Copertina
Autore Felipe Fernández-Armesto
Titolo 1492
EdizioneBruno Mondadori, Milano, 2011, La storia narrata , pag. 292, ill., cop.ril.sov., dim. 16x23,7x2,5 cm , Isbn 978-88-6159-390-9
Originale1492: The Year Our World Began [2009]
TraduttoreLuna Orlando
LettoreGiovanna Bacci, 2011
Classe storia moderna , storia sociale , storia: Europa , storia: America , storia: Asia , storia: Africa , viaggi
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  1  1. «Questo mondo è piccolo»
        Profezia e realtà nel 1492

 23  2. «Mettere la Spagna al servizio di Dio»
        L'estinzione dell'islam nell'Europa occidentale

 45  3. «Arrivano i cavalieri»
        Le battaglie dell'islam in Africa

 73  4. «Una vista così penosa»
        Il mondo mediterraneo e la redistribuzione degli ebrei sefarditi

 95  5. «Dio è adirato con noi?»
        Cultura e conflitti in Italia

121  6. Verso «la Terra dell'Oscurità»
        La Russia e le marche orientali del cristianesimo

147  7. «Quel mare di sangue»
        Colombo e il collegamento transatlantico

173  8. «Tra i salici che cantano»
        Cina, Giappone e Corea

201  9. «I mari di latte e burro»
        Le sponde dell'oceano Indiano

231 10. «Il quarto mondo»
        Società indigene nell'Atlantico e nelle Americhe

261     Epilogo
        Il mondo in cui viviamo

271     Note

283     Indice analitico


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 1

1. «Questo mondo è piccolo»

Profezia e realtà nel 1492


17 giugno: Martin Behaim è impegnato nella costruzione di un mappamondo a Norimberga

Nel 1491, a Roma, comparve un veggente vestito di stracci che brandiva, come fosse il suo bene più prezioso, una croce di legno. Le piazze si gremivano di gente che desiderava ascoltare i suoi presagi: l'anno seguente avrebbe riservato lacrime e tribolazioni, ma sarebbe poi giunto un "papa angelico" a salvare la Chiesa, rinunciando al potere temporale in favore di quello della preghiera.

La predizione non avrebbe potuto cogliere meno nel segno. Nel 1492 si svolse un'elezione papale, che si concluse tuttavia con la nomina di uno dei pontefici più corrotti tra quanti disonorarono il soglio di Pietro. Il potere temporale continuò a trascurare le priorità spirituali e proprio in quell'anno tra i due poli si accese un conflitto feroce. Per la Chiesa non fu l'inizio di una nuova era: le riforme, incessantemente invocate, continuarono a non venire attuate. Gli eventi che non furono predetti dal veggente, in ogni caso, erano di gran lunga più importanti di quelli annunciati: l'anno 1492, infatti, non solo trasformò la cristianità, ma riconfigurò il mondo intero.

Prima di allora, il mondo era diviso in culture ed ecosistemi separati. La fase della divergenza ebbe inizio all'incirca 150 milioni di anni fa, con la rottura della Pangea, il blocco unico delle terre emerse. Quando i continenti si formarono iniziò anche la loro deriva. Da quel momento in poi, isole e continenti si allontanarono sempre di più. L'evoluzione ebbe un corso peculiare in ogni luogo, tanto che in ciascun continente si sviluppò un repertorio particolare di piante e di animali. Si differenziarono le forme di vita e, in modo ancora più spettacolare, i popoli. All'aumentare della varietà culturale, l'aspetto fisico e i comportamenti dei diversi gruppi umani si diversificarono così tanto che quando gli uomini iniziarono a ristabilire un contatto faticarono a riconoscersi come appartenenti alla stessa specie o come membri della medesima comunità morale.

Nel 1492, in modo straordinariamente improvviso, si verificò un'inversione di tendenza: la millenaria storia di divergenza di fatto volse al termine, per lasciare spazio a una nuova era del pianeta, basata sulla convergenza. Il mondo si trovò sull'orlo di una rivoluzione ecologica, e da quel momento in poi gli scambi tra ecosistemi annullarono le conseguenze più marcate di 150 milioni di anni di divergenza evolutiva. Oggi sono presenti le stesse forme di vita, crescono gli stessi raccolti, le stesse specie prosperano, collaborano e competono le stesse creature, di cui si nutrono gli stessi microrganismi in zone climatiche simili diffuse sul pianeta.

Nel frattempo, si sono rinnovati i contatti tra popoli in precedenza divisi, finché quasi tutti gli abitanti della Terra non si sono trovati uniti in un'unica rete di rapporti, comunicazioni, contagi e scambi culturali. Migrazioni transoceaniche hanno fatto sì che la popolazione umana si spostasse attraverso il pianeta, mentre gli scambi ecologici hanno trasferito forme di vita diverse da una parte all'altra del globo. Per quanto riguarda il genere umano, la divergenza reciproca caratterizzò la maggior parte dei precedenti centomila anni, dal momento in cui i nostri antenati iniziarono a lasciare i loro luoghi d'origine nell'Africa orientale. Via via che si adattavano a nuovi ambienti in regioni del mondo colonizzate da poco, persero il contatto gli uni con gli altri e addirittura non furono più in grado di riconoscersi come membri di una stessa specie, di identificare la propria comune umanità. Le culture da loro create si differenziarono sempre più, in una proliferazione di lingue, religioni, usanze e stili di vita. Per quanto anche prima del 1492 fossero avvenuti contatti e sovrapposizioni tra culture divergenti, solo in quell'anno un rinnovamento dei collegamenti mondiali divenne possibile.

Le rotte marittime dipendono infatti dai venti e dalle correnti: finché Colombo non chiarì il sistema eolico dell'Atlantico, i venti del mondo erano come un codice che nessuno sapeva decifrare. Gli alisei nord-orientali, che Colombo sfruttò per attraversare l'oceano, conducevano più o meno al punto in cui la corrente del Brasile spinge le imbarcazioni in direzione sud, verso il percorso dei venti occidentali dell'Atlantico meridionale, e poi oltre attorno al globo. Una volta che i navigatori ebbero individuato il sistema, l'esplorazione degli oceani divenne un processo irreversibile, anche se, ovviamente, avvenne in modo lento e graduale, e fu interrotto da molti ostacoli. Tale processo è ormai quasi concluso. Di tanto in tanto, dalle profondità dell'Amazzonia ancora oggi compaiono alcuni dei cosiddetti "popoli incontattati" – che potremmo considerare come profughi della convergenza culturale – ma ai nostri giorni il processo di riconvergenza sembra quasi completato. Noi viviamo in "un solo mondo", consideriamo tutte le genti come parte di una medesima comunità morale di dimensioni mondiali. Il frate domenicano Bartolomé de Las Casas (1484-1566), che fu a tutti gli effetti l'esecutore letterario di Cristoforo Colombo, percepì l'unità del genere umano dopo essere entrato in contatto con i popoli indigeni che vivevano in un'isola caraibica colonizzata da Colombo. Las Casas è autore di una delle più celebrate tautologie al mondo: «Tutti i popoli del mondo sono umani», dotati di diritti e libertà comuni.

Poiché così tanti aspetti del mondo in cui viviamo hanno avuto inizio in quel momento, il 1492 parrebbe una scelta ovvia (e straordinariamente trascurata) per uno storico che voglia concentrarsi su un singolo anno della storia globale. L'associazione più ovvia è con l'evento che, più di ogni altro, si può dire abbia cambiato il mondo: la scoperta di Colombo di una rotta per l'America, che mise in contatto il Vecchio Mondo con il Nuovo, riunificando civiltà precedentemente divise e trasformando l'Atlantico, da barriera qual era, in via maestra. Ciò rese possibile un'autentica storia globale: un vero e proprio "sistema mondiale" nel quale eventi che si verificano in luoghi diversi hanno risonanza reciproca, all'interno di un mondo interconnesso nel quale le conseguenze di idee o di transazioni percorrono gli oceani come le vibrazioni prodotte dal battito d'ali della proverbiale farfalla. Tale scoperta diede inizio all'imperialismo europeo a lungo raggio, destinato a riplasmare il mondo, e introdusse le Americhe nella sfera dell'Occidente, moltiplicando così le risorse della civiltà occidentale e rendendo infine possibile l'eclissi degli imperi e delle economie asiatiche, per lungo tempo egemoniche.

Aprendo le Americhe all'evangelizzazione cristiana e alla migrazione europea, gli eventi del 1492 ridisegnarono radicalmente la mappa delle religioni del mondo e modificarono la distribuzione globale delle civiltà, insieme ai loro reciproci equilibri. Schiacciato in precedenza dall'islam, il cristianesimo riuscì praticamente a recuperare lo svantaggio, con alcuni periodi di superiorità numerica e territoriale. Prima del 1492, l'idea che l'Occidente – una manciata di terre all'estremo più povero del continente euroasiatico – potesse rivaleggiare con la Cina o con l'India sarebbe parsa inconcepibile. Proprio dal magnetismo di quelle regioni e dal senso di inferiorità provato dagli europei nei loro confronti dipendeva l'ansia di Colombo di trovare il modo di raggiungere quei luoghi. Ma nel momento in cui gli occidentali guadagnarono un accesso privilegiato a un Nuovo Mondo, non ancora sfruttato, la prospettiva mutò. In precedenza, l'iniziativa era concentrata nelle mani dei popoli dell'Asia, ora era invece a disposizione di intrusi provenienti da altre regioni. In quello stesso anno, ai confini orientali della cristianità, dove la profezia riguardo all'imminente fine del mondo infiammava ancora di più gli animi, alcuni eventi non collegati tra loro fecero sì che una nuova potenza, la Russia, venisse elevata allo statuto di grande impero egemone.

I libri sul 1492 sono stati a tal punto dominati dalla figura di Colombo che il mondo che lo circondava, fondamentale per rendere comprensibili le ripercussioni del suo viaggio, è rimasto invisibile al lettore. Le regioni che l'esploratore genovese mise in comunicazione; le civiltà che, nonostante i suoi sforzi, egli non riuscì a trovare; i luoghi a cui non dedicò alcun pensiero, nei recessi dell'Africa e della Russia; le culture sviluppatesi nelle Americhe che Colombo non poteva neppure immaginare: tutte queste zone, nel 1492, erano aree di cambiamento dinamico. Si verificarono trasformazioni effettive, che innescarono processi proseguiti fino ai nostri giorni, contribuendo a modellare il mondo in cui ora ci troviamo. Altri eventi racchiudevano in nuce trasformazioni a più lungo termine, di cui il nostro mondo è oggi un risultato.

Questo volume è un tentativo di passare in rassegna tutti questi aspetti in un'unica visione d'insieme. Quella di cui avrebbe potuto idealmente godere un viaggiatore impegnato in un "grand tour" del mondo nel 1492, zigzagando attorno alla fascia di civiltà, popolose e produttive, che si estendevano attorno al globo: dai confini orientali dell'Asia, superando l'oceano Indiano, fino a raggiungere l'Africa orientale e ciò che oggi definiamo Medio Oriente, poi attraverso la distesa euroasiatica fino alla Russia e al mondo mediterraneo, e da lì, attraverso l'Atlantico, verso le civiltà mesoamericane e andine, che a breve sarebbero diventate accessibili. Solo un viaggiatore immaginario avrebbe potuto a quel tempo compiere l'intero giro del mondo. Ma furono i viaggiatori in carne e ossa a mettere insieme traiettorie in grado di cingere il pianeta; i lettori di questo libro, fin dove possibile, li accompagneranno nei loro percorsi a partire dal prossimo capitolo, ambientato a Granada nel gennaio 1492. Da Granada ci faremo condurre da un avventuriero musulmano a Gao, nell'Africa occidentale, attraversando il Sahara; visiteremo poi il Regno del Congo in compagnia di esploratori portoghesi, prima di tornare a percorrere il Mediterraneo insieme ai profughi ebrei espulsi dalla Spagna; faremo sosta a Roma e a Firenze per assistere al Rinascimento insieme a pellegrini, predicatori e chierici vaganti; attraverseremo l'Atlantico in compagnia di Colombo, e l'oceano Indiano insieme a un altro mercante italiano. Ulteriori tappe del nostro selettivo tour del mondo comprenderanno le frontiere orientali della cristianità e i mondi che Colombo cercò in Cina e fu a un passo dall'afferrare in America.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 17

Gli eventi che iniziarono a manifestarsi nel 1492 avrebbero dissipato quell'ignoranza, riunito le civiltà mondiali separate, ridistribuito tra esse potere e ricchezze, ribaltato il corso evolutivo in precedenza divergente e rimodellato il mondo. Naturalmente, è difficile che un singolo anno possa aver portato da solo a tante trasformazioni. In senso stretto, fu soltanto nel 1493 che Colombo fu in grado di esplorare delle rotte utilizzabili per percorrere in entrambi i sensi l'oceano. La via che sfruttò per raggiungere i Caraibi nel 1492, come vedremo, non era a lungo andare praticabile e dovette essere abbandonata. Il collegamento degli emisferi fu chiaramente un grande passo avanti verso la creazione di quella che oggi consideriamo la "modernità" — ovvero la globalizzazione, il mondo dominato dall'Occidente in cui noi viviamo — ma non poteva dirsi completato neppure nel 1493. Tutto ciò che davvero Colombo fece fu aprire delle possibilità che i suoi successori impiegarono secoli a sfruttare. E perfino tali potenzialità difficilmente furono il prodotto di un paio di anni. Solo nel periodo seguente si potè realmente intuire l'opportunità di ricostruire il mondo attraverso un nuovo equilibrio di ricchezza e potere in precedenza inimmaginabile. Altri esploratori elaborarono rotte ulteriori, percorsi bidirezionali attraverso l'Atlantico settentrionale e meridionale, per aprire connessioni con altre parti delle Americhe, e crearono un nuovo collegamento via mare o individuarono nuovi tragitti terrestri dall'Europa all'Asia meridionale e centrale.

Per la maggior parte degli individui, tuttavia, l'anno corrente non era il 1492. Persino in alcune aree del mondo cristiano non era necessariamente il 1492 poiché per molte comunità l'anno cominciava il 25 marzo, il supposto anniversario del concepimento di Cristo. L'inizio della primavera era una scelta motivata da considerazioni sia logiche sia empiriche. In Giappone, ancora oggi, la televisione trasmette, ogni anno, lo schiudersi dei primi boccioli di ciliegio. Ogni cultura ha un suo specifico computo del tempo.

Il mondo musulmano, che all'epoca metteva largamente in ombra quello cristiano, contava, e conta tuttora, gli anni a partire dall'esilio di Maometto dividendoli in mesi lunari. In India, al di fuori delle aree musulmane, la numerazione degli anni era di ben poco rilievo se confrontata con la longevità degli dei, il cui mondo si rinnovava ogni 4,32 milioni di anni, in un ciclo eterno. L'età corrente era fatta cominciare dall'anno corrispondente al nostro 3012 a.C. Per le esigenze quotidiane, nell'India settentrionale generalmente si contavano gli anni da quello che nel nostro calendario sarebbe il 57 a.C. Nel sud del subcontinente, l'inizio favorito corrispondeva all'anno 78 d.C. Per gran parte della loro storia, i maya del Mesoamerica registrarono tutte le date importanti in tre modi: in primo luogo, attraverso un lungo conteggio di giorni, a partire da un punto arbitrario collocato più di cinquemila anni fa; in secondo luogo, in base al numero di anni (ognuno di durata di poco superiore ai 365 giorni) del regno corrente; in terzo luogo, in base a un calendario divinatorio di 260 giorni organizzato in venti unità di 13 giorni ciascuna. Verso la fine del XV secolo, soltanto l'ultimo sistema era regolarmente in uso. Gli incas registravano solo 328 giorni dell'anno solare: i restanti 37 erano omessi poiché in quel periodo si sospendevano le attività agricole, e al termine dell'interruzione cominciava un nuovo anno.

In Cina e in Giappone non era stabilito un giorno fisso che sancisse l'inizio del nuovo anno, e ogni imperatore introduceva una data diversa. Intanto la gente celebrava il capodanno in giorni differenti, a seconda del costume locale o della tradizione familiare. Come accade ancora oggi, gli anni prendevano il nome da dodici animali: topo, bue, tigre, lepre, drago, serpente, cavallo, pecora, scimmia, gallo, cane, maiale. Il ciclo di dodici segni era combinato con un altro ciclo di dieci, così che i nomi degli anni non si ripetevano prima che fossero trascorsi sessant'anni. In base a un sistema parallelo, gli anni erano anche numerati in un ordine progressivo a partire dall'inizio del regno dell'imperatore. Il 1° gennaio 1492 era chiamato Jia Chen, il secondo giorno del dodicesimo mese dell'anno Xin Hai, oppure del quarto anno del regno di Hongxi. Xin Hai aveva avuto inizio il 9 febbraio 1491 e si sarebbe concluso il 28 gennaio 1492, lasciando posto a Ren Zi, che sarebbe durato fino al 17 gennaio 1493. Il 31 dicembre 1492 era il tredicesimo giorno, chiamato Ji You, del dodicesimo mese di Ren Zi, nel quinto anno del regno di Hongxi.

Per queste ragioni, un libro dedicato a un unico anno è fondamentalmente astorico se tratta come un'entità coerente gli eventi occorsi tra il 1° gennaio e il 31 dicembre dell'anno in questione secondo il computo occidentale. Gran parte delle persone, infatti, non avrebbe pensato a quei giorni come costituenti un anno, non più di quanto avrebbe fatto con una qualsiasi altra combinazione di 365 giorni – o 260, o 330, o qualsiasi altro numero considerato convenzionale nella propria cultura. D'altra parte, nessuna sequenza di giorni comprende eventi delimitabili in modo così puntuale da poter essere analizzati solo in tale intervallo: è necessario un periodo più lungo. Pertanto, in questo libro vigerà una certa flessibilità riguardo alle date, con incursioni nel passato e salti in avanti rispetto all'anno 1492.

Un'opera come questa, inoltre, inevitabilmente non riguarda solo la storia passata. Nel momento in cui attribuisce una nozione moderna del tempo a persone che non ne disponevano, questo libro, al pari di altre storie di determinati anni, si condanna da solo a uno sguardo retrospettivo. Il presente lavoro riguarda noi, ovvero il nostro modo di vedere il mondo e la storia, almeno quanto le vite degli individui che hanno popolato l'epoca oggetto d'indagine. Anche se non è compito dello storico spiegare il presente, bensì comprendere il passato restituendo un'idea di com'era viverlo, in questo lavoro intendo allontanarmi dai miei usuali obiettivi di storico. I lettori di 1492 non dovranno solo scoprire che cosa significava vivere in quell'anno, ma comprendere come gli eventi verificatisi abbiano contribuito a determinare il mondo che ora abitiamo.

Passando a un altro genere di considerazioni, va osservato che all'epoca un anno significava davvero qualcosa, in un senso che non è più facilmente comprensibile a chi vive in contesti urbani, industriali o post-industriali. La successione delle stagioni è a malapena percepibile, se non superficialmente: mentre le temperature dei termometri salgono e scendono, le maniche dei vestiti si accorciano o si allungano. E ci si copre di più quando il cielo è coperto. Il riscaldamento e i materiali isolanti ci difendono dall'estate e dall'inverno. Il commercio globale rende disponibile cibo fuori stagione anche a persone relativamente povere in nazioni relativamente ricche. Alla maggior parte degli occidentali è ormai estranea l'antica sapienza che permetteva di conoscere il momento migliore per nutrirsi dei vari alimenti.

Nel 1492, quasi tutto il mondo viveva di agricoltura e allevamento, e per il resto di caccia. Di conseguenza, il ciclo delle stagioni determinava davvero quasi tutto ciò che era rilevante nella vita: il ritmo in base al quale maturavano i raccolti o migravano gli animali determinava ciò che si mangiava, dove si viveva, quali vestiti si indossavano, il tempo da impiegare nel lavoro e il genere di attività da svolgere. Promemoria dello scorrere del tempo erano intagliati sulle porte delle chiese in modo che i fedeli potessero vederli all'ingresso, e solitamente includevano scene, disposte mese per mese, delle attività regolate dai cicli meteorologici: preparazione del terreno a febbraio, potatura a marzo, falconeria ad aprile, mietitura a giugno, pigiatura dell'uva a ottobre, aratura a novembre. Le poesie giapponesi convenzionalmente iniziavano con invocazioni della stagione. Gli scrittori cinesi associavano ogni stagione ai corrispondenti cibi, indumenti e decorazioni. Il mondo intero viveva secondo un andamento e un ritmo basati sulle stagioni.

In ogni luogo la gente osservava le stelle. Nell'Europa mediterranea, il momento della vendemmia era indicato dalla posizione di Orione e Sirio a metà del cielo. Il sorgere delle Pleiadi annunciava il raccolto del grano, il tramonto delle Pleiadi il tempo della semina. I maya osservavano con ansia il movimento di Venere perché il pianeta governava i giorni propizi rispettivamente per muovere guerra e per stabilire la pace. Maometto aveva insegnato ai musulmani che le nuove lune erano «dei segni per marcare periodi fissi per gli uomini e per il pellegrinaggio». In Cina, gli astronomi erano consiglieri politici fondamentali, dal momento che la prosperità dell'impero dipendeva da una tempistica accurata dei riti imperiali basata sui movimenti delle stelle, e faceva parte dei doveri dell'imperatore controllare i cieli in cerca di segni di una "disarmonia". Era infatti un mondo che non prevedeva vie di fuga rispetto agli elementi, né salvezza di fronte ai demoni che popolavano l'oscurità, le tempeste, il calore, il freddo, le lande e le correnti ostili. La persecuzione delle streghe non fu un fenomeno medievale ma della prima età moderna, che divenne in gran parte dell'Europa una pratica su larga scala a partire dal tardo XV secolo. A Roma, nel 1484, il pontefice ricevette documentazioni relative a molti uomini e donne che «negarono con labbra perverse la fede in cui erano stati battezzati» per poter «fornicare con demoni e fare del male a uomini e bestie attraverso i loro incantesimi, bestemmie e altre arti diaboliche». Di seguito, venivano riportate norme per la persecuzione delle streghe.

La natura appariva capricciosa, le divinità imperscrutabili. Si diceva che un'epidemia diffusasi al Cairo nel 1492 avesse ucciso dodici milioni di abitanti in un solo giorno. Un'inondazione travolse gran parte dell'esercito del sovrano di Delhi un anno più tardi. Molti ebrei espulsi dalla Spagna nel 1492 perirono durante le carestie nordafricane. Le infezioni che gli uomini di Colombo portarono nel Nuovo Mondo per poco non sterminarono tutti gli abitanti, non abituati a quei morbi né immunizzati. Secondo una stima prudente, più di centomila persone abitavano l'isola di Hispaniola nel 1492. Solo sedicimila, una generazione più tardi.

Ma nonostante fossero in balia della natura, i popoli furono in grado di cambiare il mondo reimmaginandolo, lottando per realizzare le proprie idee e diffondendosi lungo le nuove rotte attorno al pianeta scoperte dagli esploratori. I cambiamenti verificatisi nel 1492, insieme alle loro conseguenze epocali, ne sono la prova. Gran parte delle azioni trasformative che contribuirono a produrre la modernità provennero, in ultima analisi, dalla Cina. La carta e la stampa, fattori chiave per l'accelerazione e la diffusione delle comunicazioni, erano infatti invenzioni cinesi. E così la polvere da sparo, senza la quale il mondo non avrebbe mai potuto sperimentare la "rivoluzione militare", che permise alle operazioni belliche moderne di basarsi sulla potenza di fuoco concentrata di grandi eserciti; tantomeno si sarebbe potuta ribaltare la tradizionale bilancia del potere, che teneva le civiltà sedentarie alla mercé di nemici a cavallo. Gli "imperi della polvere da sparo", che surclassarono nemici ben equipaggiati nella prima età moderna, e il moderno stato-nazione, sviluppatosi dalla rivoluzione militare, semplicemente non sarebbero mai sorti.

L'industrializzazione non avrebbe potuto verificarsi senza l'altoforno e l'utilizzo del carbone come fonte d'energia, processi che ebbero origine in Cina. Il capitalismo moderno sarebbe stato impossibile senza le banconote, un'altra invenzione che gli occidentali introdussero dalla Cina. La conquista degli oceani mondiali dipese da adattamenti occidentali di rotte e tecnologie d'ingegneria navale cinese. L'empirismo scientifico, la grande idea di cui gli occidentali in genere sono fieri per il suo impatto sul mondo, ebbe una tradizione molto più lunga in Cina che in Occidente. Ugualmente nella scienza, nella finanza, nel commercio, nelle comunicazioni e nella guerra le più pervasive di tutte le grandi rivoluzioni alla base del mondo moderno si basarono su idee e tecnologie cinesi. L'ascesa dei poteri occidentali fino all'egemonia globale fu un effetto a lungo raggio dell'appropriazione di invenzioni cinesi.

Nonostante ciò, le applicazioni concrete provennero dall'Europa, e fu in Europa che ebbero inizio la rivoluzione scientifica, commerciale, militare e industriale. Ricapitolando: questo sconcertante ribaltamento nell'iniziativa – il capovolgimento del normale stato del mondo – ebbe inizio nel 1492, quando le risorse delle Americhe iniziarono a essere accessibili agli occidentali, mentre rimasero fuori portata per altre civiltà rivali o potenzialmente tali. Nello stesso anno, eventi in Europa e in Africa tracciarono nuove frontiere tra cristianesimo e islam che favorirono il primo. Gli eventi verificatisi furono sorprendenti, e questo libro è, in parte, un tentativo di spiegarli. Infatti l'Europa era ancora una zona arretrata, disprezzata o ignorata da India, mondo islamico, Cina e dal resto dell'Asia orientale e surclassata in ricchezza, arte e inventiva. L'ascesa dell'Occidente, prima per sfidare l'Est e infine per dominare il mondo, ebbe inizio solo nel 1492. Ogni generazione umana è caratterizzata da una sua modernità che emerge dal complesso del passato.

Nessun anno, da solo, ha mai inaugurato una di tali modernità. Ma per noi il 1492 è stato speciale. Fattori chiave del mondo che abitiamo – modalità in cui sono distribuiti nel pianeta potere e ricchezza, culture e confessioni religiose, forme di vita ed ecosistemi – diventano comprensibili per la prima volta proprio attraverso la storia di quel periodo. Stiamo ancora adattandoci alle conseguenze.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 147

7. «Quel mare di sangue»

Colombo e il collegamento transatlantico


12 ottobre: Colombo sbarca nel nuovo mondo

La storia è irresistibile, per quanto abbia dell'incredibile. Quando Ferdinando e Isabella entrarono a Granada, tra la folla dei loro sostenitori un solo uomo non poteva partecipare alla gioia di quel trionfo. Dopo aver cercato per anni di ottenere l'appoggio dei monarchi, Cristoforo Colombo aveva appena saputo che un comitato di esperti aveva bocciato il suo progetto di attraversamento dell'oceano occidentale. Sconsolato, si allontanò dalle celebrazioni nella consapevolezza che la sua istanza era stata infine respinta.

Dopo un giorno di cammino, però, fu raggiunto da un messo reale, il quale gli chiese di tornare immediatamente al padiglione dei sovrani fuori dalla città conquistata. Come per miracolo, improvvisamente essi avevano cambiato idea. Il primo tratto del suo viaggio transatlantico Colombo lo percorse a dorso di mulo, in direzione di Granada.

Ha l'aspetto di una vicenda romanzata, ma il passato è pieno di storie vere migliori di qualsiasi finzione, e ciò che accadde realmente a Colombo non fa eccezione: è molto più interessante di tutte le leggende nate sulla sua vita.


La proposta di Colombo non era per nulla originale. Nel corso del XV secolo, furono fatti numerosi tentativi di esplorare lo spazio atlantico, ma molti di essi erano destinati al fallimento in partenza, perché si muovevano lungo la fascia dei venti che soffiano da ovest verso est, probabilmente perché i navigatori volevano essere certi di poter ritornare. È comunque possibile seguire le loro modeste conquiste nello sviluppo di rare carte geografiche e nelle registrazioni di navi perdute. Su una di queste mappe, nel 1427, venne registrato il viaggio di un pilota portoghese chiamato Diogo de Silves, di cui altrimenti non avremmo alcuna notizia: Silves stabilì per la prima volta la distanza e la posizione relativa delle singole isole delle Azzorre, seppur con una certa approssimazione. Poco dopo la metà del secolo, furono raggiunte le isole più occidentali dell'arcipelago. Tra il 1452, quando tali isole furono scoperte, e il 1487, quando il fiammingo Ferdinand van Olmen fu mandato, come Colombo, a cercare isole e continenti nell'oceano, almeno otto spedizioni portoghesi sopravvissero a viaggi diretti al cuore dell'Atlantico. Nessuna, però, sembra aver portato a nuovi progressi. Infatti partivano dalle Azzorre, dove i venti contrari le rispedivano al punto di partenza. Nel 1492, a Norimberga, gli amici e i sostenitori di Martin Behaim proponevano lo stesso punto di partenza per la traversata dell'Atlantico da loro ipotizzata, che però non realizzarono mai.

Non solo una traversata dell'Atlantico era impraticabile, almeno a giudicare da questi precedenti: sembrava anche improbabile, almeno fino a un'epoca molto recente, che essa potesse portare dei profitti. Fino agli anni ottanta, lo sfruttamento dell'Atlantico aveva dato pochi risultati, se si esclude Madeira, che contribuì grandemente al fisco della corona portoghese, grazie alle piantagioni di zucchero create dalla metà del XV secolo. La speranza degli esploratori di riuscire a raggiungere le miniere d'oro dell'Africa occidentale si dimostrò infondata, anche se l'accesso all'oro a prezzi abbastanza vantaggiosi divenne più facile grazie all'aumento dei commerci con i regni africani. Questi commerci portarono anche alla scoperta di beni che potevano essere venduti sui mercati europei: specialmente, a partire dal 1440, un numero sempre crescente di schiavi, che i desperados portoghesi ottenevano anche grazie a incursioni e saccheggi. Ma anche in questo rispetto i mercati erano limitati, perché le grandi piantagioni basate sullo schiavismo, che saranno familiari nei secoli futuri in certe zone delle Americhe, non erano molto diffuse in Europa, dove le mansioni degli schiavi erano normalmente relegate ai servizi e ai lavori domestici. Le isole Canarie, nel frattempo, attirarono una buona fetta di investimenti perché producevano grandi quantità di coloranti naturali, e sembravano poter essere sfruttate per la coltivazione dello zucchero: ma i loro abitanti si opposero ferocemente agli europei, e la conquista fu lunga e dispendiosa.

Negli anni ottanta, però, la situazione mutò. Il commercio dello zucchero da Madeira conobbe un boom, e mise in moto sessanta o settanta navi in un solo anno. Nelle Canarie, la raffinazione dello zucchero iniziò a essere praticata nel 1484. Nel 1482, grazie al nuovo porto di Sào Jorge da Mina, grandi quantitativi d'oro iniziarono a raggiungere l'Europa, partendo dal golfo dell'Africa occidentale. Nello stesso decennio, iniziarono i contatti tra il Portogallo e il Regno del Congo; viaggi e circumnavigazioni dell'Africa meridionale continuarono a essere ostacolati da correnti contrarie, ma portarono alla scoperta di venti che soffiavano verso est nella parte meridionale dell'Atlantico, il che significava che si poteva quantomeno raggiungere l'oceano Indiano. In questi dieci anni, i registri del porto di Bristol, in Inghilterra, mostrano un ingresso crescente di beni provenienti dall'Atlantico settentrionale, tra cui pesce salato, avorio di tricheco e prodotti di baleneria. I mercanti inglesi e fiamminghi di Bristol e delle Azzorre iniziarono a dare la caccia alle opportunità di investimento. Per la fine del decennio fu ovvio che investire nell'Atlantico sarebbe stato conveniente. Divenne così più semplice ottenere finanziamenti per nuove imprese, soprattutto presso i banchieri italiani di Lisbona e Siviglia.

Ma se il clima del mondo degli affari era sempre più favorevole a un nuovo assalto sul fronte Atlantico, era ancora difficile trovare l'uomo giusto per l'impresa. Solo un navigatore sconsiderato o un novellino avrebbero accettato di lanciarsi in una navigazione nel cuore dell'Atlantico. Per andare molto più in là delle Azzorre, era necessario correre rischi che nessun avventuriero precedente avesse mai affrontato: era necessario navigare con il vento in poppa.

Uno dei fatti più straordinari nella storia dell'esplorazione marittima è che gran parte di essa venne condotta con venti contrari. Ai navigatori moderni sembra tanto strano da essere un controsenso, ma era perfettamente sensato in passato proprio perché gli esploratori dell'ignoto avevano bisogno di mantenere aperta la via del ritorno. Un vento contrario in un viaggio era la promessa di un facile ritorno a casa. Per rompere con il passato, e navigare verso l'ignoto con il vento in poppa, un esploratore doveva essere molto ignorante o molto disperato.

Entrambe le cose si potevano dire di Cristoforo Colombo, figlio di un tessitore genovese a capo di una grande famiglia, chiassosa ed esigente. Il Colombo di origini catalane, quello francese, galiziano, greco, ibicenco, ebreo, maiorchino, polacco, scozzese non sono altro che invenzioni pretestuose, confezionate da storici ricchi di fantasia che vogliono ricondurre l'eroe alla causa di una particolare nazione o comunità storica.

Le prove delle origini genovesi di Colombo sono schiaccianti: praticamente nessun altro personaggio appartenente alla sua classe o dotato dei suoi titoli ha lasciato dati così chiari negli archivi. La nascita modesta rende comprensibile le sue successive vicende, poiché ciò che lo spinse a divenire un esploratore fu il desiderio di sfuggire al mondo di ristrette possibilità sociali in cui era nato.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 170

Se la tecnologia non serve a spiegare che cosa accadde, sono inutili in tal senso anche gran parte dei fattori culturali solitamente addotti, per diverse ragioni: o non erano caratteristiche esclusive dell'Europa occidentale, o erano falsi, oppure non si verificarono nel momento giusto. La cultura politica di un sistema statale competitivo era condivisa anche dall'Asia sud-orientale e da parti dell'Europa che non contribuirono in alcun modo alle scoperte. Gli esploratori moderni operarono in ogni continente, tra nazioni in espansione e stati concorrenti intenzionati a emularli. Il cristianesimo era meno favorevole al commercio rispetto all'islam e all'ebraismo, per citare solo alcune delle religioni per cui l'attività mercantile può essere un mezzo per conseguire la virtù. Nel periodo classificato come tardo Medioevo, curiosità scientifica e metodo empirico erano almeno altrettanto radicati in Cina e nel mondo islamico (anche se è vero che fu solo più tardi, in Europa e in alcune regioni delle Americhe colonizzate dagli europei, che la cultura scientifica si manifestò in modo distintivo). Lo zelo missionario è un vizio o una virtù di ampia diffusione e sia l'islam sia il buddismo, per quanto ciò passi sotto silenzio in gran parte delle nostre storie, conobbero un'espansione straordinaria verso nuovi territori e congregazioni nello stesso periodo in cui accadde al cristianesimo, ovvero tra il tardo Medioevo e la prima età moderna. L'imperialismo aggressivo non è un vizio praticato solo dai bianchi. In conclusione, tra gli elementi della cultura europea che abbiamo analizzato, ce ne è uno solo che rende la regione particolarmente predisposta alle esplorazioni: gli europei erano incredibilmente portati a idealizzare l'avventura, e molti di loro condividevano o si sforzavano di impersonare il grande ethos aristocratico del loro tempo, il "codice" della cavalleria. Le loro navi erano come cavalli elegantemente bardati ed essi cavalcano le onde quasi fossero destrieri.

L'esplorazione dell'Atlantico è parte di un fenomeno più ampio, che ha a che fare con "l'ascesa dell'Occidente" e "il miracolo europeo", ovvero con la supremazia conquistata dalle società occidentali nella storia del mondo moderno. Grazie allo spostamento delle tradizionali concentrazioni di potere e di iniziativa economica, aree precedentemente nevralgiche come la Cina, l'India e l'islam divennero periferiche, mentre acquisirono un ruolo centrale le periferie precedenti: l'Europa occidentale e il Nuovo Mondo. Ciononostante, la preminenza europea in campo marittimo non dipendeva da una sua superiorità intrinseca, ma fu piuttosto la conseguenza dell'indifferenza dimostrata da altri paesi e del ritiro di potenziali concorrenti. Anche se lo sforzo navale ottomano fu stupefacente per i parametri del tempo, gli stretti ostacolarono l'espansione marittima dell'impero in ogni direzione. Nel Mediterraneo centrale, nel golfo Persico e nel mar Rosso, gli ottomani potevano accedere all'oceano solo attraverso piccoli canali, controllati senza difficoltà dai nemici.

In altre regioni del mondo, a cui dobbiamo volgerci ora, le opportunità d'esplorazione marittima erano limitate o del tutto trascurate. La Russia, che, nonostante l'eroismo dei monaci colonizzatori delle isole del mar Bianco nel XV secolo, si affacciava inevitabilmente su un oceano imprigionato dal ghiaccio, era impegnata a espandersi via terra. L'attività navale cinese si arrestò nel XV secolo, probabilmente in conseguenza del trionfo a corte dei mandarini confuciani, che odiavano l'imperialismo e osteggiavano i commerci. Le altre civiltà del mondo, nei loro viaggi per mare, avevano in maggioranza sfruttato le limitate possibilità che la loro tecnologia offriva, oppure erano tarpate dai venti o dalla loro stessa diffidenza. Per comprendere le opportunità che si aprivano per l'Europa, è necessario esplorare le regioni potenzialmente rivali. Iniziamo a seguire la traiettoria immaginaria di Colombo verso la Cina e l'oceano Indiano. Scopriamo che cosa accadeva in quei luoghi intorno al 1492.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 261

Epilogo

Il mondo in cui viviamo


La storia non segue un unico corso: piuttosto pencola e vacilla, svolta e si avvita su se stessa, senza mai proseguire a lungo nella stessa direzione. Gli uomini cercano di darle un senso, ma il fatto è che ognuno spinge in una direzione diversa, mirando a obiettivi differenti e cercando di eliminare l'influenza degli altri. Quando alcune tendenze durano per un certo periodo di tempo, le attribuiamo a volte a "uomini del destino", a "uomini che fanno la storia", a grandi movimenti collettivi (eroici o miopi) oppure a immense forze impersonali di sviluppo sociale ed economico: ad esempio la lotta di classe, il progresso o lo sviluppo, oppure altri fattori della Storia con la S maiuscola. Ma di solito i grandi cambiamenti sono innescati da eventi casuali e assolutamente imprevedibili. La storia è un sistema che ricorda il tempo atmosferico: una tempesta può essere provocata dal battito di una farfalla.

Proprio perché la storia non ha un corso, non ha neppure momenti di svolta. O meglio, ne ha così tanti che ordinarli in una classificazione sarebbe come voler controllare un tornado.

Come nell'evoluzione, così anche nella storia esistono mutazioni casuali che finiscono per avere effetti duraturi. L'evoluzione, generalmente, non rappresenta un buon modello per comprendere la storia, ma in certi casi vi sono delle analogie. Nell'evoluzione, una mutazione biologica improvvisa, inaspettata, priva di cause apparenti, s'inserisce tra i lenti fenomeni di mutamento che trasformano gli ambienti naturali. Un determinato elemento sembra, per un dato periodo, avere successo (che si tratti di un grande corpo di rettile, di una coda prensile, di un cranio espanso) e nasce così una nuova specie, che sopravvive per un po' di tempo, prima di diventare un fossile. Mutamenti simili avvengono anche nelle comunità umane. Determinati gruppi, o società, acquisiscono una specifica caratteristica distintiva, la cui origine noi oggi fatichiamo e spesso non riusciamo a comprendere. La comunità vive così un periodo di grande successo, che di solito termina con un disastro, o con un fenomeno di "declino e caduta", nel momento in cui la società raggiunge una condizione d'insostenibilità, o quando l'ambiente – culturale o climatico – cambia a sua volta, o ancora quando una diversa comunità riesce a sviluppare un'innovazione ancor più vantaggiosa. Noi andiamo alla ricerca, nel passato, dei momenti che segnarono l'inizio di una mutazione, per cercare di identificare quelle scosse casuali che sembrano, di tanto in tanto, mettere ordine al caos. È come osservare un sismografo e riuscire a vedere la prima oscillazione.

I lineamenti del modello attuale sono abbastanza evidenti. Viviamo in un mondo in piena espansione demografica. L'egemonia occidentale (esercitata quasi esclusivamente dagli Stati Uniti, che però hanno ben poche speranze di continuare a esercitarla ancora per molto), insieme alla globalizzazione delle comunicazioni e alla sempre crescente interdipendenza economica, ha conferito al mondo la sua forma attuale. Altre caratteristiche che possiamo individuare comprendono il pluralismo culturale, con le tensioni che ne derivano; i valori religiosi e secolari in competizione, insieme alle conseguenti incertezze intellettuali; le guerre tra culture, che rischiano di diventare "scontri di civiltà"; il rapido mutamento delle tecnologie; l'eccesso d'informazione; l'urbanizzazione frenetica; il consumismo sfrenato; l'aumento del divario socioeconomico; le priorità sanitarie costosissime ma fondamentali; la paura legata alle questioni ambientali. La cosa più simile a un valore universale, per noi, eccettuata forse la nostra ossessione per la salute, è rappresentata dall'insieme delle diverse forme dell'individualismo, connesse alla diffusione di governi di tipo rappresentativo, tentativi di codifica dei diritti umani ed economie di matrice liberale. Allo stesso tempo, il nostro è un mondo d'indecisi, che si muovono senza una precisa direzione, oscillando fra antidoti e assuefazioni. Le guerra si alterna all'odio per la guerra. Generazioni alienate dai propri genitori crescono i propri figli come fossero degli amici. Fasi di super-regolamentazione globale sono seguite da periodi di folle assenza di controllo. Le persone, sazie di permissivismo, si rifugiano nell'idea di un "ritorno alle cose elementari".

Questo mondo sembra già condannato all'estinzione. Il potere occidentale sta seguendo la scia dei dinosauri. Gli Usa, considerati l'ultima sentinella della supremazia occidentale, sono in relativo declino, stretti alle corde dall'Asia e dall'Oriente. Il pluralismo somiglia sempre più a un sentiero che porta alla perdizione, e non a una panacea di pace e concordia. Il capitalismo sembra aver fallito ed è ora stigmatizzato e accusato d'esser sinonimo d'avarizia. Una reazione contro gli eccessi individuali sta portando il mondo a riscoprire i valori collettivi. Paura e terrore hanno il sopravvento sul diritto; la paura delle recessioni sconvolge i liberi mercati. Il livello raggiunto dai consumi e dall'urbanizzazione è semplicemente insostenibile da un punto di vista ambientale. La società dell'usa e getta è destinata a essere essa stessa cestinata. Vi sono persone che percepiscono la fine della "modernità", e parlano di "età postmoderna".

Eppure questo mondo ormai condannato è ancora giovane. A prima vista, il 1492 sembra troppo lontano per rappresentare la vera origine del mondo in cui viviamo. La popolazione iniziò a crescere vertiginosamente solo nel XVIII secolo. Gli Usa non esistevano neppure, prima del 1776, e divennero l'unica superpotenza mondiale solo negli anni novanta del XX secolo. Il campionario d'idee che associamo all'individualismo, al secolarismo, ai valori costituzionali, nacque solo con l'Illuminismo, nell'Europa occidentale del XVIII secolo, e in alcune zone dell'America; e fin da allora tali idee faticarono a sopravvivere, insanguinate dalla Rivoluzione francese e tradite, come furono, dal Romanticismo.

Molte caratteristiche del nostro mondo erano ben poco evidenti prima del XIX secolo, quando l'industrializzazione rafforzò i poteri occidentali e rese possibile un'economia autenticamente globale. La maggior parte delle informazioni che costituiscono il background intellettuale del mondo moderno fu introdotta e concepita all'inizio del XX secolo: la prima stagione della relatività, della meccanica quantistica, della psicoanalisi e del relativismo culturale. L'individualismo dovette battersi contro il collettivismo. La democrazia si scontrò con i totalitarismi, e riuscì a conseguire una vera e propria vittoria solo quando il XX secolo era ormai quasi finito. L'ambientalismo è divenuto una potente ideologia, diffusa su scala mondiale, solo negli ultimi quarant'anni. Alcune delle scienze e tecnologie che sono all'origine del nostro modo di vivere, del nostro pensiero e dei nostri timori, sono nate da pochissimo: le armi nucleari, le nanotecnologie, la genetica del DNA, le strategie di controllo delle malattie, che vanno ora di moda, e i metodi di produzione di cibo che nutrono il mondo intero. Queste svolte rapide e improvvise sono qui a ricordarci che la "modernità", intesa come la definizione che ogni generazione dà di se stessa, non ha un punto d'inizio, ma è piuttosto in continuo rinnovamento.

In ogni caso, è un errore presumere che le origini siano sempre lontane, o che gli eventi storici siano come le grandi specie animali – dotate cioè di una lunga storia genetica – o come le grandi piante, che hanno lunghe radici. Una delle lezioni del nostro tempo, per chi ha la mia età o è più anziano di me, è che i cambiamenti avvengono di colpo e senza preavviso. Tendenze di lunga durata fanno improvvisamente marcia indietro. Individui di mezza età come me hanno visto l'impero britannico crollare, i ghiacci della guerra fredda sciogliersi, le divisioni all'interno dell'Europa risolversi in un'unità senza precedenti, il blocco sovietico dissolversi. Tratti caratteristici di varie nazioni, che erano ritenuti autoctoni, sono mutati. Gli inglesi, ad esempio – la gente di mia madre – che mio padre, dopo la seconda guerra mondiale descriveva come persone con le labbra serrate e ombrelli chiusi come le loro menti, sono divenuti un popolo che non sapremmo riconoscere: emotivi ed esibizionisti come tutti gli altri. Le labbra serrate ora sono tremanti. Gli spagnoli – il popolo di mio padre – sono altrettanto cambiati, e in tempi ancor più rapidi. I valori dell'austerità, della sobrietà e il vivace cattolicesimo, vividamente dogmatico, che avevo conosciuto da bambino, sono spariti, schiacciati dall'imborghesimento e dal consumismo. La Spagna non è più – come sostenevano gli slogan per turisti – diversa. Quasi tutte le comunità hanno subito cambiamenti di carattere altrettanto radicale.

Le strutture basate sulle differenze di classe sociale e di sesso oggi sono irriconoscibili da quelle della mia infanzia. È cambiata la moralità, che di solito è il fattore sociale più conservativo. Gli omosessuali possono adottare bambini: un'innovazione che la generazione dei miei genitori non avrebbe mai neppure immaginato. Il papa ha pregato in una moschea. Quasi tutte le mattine ci si sveglia come Rip van Winkle, il protagonista di un celebre racconto di Washington Irving , in un mondo trasformato. Io fatico a capire il linguaggio dei miei studenti: non abbiamo gli stessi riferimenti culturali, non conosciamo le stesse storie, non riconosciamo le stesse icone. Quando cerco, durante le lezioni, qualche appiglio in forme d'arte che tutti dovremmo conoscere, sembra che non abbiamo alcun film in comune, che non abbiamo mai imparato a canticchiare lo stesso motivetto pubblicitario. Il più incredibile dei mutamenti repentini è di natura ambientale: ghiacciai che si sciolgono, mari che si prosciugano, la diminuzione delle foreste pluviali, città sovraffollate, il buco nell'ozono, le specie che si estinguono a una velocità mai vista prima. Il mondo in cui viviamo sembra aver preso forma nel corso di una singola vita. È così mutevole, così volatile, che sembra quasi assurdo pensare che la sua gestazione sia durata mezzo millennio, e che esso sia nato nel 1492.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 266

Datare l'inizio del mondo moderno a un'epoca prossima all'anno 1500 è così una scelta condivisa da una lunga tradizione. Io rifiuto l'idea che ha tenuto in vita tale tradizione. Nell'officina di smontaggio della storia, avvenimenti ritenuti di portata cosmica sono fatti a pezzettini, ridotti a catene di eventi d'importanza locale o individuale. Quelle che prima sembravano rivoluzioni capaci di scuotere il mondo intero sono riclassificate come transizioni. Quasi tutte le ipotesi fatte in merito al Rinascimento e alla Riforma, ad esempio, si sono dimostrate errate. Le presunte conseguenze all'interno del nostro mondo — deismo, secolarismo e ateismo, individualismo e razionalismo; la nascita del capitalismo e il declino della magia; la rivoluzione scientifica e il sogno americano; le origini delle libertà civili e i mutamenti negli equilibri del potere globale — tutto ciò appare meno convincente, man mano che il tempo passa. In anni recenti, la scuola revisionista e il pensiero critico hanno allentato, uno per uno, i presunti legami all'interno di queste catene di cause ed effetti.

Ad ogni modo, Rinascimento e Riforma furono, in termini globali, fenomeni di dimensioni limitate. Il Rinascimento era, in parte, il prodotto d'ibridazioni culturali tra Islam e Occidente. Non era una mera "rinascita del classico", bensì un'accentuazione del processo per cui gli occidentali rappresentarono se stessi sul modello della Grecia antica e di Roma. L'Occidente fece solo pochi passi in direzione del secolarismo: la maggior parte dell'arte e del sapere era sacra nell'ispirazione, e controllata dal clero. Non fu un movimento "scientifico": per ogni scienziato, c'era uno stregone. La Riforma non fu una rivoluzione: molti riformatori erano conservatori, da un punto di vista sociopolitico, e i loro moti furono parte di una tendenza dei cristiani a una maggior volontà di comunicare una forma di cristianesimo più sentita e partecipata a frange della società e a regioni geografiche che prima erano poco evangelizzate, o non lo erano affatto. L'opera dei riformatori non inaugurò il capitalismo, e non sovvertì la magia per promuovere la scienza. L'imperialismo occidentale, se è vero che iniziò a manifestarsi, in gran parte, nel 1492, non divenne un fenomeno capace di cambiare il mondo prima dei secoli XVIII e XIX.

Ciononostante, il mondo nel 1492 cambiò per davvero. Gli eventi di quell'anno iniziarono a modificare l'equilibrio e la distribuzione del potere e della ricchezza attorno al globo, con spedizioni di coloni dell'Europa occidentale di là dagli oceani, con la crescita di un primo possente stato russo, e con la prefigurazione (ma naturalmente senza il compimento) di un declino delle marine asiatiche e dei poteri tradizionalmente in auge nell'oceano Indiano e nei mari circostanti. Fino agli anni novanta del XV secolo, qualsiasi osservatore informato e obiettivo avrebbe certamente definito tali regioni come le patrie delle più dinamiche e meglio equipaggiate culture d'esploratori del mondo intero, con il più incredibile primato di conquiste a lungo termine e a lunga distanza. In quello storico decennio, però, i rivali europei furono capaci di un grande slancio in avanti, mentre le potenze che avrebbero potuto fermarli o precederli assistettero senza reagire.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 268

La conquista europea dell'Atlantico, in breve, coincise con la fine delle esplorazioni e delle iniziative imperialistiche nel resto del mondo. Questo non significa che il mondo fosse mutato di colpo, o che l'equilibrio dei poteri fosse cambiato improvvisamente, passando a favorire quello che noi definiamo oggi l'Occidente. Al contrario, il processo che seguì fu lungo, doloroso e interrotto da numerose avversità. Eppure, tale processo era iniziato. E le comunità atlantiche che lo avevano promosso – specialmente Spagna e Portogallo – mantennero l'iniziativa, e continuarono a dominare il panorama delle esplorazioni per la maggior parte dei tre secoli a seguire. L'apertura di una via navigabile tra l'Europa e le regioni produttive delle Americhe sconvolse l'equilibrio globale delle risorse, assicurando all'Occidente il ruolo di favorito. L'equilibrio della distribuzione globale dei poteri e delle ricchezze era destinato a cambiare. Il 1492 fu un anno decisivo, che preparò tale mutamento, e lo rese possibile.

Nel 1492, lo scambio globale fra diversi ecosistemi divenne possibile, e il mutamento fu repentino, dopo un'epoca di milioni – forse centinaia di milioni – di anni in cui i percorsi dell'evoluzione erano rimasti divergenti: il fatto che gli esseri viventi potessero ora attraversare gli oceani, per la prima volta dopo la rottura della Pangea, ebbe, sulla formazione del mondo moderno, un'influenza maggiore di qualsiasi altro evento fino all'industrializzazione. Gli eventi del 1492 delinearono il futuro del cristianesimo e dell'islam come uniche religioni diffuse in tutto il mondo, stabilendo i confini approssimativi della loro diffusione.

Benché l'oceano Indiano non sia più un "lago musulmano", l'islam si è tenuto saldamente aggrappato alle sue sponde. L'islam non può, per sua natura, essere flessibile come il cristianesimo. Esso è, con piena coscienza e per esplicita definizione, un modo di vita, prima ancora che una fede: fatta eccezione per la pratica matrimoniale, il suo codice è, per i convertiti, più severo, più esclusivo e più impegnativo di quello cristiano. Richiede ai fedeli di conoscere l'arabo abbastanza da poter recitare il Corano. Il regime alimentare è poco familiare a molte culture. Diversi aspetti del mondo globale attuale sono in tale prospettiva assolutamente intollerabili: capitalismo liberale, consumismo, individualismo, permissivismo e femminismo si sono adattati abbastanza facilmente al cristianesimo; l'islam sembra invece munito di molti anticorpi atti a debellare tali fenomeni. È possibile che esso abbia toccato il limite estremo della sua adattabilità. Il buddismo, la terza grande religione globale, ha raggiunto, finora, un grado di diffusione piuttosto modesto, ma ha dimostrato chiaramente la sua potenziale flessibilità, resistendo accanto allo shintoismo in Giappone, e contribuendo all'eclettismo delle religioni cinesi. Non ha mai conquistato intere società al di fuori dell'Asia orientale, centrale e sud-orientale, ma dimostra ora di avere buone possibilità di riuscirci, attraverso le conversioni che avvengono in Occidente e le pretese avanzate su alcune zone dell'India, che esso vorrebbe sottrarre all'induismo. Il quale, nel frattempo, a dispetto di un millennio di assenza di proselitismo, appare anch'esso capace di convertire molte persone in Occidente, e forse ha le potenzialità per divenire una quarta grande religione mondiale.

| << |  <  |