Copertina
Autore Paul K. Feyerabend
Titolo Dialogo sul metodo
EdizioneLaterza, Roma-Bari, 1993 [1989], Economica 17 , pag. 187, dim. 140x210x18 mm , Isbn 978-88-420-4356-0
PrefazioneRoberta Corvi
TraduttoreRoberta Corvi
LettoreRenato di Stefano, 1995
Classe filosofia , epistemologia
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Pagina 3

L'uomo libero ha sempre tempo a sua disposizione per conversare in pace a suo agio. Egli passerà, come faremo noi nel nostro dialogo, da un argomento all'altro; come noi egli lascerà quello vecchio per uno nuovo che lo attiri di più; e non si preoccupa affatto se la discussione andrà per le lunghe, ma solo di conseguire la verità. Il professionista o l'esperto, al contrario, parlano sempre in lotta con il tempo, incalzati dall'orologio; non c'è spazio per dilungarsi sull'argomento prescelto, perché l'avversario, o il curatore, gli sta addosso, pronto a recitare la scaletta dei punti cui bisogna attenersi. Egli è uno schiavo che discute di un compagno di schiavitù davanti a un padrone seduto in giudizio, nelle cui mani è riposta la causa; e l'esito non è mai indifferente, bensì sono sempre in gioco i suoi interessi personali, qualche volta persino il suo stipendio. Di conseguenza, egli acquisisce una sagacia amara e carica di tensione...
Liberamente adattato da Platone, Teeteto, 172 d, sgg.


A. Che cosa hai da dire contro il razionalismo critico?

B. Il razionalismo critico?

A. Sì, il razionalismo critico, la filosofia di Popper.

B. Non sapevo che Popper avesse una filosofia.

A. Non stai parlando seriamente. Sei stato suo scolaro...

B. Ho ascoltato qualche sua lezione...

A. E sei diventato suo allievo...

B. So che così dicono i popperiani...

A. Hai tradotto La società aperta di Popper...

B. Avevo bisogno di soldi...

A. Hai citato Popper nelle note, e molto spesso...

B. Perché lui e i suoi allievi mi chiesero di farlo e io ho un animo gentile. Non immaginavo certamente che un bel giorno questi gesti amichevoli avrebbero dato luogo a serie dissertazioni su presunte «influenze».

A. Ma tu eri un «popperiano» - tutte le tue argomentazioni erano di stile popperiano.

B. ╚ qui che ti sbagli. ╚ senz'altro vero che i miei primi scritti riflettono le discussioni tra Popper e me, ma lo stesso vale per le mie discussioni con la Anscombe, Wittgenstein, Hollitscher, Bohr e persino le mie letture di dadaisti, espressionisti e autorità naziste hanno lasciato tracce qua e là. Vedi, quando per caso trovo delle idee insolite, le metto alla prova. E il mio modo di metterle alla prova è di estremizzarle. Non c'è una sola idea, per quanto assurda e ripugnante, che non abbia un aspetto sensato e non c'è una sola idea, per quanto plausibile e umanitaria, che non incoraggi, e quindi dissimuli, la nostra stupidità e le nostre tendenze criminali. C'è molto Wittgenstein in tutti i miei saggi - ma i wittgensteiniani non cercano un gran numero di seguaci, non ne hanno bisogno, così non mi reclamano come uno di loro. Inoltre capiscono che mentre considero Wittgenstein uno dei più grandi filosofi del XX secolo...

A. Più grande di Popper?

B. Popper non è un filosofo, è un pedante - questo è il motivo per cui i tedeschi lo amano tanto. Comunque, i wittgensteiniani si rendono conto che la mia ammirazione per Wittgenstein non ha ancora fatto di me un wittgensteiniano. Ma questo discorso esula dal punto in questione...

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Pagina 12

A. Non puoi addossare a Cristo la colpa dell'inquisizione!

B. Sì che posso! Ogni maestro che voglia introdurre nuove idee o una nuova forma di vita deve essere consapevole di due cose. In primo luogo che si abuserà delle sue idee, a meno che non sia stato predisposto qualche meccanismo di protezione. Le idee di Voltaire disponevano di questa protezione, le idee di Nietzsche no. Nietzsche fu usato dai nazisti, Voltaire no. In secondo luogo, deve rendersi conto che un «messaggio», mentre può essere d'aiuto in alcune circostanze, può essere mortale in altre...

A. E che ne dici del messaggio secondo cui dovrem- mo cercare la verità?

B. Ci fa dimenticare che una vita senza mistero è arida e che, certe cose, per esempio i nostri amici, andrebbero più amati che capiti fino in fondo.

A. Ma ci sarà sempre qualcosa che non si conosce...

B. Sto pensando a quel genere di cose che si dovrebbe lasciar perdere, anche se la ricerca della verità sembra promettere buoni risultati...

A. Questo è puro oscurantismo...

B. Sì, io sono favorevole all'oscurantismo più di quanto oggi non si osi ammettere.

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Pagina 51

B. Be' dalla tua descrizione si potrebbe supporre che i razionalisti critici sono spiriti liberi, che scrivono con spirito veemente e vivace, che hanno considerato i limiti della razionalità, che si oppongono al tentativo della scienza di dominare la società, che hanno trovato nuovi modi di presentare le loro tesi, che fanno grande uso dei media, di film, opere teatrali e dialoghi, in aggiunta alla saggistica, che hanno scoperto le valenze emotive del discorso e molte altre cose simili. Si potrebbe supporre che fanno parte di un movimento interessante, che aiuta la gente ad esaudire il proprio desiderio di libertà e indipendenza, mettendone in evidenza il meglio. Invece quello che vedo io è di tutt'altro genere: un tetro branco di intellettuali, i quali scrivono in modo stentato, ripetendo ad nauseam poche frasi fondamentali, interessati principalmente allo sviluppo di epicicli intorno a mostri intellettualistici, come la verosimiglianza e l'aumento di contenuto. I loro allievi sono spaventati o sgradevoli, a seconda del genere di opposizione che un minimo di immaginazione suscita in loro. Non criticano, non inventano modi di relativizzare le idee; rifiutano ciò che non li soddisfa con l'aiuto di discorsi convenzionali. Se il tema non è familiare e non può essere maneggiato senza difficoltà, si confondono come un cane che vede il suo padrone in abiti insoliti: non sanno se correre, abbaiare, morderlo o leccargli la faccia. Questa filosofia si adatta perfettamente alla mentalità dei giovani intellettuali tedeschi. Costoro sono persone molto «critiche»: sono contrari a un sacco di cose, ma hanno troppa paura per prendersi la responsabilità dei loro attacchi, così cercano sicurezze di qualche sorta. Ora, quale migliore sicurezza del grembo di una scuola influente che protegge il critico dalle ripercussioni della propria critica? E quale grembo è migliore del razionalismo critico, che sembra avere dalla sua l'autorità della scienza? ╚ vero che non è proprio una filosofia, ma un confuso vaneggiamento sulla scienza. Ed è vero che vaneggiare non è corretto, né critico: non c'è un solo evento interessante nella storia della scienza che possa essere spiegato in modo popperiano e non c'è un solo tentativo di relativizzare la scienza. Questa «filosofia» non è altro che un'ancella fedele - ma non eccessivamente sveglia - della scienza, esattamente come alcune filosofie precedenti furono ancelle fedeli - ma non eccessivamente sveglie - della teologia. La critica non è mai diretta alla scienza nel suo insieme (proprio come non fu mai diretta alla teologia nel suo insieme); nella maggior parte dei casi è diretta contro le filosofie rivali o contro sviluppi impopolari della scienza stessa - il conflitto con la corrente principale è evitato in entrambi i casi. Tutti questi ostacoli non contano: i nostri nuovi intellettuali non hanno né l'immaginazione, né l'audacia, né la competenza storica per notare quanto il razionalismo critico se la passi male, allorché sia paragonato alla tradizione del razionalismo. Anche Lessing era un razionalista, ma che differenza! Egli era consapevole dell'influenza corrosiva delle scuole di pensiero e pertanto si rifiutò di fondare una scuola (proprio come alcuni medici dell'antichità, i quali non volevano che la loro abilità di guaritori fosse limitata dall'adesione alle dottrine di una scuola, si consideravano appartenenti a una «tendenza» che poteva andare in qualsiasi direzione). Lessing capì l'influenza inibitoria delle relazioni accademiche e quindi rifiutò la cattedra. Volle essere «libero come un uccello», anche se ciò significò solitudine e inedia. Lessing notò che una filosofia intesa come sistema di pensiero avrebbe inibito la sua inventiva, perciò lasciava che le circostanze determinassero le modalità della discussione, e non il contrario. La razionalità per lui era uno strumento di liberazione che doveva essere costantemente ricostruito, non era una forma astratta da imporre senza tener conto delle circostanze. Lessing ammirò alcune teorie filosofiche, come la spiegazione aristotelica della rappresentazione drammaturgica, ma era pronto a modificarle e persino ad abbandonarle, qualora fosse comparso un nuovo elemento o qualora una combinazione ancora inedita delle procedure drammaturgiche avesse avuto abbastanza vita interiore da suggerire un cambiamento dei canoni. Che contrasto tra un uomo libero come era lui e gli ansiosi roditori popperiani, che popolano la scena intellettuale tedesca e quella francese! Che contrasto di libertà, inventiva, abilità e carattere! La filosofia di Lessing era una forma di vita, il suo razionalismo uno strumento per migliorare tanto il pensiero quanto le emozioni, tanto le idee quanto le forme espressive, tanto i principi generali quanto le circostanze particolari, mentre i popperiani si limitano a quelle che a loro piace chiamare «idee», e anche a questo proposito sono schiavi di pochi slogan mal digeriti. Questa è una filosofia scolastica della peggior specie, è un'ideologia uniformata, di strette vedute, che abbruttisce e rende schiavi. Naturalmente le filosofie scolastiche di solito prendono l'avvio quando le idee fanno il loro ingresso sulla scena accademica, ma nel nostro caso colui che ha dato origine alla scuola non è del tutto senza biasimo. Considera soltanto il modo in cui Popper descrive l'origine delle sue idee: era un giovane pensatore, stava a Vienna, osservava la situazione intellettuale intorno a sé. Incontrò il marxismo, le concezioni di Freud e la teoria della relatività. Erano tutte teorie notevoli, ma egli rilevò una strana differenza tra loro. Rilevò che il marxismo e la psicanalisi sembravano in grado di spiegare qualsiasi fatto nell'ambito cui si riferivano. La teoria della relatività, invece, era costruita in modo tale che certi fatti avrebbero significato la sua fine. E il giovane Karl comprese che qui sta la differenza tra scienza e non scienza: la scienza è congetturale e falsificabile, la non scienza non può essere falsificata. Dico bene finora?

A. Sì, ma desidererei che tu frenassi la tua inclinazione al sarcasmo. Stiamo parlando di scoperte importanti.

B. Se siano scoperte e siano importanti lo vedremo tra un minuto. Tanto per cominciare non è mai esistito un mostro come la «psicanalisi» descritta da Popper. Freud era solo quando ha cominciato. Aveva certe idee che elaborò, sottopose a controlli e modificò. La teoria di Freud e Breuer costituisce la prima fase di questa evoluzione. Secondo questa teoria, l'isteria è dovuta ad avvenimenti traumatici e può essere curata aiutando il paziente a ricordare quegli eventi. Questa teoria non è sopravvissuta, infatti si è scoperto che non sempre è sufficiente richiamare alla memoria l'evento, inoltre si è scoperto che le presunte terapie rimpiazzavano soltanto alcuni sintomi con altri. Così, Freud ha introdotto dei cambiamenti nella sua dottrina. Allora i suoi allievi e collaboratori cominciarono a criticarlo: nacquero la psicologia individuale e la psicologia di Jung. La teoria della relatività non ha mai portato a una tale proliferazione di idee e a una tale pletora di critiche. ╚ vero proprio il contrario: quando la teoria speciale della relatività incorse nelle prime difficoltà, Einstein non si impressionò affatto. Egli ribadì che la teoria era semplice, che secondo lui aveva senso e che non aveva nessuna intenzione di rinunciarvi. Più tardi mise in ridicolo coloro che si lasciavano impressionare dalla «verifica per mezzo di piccoli effetti», come chiamava, alquanto ironicamente, le procedure di controllo. Così, vedi, il resoconto di Popper sulla situazione storica non va molto in profondità e non è corretto neppure in superficie...

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A. Tutto ciò appartiene al contesto della scoperta - e tutti ammettono che questo contesto sia e debba essere pieno di eventi strani...

B. D'accordo, ma allora devi anche ammettere che quello che tu chiami il contesto della giustificazione - cioè la situazione in cui si hanno casi non ambigui e altamente corroborati, nonché una chiara generalizzazione e ci si chiede come l'una è correlata all'altra - è un'ipotesi ideale che in pratica non capita quasi mai, almeno non in quelle parti della scienza che Popper ama e che sono il regno della teoria generale e astratta. In pratica quello che abbiamo è sempre una teoria, che occasionalmente è formulata in termini molto ambigui (pensa alla prima versione della teoria quantistica di Bohr!), un'evidenza che punta in tutte le direzioni e un giudizio che dice che cosa è affidabile e che cosa no e accetta la teoria su tale base. Il caso puramente «humiano» non capita quasi mai e perciò la sua soluzione conta poco per incoraggiare la nostra comprensione della scienza. Facciamo un esempio più familiare. Il problema di Hume riguarda il modo in cui giustifichiamo l'asserzione «tutti i corvi sono neri» sulla base di n corvi neri, dove n è un qualche numero finito. Il problema che gli scienziati affrontano riguarda il da farsi con l'asserzione «tutti i corvi sono neri», quando quello che è dato sono n uccelli, la maggior parte dei quali sono sicuramente corvi, mentre gli altri sono casi piuttosto dubbi, benché sembrino corvi, e di questi corvi o pseudocorvi alcuni sono grigi, alcuni neri, alcuni persino bianchi e alcuni di un colore scintillante che non può essere decifrato.

A. Be', la situazione è chiara - ci sono corvi bianchi, quindi l'asserzione «tutti i corvi sono neri» è falsa.

B. Infatti un filosofo ragionerebbe così, ma non uno scienziato. L'asserzione «tutti i corvi sono neri» può adattarsi ad un sistema di grande bellezza e simmetria e così uno scienzato può salvarla, malgrado i corvi bianchi, ed elaborarla ulteriormente.

A. Nessuno scienziato lo farebbe!

B. Einstein ha fatto precisamente così quando la sua teoria si è imbattuta in qualche guaio, come pure Darwin, Maxwell, Schr÷dinger, Copernico, Galilei ecc. - e bisogna essere inflessibili, altrimenti non si salverebbe mai neanche una teoria! Così, come vedi, il problema di Hume appartiene ad una terra di sogno che ha ben poco a che fare con la realtà della scienza, proprio come gli imperativi morali di Kant costruiscono un mondo di sogno crudele, completamente differente dal nostro mondo in cui l'onestà è delimitata dalla gentilezza.

A. Ma che ne è della filosofia della scienza, se assumiamo un tale atteggiamento?

B. Deperisce fino a scomparire ed è sostituita dalla storia e da una scienza filosoficamente sofisticata che può prendersi cura di se stessa. Sfortunatamente oggi la situazione è molto differente, benché ci siano segni di speranza qua e là. Quello che abbiamo è una scienza filosoficamente non sofisticata, che vuole occupare il posto che la religione e la teologia avevano prima, una filosofia scientificamente non sofisticata, che la elogia ed è a sua volta elogiata dagli scienziati, una religione vile, che ha smesso di essere una concezione del mondo ed è divenuta una sorte di gioco sociale, nonché delle arti che gridano «al diavolo la realtà» e sono interessate solo ai moti dell'anima dei grandi artisti, benché gli effetti materiali non siano altro che le urine di Jackson-Pollock...

A. Per favore, se dobbiamo discutere, procediamo con ordine! Tu sarai capace di tenere a bada cinquanta idee contemporaneamente, io invece riesco a vedermela soltanto con un'idea alla volta...

B. E questo è precisamente il guaio tuo e dei tuoi amici logici. Riuscite a capire le cose solo se sono presentate in un certo ordine, preferibilmente lineare, in cui gli elementi conservino le loro proprietà dal principio alla fine della discussione. Ma se la faccenda in oggetto è forgiata in maniera completamente diversa? Pensa alla musica. ╚ vero che i vari temi si susseguono in un certo ordine ma, in primo luogo, la loro ripetizione molto spesso non è una ripetizione esatta, talvolta ci vuole una considerevole abilità per riconoscere un tema in tutte le sue variazioni e, secondariamente, devi prestare attenzione a più cose nello stesso tempo.

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Pagina 68

[...] Persino le moderne teorie scientifiche non sono completamente «pure», come si sarebbe indotti a credere ascoltando le conferenze di un premio Nobel o esaminando il programma del Centro per la filosofia della scienza di Pittsburgh, che ostenta le equazioni di Einstein come un breviario ostenta la Croce. Così tutte queste classificazioni sono piuttosto superficiali e praticamente inutili. Prendi il caso del teatro da te menzionato. Gli investigatori ricostruiscono il crimine per arrivare alla verità. A Berlino Piscator fece lo stesso su vasta scala e creò un teatro critico che potrebbe essere utilizzato per passare al vaglio tanti luoghi comuni, storici e sociologici. Brecht era interessato alla verità, ma era anche interessato ad incoraggiare la capacità di scoprire gli errori. Egli capì che certi modi di presentare quella che pretende di essere la verità paralizzano le teste, mentre altri ne alterano le facoltà critiche. Un resoconto sistematico, che armonizzi i diversi aspetti e usi un linguaggio convenzionale, appartiene alla prima categoria; una presentazione dialettica, che ingigantisca le imperfezioni e permetta a gerghi diversi e incommensurabili di scorrere fianco a fianco, appartiene al secondo tipo. Insomma, pur restando «identico il contenuto fattuale», ci sono diversi modi di fare un'asserzione, da cui derivano atteggiamenti molto differenti verso quel contenuto. Potresti obiettare che ciò accade a teatro, non nell'ambito della scienza: trattati come quello di Caratheodory sulla termodinamica o quello di von Neumann sulla teoria quantistica esibiscono una neutra imparzialità. Nulla potrebbe essere più lontano dalla realtà. Tanto per cominciare von Neumann appartiene a quella che si potrebbe chiamare la tradizione euclidea, che stabilisce i presupposti di base dai quali viene derivato il resto. Arpad Szabó ha dimostrato che la tradizione euclidea ha avuto origine con Parmenide, secondo il quale le cose non mutano, sono. Una descrizione vera perciò non può riferire come le cose vengono all'essere, non può essere un mito sulla creazione (come il mito di Esiodo o quello di Anassimandro) e, in matematica, non può essere una spiegazione del modo in cui sono costruite le entità matematiche, deve essere un resoconto che descrive nature immutabili e relazioni immutabili tra nature immutabili. Ora, il postulato fondamentale di questa tradizione - le cose non cambiano - è stato abbandonato molto tempo fa. Abbiamo compreso che non ci sono forme stabili, né immutabili leggi di natura e ora riteniamo che persino l'universo nella sua globalità abbia una storia. La base della tradizione euclidea non è più accettabile. Questa consapevolezza ha influito sul nostro atteggiamento nei confronti della matematica e della fisica matematica? No. La presentazione di von Neumann, che ha molti seguaci, riflette ancora le vecchie ideologie. Per giunta le riflette in modo da rendere assai difficile scoprire gli errori di base e immaginare alternative. Ci si persuade, come Parmenide, che deve esserci un modo perfetto di dire le cose e che è stato quasi raggiunto: ancora un passo o due nella stessa direzione e la verità si rivelerà. Prendi invece un saggio di Bohr. Tanto per cominciare, i saggi di Bohr anche se trattano argomenti altamente tecnici, sono scritti in uno stile grezzo e informale.

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Pagina 86

A. Suppongo che dovrò darti ragione.

B. Però, nel caso delle immagini al microscopio e della percezione soggettiva del grigio, esiste un'istruzione atta a creare precisamente i fenomeni del genere riportato dalla descrizione. Quindi possiamo imparare a vedere il mondo in conformità con le descrizioni.

A. E ora vorresti convincermi che con l'istruzione si può acquisire l'abilità di sperimentare fenomeni divini?

B. Precisamente. Ma, di nuovo: la situazione non è affatto semplice. Ricorda il mio ammonimento circa la danza della pioggia: le cerimonie funzionano solo se prima si danno le circostanze appropriata. Devono esserci associazioni tribali del tipo giusto, accompagnate dall'atteggiamento giusto. Lo stesso si applica in questo caso. Può essere difficilissimo, e forse impossibile, che tu veda gli dei o faccia esperienza del loro potere. Gli dei greci erano dei tribali ed erano divinità naturali. Le circostanze sociali, la tua educazione, la mentalità dell'epoca fanno sì che sia quasi impossibile capire, e tanto meno richiamare in vita, il primo aspetto, e dov'è la «natura», che potrebbe aiutarti nel tentativo di cogliere il secondo?

A. E questa non è un'obiezione decisiva contro la loro esistenza?

B. Niente affatto. Per vedere le cose giuste occorrono gli strumenti giusti. Per vedere le lontane galassie occorre il telescopio. Per vedere gli dei ci vogliono uomini adeguatamente preparati. Le galassie non scompaiono quando scompaiono i telescopi. Gli dei non scompaiono quando gli uomini perdono la facoltà di entrare in contatto con loro. Dire «Dio è morto» o «il grande Pan è morto», perché non se ne ha più esperienza, sarebbe tanto sciocco quanto dire che i neutrini non esistono perché non abbiamo più il denaro per ripetere l'esperimento di Reynes.

A. Nel caso del neutrino abbiamo un'evidenza indiretta assai convincente...

B. Perché abbiamo delle teorie in merito, teorie enormemente complesse! Come al solito cominci l'argomentazione dalla parte sbagliata. Tu dici che per gli dei non ci sono prove né dirette né indirette, sicché non dovremmo elaborare teorie su di loro. Ma è chiaro che l'evidenza indiretta è tale in base a una teoria, allora, in primo luogo, deve esserci una teoria e questa teoria deve essere piuttosto complessa, altrimenti difficilmente potremmo parlare di un'evidenza indiretta. Ciò significa che, prima di sollevare la questione dell'evidenza indiretta, occorre costruire teorie complesse. Del resto, anche l'evidenza diretta dipende dagli strumenti o dalla preparazione degli osservatori - e come costruiremo strumenti o prepareremo osservatori, se non abbiamo una teoria che ci guidi? Ma, torniamo alla questione relativa alla possibilità di avere esperienza degli dei. Come ho già detto, può darsi che sia impossibile farti vedere gli dei e farti sperimentare la loro influenza, ma forse è possibile farti capire come la gente che si trova nelle circostanze giuste possa sperimentare in modo decisivo la presenza degli dei. Vorrei cominciare con quello che hai detto della collera. Hai dichiarato che ti arrabbi spesso, anche molto, ma che non sai se la collera di cui hai fatto esperienza fosse qualcosa di oggettivo, che si è imposta contro la tua volontà, o non fosse invece parte di te stesso.

A. Penso che sia il caso di correggere la mia precedente descrizione, perché ora, dopo che mi hai posto la domanda, i fenomeni mi sembrano un po' più definiti.

B. E con questo cosa intendi dire? ╚ cambiata la collera o la memoria della collera?

A. ╚ quasi come se la collera, retrospettivamente, fosse uno di quei disegni ambigui che puoi vedere ora in un modo, ora nell'altro. ╚ cambiato qualcosa - e non si sa bene che cosa. E questo, penso, vale per tutte le esperienze. Sai che, malgrado tutti i miei sforzi per affrontare le mie vicende private in maniera razionale, sono stato completamente dominato dalle emozioni, da emozioni stranissime...

B. Non dirmi che ti sei reso ridicolo a causa di una donna!

A. Non una, molte. E non per un anno o due, ma per quasi quindici anni...

B. Che cosa mi dici! Un razionalista critico che si lascia prendere per il naso dalle emozioni! Be', io l'ho sempre detto che la ragione è schiava delle passioni...

A. Ma non è vero, ed è proprio questo che voglio spiegarti! Vedi, ciò che mi stupiva di quel sentimento che la gente chiama «amore» era la sua mancanza di articolazioni. Le mie azioni erano guidate da un forte potere, ma qualsiasi tentativo di penetrare fino in fondo la qualità di questa forza o di scoprire il suo vero «volto», le faceva cambiare fisionomia nel modo più sorprendente, lasciandomi senza nulla di definito da comprendere o con cui venire a patti. Alla fine ero piuttosto seccato...

B. Ci avrei scommesso.

A. ... e mi chiesi se ci fosse un sistema per afferrare il fenomeno, per dargli forma, per renderlo stabile e comprensibile. Pensavo alla psicanalisi, perché avevo sentito che cambia non solo l'atteggiamento mentale verso i fenomeni, bensì i fenomeni mentali stessi, ma tutti gli psicanalisti che ho incontrato erano talmente idioti che ho rinunciato all'idea. Poi, per caso, ho trovato un racconto di Heine che parla di un sentimento nato come una forte attrazione, trasformatosi in ripugnanza, senza però perdere la sua carica seduttiva, e compresi che era precisamente quello che avevo sperimentato in un caso particolare. Leggere quella descrizione aveva mutato la mia esperienza, senza cambiarla realmente e capii che cosa era accaduto durante quella particolare vicenda. Ho letto altri poeti: Byron, che Heine aveva ammirato, Grillparzer, Jean Paul, Oscar Wilde, Ezra Pound, Marinetti e anche Goethe e ho scoperto che sono autentici manuali di descrizioni fenomenologiche di strani processi che divengono reali soltanto in virtù di queste descrizioni. Penso di poter convenire con B÷rne, secondo il quale la storia non è altro che lo storico che registra quanto è accaduto e così forgia gli eventi, li definisce, persino per coloro che vi hanno partecipato.

B. Questa è precisamente la situazione che ho in mente. La maggior parte dei nostri pensieri, sensazioni, percezioni sono mal definiti in misura sorprendente. Non avvertiamo questa mancanza di definizione, proprio come non avvertiamo la macchia cieca degli occhi: tutto ci sembra perfettamente chiaro. Ma, appena qualcuno ci rivolge una domanda inconsueta o ci fornisce un resoconto insolito delle proprie esperienze, ci accorgiamo che questa apparente chiarezza è solo il riflesso dell'ignoranza e della superficialità. Tuttavia, quel materiale amorfo che costituisce la nostra coscienza è suscettibile di miglioramento, può ricevere una forma più definita grazie alle domande, alle descrizioni, ai resoconti sistematici, all'educazione. Proprio come lo scultore comincia con del marmo informe e lo lavora fino a presentarci una statua delicata e complessa, nello stesso identico modo l'educatore parte dallo stato mentale informe dei suoi allievi e vi imprime le idee e i fenomeni che ritiene importanti.

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Pagina 96

[...] Ora, dopo questa lunga digressione, siamo finalmente pronti per esaminare la faccenda del razionalismo e del metodo scientifico...

A. E tutto questo solo per preparare il discorso! Tutti i problemi che hai discusso, specialmente quelli della scienza, nonché i problemi creati dagli errori degli scienziati, dalle loro particolari ideologie, dimostrano che occorrono modelli...

B. ... e si suppone che questi modelli siano elaborati dai filosofi e imposti alla scienza dall'esterno.

A. Be', gli scienziati solo raramente affrontano la questione relativa ai modelli e, se lo fanno, sbagliano.

B. E i filosofi non fanno errori in merito?

A. Naturalmente sì, ma almeno sono competenti in quel campo.

B. ... fanno errori, ma li fanno con competenza - è questo il vantaggio?

A. Intuiscono la complessità della materia.

B. Sei ottimista, se pensi che i filosofi della scienza abbiano qualche sospetto circa la complessità della scienza. Diamine, loro stessi dicono di non avere a che fare con la scienza, ma solo con le sue «ricostruzioni razionali» e queste «ricostruzioni razionali» traducono semplicemente la scienza in una logica storpiata.

A. Apportano chiarimenti alla scienza...

B. ... per gli analfabeti che capiscono solo la logica storpiata e nient'altro. Io direi invece che, se il problema è quello di rendere chiara la scienza alla gente di media intelligenza, allora i divulgatori come Asimov fanno un lavoro di gran lunga migliore. Chi legge Asimov sa più o meno che cosa concerne la scienza, ma chi legge Popper, o Watkins, o Lakatos imparerà un tipo di logica piuttosto semplicistica, ma non la scienza. Inoltre, seppure la filosofia della scienza fosse migliore di quanto non sia effettivamente, sarebbe ancora afflitta dal problema comune a tutte le scienze, perché assume presupposti non facilmente controllabili, che cadono fuori dalla sfera di competenza dei suoi addetti ai lavori. Così, aggiungere la filosofia della scienza alle scienze non elimina i problemi di cui stiamo parlando, semmai aggiunge ulteriori problemi dello stesso tipo. Malgrado l'impressione contrari, la confusione aumenta, non scompare, a causa dell'ignoranza e della mentalità semplicistica dei filosofi.

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Pagina 99

A. I grammatici cercano di formulare esplicitamente le regole...

B. ... e non riescono mai a dare un resoconto esaustivo, poiché ci sono troppe eccezioni. Inoltre, le formulazioni dei grammatici sono guidate dalla pratica linguistica e non sono fatte a casaccio. Ci sono concezioni mediche in cui i sintomi della malattia e della salute sono appresi nello stesso modo in cui si impara una lingua. Il medico studia il paziente finché capisce il «linguaggio dei sintomi». Questo esame si differenzia radicalmente dall'indagine del medico di formazione scientifica, che ha già una teoria, di solito una teoria presa da un altro ambito...

A. Che significa un altro ambito?

B. Che la teoria non è stata elaborata generalizzando l'esperienza medica, ma è stata imposta dalla biologia, dalla chimica e persino dalla fisica.

A. Ma l'organismo è un sistema biologico.

B. Forse sì e forse no. Il comportamento di un organismo, almeno globalmente, può anche non conformarsi alle leggi della biologia, che sono suggerite da esperienze estranee alla medicina. Ma questo non si è mai saputo, perché avendo imposto leggi biologiche alla pratica medica, prestiamo attenzione agli aspetti biologici e non più a quelli propriamente medici: il dominio dei fatti falsificabili è stato drasticamente ridotto...

A. Ora ragioni come un popperiano.

B. Soltanto per farmi capire da un popperiano come te. Ma c'è una considerazione molto più importante, cui ho già accennato: l'evidenza medica, nel senso ora discusso, è legata alla comprensione del paziente - di fatto, il medico di cui parlo spesso impara dal paziente, lo interroga e ritiene molto importante la sua opinione.

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Pagina 106

A. Tu certamente non hai molto rispetto per il prossimo.

B. Al contrario, io ammiro e rispetto molte persone, mentre rispetto solo pochi intellettuali. Ammiro Marlene Dietrich, che ha trascorso con stile la sua lunga vita e ha insegnato un paio di cosette a molti di noi. Ammiro Ernst Bloch, perché parla con l'idioma della gente comune e ha valorizzato le colorite testimonianze di vita offerte dalla gente e dai suoi poeti. Ammiro Paracelso, perché sapeva che la conoscenza senza cuore è una cosa vuota. Ammiro Lessing per la sua indipendenza e la sua propensione a cambiare idea, lo ammiro anche per la sua onestà, poiché è una di quelle rarissime persone che sanno essere oneste e spiritose insieme, che fanno dell'onestà il principio che guida la loro vita privata e non la usano come bastone per spingere la gente alla sottomissione, né come esibizione spettacolare per divertire il loggione. Lo ammiro per il suo stile libero, chiaro, vivace, davvero diverso dalla consapevole e, in qualche modo, già pietrificata semplicità e letterarietà della Conoscenza oggettiva, tanto per fare un esempio. Lo ammiro perché era un pensatore senza dottrine e uno studioso senza scuole - ogni problema, ogni fenomeno cui si avvicinò era per lui una situazione unica che doveva essere spiegata e illuminata in un modo unico. Non c'erano frontiere per la sua curiosità e nessun «criterio» limitava il suo pensiero: permetteva che pensiero ed emozioni, fede e conoscenza collaborassero in ogni singola ricerca. Lo ammiro perché non era soddisfatto della finta chiarezza, ma capì che la comprensione è spesso ottenuta tramite un offuscamento delle cose, tramite un processo in cui «quello che pareva vedersi chiaramente si perde in una distanza indefinita». Lo ammiro perché non rifiutò i sogni e le favole, ma li accolse come strumenti per liberare il genere umano dal giogo dei più decisi razionalisti. Lo ammiro perché non era legato a nessuna scuola o professione, perché non sentiva alcun bisogno di esaminarsi, come una cortigiana attempata, in uno specchio intellettuale e non desiderava affatto farsi una «reputazione» che consistesse in note a piè di pagina, riconoscimenti, discorsi accademici, lauree ad honorem e altri farmaci per lenire i timori degli insicuri. Soprattutto lo ammiro perché non ha mai cercato di acquisire potere sui suoi simili, né con la forza né con la persuasione, ma si accontentava di essere «libero come un uccello» - e altrettanto curioso. Quindi, ci sono persone che ammiro e tra queste anche dei razionalisti, razionalisti come Lessing o Heine, ma non come Kant o Popper, il nostro minikant - e sono perciò un irriducibile nemico di quello che oggi va sotto il nome di razionalismo...

A. Perbacco, amico mio, che entusiasmo! Non ti ho mai visto così eccitato. Sei infiammato di un fervore quasi religioso...

B. Non badarci. Sono un uomo malato, soggetto a dare i numeri di tanto in tanto.

A. Proprio non riesci a rimanere serio per più di un minuto o due. Ah, bene, è stato certamente interessante parlare con te e spero che non ti ristabilirai troppo presto, perché preferisco il tuo entusiasmo malato al tuo sano cinismo.

B. E poi ti definisci razionalista!

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Pagina 117

A. Pensi di essere un poeta?

B. Mi sarebbe piaciuto avere il talento - ma guarda: ci sono molte persone che riportano le loro impressioni in poesie, commedie, quadri, romanzi, e non solo continuano ad essere letti, ma hanno qualcosa da offrire, da loro possiamo imparare qualcosa e possiamo imparare qualcosa dal modo in cui loro vedono il mondo...

A. Ma se hai appena detto che ci sono solo illusioni e miracoli!

B. Ho detto questo? Allora mi sono espresso male. Dopo tutto, parlare di illusioni significa supporre una «realtà» di qualche sorta. Ma di sicuro ho detto che i miracoli sono sparsi ovunque e l'apprendimento è uno di questi.

A. Allora lasciamo perdere i miracoli e parliamo alla buona, come fanno tutti - nel qual caso, devo criticarti perché cerchi di reperire informazioni alla fonte sbagliata...

B. La fonte sbagliata?

A. Commedie, quadri, poesie appartengono all'arte; hanno ben poco a che fare con la conoscenza.

B. Questo lo dici tu. Ma perché dovrei accettare la tua maniera di suddividere quello che fa la gente? Visto e considerato, per esempio, che una grande saggezza è racchiusa nei dialoghi di Platone, nei racconti di Chuangtse, nei romanzi di Tolstoi, nelle poesie di Brecht. Hai mai letto la poesia di Brecht A coloro che verranno? Riporta un'impressione. Ma che lezione efficace possiamo ricavarne!

A. Tu confondi le categorie. Naturalmente, ammetto che ci sia della saggezza in questi racconti, dialoghi, romanzi ma la conoscenza razionale...

B. E continui con le tue suddivisioni! La saggezza opposta alla «conoscenza razionale»...

A. Ma qui c'è una distinzione effettiva! Di fatto, i primi filosofi occidentali introdussero questa ripartizione perché volevano sostituire la poesia, vale a dire Omero, con qualcosa di meglio. I poeti - dicevano - raccontano cose false, risvegliano le emozioni, non preparano le persone alla loro funzione di cittadini responsabili.

B. Il che prova la mia tesi! Chuangtse, Omero, Esiodo da un lato, Eraclito, Parmenide eccetera dall'altro, non solo fanno cose diverse, ma sono anche in competizione fra loro. Lo stesso Platone parla della «vecchia controversia tra filosofia e poesia». In entrambi i casi vengono fornite immagini del mondo e del ruolo assegnato agli esseri umani, ma, stando ai filosofi, l'immagine poetica è offuscata e falsamente tratteggiata. Allora la mia domanda è la seguente: l'immagine filosofica con i suoi frutti, l'immagine scientifica con i suoi concetti astratti e le sue leggi stringenti sono poi tanto migliori? Gli strumenti di saggezza che furono elaborati dal razionalismo di Parmenide, Platone, Aristotele, Kant eccetera sono poi tanto più soddisfacenti degli strumenti di saggezza forniti da Brecht o Tolstoi, al punto da poter ignorare questi ultimi?

A. Ma non li ignoriamo! Sono ancora in circolazione, sono rigogliosi e vengono insegnati nelle nostre scuole...

B. Sì, sono ancora in circolazione e continuano ad essere insegnati. Ma vengono relegati in una categoria speciale! Vengono chiamate «arti», in virtù della teoria (cioè una spiegazione fornita dalle categorie razionali) secondo cui, mentre il pensiero «razionale» produce informazione «oggettiva», l'arte no. La conoscenza non è affar suo. Nei corsi di psicologia si leggono rapporti di esperimenti e teorie, ma non si legge Turgenev.

A. Be', certamente non esiste nessun artista che potrebbe sostituire il lavoro dei fisici moderni sulle particelle.

B. Non puoi generalizzare, partendo da casi limite...

A. Ma tu non hai fatto esattamente questo? Non hai cercato di disseminare l'arte in tutto il campo della conoscenza?

B. No, per niente. Intendevo dire che le arti implicano una certa dose di conoscenza e non che, per ogni informazione prodotta dalla scienza, esista un'informazione corrispondente ed ugualmente importante in campo artistico. Diamine, questo non è vero nemmeno delle scienze! Per esempio, non tutte le scoperte fatte in un settore della scienza possono essere subito replicate o perfezionate in un altro settore concorrenziale. La trasposizione e l'irreversibilità furono scoperte con metodi fenomenologici e ci volle parecchio tempo e molta riflessione, prima che fosse disponibile un resoconto dettagliato. Per certi aspetti, la questione dell'irreversibilità non è risolta nemmeno oggi - eppure la seconda legge della teoria fenomenologica c'è ancora! Di quando in quando la situazione si capovolge: ai livelli inferiori della scala gerarchica si producono valutazioni che contraddicono quelle fatte a un livello superiore - così la stima «trascurabile» si rivela quella giusta. Il dibattito che nel secolo scorso ha contrapposto geologi e astronomi sul problema della corretta scala temporale (lunga o breve) appartiene a questa categoria. D'altra parte, psicologi, ecologisti, esperti delle relazioni umane possono imparare molto da poeti, romanzieri, attori come Stanislawski, drammaturghi come Eschilo, Lessing e persino da Brecht, benché il tipo non sia affatto uno dei miei preferiti.

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Pagina 121

B. Hai mai sentito parlare delle superstringhe e della cosiddetta «Teoria di ogni cosa»?

A. Ho già udito questi termini, ma non ho idea di quel che concerne la teoria.

B. Be', è un tentativo - e secondo alcuni un tentativo molto riuscito - di derivare le proprietà dello spazio, del tempo e della materia da un'unica teoria fondamentale. La teoria non è completa, poiché, per esempio, non ha nulla da dire sulle particelle elementari; però ha dato dei risultati molto interessanti. Secondo il parere di molti fisici, è solo questione di tempo, prima che vengano a galla anche i dettagli. Viceversa altri fisici definiscono la teoria «stravagante e orientata nella direzione sbagliata». Richard Feynman in un'intervista alla BBC, che è stata poi pubblicata in un volumetto molto interessante, dichiara quanto segue: «Non mi piace che non facciano calcoli. Non mi piace che non sottopongano a controllo le loro idee. Non mi piace che, ogniqualvolta gli esperimenti non concordano con la teoria, si inventino una spiegazione, un rimedio, tanto per dire 'Bene, può ancora essere vera'...» e così via.

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Pagina 134

[...] Le speculazioni connesse con le superstringhe, i tuistori e gli universi alternativi non consistono più nella formulazione di ipotesi che vengono poi controllate, piuttosto assomigliano molto all'elaborazione di una lingua che soddisfa certe condizioni molto generali (anche se non è necessario che le soddisfi in modo servile) e poi, utilizzando i termini di questo linguaggio, alla costruzione di una storia bella e convincente. Il che è davvero molto simile alla composizione di una poesia. Le poesie, infatti, non sono prive di regole vincolanti. Di fatto, i vincoli che un poeta impone al suo lavoro sono spesso molto più severi di quelli accettati da un botanico o da un ornitologo. Leggi quel che scrive Milman Parry su Omero. Ancora una volta si tratta di regole cui non si obbedisce servilmente e che devono essere vagamente connesse con il mondo quale lo conosciamo. La teoria dei tuistori e la teoria delle superstringhe usano formule matematiche - la differenza è tutta qui.

A. Ma queste teorie hanno a che fare con tutta la realtà, mentre un componimento poetico si occupa di uno stato d'animo passeggero.

B. Che cosa significa che «hanno a che fare con tutta la realtà»?

A. Be', non si tratta di teorie sviluppate sulla base di speculazioni che hai appena descritto, chiamandole «teorie di ognì cosa»? Così hai detto tu stesso!

B. Non lasciarti ingannare dalle parole! «Ogni cosa», in questo caso, indica la relatività speciale, la relatività generale, le classificazioni delle particelle subatomiche, le teorie di gauge delle forze elettrodeboli e forti, la supersimmetria e la supergravità.

A. E Poiché ogni cosa è composta di particelle elementari combinate nello spazio e nel tempo, qualora queste teorie avessero successo, spiegherebbero realmente tutto.

B. Ragazzo, sei proprio ingenuo! Prima di tutto, per ora queste teorie descrivono non la situazione attuale, ma una situazione esistita, forse, durante i momenti immediatamente successivi al Big Bang. Non c'è nessun indizio sulle particelle quali oggi le conosciamo; di fatto, in termini di concrete previsioni, c'è molto poco . Secondariamente, nemmeno un resoconto completo sulle particelle elementari ci darebbe piccole o grandi molecole, corpi solidi o esseri viventi.

A. Ma la biologia molecolare non ha già fatto molta strada verso la riduzione della biologia alla scienza molecolare?

B. Cerchiamo di essere un po' più modesti: la chimica ha avuto successo nel ridurre le molecole alle particelle elementari? Soltanto se per riduzione si intende qualcosa che comporta l'eliminazione di un certo tipo di informazione, per rimpiazzarla con informazioni di un tipo diverso. I processi delle particelle elementari sono caratterizzati dalla completezza, quindi non si può descrivere il comportamento di una serie di particelle elementari, postulando che le particelle siano separate da campi interposti.

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Pagina 150

[...] Anche l'incommensurabilità si presenta in forme diverse e ci sono diverse opinioni al riguardo. Kuhn ha trovato l'incommensurabilità nel corso dei suoi studi storici, io l'ho trovata riflettendo sul vecchio dibattito positivista relativo agli enunciati protocollari. Egli la considera come un'importante caratteristica del cambiamento scientifico, io la considero come un soffio di aria calda che spegne qualche candela positivista ormai consumata.

A. E il relativismo?

B. Non penso che Kuhn sia un relativista, nonostante molti lo accusino di esserlo. Io ero un relativista, almeno in uno dei molti significati attribuibili a questo termine, ma ora reputo il relatìvìsmo come un'approssimazione assai utile e, soprattutto, umana ad un punto di vista migliore...

A. ... sarebbe?

B. Non l'ho ancora trovato.

A. Ora torniamo al punto in questione, ci domandavamo se sei un filosofo.

B. ... sì, questa è la differenza più significativa tra Kuhn e me. Kuhn aspira ad essere un filosofo, un professionista, mentre non è quello il mio scopo, ammesso che abbia degli scopi...

A. Hai scritto molti saggi - quasi una montagna - i tuoi articoli sono stati raccolti in due volumi, che pure non esauriscono tutta la tua produzione.

B. Questo è un caso. Venti, trent'anni fa viaggiavo molto e tenevo parecchie conferenze. Mi piaceva andare in giro a parlare: ero spesato, incontravo amici e potevo sconvolgere la gente, facendo stupide affermazioni in pubblico. Non preparavo mai i miei discorsi, fissavo qualche appunto e lasciavo il resto all'ispirazione. Però, in molti casi i miei discorsi facevano parte di una serie di conferenze e allora i curatori facevano pressione affinché li stendessi per iscritto. Questo è il modo in cui hanno avuto origine la maggior parte dei miei articoli.

A. E Contro il metodo?

B. Be', te l'ho già detto: Lakatos mi propose di scrivere un libro insieme, l'idea mi piacque. Mentre stendevo Contro il metodo, mi dissi: «Questa è l'ultima volta che scrivo qualcosa; d'ora in poi voglio starmene tranquillamente in pace, guardare la televisione, sdraiarmi al sole, andare al cinema, dedicarmi alle relazioni amorose e fare appena il minimo indispensabile per preparare le lezioni che mi danno da vivere».

A. Ma hai continuato a scrivere.

B. ╚ stato il più grande errore della mia vita. Sai, non mi sarei mai aspettato che Contro il metodo furoreggiasse come è accaduto - finora è stato tradotto in diciotto lingue, l'ultima delle quali è la versione rumena e quella coreana è alle porte. Furono pubblicate recensioni, critiche e attacchi sui periodici più importanti, su Science per esempio, che ha mandato un fotografo apposta per ritrarmi con il mio poster di King Kong sullo sfondo; sul «New York Review of Books» e così via. Ignoro la maggior parte delle critiche che mi sono state rivolte, perché non leggo le riviste intellettuali, alcune mi furono inviate da amici e quasi tutte erano di una stupidità spaventosa. Non avevo mai assistito ad un fenomeno del genere prima - infatti, le mie precedenti discussioni avevano avuto luogo in circoli ristretti di persone che conoscevo molto bene e che mi conoscevano - fui sorpreso e commisi l'errore di lasciarmi trascinare nel dibattito. ╚ stato uno spreco di tempo e di energie.

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