   142   Il boicottaggio

         DESTINI OPERAI

   151   Matrimonio intermittente
   157   Alla deriva
   164   Smarrimento
   171   Una cosa bella
   178   Lotta di classe


         Parte seconda — Aurelio

         CRESCE LA FEBBRE

   189   Il gallo rosso
   196   Disprezziam questa ciurmaglia
   202   Il magnetizzatore
   209   Estate violenta
   215   I cicloni

         CAMPAGNE IN FIAMME

   225   Lo sciopero degli scioperi
   231   L'Agraria
   237   La pentola comunista
   244   Senza tregua
   251   Il disertore

         IN FUGA

   261   L'avvenire del lavoratore
   268   Nostalgia
   274   Nuova sparizione
   280   L'ingranaggio
   287   Le trebbiatrici gialle

         PRIGIONIERO DELLO STATO

   295   Gli sposi clandestini
   301   Considerazioni sulla violenza
   308   Scissioni
   315   Compagnia di disciplina
   322   Viva Masetti!

         LA COMUNE IN ROMAGNA

   331   Un altro socialismo
   338   Ritorno a casa
   344   Nuvole in cielo
   350   La rivoluzione
   356   L'albero della libertà


         Parte terza — Narda

         LA GUERRA

   367   Donne sole
   374   La staffetta
   380   La guerra da lontano
   386   Echi dal fronte
   392   Esasperazione

         CITTÀ TURBOLENTA

   401   Imola la rossa
   407   Vittoria senza gioia
   414   Cincin d'assalto
   420   Il bolscevichismo
   426   L'insurrezione

         IL PROLETARIATO FA DA SÉ

   435   Espropri
   441   L'eccidio
   447   La Guardia rossa
   453   Nozze massimaliste
   459   Spunta il sole

         BOLOGNA BOLSCEVICA

   469   Via, via la borghesia
   475   Trionfo di Maciste
   481   Nervi a fior di pelle
   487   I soviet petroniani
   493   Luci del tramonto

         IMPOTENZA

   501   Pace sociale, o quasi
   507   Il Casermone
   513   Terrore nero
   519   Senza coraggio
   525   La tragedia


   531   Ringraziamenti e varie
____________________________________________


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 11

1
Bagni pubblici



Eleuteria Verardi detta "Ele" uscì dal bagno pubblico in cui lavorava, a Rimini. Era sito al numero 15 di via Gambalunga, nel centro della cittadina. La giovane donna teneva un secchio di colla liquida nella mano sinistra e, sotto l'avambraccio destro, il manifesto che intendeva affiggere.

Vi si illustravano le virtù del bagno e le offerte alla clientela. Si andava dal semplice uso della vasca (con sapone), al prezzo di cinquanta centesimi, fino al lavaggio in acqua profumata, che costava una lira e venticinque. Spendevano meno gli abbonati, in prevalenza ferrovieri. Per favorire questi ultimi lo stabilimento restava aperto anche il sabato, con orario prolungato fino alle 20.00.

Quel 3 agosto del 1900 Rimini era piena di villeggianti e, sebbene molti di essi a quell'ora fossero in spiaggia, in via Alessandro Gambalunga i passanti erano numerosi. Ele quindi non fece caso a un uomo tozzo e calvo che, sul marciapiede opposto, la fissava con le sopracciglia aggrottate. Eppure non era difficile notarlo. Indossava, con quel caldo, giacca e pantaloni pesanti di fustagno neri. Il colletto strettissimo della camicia, rigorosamente allacciato, sembrava un espediente per strozzarsi da solo.

Eleuteria, intenta a spandere colla e ad attaccare manifesti, si accorse di lui quando le fu alle spalle.

«Vi rendete conto di compiere un atto illegale, non è vero?» le domandò lo sconosciuto con voce brusca.

Ele si girò. «Dite a me? Chi sareste, di grazia?»

L'uomo sollevò leggermente la bombetta. «Delegato di pubblica sicurezza Umberto Montani. Qui mi conoscono tutti. Come mai voi no?»

«Sono tornata alla fine dell'anno scorso dall'Argentina. E poi sono nuova di Rimini, ci abito da appena due settimane.»

«Come vi chiamate?»

«Eleuteria Verardi, figlia di Attilio Verardi e di Rosa Minguzzi. Nata a Ravenna nel 1882. Di quale infrazione mi accusate?»

Montani sogghignò. «Della più grave che esista. Anche se siete rientrata da poco, saprete che alcuni giorni fa il re d'Italia è stato assassinato.»

Ele, smarrita, si chiese dove volesse andare a parare il poliziotto. «Certo.»

«Ebbene, con la vostra stupida pubblicità dei bagni state coprendo i manifesti di cordoglio per la morte di Umberto I. In un certo senso è un'apologia di reato.»

L'accusa era palesemente assurda. Tutte le case di via Gambalunga, come quelle dell'intera città, erano tappezzate di volantini e avvisi listati a lutto. Provenivano da organi comunali e di Stato, o da associazioni vicine al governo; ma anche i repubblicani, e persino il Partito socialista, avevano voluto prendere le distanze dal gesto di Gaetano Bresci. Ciò in ogni località d'Italia; il che non aveva impedito che a Roma monarchici inferociti prendessero d'assalto e devastassero la redazione dell'"Avanti!", l'organo del Psi.

Eleuteria soffocò una risposta rabbiosa. Sua madre Rosa era stata uccisa a Bagnacavallo, due anni prima, proprio dagli sgherri del "re buono", assieme ad altri innocenti. Il 1898 era stato l'anno delle stragi contro i poveri volute da Umberto I. Il piccolo monarca aveva addirittura decorato il più sinistro dei suoi sicari, il generale Bava Beccaris, che a Milano ne aveva uccisi più di chiunque altro. Alla notizia che il re era morto, lei aveva gioito, e così mezza Romagna. A furia di brindisi c'era stata carenza di Sangiovese nelle osterie. Ma non si poteva dirlo.

Eleuteria parlò con pacatezza. «Sarebbe difficile affiggere un nuovo avviso senza coprire uno di quelli già esistenti. Se ci fate caso, io sto coprendo soprattutto gli annunci del nuovo spettacolo dell'ipnotizzatore Pickman, numerosi quanto gli altri. Perché non ve la prendete con Pickman?»

Montani non rispose. Invece domandò: «Siete maritata? Dove e con chi vivete?».

«Sono nubile. Abito in via Marco Minghetti con mio zio Giosuè. Il fratello di mia madre. Lavora come cameriere all'albergo Leon d'Oro e Cappello.»

«Ravennate anche lui, suppongo. Perché siete venuti a Rimini?»

«Mio zio vive a Cervia, dove fa il pescatore, quando può. Là non c'è lavoro. Speravamo che qui ce ne fosse nella stagione estiva. Lo stabilimento balneare del comune, in realtà, non ha bisogno di altre braccia. Lo abbiamo scoperto sul posto. Così io sono stata assunta dai bagni di questa via, e Giosuè dall'albergo.»

Montani sorrise arricciando le labbra, come davanti a un piatto prelibato. «Dunque la vostra occupazione è assistere uomini nudi. Carina come siete, posso immaginare le loro reazioni. Li massaggiate anche?»

Di nuovo, Eleuteria dovette frenare la rabbia. «Signor delegato, io mi limito a preparare la vasca e a dare l'asciugamano ai clienti» rispose. «Non li rivedo se non quando escono, perfettamente vestiti.»

«Calma, calma. Non vi agitate, bella mia.» Montani sollevò la bombetta, mostrando un cranio completamente calvo, salvo pochi peluzzi radunati a ciuffi. «Continuate pure ad attaccare manifesti, ma state attenta a non coprire quelli in onore del re. Qual è il nome completo di vostro zio? Giosuè, e poi?»

«Giosuè Minguzzi.»

«Be', porgetegli i miei saluti.»

Montani le voltò le spalle e si allontanò, una macchia nera in una strada assolata.

A sera, terminato il lavoro, Eleuteria montò in bicicletta e pedalò a rotta di collo verso casa. Voleva incontrare Giosuè prima che questi si recasse al Leon d'Oro per il turno serale. Lo intercettò sulla porta della modesta abitazione a un piano che lui e la sua compagna Carlotta avevano affittato fino a settembre. Indossava il completo nero, la camicia immacolata e lo strichetto color argento richiesti dalle sue mansioni.

«È venuto ai bagni un poliziotto» disse lei concitata. «Un certo Montani. Mi ha fatto domande, col pretesto che attaccavo manifesti sopra quelli per il re.»

Giosuè, superata da poco la cinquantina, restava un omone: non alto di statura, ma di complessione solida e braccia forti. I baffi spioventi sopperivano al taglio della barba, sacrificata all'aspetto urbano e mite richiesto ai camerieri. Vacillò leggermente, mentre alle sue spalle Carlotta, la compagna di una vita (mai sposata, come si conveniva a chi aveva in odio il pretume), si stringeva le guance tra le mani, spaventata.

«Ele, lo sbirro ti ha chiesto il mio nome?» s'informò Giosuè.

«Sì. Gliel'ho dovuto dire.»

«Ti è sembrato che sapesse che sono iscritto al Partito socialista?»

«Non ne ha parlato.»

Giosuè rimuginò. «Se è venuto a cercarti, di qualcosa è al corrente. Adesso chiederà informazioni alla prefettura di Ravenna. Abbiamo un paio di giorni di tempo per prendere una decisione.»

Eleuteria trasalì. «Finora la polizia ti ha lasciato in pace» obiettò, turbata dall'idea di perdere l'impiego ai bagni di via Gambalunga. «Le vecchie storie sono archiviate. Da quando è caduto il governo Pelloux, l'appartenenza al Partito socialista non è punita come prima. C'è stata l'amnistia per i tumulti del '98. Me lo hai detto tu stesso.»

«È vero. Ma le forze dell'ordine non si muovono al passo coi tempi e con le giravolte della politica.» Giosuè inforcò la propria bicicletta, una Marchand un po' arrugginita. «Non sono mai stato prosciolto, dunque resto latitante, salvo prova contraria. Ora vai a riposare. Qualsiasi cosa accada, di certo non sarà colpa tua.»

Eleuteria entrò in casa e Carlotta chiuse la porta dietro di lei. L'ambiente era una stamberga dal soffitto basso, con due stanze e uno sgabuzzino. Gli affittuari lo avevano abbellito alla meglio, nella prospettiva di un soggiorno comunque breve. Tappeti a poco prezzo coprivano il suolo di terra battuta ed erano ormai impregnati di umidità. Nella stanza principale, l'unico tavolo era stato ornato da una tovaglia con i bordi ricamati, e una credenza con le ante a vetri raccoglieva poche stoviglie. Dal soffitto pendeva, basso, un lume a petrolio. C'erano sedie e il divano che faceva da letto a Ele durante la notte; inoltre il secchiaio alimentato dal serbatoio d'acqua installato sul tetto. Di fianco, il fornello.

I conviventi (Giosuè e Carlotta ripudiavano il matrimonio in quanto istituzione schiavistica, anche se legittimata da un sindaco) dormivano nella saletta adiacente, interamente occupata dal letto matrimoniale e da un comò. Il ripostiglio era stato adattato a bagno, con una specchiera in ferro che comprendeva, nelle sue giravolte floreali, un catino, un secchio e un ripiano per pettini e pomate. Ai bisogni corporali era destinato un cilindro smaltato, con il coperchio a pedale, da svuotare nel pozzo nero in strada dopo l'uso.

Lo stanzino era l'unico spazio senza quadretti alle pareti. Le altre camere erano tappezzate di acquerelli con scenette agresti in stile inglese, di ritratti di Filippo Turati e di Andrea Costa, di stampe sulla Rivoluzione francese e sulla Comune di Parigi, sotto vetro e con cornici dorate. Reticelle fitte alle finestre, poche e piccine, riparavano quei capolavori dalle zanzare e dalle cacche di mosca.

Carlotta si lasciò cadere sul divano che, più tardi, sarebbe stato il giaciglio di Eleuteria. Indicò il ventre prominente.

«Adesso che sta per nascere lui, oppure lei, non me la sento più di scappare. Lo faccio da anni. La mia forza si sta esaurendo, Ele.»

«Mi dispiace davvero tanto.» Il rammarico di Eleuteria era sincero e profondo. «Non avrei dovuto dire il cognome di Giosuè.»

«Se tu avessi taciuto o mentito, sarebbe stato peggio. Lo sbirro avrebbe scoperto la verità da solo e ci sarebbe calato addosso come un avvoltoio. In silenzio. Adesso abbiamo almeno un piccolo preavviso. Non hai nulla da rimproverarti.»

«Ti ringrazio, Carlotta, ma non è vero.»

«Lascia stare. Sul fornello c'è un pentolino ancora caldo, con patate in umido e pezzetti di carne lessa. Mangia, devi nutrirti. Ai pericoli penseremo a suo tempo. Se ce ne saranno. In fondo Plù è caduto. Si dice che il nuovo re pensi a un'amnistia.»

Benché rimpatriata da poco, Eleuteria aveva qualche nozione della politica italiana corrente. Per quasi due anni il generale Pelloux (per la stampa democratica "Plù"), a capo del governo, aveva cercato di fare approvare una legislazione che limitava la libertà di stampa, di riunione e di associazione, a danno dei partiti sovversivi (socialisti e repubblicani), di un'ala della democrazia radicale e delle nascenti organizzazioni operaie. E ovviamente degli anarchici, il bersaglio più odiato da sempre.

Gli era andata male. In febbraio la Cassazione aveva dichiarato la nullità delle leggi sull'ordine pubblico. Dopo le ultime elezioni generali, i socialisti in parlamento erano diventati trentatré, di cui undici emiliano-romagnoli. Con i repubblicani e una parte dei democratici avevano fatto una baraonda d'inferno, fino a praticare l'ostruzionismo e a rovesciare le urne della Camera. Nel paese cresceva l'ostilità contro le spedizioni coloniali balorde, l'ultima delle quali per esigere una piccola fetta della Cina, già spolpata dalle grandi potenze. Intanto emergevano casi di corruzione e di malversazione. Pelloux era infine caduto, mentre, malgrado ogni divieto, si moltiplicavano le sezioni del Partito socialista, le Camere del Lavoro, le Leghe di resistenza.

«Non mi aspetto governanti migliori, Carlotta, e poi di politica non m'interesso» disse Eleuteria. «Mi dispiace di avere turbato la vostra vita, tua e di Giosuè. E del bambino che nascerà.»

«Non hai turbato nulla. Aspettiamo di avere notizie fresche. Forse è un falso allarme.»

Non ci fu da attendere molto. Meno di un'ora dopo la porta si spalancò. Giosuè apparve ansimante sulla soglia.

«Dobbiamo andarcene al più presto» disse con voce rauca. «Rimini scotta.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 83

11
Gli intransigenti



L'evento si produsse in circostanze che non lo lasciavano prevedere neanche un poco. Circolò a Molinella un volantino. A Bologna, presso la Camera del Lavoro, si sarebbe svolta una conferenza. L'ala "intransigente" del Partito socialista, sconfitta a Imola, avrebbe presentato un opuscolo stampato in Svizzera, Uscendo dal riserbo. Attaccava Giuseppe Massarenti e la sua idea di cooperazione. Tra gli oratori c'era Enrico Ferri, capo riconosciuto della corrente estremista.

«Compagne!» gridò nello Scaldatoio Adalgisa Lipparini, infervorata. «Quelli, per ragioni puramente ideologiche, negano quanto di buono si è fatto qui! È uno scandalo che possano parlare alla Camera del Lavoro. So per certo che Argentina Altobelli era contraria. L'iniziativa si deve a Romeo Mingozzi, un anarchico che siede nel direttivo, per oscure ragioni.»

«Cosa possiamo fare?» chiese una risaiola sempre in prima fila nelle lotte.

«Andare là e far tacere i calunniatori!»

Un'ovazione unanime accolse la proposta. La domenica una trentina di donne partì per Bologna in bicicletta. Tra loro c'era anche Eleuteria, che aveva preso in prestito il ciclo dello zio. Dopo tanta pioggia, l'inverno era clemente.

Aveva nevicato appena, e le strade erano un po' fangose ma percorribili. Il sole fiacco, se non scaldava, metteva allegria.

Il nugolo, dopo una sosta lungo la via per una rapida merenda, giunse a Bologna prima che la conferenza avesse inizio. La Camera del Lavoro sorgeva in via Testoni ed era un bell'edificio elegante e antico, a due piani. La sala conferenze era stracolma. Presiedeva Mingozzi, un uomo sulla cinquantina, che aveva legato il proprio nome alle prime, eroiche vicende del movimento socialista italiano.

Mingozzi, quando giudicò che la folla fosse sufficiente, si alzò in piedi e allargò le braccia. «Purtroppo il compagno Enrico Ferri, che aveva proposto questa riunione, è stato bloccato da un'influenza.» Nella platea vi fu un mormorio di delusione. «Lo sostituirà, nella presentazione dell'opuscolo ticinese, un compagno della stessa corrente: Erminio Giacomelli detto "Mino", dirigente della Camera del Lavoro e del Partito socialista a Ferrara.»

Diversi dei presenti se ne andarono. Antenisca Gnudi, che sedeva accanto a Ele, le sussurrò: «Abbiamo fatto una pedalata inutile. Questo Giacomelli non lo conosce nessuno».

«Io sì!» esclamò Eleuteria, emozionata. «Se è la stessa persona che penso, era mio vicino quando abitavo nel Forlivese. L'ho visto solo qualche volta, da bambina. Suo padre Beniamino si staccò presto dalla famiglia.»

L'apparizione di Mino Giacomelli tolse il fiato non solo a lei, ma a molte spettatrici. Era un uomo di quarant'anni, bello, alto, biondo, di aspetto virile e dolce al tempo stesso. Portava una barba corta e baffi sottili. Gli occhi erano grandi e nocciola, le sopracciglia leggermente incurvate verso l'alto, ai lati. Aveva le fossette. Di buona statura, la giacca nera pesante che indossava rivelava una complessione forte ed equilibrata, senza grasso o irregolarità. Portava al collo una sciarpa rossa, che gli ricadeva sotto la cintura. Non la tolse mai.

«Compagne, compagni» esordì «non aspettatevi un oratore all'altezza di Enrico Ferri. Cercherò di parlare in maniera semplice, l'unica di cui io sia capace, e di spiegarvi perché Uscendo dal riserbo non sia da considerarsi una pura provocazione.»

Indicò la pila di opuscoli, fino a quel momento intonsa. Eleuteria fu colpita dalle mani dell'agitatore. Molto fini, a dispetto di ciò che sapeva della sua passata attività lavorativa di bracciante, con dita lunghe e unghie ben curate.

«In questo scritto redatto dai socialisti ticinesi» continuò Giacomelli «si attaccano Giuseppe Massarenti, il suo comportamento in Svizzera e la sua gestione della cooperativa di consumo di Molinella. So che venire a parlare di questo a Bologna è come andare a bestemmiare in chiesa. Va bene, correrò il rischio. Prima di entrare nel merito, però, vorrei mostrarvi il quadro generale in cui le accuse si inseriscono.»

«Prende tempo» bisbigliò Antenisca Gnudi.

«Aspetta, aspetta» disse Ele.

Giacomelli lisciò pieghe immaginarie sulla sciarpa. «Da più di un anno a questa parte il Partito socialista ha preso una strana svolta. Zanardelli e Giolitti hanno varato alcune leggi sociali importanti, è vero. Proteggono, quando sono applicate, il lavoro delle donne e dei fanciulli. Reprimono meno gli scioperi nel Nord Italia, soprattutto nelle fabbriche. Questo basta a Turati, a Bonomi, a Bissolati, a Treves per annacquare la loro opposizione. La scelta repubblicana non sarebbe più connaturata a quella socialista: in pratica, di abbattere la monarchia non si parla più. Il movimento economico sovrasta quello politico. Il socialismo diventa un ideale sempre più lontano, da conquistare a brandelli attraverso i compromessi parlamentari. Nelle elezioni amministrative e anche politiche sono lecite le peggiori commistioni.»

La voce di Giacomelli salì di tono, divenne trascinante.

«Quel che resta dell'ideale è affidato a conquiste di portata locale, quando ci sono. Ormai al proletariato promettiamo solo ritagli di vita migliore, grazie alle mene politiche e alla resistenza. Qualche aumento di salario, qua e là, e lavori pubblici stagionali per lenire la disoccupazione. Quello che non promettiamo più è il potere, il rovesciamento dei rapporti di forza tra le classi. Ci basta l'elemosina di Giolitti, che punta all'opposto: la pace sociale attraverso i contentini.»

Adalgisa Lipparini non riuscì più a tacere. «Stai dicendo un mucchio di boiate!»

«E perché, compagna?»

«Tu non sai come viviamo noi, e soprattutto come vivevamo prima di Massarenti. La nostra situazione è migliorata enormemente. Le cooperative e la Lega un po' di pane ce lo procurano. La scuola serale ci ha permesso di istruirci, quando una volta eravamo tutti analfabeti, specialmente le donne. Il comune ci fa superare i mesi in cui non c'è lavoro. Se dovevi venire da Ferrara per dirci di sputare su questo, potevi rimanere a casa tua!»

L'intera sala scoppiò in un applauso fragoroso, a cui non si unirono Eleuteria e pochi altri presenti. Ele si chiese come Giacomelli avrebbe potuto far fronte a quelle argomentazioni. Temette per lui la peggiore delle figuracce.

Lo vide rimanere impassibile. L'oratore attese che la tempesta si calmasse e disse, con timbro chiaro e pacato: «27 giugno 1901. A Berra, nel Ferrarese, un tenente dei carabinieri fa sparare su scioperanti disarmati. Due vittime, una terza morta nei giorni successivi. 8 settembre 1902. A Candela, in Puglia, i carabinieri sparano su un corteo di quattrocento braccianti che chiedono un aumento delle loro paghe da fame. Otto morti, tra cui una donna, e sette feriti. Il 13 ottobre altro eccidio nel Ragusano: due lavoratori della terra uccisi, dodici feriti. Questi sono gli episodi di cui si è parlato di più. Ma potrei aggiungere il proletario caduto a Cassano Murge, sempre in Puglia, il 5 agosto, e i tre di Petacciano, nel Molise. Sangue vostro, di vostri fratelli e sorelle. Davvero Zanardelli e Giolitti sono amici del popolo con cui allearsi? Come si fa a transigere con un governo che ha le mani sporche di sangue?»

La platea rimase in silenzio. Quei fatti avevano turbato profondamente la base socialista, anche per la scarsa reazione dei dirigenti del partito e della Federterra.

Vi fu una lunga pausa piena di imbarazzo, rotta da Adalgisa Lipparini. «Cosa c'entra Giuseppe Massarenti con tutto ciò?»

«Direttamente, niente» rispose Giacomelli. «E comunque la domanda va posta a certi suoi vecchi compagni, come Giovanni Benvenuti e Attilio Evangelisti. Sono stati fra i primi a criticare l'uso privato della cooperativa di consumo. La loro critica ne sottintendeva un'altra, ben più grave. Il socialismo ridotto a gestione del quotidiano. Senza respiro, senza collegamento fra mezzi e fini, senza una visione che vada oltre la scala locale.»

Giacomelli proseguì non interrotto da ulteriori contestazioni, ma anche non sostenuto da manifestazioni di consenso. La sala si era intristita, semplicemente. Ogni vivacità si era spenta. Era vero che Benvenuti, Evangelisti e una decina di altri militanti se ne erano andati dalla sezione socialista. La ferita, ancora aperta, non implicava tuttavia dissensi di principio. Le donne di Molinella rimasero come intontite e non seppero replicare quando il conferenziere le sfidò a dire quante lotte fossero state vinte, a prezzo di scioperi di durata inusitata. La risposta era nota a tutte loro: nessuna.

«Questo è il riformismo» concluse Giacomelli. «Un socialismo piccolo piccolo. Più utile a chi comanda che a chi vorrebbe e dovrebbe ribellarsi. L'ideale per la classe al potere.»

Non vi furono applausi né commenti. I presenti si alzarono e presero a uscire alla spicciolata. Non uno comprò l'opuscolo. La malinconia era palpabile e difficile da sostenere.

Solo Ele si trattenne un attimo. Avvicinò Giacomelli, che stava radunando carte e materiali.

«Vi ricordate di me, signor Mino? Sono Eleuteria Verardi, la figlia di Rosa Minguzzi. A Meldola eravamo vicini di podere. Quello di mia mamma e dei miei parenti si chiamava L'Uovo Benedetto.»

Un sorriso luminoso riscaldò il viso e gli occhi di Giacomelli. «Ma certo che mi ricordo di voi, Ele! Eravate piccolina, e io un ragazzetto!» Le prese le mani. «Mio Dio, che bella ragazza siete diventata! Vi avevo notato, però non vi avrei mai riconosciuta! Abitate a Bologna?»

«No, a Molinella. Sono bidella nelle scuole comunali.»

Un velo d'incertezza attraversò lo sguardo dell'uomo. «Di Molinella, dunque. Ciò che ho detto vi ha offeso?»

«Offeso? Avete spiegato la vostra opinione. La mia esperienza è diversa, ma ognuno deve dire quel che pensa.»

«Eh, già.» Giacomelli raccolse dal tavolo l'opuscolo Uscendo dal riserbo, un numero della rivista "Il Socialismo" diretta da Enrico Ferri e una copia del settimanale "L'Avanguardia socialista" di Milano. «Prendete questi materiali. Vi aiuteranno a capire meglio ciò che intendevo comunicare.»

«Non ho soldi.»

«Oh, non ha nessuna importanza. Mi pagherete consentendomi di darvi un bacio in fronte, come quando eravate piccola.»

Prima che Eleuteria potesse discutere lo scambio, Giacomelli le afferrò il viso e depose un bacio alla base dei capelli. Sembrò lunghissimo.

Lei uscì dalla Camera del Lavoro con la sensazione di volare, unico viso sorridente fra i tanti pensosi e afflitti. Nella pedalata verso casa, mentre calava la sera, non vi furono canti né scherzi.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 189

26
I1 gallo rosso



Dopo più di ventiquattr'ore di assenza di Eleuteria, l'inquietudine dei Minguzzi era al culmine. Gigino era andato a trovare un funzionario di polizia meno cane degli altri. Quando rientrò, scosse il capo e allargò le braccia.

«Nessuna notizia, né buona né cattiva. Non sono state trovate persone in stato di confusione mentale.» Abbassò la voce. «E neanche cadaveri, in città o lungo il fiume Ronco.»

Reglio era forse il più prostrato. Senza manifestarlo del tutto, perché non era nel suo carattere, per Eleuteria nutriva una vera adorazione. Avrebbe potuto essere definita "amore", se non fosse stata da lui spogliata a forza di risvolti carnali. Quando il suo pensiero toccava quell'aspetto, come era inevitabile, lo respingeva fino a soffocarlo. Non per via delle convenzioni, della parentela. Ele, nella sua fragilità, era una creatura perfetta. Non doveva contaminarla nemmeno con l'immaginazione.

«Vado a cercarla io» annunciò con voce arrochita. «Non ho lavoro, ho il tempo per farlo.»

«Va bene» disse Gigino «ma che direzione prenderai? Nessuno si ricorda di averla vista.»

«Se è ancora... Se è ancora...»

«Viva» completò Laura. Pronunciò la parola con fatica.

«... Avrà trovato rifugio presso parenti o amici. Pirazzoli ad Alfonsine, Canzio a Bagnacavallo, Giosuè a Molinella, Riccardo Minguzzi a Ducenta. Sono località non distanti. In bicicletta posso raggiungerle tutte.»

«Vai» assentì Gigino «e se la trovi pregala di tornare. Non deve disperarsi. L'operaia che l'ha accusata di crumiraggio era una delle molte amanti di Arturo Bartolazzi. La storia ormai è nota. Ele era stata scelta quale capro espiatorio per giustificare la chiusura del calzaturificio. Aspettavano una debole come lei.»

Laura, che non aveva mai parole di odio, mormorò: «La vipera che le ha scatenato contro le compagne andrebbe punita».

«Lo è. Viene boicottata. Se va a comprare il pane, nessuno la serve. Se cammina per strada, nessuno la saluta. Presto o tardi dovrà lasciare Ravenna. Qui è di fatto invisibile.»

«Una punizione molto crudele» commentò Laura, impressionata.

Gigino si strinse nelle spalle. «La lotta di classe è fatta così. Si risponde colpo su colpo. Hanno distrutto Ele? Noi distruggiamo chi ne è responsabile.»

La mattina successiva Reglio pedalò verso Alfonsine. Non dovette raggiungere il centro del paese, perché le Officine meccaniche Pirazzoli al completo gli vennero incontro a Mezzano, mentre attraversava il Lamone, col consueto frastuono di carabattole. Reglio si presentò a Nilo, che scese dal carro e gli strinse la mano con calore. Il fabbro lo ascoltò pensieroso.

«Non ho più visto Eleuteria da quando è venuta a stare da voi. Povera figliola. Era delicata come un passerotto. Spero che non abbia fatto qualche sciocchezza.»

«Informatevi, vi prego. Voi girate la provincia. Magari qualcuno l'ha vista.»

«Lo farò. Statene certo, giovanotto.»

Prima di risalire sulla bicicletta, Reglio domandò: «Scusate, cos'è quel sigaro che avete sul berretto?».

Pirazzoli, invece del consueto cappello che nascondeva la calvizie, aveva in testa un berretto da marinaio (forse un tributo al recente sciopero fallito dei Lavoratori del mare), avvolto da una fascia metallica. Da questa sporgeva un braccetto che reggeva in verticale un sigaro acceso. Dalla base pendeva un tubicino munito di bocchino all'estremità. Gli oscillava alla base del mento.

«Ah, lo avete notato? È l'ultimo prodigio della tecnica. Permette di fumare a chi ha le mani impegnate. Tranvieri, macchinisti, carrettieri, ciclisti. Basta tenere il cannello in bocca. Ne ho l'esclusiva per la Romagna. Se ne volete comprare uno, vi faccio un prezzo speciale.»

«Ma il sigaro non si spegne?»

«Vi pare spento il mio? È sufficiente tirare in continuazione. Io ho tolto il bocchino dalle labbra solo per parlarvi.» Suggestionato dal tema, Pirazzoli tossì con fragore e sputò lontano un grumo di catarro. «I benefici sono innumerevoli. Da un lato purificate i polmoni con il fumo di sigaro, che uccide i germi, e dall'altro continuate il vostro lavoro a mani libere. Volete una confezione? Il berretto non è compreso.»

«No, grazie. Non fumo.»

«Siete giovane. Quando comincerete, venite a trovarmi.»

Reglio inforcò la bicicletta e si avviò verso casa. Qualcosa di utile lo aveva fatto e si sentiva stanco. Sulla via del ritorno, notò una stalla che bruciava. I contadini si affrettavano a portare fuori gli animali che, paralizzati dal terrore, lanciavano muggiti, ragli e nitriti. Lui pensò di andare a offrire aiuto, ma la sua prima preoccupazione era un'altra. Continuò a pedalare.

Giunse a Ravenna nel primo pomeriggio. Gigino rientrò alla sera, e il figlio gli comunicò l'esito delle sue ricerche.

«D'altra parte nessun corpo è stato ritrovato» commentò il capofamiglia. «Dove pensi di andare domani?»

«Lo devo ancora decidere. Visiterò prima i posti più vicini, poi quelli più distanti. O viceversa, se l'aria resta freddina e non fa sudare. Il sole non scalda, anche se le stalle bruciano lo stesso.»

Raccontò la scena dell'incendio a cui aveva assistito, subito fuori Mezzano.

Gigino si rabbuiò. «Episodi del genere sono numerosi, purtroppo. Il clima non c'entra. Se non è stato un incidente, è il gallo rosso.»

«Cosa sarebbe il gallo rosso?»

Gigino lo spiegò a tavola, mentre Laura serviva la polenta insaporita da un pezzetto di salsiccia tagliato in tre parti.

«L'espressione "gallo rosso" viene dalla Russia, dalle cronache della rivoluzione di due anni fa. Si dà fuoco ai pagliai e alle stalle di contadini che hanno preso posizione con i padroni contro i proletari ribelli. È una rappresaglia. Purtroppo è sempre più frequente anche in Romagna, dove i lavoratori dei campi, braccianti o coloni, sono sempre stati disciplinati e fedeli alle loro organizzazioni.»

«È a causa della propaganda dei sindacalisti rivoluzionari?»

«No. Loro lo teorizzano, lo chiamano "sabotaggio", ma da queste parti sono pochissimi. Chi pratica il gallo rosso appartiene di regola alle Leghe o alle Fratellanze riformiste, paga la quota alla Camera del Lavoro e qualche volta alla CGL. Il fatto è che le cose, nel Ravennate, nel Forlivese, in provincia di Bologna e di Ferrara, sono cambiate troppo in fretta.»

«Quali cose?»

Gigino tenne la sua lezione usando la forchetta, con infilzato in punta il pezzo di salsiccia, a mo' di maestro elementare.

«Un tempo la situazione era chiara. C'erano i braccianti e c'erano i mezzadri. I primi non erano legati alla terra, perché accettavano qualsiasi tipo di lavoro rurale o urbano, pur di guadagnare qualcosa. I secondi erano invece affezionati al loro podere, che speravano di possedere per metà, e spesso anche ai proprietari.»

«È così anche adesso» obiettò Laura, sedendosi a tavola.

«No che non lo è. Dopo le lotte del 1901 e del 1902, che hanno portato i braccianti a qualche conquista, gli agrari hanno pensato che convenisse estendere le forme di compartecipazione. Hanno così allargato il numero dei mezzadri, dei terzadri, degli obbligati costretti a risiedere in case costruite per loro.»

«Quanti sono?» chiese Reglio.

«Oltre seimila, in Romagna. I padroni, riuniti nella Consociazione agraria, hanno anche incoraggiato la piccola proprietà, purché realmente piccola. Speravano che l'illusione di lavorare in autonomia rompesse la solidarietà di classe. Che i presunti "autonomi" non si accorgessero di essere di fatto dei salariati sotto mentite spoglie.»

«E invece?»

«I contadini, divenuti tali da un momento all'altro, non hanno fatto completamente proprio il modo di pensare dei mezzadri più anziani. Non sono legati più di tanto al podere, visto che il padrone li minaccia di continuo di escomio. Si comportano esattamente come i braccianti. In forme più selvagge, perché non hanno la stessa educazione politica.»

«Quindi il gallo rosso...»

«... potrebbe essere opera di contadini, come il taglio delle viti e l'avvelenamento del bestiame. L'anno scorso la battaglia per l'abolizione dello scambio d'opere è stata durissima. Nel comune di Ravenna ha avuto successo, però ha messo in conflitto tra loro i nuovi mezzadri, spesso alleati ai braccianti, e quelli tradizionali. Adesso è tempo di rappresaglie e vendette, anche contro la volontà dei partiti sovversivi.»

Reglio aveva altri pensieri per la mente, però non poté fare a meno di riflettere, fugacemente, sul lavoro ciclopico che i socialisti stavano conducendo. Nel volgere di una decina d'anni avevano costituito, in Romagna e in Emilia, una rete fittissima di società proletarie capaci di portare miglioramenti economici e di fronteggiare, per quanto possibile, la disoccupazione. Nel contempo avevano affondato il bisturi in rapporti di subordinazione feudale, modificando costumi invalsi, tenendo a bada reazioni violente – anche se non sempre, come il gallo rosso dimostrava – e conquistando pazientemente una postazione dopo l'altra. Ciò conduceva al socialismo? Reglio, nella sua istintività politica, non lo credeva. Gli erano totalmente estranei i leader alla Turati, alla Bissolati, alla Bonomi, pronti a sostenere un governo monarchico e codino in cambio di uno straccetto di riforma. Sentiva invece vicini gli organizzatori "ruspanti", i capilega, i dirigenti periferici della Federterra. Riformisti anch'essi, ma intenti a costruire nei fatti quella che aveva tutta l'aria di essere una nuova civiltà.

C'era un'obiezione, e fu al solito Laura che la formulò. «Gigino, parli di partiti "sovversivi". Ne sei sicuro? Socialisti e repubblicani hanno a capo avvocati, medici e professori. La stessa Argentina Altobelli non ha mai lavorato in risaia in vita sua. Non c'è ai vertici un operaio neanche a cercarlo col lanternino.»

«È gente proba, che ha consacrato alla causa la sua vita.»

«Sì, ma cosa recitava il primo articolo dello statuto dell'Internazionale? Me lo hai ripetuto mille volte. L'emancipazione dei lavoratori sarà opera...»

«... dei lavoratori stessi. Cosa c'entra? Quei lavoratori vanno educati alla coscienza di classe, e solo chi è colto può farlo. Vedi Marx, Engels, Lassalle, Jaurès, Kautsky.»

«Se però gli educatori, nella loro cultura, si aspettano che il governo proclami il socialismo e dichiari decaduta la monarchia, ho paura che il collettivismo tarderà parecchio a sorgere.»

«Anarchica!»

«Illuso!»

Finì che Gigino lasciò la tavola, ma dopo avere inghiottito l'ultima forchettata di polenta e ingurgitato in un sorso un bicchiere intero di Albana, per mandarla giù.

Reglio non sapeva che partito prendere. Scacciò dalla mente quelle discussioni futili, ai suoi occhi. Andò a dormire a sua volta. La mattina seguente si sarebbe rimesso alla ricerca di Ele. Certo di avere notizie di lei, che fosse viva o morta. La seconda ipotesi gli fece inzuppare il cuscino di lacrime.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 295

41
Gli sposi clandestini



Dora e Reglio si sposarono quando a capo del consiglio dei ministri non c'era più Giolitti, bensì Sidney Sonnino; le nozze avvennero due settimane dopo la morte di Andrea Costa. La perdita del capo più rispettato del socialismo italiano, appena cinquantanovenne (anche se terribilmente invecchiato, negli ultimi tempi), fu un grave colpo per la Romagna, ma non solo. Benché allo stremo delle forze, era riuscito a mediare tra le correnti del sovversivismo, a conciliare socialisti e repubblicani, a dialogare a distanza con anarchici e sindacalisti rivoluzionari. Dopo, fu lotta a coltello.

Quanto alla caduta di Giolitti, era stata causata da vari fattori, tra cui un programma di riforme delle barriere doganali che aveva irritato molto la potente corporazione degli industriali zuccherieri. Fortissimi in Emilia e in Romagna, dove la bieticoltura dilagava imponendo agli agricoltori politiche dei prezzi dettate dagli zuccherifici, dominavano la Consociazione agraria. Il più delle volte le società saccarifere erano compartecipate dalle banche. Così, in ultima istanza, era la finanza che governava l'Agraria, stabiliva le linee di sviluppo e rimaneggiava ai propri fini le classi rurali: partecipanti quando conveniva, semplici operai in caso risultasse più profittevole.

Giolitti godeva di ampio consenso, incluso il sostegno del socialismo riformista, ma quando aveva provato a toccare il cuore del sistema – le rendite finanziarie, il protezionismo a favore dei settori d'industria privilegiati – aveva avvertito una ripulsa crescente nei suoi riguardi da parte di chi governava sul serio l'economia. Aveva preferito cedere le redini prima di essere abbattuto alla Camera. Si era "suicidato" a favore di un governo molto più reazionario del suo. Si godessero Sonnino. Prima o poi avrebbero invocato il suo ritorno.

Reglio, che ignorava queste sottigliezze, le aveva apprese – o ne aveva colto qualche frammento – attraverso la lettura de "La Romagna socialista", alla quale era abbonato Canzio.

"Non capisco" gli aveva detto una mattina fredda, in cui cadeva una neve leggera. "Sembra che questa gente ignori che noi esistiamo. Parla d'altro."

"Noi chi?"

"Chi lavora. Il popolino."

Canzio, che stava avvitando il bullone di una sarchiatrice, aveva interrotto l'operazione. "Il popolino è un numero nelle loro statistiche. Cresce, si contrae. Consuma, non consuma. Va spostato qua, va spostato là. Ingrassato in certi momenti, dimagrito in altri. Sai chi è il vero nemico del povero?"

"Ne ho in mente molti."

"Sbagli, è uno solo. La matematica."

"Senza matematica non ci sarebbe economia."

"Bravo! Infatti è l'economia la padrona vera. Tutti schiavi dei numeri. X produce quello, Y consuma quell'altro. 'Teniamo i calcoli in equilibrio' dicono. Il giorno della rivoluzione prenderò un revolver e sparerò sulle macchine calcolatrici. Non voglio essere né X né Y. Poi sparerò sugli orologi. Il tempo è mio, mica di chi lo misura." Detta la sua, Canzio aveva cambiato bruscamente argomento. "Sono stanco di fare da portalettere fra te e la tua Dora. Sposatevi e fatela finita. Lo strusciarsi di carte non produce figli."

"Sai cosa lo impedisce" aveva obiettato Reglio. Aveva cominciato a dargli del "tu" da quando era stato sicuro che fossero cugini. "Per sposarmi dovrei fare le pubblicazioni e dare il mio vero nome. Un'ora dopo avrei i gendarmi addosso."

"Io e Isa ci siamo sposati in un altro modo. Scambio degli anelli, due bicchieri di Lambrusco e un saluto all'Internazionale."

"Erano tempi diversi. Vorrei che Dora diventasse mia moglie secondo le regole. E questo è impossibile."

"Mica vero che è impossibile." Canzio aveva lanciato un urlaccio a un meccanico che batteva la fiacca, poi aveva aggiunto: "C'è un comune completamente socialista. Tutti e due abbiamo dei parenti da quelle parti. Riprendo io i contatti. Basterà mettersi d'accordo col sindaco e un paio di assessori. Troveranno il modo di rendere poco vistose le pubblicazioni e il resto della cartaccia".

"Molinella?" aveva chiesto Reglio.

"Molinella."

"E dopo? Dove andiamo a vivere?"

"Ragazzo, un problema alla volta." Canzio era tornato a occuparsi del bullone.

Così avvenne che, meno di dieci giorni dopo, Reglio, Dora, venuta da Ravenna vestita tutta di bianco, e Canzio partirono per Molinella a bordo della lussuosa autovettura Aquila Italiana di proprietà del marchese Calcagnini. Ovviamente il nobiluomo non ne sapeva nulla. Il tettuccio era apribile, ma fu un errore abbassarlo per vedere se funzionava. Gelarono tutti, e il vestito della sposa si coprì di nevischio e si bagnò.

«Niente paura» disse Canzio. «Andiamo tra gente alla buona. L'abito si asciugherà prima che arriviamo. Tiro su la capote.» Spiegò di essere d'accordo con il sindaco, Giuseppe Massarenti. «È un brav'uomo, lo conosco da anni. È un riformista, come il suo compare Bissolati, ma chi non ha qualche peccato? Del mandamento di Budrio ha fatto una specie di repubblica. Ci sono cooperative, scuole e asili, ospedali e mense, affittanze collettive. Lui crede che sia il socialismo.»

«Dove prende i soldi?» chiese Reglio.

Canzio ridacchiò. «Tassa i ricchi del comune. Il prefetto non è tanto d'accordo, ma Massarenti se ne infischia. Manda un telegramma a Bissolati, che è anche un pezzo grosso della massoneria, e si risolve tutto.»

Per arrivare a Molinella dovettero passare attraverso due colonne di carabinieri a cavallo. Erano ancora entro i confini della Romagna. I cavalieri si sbandarono un poco, ma gli ufficiali fecero il saluto militare. Chi viaggiava su un'automobile così potente doveva per forza essere ricco e importante.

Reglio si sentiva protetto dai grossi occhiali: nemmeno sua madre l'avrebbe riconosciuto. Dora, però, gli si stringeva a ognuno di quegli incontri. Avvertiva il cuore di lei battere forte contro il suo avambraccio.

«Sembra scoppiata la guerra» pigolò la sposa.

Canzio la udì. «È scoppiata, infatti. La solita questione delle trebbiatrici ha lasciato strascichi: braccianti contro mezzadri, socialisti contro repubblicani. La Federterra ha dato ragione agli operai: le macchine devono essere loro. Non l'avesse mai fatto. Sono riapparsi i coltelli, i colpi di doppietta sparati da dietro le siepi, gli incendi dei fienili, gli agguati. Insomma, tutta la tradizione romagnola della santa carabina.»

«È così anche a Molinella?» s'informò Reglio, inquieto.

«No. Là Massarenti ha ottenuto buoni patti per i coloni e li ha legati a sé e ai braccianti. L'unico nemico sono gli agrari.»

«Dunque un po' di socialismo l'ha fatto.»

«In un certo senso sì. Ma Molinella non è l'Italia. Neanche se ci aggiungi la Romagna, l'Emilia, parte del Veneto, la Lombardia, il Piemonte e la Toscana. E lì che i socialisti sono radicati. Uniamo pure le Marche, Roma, Napoli, certe zone della Sicilia e le Puglie dei sindacalisti rivoluzionari. Quale socialismo è se si espande a macchie? Solo in parlamento esiste per davvero. E non è di quello buono.»

Massarenti li aspettava davanti al municipio, tra cumuli di neve, avvolto in un cappottone. «Dov'è il testimone della sposa?» brontolò, col tono burbero che usava con gli amici.

«Sono io» disse Canzio.

«Bell'affare avere per testimone un dinamitardo. E quello dello sposo?»

«Non è ancora arrivato?» chiese Reglio. «Mi aveva assicurato che sarebbe stato qui prima di noi.»

«Qui non si è visto nessuno. Chiederò al compagno Libarel di prestarsi.»

«Libarel?»

«Giuseppe Bentivogli. Venite dentro, al caldo. Qui ci prendiamo tutti un malanno.»

Il municipio era sovrastato, all'ingresso, da un grande ritratto di Andrea Costa listato a lutto. Salirono al piano superiore, fino a una saletta spoglia, con una scrivania al centro e due dipinti raffiguranti Mazzini e Garibaldi. Una stampa ritraeva invece Francisco Ferrer, l'educatore anarchico messo a morte pochi mesi prima in Spagna.

Massarenti si affacciò a una stanza lungo il corridoio. «Libarel, vieni. Abbiamo bisogno di te.»

«A vegn.»

Bentivogli era un giovane sui venticinque anni, grassoccio e glabro. «Ti devo fare da segretario?»

«No, da testimone del signor...» Massarenti prese un foglio. «Qui ci dev'essere un errore: Vittorio Zambelli sposa la signorina Dora Zambelli. Cos'è, un caso di omonimia?»

«Cosa volevi, che ti dicessi il nome vero?» borbottò Canzio. «Sai qual è la situazione. Lui si chiama Aurelio Minguzzi.»

«Disgraziato! E adesso che facciamo? Le pubblicazioni sono state fatte a nome di Vittorio Zambelli!»

Canzio alzò le spalle. «Basta correggere i documenti. Aurelio Minguzzi detto "Vittorio Zambelli". Ci vuole un minuto.»

«Ci penso io» disse Bentivogli. «Dov'è il foglio delle pubblicazioni? Nell'atrio?»

«Sì, ma devi prendere la scala. L'ho attaccato proprio sopra la bandiera. Fallo dopo. Adesso chiudiamo questo matrimonio, che si trascina troppo a lungo.»

Si udirono dei passi di corsa nel corridoio e apparve Cincin, trafelato. Era tutto bianco di neve. Scosse il cappotto come fanno cani e gatti quando sono bagnati. «Fermi tutti! Io sono il testimone dello sposo! Non potete andare avanti senza di me!» Sternutì. «Venire da Ravenna in bicicletta è stato un inferno. Un inferno freddo, però. Adesso nevica di nuovo.»

«Ma sei maggiorenne?» chiese Massarenti.

«Penso di sì. Comunque manca poco.»

«Va bene. Garantisco io per te. Sarà il matrimonio più illegale della storia. Vediamo che riesca bene.»

Riuscì benissimo, in fondo. Pronunciato il "sì" e infilati gli anelli - dorati, non d'oro - la sposa scoppiò in lacrime. Lei e Reglio si scambiarono il più tenero degli abbracci.

«Procura degli ombrelli» disse Massarenti a Bentivogli. «Gli impiegati ne hanno sempre, in ufficio. Ho prenotato un pranzo alla trattoria Ala. Correggi le pubblicazioni e raggiungici là.»

Così Reglio e Dora si avviarono attraverso la piazza ricoperta di neve, sotto un ombrellone nero degno di un gigante. Gli altri seguivano in gruppo, a qualche metro di distanza. Alcuni dei rari passanti capirono cos'era quel piccolo corteo e applaudirono. Dal portico, un gruppetto di "mondine" - così erano ormai dette le risaiole, sebbene la monda fosse solo una delle loro attività - lanciò esclamazioni gioiose.

«Viva il nostro sindaco! Viva gli sposi socialisti!»

Dora le salutò. Ogni tanto piangeva di nuovo. «Ci siamo dimenticati i confetti da distribuire!» disse a Reglio.

«Sei tu il confetto» rispose lui, attento a non scivolare. «E non ti distribuisco a nessuno.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 368

Se Bepo e Libarel erano scappati, lo si doveva all'eccidio di Guarda, frazione molinellese, avvenuto nell'ottobre del 1914.

Carlotta lo aveva spiegato così, a Narda: "Qui, a differenza del Ravennate e del Forlivese, non c'è mai stato un conflitto fra braccianti e mezzadri. Grazie a Massarenti, le due categorie, con le rispettive Leghe, hanno stretto alleanza. Nel 1913 i braccianti sono scesi in sciopero per difendere un singolo contadino cacciato dal padrone. Uno solo. Quelli che usano i paroloni la chiamano solidarietà fra proletari. Riesci a capirmi?".

"Finora sì."

"Ebbene, come ogni anno c'è stata un'altra vertenza al momento della trebbiatura. Bepo e i suoi hanno approfittato del momento delicato per chiedere che il patto colonico fosse sottoscritto non dal singolo mezzadro bensì dall'organizzazione di appartenenza. Prima, a quattr'occhi, il padrone strappava al contadino quello che voleva. Da allora in poi il colono avrebbe discusso con una struttura capace di negoziare in nome collettivo, con propri avvocati ed esperti."

"Cos'è successo?"

"Apriti cielo! La Chiesa è insorta, l'Agraria anche. Il padrone era privato della libertà di concordare il patto con il singolo mezzadro, sulla base delle necessità locali. Dopo un tira e molla, la prefettura di Bologna si è schierata con gli agrari. Dato che i braccianti stavano con i mezzadri e avevano smesso di trebbiare nelle quote di campo padronali, ha autorizzato i signori a reclutare 'liberi lavoratori' in altre province."

"Veniamo al dunque" l'aveva esortata Narda, un po' annoiata.

"È arrivata una fila di automobili diretta al podere di un colono fedele a Massarenti. Erano cariche di crumiri padovani. C'erano di scorta carabinieri a cavallo e in bicicletta, troppo lenti rispetto alle macchine. Quando le vetture, giunte a Guarda, hanno dovuto fermarsi a un passaggio a livello, da siepi e cespugli sono sbucati scalmanati con sassi e bastoni. Un autista e due crumiri sono morti."

Narda aveva ragionato tra sé. "Finora quanti operai sono stati uccisi dalle guardie?"

Carlotta ci aveva pensato un poco. "Forse duecento, duecentocinquanta. Più del doppio se risaliamo al 1898."

"E si ritiene una tragedia solo l'episodio di Guarda?"

Carlotta aveva dato a Narda uno scappellotto, ma leggero. "Non ragionare così. Pensa ai risultati. Ai nostri che forse dovranno fuggire. Ai soldati che continuano ad affluire a Molinella. Agli arresti che si susseguono."

Narda non si era fatta persuadere. "Sì. Ma tre contro trecento e passa?"

Il successivo scappellotto era stato più forte. "Non voglio che tu la pensi a questo modo, capito? Noi non vogliamo una guerra, seguita dal conteggio dei morti. Siamo contro le guerre e gli omicidi. È questo essere socialisti."

Appena un anno dopo lo scenario era completamente cambiato. Aveva fatto sensazione la diserzione di Mussolini, direttore dell'"Avanti!", capo indiscusso del socialismo rivoluzionario. Da antimilitarista quasi fanatico era diventato interventista tra i più ferrei. Sosteneva la causa di una guerra contro l'Austria e la Germania con la stessa foga con cui, solo tre anni prima, aveva avversato l'avventura coloniale in Libia.

Non era l'unico. Il Partito socialista riformista e numerosi sindacalisti rivoluzionari - a partire dal più autorevole, De Ambris - avevano fatto la stessa scelta. La giustificavano con argomenti diversi, ma i principali erano due. Germania e Austria-Ungheria erano la conservazione, il clericalismo, l'aristocrazia più codina, mentre la Francia, e in una certa misura l'Inghilterra, erano baluardi democratici (omettevano, quando potevano, di menzionare la Russia, che tanto democratica non era).

L'altro argomento era che l'Italia aveva bisogno di modernizzarsi, di avere accesso a un'industrializzazione completa. Solo così, sostenevano gli ex socialisti, una rivoluzione proletaria sarebbe diventata possibile. Questa, almeno, era la tesi enunciata da Benito Mussolini e dal suo nuovo giornale, "Il Popolo d'Italia", che sotto il titolo recava la frase di Blanqui: "Chi ha del ferro ha del pane". A Molinella erano arrivati solo i primi numeri, poi i rivenditori avevano rifiutato di tenerlo.

Nella sua concretezza, Carlotta spiegava a Narda queste posizioni e aggiungeva: "Sono cose che non mi convincono. Trovo ancora più persuasivo il vecchio Partito socialista, che continua a ripetere: 'Un proletario non deve sparare su un altro proletario'. Punto e basta".

"I socialisti hanno in mente uno sciopero generale contro la guerra? Io, il Primo Maggio, sono andata all'inaugurazione del circolo giovanile socialista. L'oratore era un certo Renato Tega. Non ne ha parlato."

"No. Reclamano solo la neutralità assoluta."

"Cioè rifiutare di partire se richiamati?"

"Non credo che propongano questo."

"Insomma, stare fermi e non fare niente."

Carlotta aveva allargato le braccia. "Anch'io, più o meno, l'ho capita così. La Settimana rossa sembra avere spaventato più i socialisti che i borghesi. Li ha fatti diventare prudentissimi. Ma io non me ne intendo, dovresti chiedere a chi ne sa di più."

Intanto, nella Molinella commissariata, gli uomini stavano sparendo. I richiamati sotto le armi erano più di millequattrocento. Si svuotavano i campi, gli uffici, i negozi, le officine. Erano le donne che dovevano sostituirli. Quanto agli amministratori, erano in esilio oppure in prigione.

Carlotta dovette abbandonare ogni altra attività e impiegarsi come bracciante generica nella stagione agricola, in cui si registrava carenza di manodopera. Naturalmente non si poteva più discutere il salario o l'orario di lavoro. Sarebbe stato un sabotaggio contro la patria. In casa, manifestò anzi il sospetto che la guerra servisse proprio a questo: a ricondurre la condizione dei lavoratori a quella del secolo precedente.

«Stai esagerando» obiettò Narda.

«Lo spero. Ma guarda i giornali socialisti, compresa "La Squilla". Spesso escono con intere pagine bianche a causa della censura. Il governo Salandra, prima di deliberare sull'intervento, ha sospeso le Camere. Il tempo di assumere pieni poteri. Voleva mettere il bavaglio alla sinistra.»

«Il bavaglio se lo sono messi da soli, i socialisti. Non fanno un accidente.»

«Taci. Sei una ragazzina. Pensa a me, che alla mia età mi spezzo la schiena nella sarchiatura della tenuta del principe Spada. Devo fare andare dall'alba al tramonto macchine che non avevo mai visto.»

«Capisco te, ma non i socialisti.»

«Finché la guerra non finirà, non ne vedremo molti in giro. O sono in prigione o sono all'estero.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 411

Narda gli portava le notizie che riusciva a raccogliere. La situazione bellica migliorava su tutti i fronti. Gli austriaci erano stati respinti oltre il fiume Piave in battaglie sanguinosissime.

Nulla era ancora definito, però si respirava aria di vittoria. Si attendeva un'offensiva finale, una battaglia risolutiva.

«Vorrei esserci» disse lui. «Sarebbe ridicolo che un garibaldino morisse sternutendo.»

«Ci sarete. Migliorate a vista d'occhio.»

Zambelli abbassò la voce. «Di quelli che c'erano agli inizi, in questa camera, non ne è rimasto nessuno.»

«Voi siete d'altra pasta.»

A fine giugno Narda portò al paziente preferito due buone notizie.

«L'esercito italiano ha sconfitto quello austriaco sul Piave. Lo hanno messo in fuga. E voi siete stato dichiarato guarito. Il medico ve lo annuncerà. Potete tornare alla vostra compagnia.»

«Ero guarito da un pezzo, in realtà. Come mai questo ritardo?»

«Secondo me e secondo mia mamma Carlotta non si voleva che girassero voci sulla "spagnola". Al momento, oltre la metà dei ricoverati soffre di quella febbre. Non pensateci, pensate alla vittoria imminente.»

Nel pomeriggio Narda aiutò Zambelli, risanato ma debole, a indossare la divisa e gli mise in testa un fez nero con fiocco pendente.

Gli pose una domanda che fino a quel momento non aveva osato rivolgergli. «È vero che odiate i socialisti?»

Lui si irrigidì. «Sono stato dei loro, ma era un partito diverso. Almeno in Romagna, portava avanti la tradizione di Garibaldi. Si andava a combattere per la libertà ovunque nel mondo. I socialisti di adesso, sì, li odio. Stanno a metà, non prendono mai una posizione netta. Sono contro la guerra ma non hanno mosso un dito per impedirla. Quando è cominciata, si sono messi in silenzio. Tuonavano contro i preti, i massoni, i repubblicani. Nessun atto concreto, né in un senso né nell'altro. Sono dei cacasotto, innamorati del seggio in parlamento.»

Narda avrebbe avuto parecchie obiezioni. Le tenne per sé. «Le cose cambieranno, in caso di vittoria.»

«Vittoria per chi?» replicò Zambelli, molto serio. «Al ritorno dal fronte non voglio trovare borghesi che hanno speculato sulla nostra pelle, poeti che ci spingevano alla morte dai loro salotti, demagoghi come Mussolini diventati interventisti a pagamento, generali vigliacchi, socialisti in panciolle, aristocratici ammuffiti. Tutti nemici della patria. Vado a combattere anche contro di loro. Se tornerò, probabilmente avranno ancora i loro scanni. Io, però, avrò il mio fucile.»

Terminata la concione, Zambelli sollevò Narda e la baciò sulle guance.

«Sapete, per me siete diventata come una figlia. Vi devo mille cose. Grazie.»

Narda restò un po' delusa. Si stava innamorando. Riprese a lavare i pavimenti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 487

69
I soviet petroniani



Il termine "fascista" cominciò a indicare qualcosa di univoco e preciso nell'estate del 1920, almeno a Bologna. In precedenza c'erano stati Fasci della più diversa natura e orientamento. Gradualmente si ridussero a uno solo, il Fascio di combattimento, e "fascista" fu chiamato chi vi apparteneva. Non senza ambiguità e contraddizioni.

Un primo Fascio di combattimento, di orientamento nazionalista, era sorto nell'immediato dopoguerra, con a capo Pietro Nenni. Raccoglieva ex interventisti, repubblicani, elementi moderati grosso modo di destra, qualche socialista bissolatiano, qualche anarchico che, al seguito di Kropotkin, si era dichiarato favorevole alla guerra.

Per una breve stagione i fascisti bolognesi furono quelli. Gradualmente li soppiantò una nuova leva, molto più aggressiva nel professarsi antibolscevica. La comandava Leandro Arpinati, un ex anarchico esentato dalla partecipazione al conflitto mondiale perché ferroviere.

Con lui, anche se con lentezza, il significato di "fascista" si precisò. Altrove il processo era stato più veloce.

Scorrendo uno dei giornali che Gigino portava a casa, Narda, che era scesa da lui per scegliere dei libri, scoprì una notizia che la allarmò. «Qui dice che a Roma è successo un fatto grave. Durante uno sciopero dei tranvieri, i fascisti hanno picchiato a sangue gli scioperanti. Dopo hanno cominciato una caccia al socialista per tutto il centro e bastonato quelli che riuscivano a trovare. Intanto le guardie regie circondavano i sobborghi per impedire che i popolani venissero in aiuto.»

«Succede in molte parti d'Italia» replicò Gigino tristemente. «I Fasci di combattimento crescono ovunque. La loro sede centrale è a Milano. Il segretario nazionale è Umberto Pasella. Fu segretario della Camera del Lavoro di Ferrara. Il giornale che più li sostiene è "Il Popolo d'Italia". Si ispirano a Benito Mussolini, piuttosto che a D'Annunzio.»

«Dunque sono, a loro modo, dei socialisti.»

«Neanche un poco. Ma non ti occupare di queste cose. Mettono tristezza.»

«Ancora una domanda, l'ultima. Quanto contano a Bologna?»

«Per ora non tanto, come gli altri gruppi antibolscevichi. Intendo i Legionari fiumani di via de' Poeti, i Sempre Pronti, l'Associazione combattenti e così via. Reclutano gente fra gli studenti, e così sono inattivi per tutta l'estate. Ricominciano ad agire quando riapre l'università. Malgrado ciò mi sembra che il Partito socialista li sottovaluti. Non hanno ancora forti vincoli con la borghesia industriale e agraria, legata al liberalismo conservatore. Certo, eventi eccezionali potrebbero avvicinare un pulviscolo di forze che adesso è una somma di debolezze.»

«Sembra che la polizia, la Guardia regia e i carabinieri stiano dalla loro parte.»

«Anche l'esercito. Non è una novità. Ma tu pensa alla tua bimba. Tanto, a Bologna, i fascisti un peso non l'avranno così presto.»

Narda prese, dalla biblioteca che era stata di Eleuteria, due libretti che trattavano della rivoluzione russa, a lei completamente ignota. Pubblicati dalle edizioni Avanti!, erano scritti a caratteri fitti e minuscoli. Erano Sei settimane in Russia nel 1919, di Arthur Ransome, e Il bolscevismo all'opera, di un tale W.T. Goode. Il secondo, fatto di interviste, era noiosissimo. Il primo, invece, riuscì ad avvincerla. Raccontava il viaggio complicato e durissimo per raggiungere la Russia dalla Finlandia e la scoperta di una realtà strana e contraddittoria. Ransome aveva trovato un paese mezzo morto di fame, però in piedi e persino vivace.

Le tessere alimentari sorreggevano la popolazione più povera (l'ottanta per cento a dir poco), eppure, fra tanta miseria, a Pietroburgo e a Mosca le strade erano senza prostitute e ricche di opere d'arte, belle o brutte, che scultori e pittori esponevano liberamente. I teatri erano affollati, nei caffè si recitavano poesie.

Narda lesse in fretta le pagine riguardanti questioni economiche e politiche, per arrivare a ciò che le interessava davvero. Il quotidiano cattolico bolognese "L'Avvenire d'Italia" insisteva sulla "socializzazione delle donne" che i bolscevichi avrebbero attuato. L'espressione la turbava, anche perché non sapeva esattamente cosa volesse dire.

Ebbene, non era così. Con la guerra civile ancora in corso, Lenin e i suoi destinavano parte delle loro magre risorse agli asili, alle scuole, all'istruzione superiore. Avevano introdotto e semplificato il divorzio, ma ciò non significava socializzazione. Chi legiferava in quel campo erano le donne stesse, guidate da Aleksandra Kollontaj. Narda rifletté su quanto sarebbe stato utile, per Carlotta, potersi separare da Giosuè. Decise che, a parte alcune asprezze, la rivoluzione russa le piaceva.

Non piaceva solo a lei. A fine agosto 1920 Cincin rientrò dal lavoro e le annunciò: «Forse si fanno i soviet anche qui. Canzio lo ha annunciato a noi operai. Dobbiamo muoverci».

«Come sarebbe a dire?»

«Sai che c'è stato l'ostruzionismo. Non ha toccato la nostra officina, perché Canzio aveva già accettato le condizioni della FIOM. Nelle altre fabbriche si è rallentata la produzione, in vista del nuovo contratto. I lavoratori si attenevano alla lettera al regolamento e così andavano avanti più piano.»

«L'ho letto sui giornali.»

«La fabbrica Scipioni, per reazione, ha attuato la serrata. Ha chiuso fuori i suoi operai. Adesso sembra che tutti gli industriali della meccanica vogliano seguirne l'esempio.»

«Questo non l'ho letto. Canzio come lo sa?»

«Gli arriva il bollettino dell'associazione padronale, anche se non ne fa parte. Il progetto sarebbe quello. L'ingegner Calzoni, che comanda i grossi nomi dell'industria, fa pressione sugli altri perché reagiscano così. Forse è una direttiva nazionale.»

Narda, aiutata dalla muta Andreina, stava scaldando il brodo per l'intero "falansterio romagnolo", come Canzio chiamava via San Vitale 13 (il nome Liebknecht era stato finalmente cancellato). Carlotta doveva ancora rientrare. Tina emetteva suoni inarticolati.

Cincin sedette alla tavola già apparecchiata. Narda gli domandò, mentre lui stappava il Lambrusco comprato allo spaccio dell'Ente autonomo consumi (un organismo comunale nato per fornire alimenti a basso costo, odiatissimo dai bottegai): «I soviet cosa c'entrano?».

«Secondo Canzio, davanti a una serrata bisogna occupare le fabbriche. Non è un'idea sua. È già successo di recente a Sestri Levante e altrove.»

«Com'è finita?»

«Male.»

«E perché a Bologna dovrebbe andare meglio?»

«Perché qui se ne parla da più tempo e si studia la questione. Giorni fa ne ho sentito discutere al Caffè dei Servi, il bar dei socialisti. Meno simpatico dell'osteria degli anarchici, ma con meno ciarèn, meno ubriaconi. Sarebbe interessante studiare la differenza percentuale di ubriachi tra anarchici e socialisti. In base alla mia esperienza oserei concludere che, se parliamo della cosiddetta "ubriacatura scientifica"...»

Narda lo interruppe con uno sbuffo. «Non divagare. Cosa dicono i socialisti dei soviet?»

«Dicono che il programma del partito li prevede e che Ercole Bucco li ha promessi fin dal suo arrivo. Tradotti in italiano, si chiamerebbero "consigli di fabbrica". Organi composti da operai e tecnici, capaci di controllare la produzione ed eventualmente dirigerla. La futura base dell'Italia bolscevica.»

Narda riempì quattro scodelle di brodo (una era per Carlotta), e affidò la pentola ad Andreina. «Te la senti di portarla di sotto?»

L'altra annuì, afferrò i manici con le presine e corse via.

Mentre si sedeva, Narda disse: «E ben buffo. Canzio, il padrone, dice ai suoi operai di fare i soviet nella sua officina».

«I consigli di fabbrica» la corresse Cincin.

«Fa lo stesso. In Russia non è mica andata così.»

Carlotta arrivò pochi minuti dopo. Aveva il viso tinto di nero. Gli occhi le lacrimavano per il carboncino, ma non stava piangendo. Piuttosto, era in preda a una collera che, sommata alla salita delle scale, la faceva ansimare. «Mi hanno presa per strada, vicino alle Due Torri» spiegò mentre Narda le lavava la faccia col sapone. «Erano una decina, attaccavano dei manifesti. Hanno cominciato a darmi della troia e della vciaza sucialesta. Un giovanotto mi ha schiaffeggiata poi, mentre due mi tenevano per le spalle, mi ha tinto la faccia col carboncino che usava per scrivere sui muri. Dopo mi hanno presa a calci. Io sono corsa via.»

«Erano fascisti?» chiese Cincin, orripilato.

«Alcuni sicuramente sì. Avevano scritto "Viva il Fascio" sulle colonne dei portici. Altri forse erano cattolici o conservatori. Il manifesto che incollavano riguardava il prete di Trebbo.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 501

71
Pace sociale, o quasi



In piena occupazione delle fabbriche, Narda trovò lavoro. Esisteva, all'imboccatura di via Ugo Bassi, addossata a palazzo d'Accursio, un'edicola con un'intelaiatura in ferro e le pareti in legno. Vi si vendevano esclusivamente giornali, periodici e libri socialisti, di ogni tendenza. Vi si potevano trovare l'Avanti!" e il quotidiano anarchico "Umanità Nova", la rivista "L'Ordine Nuovo" di Torino, la "Critica Sociale", "La Squilla" di Bologna, "La Lotta" di Imola e decine di altre testate. Più una valanga di opuscoli.

I commessi erano tre, che con Narda diventarono quattro. Era un lavoro facile, adesso che non faceva ancora freddo, benché pagato pochino. I commessi si alternavano a turni di due, dalle sei del mattino alle ventidue di sera. Narda poteva tenere Tina con sé senza problemi. La piccola diventò, anzi, una delle attrazioni dell'edicola. Inteneriva i clienti.

L'esistenza di uno spaccio di "stampa rossa" a ridosso di municipio e prefettura era oggetto di scandalo per l'opinione pubblica moderata e conservatrice, che la considerava propaganda indebita. Si poteva non comprare nulla, ma i titoli dei giornali esposti si leggevano. Con ciò che avveniva nelle fabbriche, erano spesso incendiari. Tutto il potere ai consigli dei lavoratori! urlava per esempio il titolone dell'"Avanguardia", il settimanale dei giovani socialisti. Lo Stato è neutrale: noi dobbiamo chiamarlo in lotta. L'officina è la migliore trincea per assalirlo. Un'illustrazione in prima pagina mostrava ciminiere illuminate dal sole dell'avvenire, entro i cui raggi si leggeva la scritta CHI NON LAVORA NON MANGIA, uno dei più popolari motti bolscevichi.

Gli stabilimenti bolognesi occupati forse non avevano l'aspetto di trincee, però stavano dando, tutto sommato, buona prova di sé. Contrariamente al caos denunciato da un conservatore oltranzista come Luigi Tanari, agrario potente, che accusava il prefetto di mollezza, gli operai sembravano in grado di gestire le aziende di cui si erano impadroniti.

Uno dei commessi descrisse a Narda la situazione una decina di giorni dopo l'inizio della rivolta operaia.

«La produzione media è la metà, in qualche caso i due terzi di quella precedente. Il calo è comprensibile: numerosi addetti si devono dedicare a mansioni che non erano le loro, dalla sorveglianza alla contabilità. Nell'assieme, il sistema tiene. Le officine si scambiano i manufatti, si procurano le materie prime, commercializzano ciò che possono. Prendono contatti con fabbriche occupate di mezza Italia.»

«Per quanto tempo terranno duro?»

«Questo dipende dai politici e dalle organizzazioni sindacali. Il movimento può e deve allargarsi. Reclamano il controllo diretto i carrozzai, i tranvieri e persino i bancari. Vogliono gestire le piccole banche tramite i consigli degli impiegati.»

«I partiti operai cosa dicono?»

«Mica tanto, per ora. L'Unione anarchica bolognese e l'USI chiedono l'occupazione di ogni azienda, anche non metallurgica, e lo sciopero generale a oltranza. Il Partito socialista afferma che la rivoluzione è iniziata, però tergiversa. Aspetta le direttive della direzione nazionale, che deve incontrarsi con la CGL. La FIOM sembra intimidita dalla portata del movimento, che pure ha avviato. Teme di non controllarlo più.»

Il commesso con cui Narda divideva il turno aveva di sicuro un nome e un cognome, tuttavia era noto unicamente come "Tajadela" per la sua magrezza. Ex garzone di forno, si era fatto una cultura da solo, grazie a letture notturne a lume di candela. Il prezzo che aveva pagato erano le lenti spesse che portava e risollevava tutte le volte che gli scivolavano sul naso. Di fatto ogni minuto. Si era fatto crescere una barba a spazzolino per nascondere il mento rientrante.

Insomma, non era una gran bellezza. Tuttavia leggeva ogni giornale e ogni opuscolo che usciva e sapeva consigliare i clienti. Sui soviet era informato quanto Trockij, per Lenin aveva una venerazione. Ciò malgrado, nel PSI aderiva all'ala "centrista", che raggruppava i riformisti di Turati e gli intransigenti ma non tanto di Costantino Lazzari. Per orientarsi nelle correnti socialiste serviva la carta geografica.

Chi stava dalla parte antibolscevica aveva meno problemi. Una mattina in cui Narda era in edicola da sola, dato che Tajadela era andato a fare i suoi bisogni, fu affrontata da un gruppetto di studenti provenienti dall'università. Li guidava un uomo poco più che trentenne, in camicia nera.

«Vorrei "Il Progresso" e "Il Fascio".»

Narda si guardò attorno. «Non li ho.»

«Allora "Testa di Ferro" e "Il Popolo d'Italia".»

«Neanche quelli. Non li teniamo. Se andate all'angolo con via Rizzoli, forse potrete trovare quel che cercate.» Narda, spaventata, cominciò a tremare. Temeva per Tina, che giocherellava sul pavimento, tra gli scatoloni.

Il personaggio sorrise, senza traccia di allegria. «Forse siamo imparentati alla lontana, e per questo ti risparmio due schiaffoni. Sono Luigi Minguzzi, detto "il Castagna". Di' a tua madre Carlotta che, dopo averle tinto il viso di nero, la prossima volta le tingerò di rosso il cranio. A bastonate.»

Detto ciò il Castagna alzò il braccio. «A noi!» La sua squadra di giovani e di adolescenti lo seguì verso un'altra meta.

| << |  <  |