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| << | < | > | >> |Pagina 11Queste pagine trattano dell'agonia del libro alla fine del XX secolo. Non pretendono di essere considerate proposizioni scientifiche intersoggettivamente vincolanti. Non aspirano a porsi come previsioni oggettivamente fondate. Sono solo l'espressione di principi di preferenza personali, a metà strada tra l'inconfessata nostalgia per un passato ormai lontano e lo sfogo umorale, forse irritato, per un presente sciapo, privo di genio e di sorprese.Sono nato e cresciuto in mezzo ai libri. Mi hanno cantato la ninnananna. Sono stati la mia nutrice, la mia governante, una compagna discreta, silenziosa e indispensabile. Benedico le molte, noiose e a volte misteriose malattie infantili. Ne ho sofferto. Ma ne valeva la pena. Mi hanno salvato dagli amici, dai compagni di scuola, dagli interminabili giochi dell'infanzia. A letto, fra le lenzuola, scoprivo e conquistavo con i libri mondi inaccessibili. Le malattie infantili mi hanno insegnato la deliziosa compagnia dei libri, così bella da riuscire quasi colpevole, dai Dialoghi platonici a Guerra e pace, alle Confessioni di un italiano di Ippolito Nievo, alle decine di Manuali Hoepli, a quei volumi dalla copertina verdognola della Edoardo Sonzogno editore in Milano, stampati malissimo, autentici attentati all'acuità visiva, ma dolcissimi, dentro, come frutti maturi al punto giusto. Confesso senza pudore di amare i libri di un amore sensuale, fisico. Adoro la loro polvere. Si insinua ovunque. Provoca il prurito alle mucose nasali e scorre come cipria sotto le avidi falangette. Amo accarezzarne lentamente la carta ruvida, quella delle vecchie edizioni, granulosa, come «carta da formaggio». Detesto la carta patinata che sa di rivista di intrattenimento per signori che aspettano rassegnati nell'anticamera del dentista. Mi avvicino al libro come a un pasto prelibato. Gli giro intorno. Lo annuso. Adoro tagliarne i fogli. E' una sorta di prima, furtiva lettura, uno sbirciare di straforo, qua e là. L'impazienza di un piacere differito. So che è un piacere sospetto agli occhi delle femministe ardenti. Sa di penetrazione, di invasione di un territorio che non è proprio. Ma leggere vuol dire uscire da sé solo per rientrarvi, tornare dentro di sé arricchiti, scossi, forse per sempre strappati al torpore quieto e stagnante, svegliati dal sonnambulismo del quotidiano. | << | < | > | >> |Pagina 13Ma so che il libro, oggi, è in pericolo. Un pericolo mortale. Persino il suo silenzio è percepito come troppo orgoglioso. A un mondo dominato dal chiasso inane riesce insopportabile. Marshall McLuhan lo dava per spacciato fin dagli anni sessanta. Anni di polemiche, a proposito della fine o della trasfigurazione del libro, della sua morte definitiva o della sua resurrezione prossima ventura, dovranno forse concludersi con la vittoria del «profeta dell'elettricità» che vedeva nel libro il prodotto residuale di una civiltà veteroumanistica ormai al tramonto.| << | < | > | >> |Pagina 19Di questa via d'uscita sono però meno certo oggi di ieri. Si tratta probabilmente di una via molto stretta, se non sbarrata da contraddizioni insanabili. Non passa giorno, posso dire, che il pericolo mortale che da anni ho visto insidiare il destino di questo oggetto paradossale, prodotto ormai di massa di un artigianato divenuto industria di grandi serie eppure sempre pervicacemente, prototipo, non acquisti una sua sempre piu corposa, pesante consistenza. McLuhan è morto, ma ormai anch'io so, dopo le estreme difese tentate nei nostri burrascosi colloqui, che il libro è in pericolo, che le mostre, le famose «fiere del libro» e le sagre ad esso consacrate, hanno già il sapore e l'odore delle commemorazioni funebri. Sta crescendo l'analfabetismo degli alfabetizzati, la grande, irresistibile, a quanto sembra, ondata degli analfabeti di ritorno e degli aficionados di Internet, degli idiots savants che sanno tutto, che sono informati in tempo reale di tutto, ma non capiscono niente, fagocitati dalla stessa ricchezza dei dati non assimilati né assimilabili, storditi dalla rapidità medusizzante delle immagini.La lettura lenta d'un tempo è ormai considerata un vizio assurdo, quindi imperdonabile, nel caso migliore un lusso inaccettabile nel mondo dell'utilità immediata, uno spreco moralmente deplorevole, un'irresponsabilità civile insopportabile. Neppur più i professori universitari, degradati a funzionari, trascorrono mediamente almeno due ore al giorno in biblioteca. | << | < | > | >> |Pagina 26L'ho già detto: sono nato in mezzo ai libri. Morirò baciando la loro polvere. Mio padre non ci credeva. Quest'uomo che conosceva di nome tutti gli alberi e tutti gli uccelli nutriva la stessa diffidenza di Socrate gni verso la carta stampata. Nella nostra famiglia, ad ogni generazione, c'era sempre uno studioso notevole, per lo più di greco e di latino, e qualcuno che conservava la saggezza sapienziale degli analfabeti, quella che va oltre la morta lettera del libro. Ma di libri in casa ce n'erano ovunque, specialmente negli stanzoni dell'ultimo piano del crollante palazzo. Era il mio regno, il mio dominio esclusivo, là dove mi ritiravo per tutto il giorno, dall'alba fino a sera, quando da sotto mia madre mi chiamava per il pasto: «L'è ura» (è ora).Ero il solitario, indiscusso signore della carta e della polvere. Mio padre, che parlava familiarmente con i cavalli e con le piante, ai libri non credeva. Più si legge e più il mondo va male, pensava. Per non consentirmi di montare in superbia non si stancava di ricordarmi che ero nato brutto, di scarso peso, secondo dopo un fratello grande e grosso, bello, rubicondo. «Se tu fossi nato gatto - mormorava mio padre - saresti finito presto in una chiavica». La mia infanzia è stata solitaria, malaticcia e bellissima. Certi pomeriggi nel fienile, quando la pioggia estiva cominciava a cadere a grossi goccioloni che timbravano la polvere, con un libro in mano maturavo nel silenzio uno strano senso del destino, colmo d'una felicità inesprimibile. Il libro è radicato. Si lega a una lingua, a una cultura specifica, a un paese, a un quartiere. Parlo della lingua nazionale ma anche dei dialetti. Richiama un complesso preciso di valori in un contesto storico determinato. La televisione cancella la storia. Schiaccia i suoi utenti sul presente. Li appiattisce. Non ha orecchio per l'antefatto. Brucia i ponti col passato. Non può progettare nulla perché promette già tutto, qui e adesso, ogni possibile futuro. E' locale e globale nello stesso tempo. E' ovunque e in nessun luogo. Un tempo neppur troppo lontano - al più trenta, quarant'anni fa - si poteva parlare e scrivere di «globalizzazione» in senso soprattutto latamente metaforico. Parlavano abbondantemente di «globalità» i marxisti, specialmente i seguaci di György Lukàcs, per intendere l'insieme dei rapporti sociali, da quelli economici a quelli culturali, che si immaginavano stretti in un vincolo dialettico del tutto prevedibile. La storia aveva un senso. E i marxisti ortodossi si erano autonominati «signori della storia»; ne indicavano, come diligenti capistazione, le direttive di marcia, le fermate e la direzione del suo procedere complessivo. | << | < | > | >> |Pagina 29La globalizzazione, che oggi è soprattutto economica ed è guidata dalle società multinazionali, stempera, in primo luogo, le caratteristiche specifiche di tempo e di luogo, trasforma radicalmente il concetto di verità: dal significato complessivo di una data situazione umana, caratterizzata da un antefatto preciso e pensato, da un presente vissuto e compreso e da una prospettiva futura, la verità si riduce a casuale sequenza di fatti e fatterelli distaccati, a volte divertenti, altra volta semplicemente insignificanti, che vengono percepiti e accettati, o subiti, come frammenti di un tutto che sfugge e che d'altro canto non è ritenuto degno di considerazione. In questo senso, è fondata la preoccupazione di coloro che temono che la televisione, ma anche gli altri mezzi di comunicazione di massa e le reti comunicative planetarie che la «rivoluzione digitale» ci promette e in parte già oggi ci fornisce, finiscano per «cancellare» la storia. Siamo nella paradossale situazione di persone che sono nello stesso tempo poste in grado di informarsi di ciò che avviene, letteralmente, in tutto il mondo, e che si ritrovano, nella loro quotidiana realtà esistenziale, orfane, figli di nessuno, in balia di forze che non riescono a controllare e che molto spesso neppure conoscono. Essere schiacciati sul presente equivale in definitiva ad essere annullati come soggetti pensanti.In questa situazione, la prima regola, in apparenza piuttosto di buon senso e alquanto scontata, in realtà fondamentale, è quella che consiglia di diffidare delle parole. Globalizzazione vuol dire estensione dei poteri del soggetto: uno sguardo d'aquila che coglie tutto, i particolari e il senso complessivo di un paesaggio. Nulla di più lontano dall'esperienza effettiva. Così com'è oggi praticata dalle grandi società multinazionali e vissuta dai singoli appartenenti alle compagini produttive, la globalizzazione significa semplicemente la caduta di qualsiasi garanzia circa il pericolo dello sradicamento e la difesa della stabilità eco-sistemica. Trapezisti dell'intelligenza «loica» sono pronti in proposito a qualsiasi temerarietà, pur di non fare i conti con realtà specifiche, storicamente determinate. Sta di fatto che la crisi odierna delle famose quattro «tigri del Pacifico» (Malesia, Singapore, Hong Kong, Corea del Sud) è anche legata, se non direttamente determinata, dagli atteggiamenti e dalle decisioni delle società multinazionali che avevano puntato su quei paesi e che oggi, in una situazione monetaria confusa, hanno stabilito di «tirare i remi in barca», lasciando al loro destino, cioè al fallimento, fabbriche, rappresentanti commerciali e operai. | << | < | > | >> |Pagina 32Ma quali sono le conseguenze della globalizzazione sui rapporti umani e sulla qualità media della vita sociale?
In primo luogo, va considerata la riduzione,
anche drastica, delle unità operative, ossia delle
singole aziende. Ciò risponde naturalmente a
criteri di efficienza (riduzione dei costi per
unità prodotta), ma può avere, e di fatto ha già
dimostrato di avere, effetti devastanti sulla
sicurezza d'impiego e sull'equilibrio delle varie
comunità. Bisognerà tornare a leggere
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