Copertina
Autore Pierluigi Fiorentini
Titolo Antoine Predock
SottotitoloEchi del deserto
EdizioneMarsilio, Venezia, 2008, Universale architettura 173 , pag. 96, ill., cop.fle., dim. 12x19x0,9 cm , Isbn 978-88-317-9431-2
LettoreFlo Bertelli, 2009
Classe architettura
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


  7 Premessa

  9 Luce e ombra

 26 Figure dalla presenza icastica

 42 Tra le pieghe del terreno

 58 Strati

 65 Architettura come paesaggio costruito

 81 Un viaggio verso l'inatteso

 94 Per approfondire

 95 Indice delle opere illustrate


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

Premessa


In un momento storico di continue crisi e grandi incertezze, caratterizzato nell'ambito artistico da una molteplicità disarmante di stili e maniere, il lavoro di Antoine Predock mostra un raro interesse per quegli aspetti senza tempo dell'architettura che vanno al di là delle mode: la definizione di sequenze spaziali sapientemente orchestrate in funzione della psicologia del fruitore, l'attenta interpretazione del contesto, la funzione simbolica dell'edificio e la sua capacità di porsi come elemento di attrazione e di identità nell'esperienza individuale e collettiva.

Fin dalle prime realizzazioni, Predock ha attinto i motivi di fondo della sua architettura dal contesto, il sud ovest desertico degli Stati Uniti, con la sua rada bellezza e le sue particolari qualità climatiche e di luce. Ha cercato di interpretare gli spazi vuoti del paesaggio desertico attraverso un riferimento costante agli elementi naturali, al mito, ai rituali, e sempre con una straordinaria intensità formale che parla diretta all'inconscio.

Il suo percorso, nella direzione organicista segnata da Wright, mostra il progressivo affinamento di una straordinaria capacità d'invenzione formale, in grado di fondere insieme suggestioni e materiali diversi.

Forse il nome e l'opera di Antoine Predock non hanno ancora nel nostro paese una diffusione adeguata alla ricchezza dei temi affrontati e all'originalità della ricerca condotta.

Appare però in tutta evidenza dall'esame dei progetti la straordinaria potenzialità del suo approccio alla forma architettonica, particolarmente ricco di promesse e suggestioni per quanti operano nell'area del Meridione d'Italia e nel bacino del Mediterraneo, un ambito che per aspetti climatici e caratteri del paesaggio risulta a volte sorprendentemente vicino al sud ovest degli Stati Uniti.

Quella che emerge dalla lettura delle pagine seguenti è un'architettura caratterizzata da solidità e compattezza delle masse, radicamento delle forme nella roccia o nella terra. Un'architettura a volte in grado di imporsi con forza come simbolo, monumento, oggetto di riferimento alla scala del paesaggio. Un'architettura "porosa", costruita legando con precisione volumi pieni e spazi vuoti, in modo da offrire una molteplicità di ambiti spaziali, assolati o in ombra, proprio come accade per i tessuti fittamente tramati delle città mediterranee. Un'architettura in cui il dialogo serrato con le forme senza tempo del paesaggio è condotto in maniera spregiudicata, impiegando senza inibizioni materie e tecnologie della nostra modernità.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 9

1. Luce e ombra


Nell'architettura di Predock l'edificio è spesso concepito come un brano di città compatta, intervallando, spaziando, componendo volumi pieni e spazi vuoti. Cosicché il progetto si riempie di valenze urbane e diventa di fatto una metafora della città. Il risultato si concretizza in un addensarsi di figure riconoscibili, tenute insieme da una fitta trama di relazioni. Anziché puntare tutto su un corpo unico dalla forza assertiva isolato nel vuoto, a volte Predock preferisce progettare sequenze continue di spazi la cui scoperta non è immediata, ma avviene nel tempo, per fasi concatenate e successive, come in una narrazione fluida fatta di esperienze diverse.

I concetti di spazio interno ed esterno diventano ambigui e tendono a sovrapporsi, dal momento che ogni spazio dell'edificio può essere inteso al tempo stesso come un dentro e un fuori.

In questo approccio all'architettura rivive un'idea di città compatta in cui il fascino dei grandi centri mediterranei, Roma e Istanbul in primis, si fonde alla tradizione dei pueblos mesoamericani. Come nei tessuti delle antiche città, l'architettura di Predock è spesso continua, densa, stratificata, ricca di compressioni e dilatazioni spaziali. Essa è in grado di offrire ambiti assolati o in ombra pronti a divenire la scena di mille traffici e attività, stabili punti di riferimento nella rete delle relazioni tra gli uomini.

Il Nelson Fine Arts Center, costruito tra il 1985 e il 1989 nel campus dell'Arizona State University a Tempe, Arizona, è una delle prime realizzazioni di ampio respiro che hanno portato Predock all'attenzione della critica internazionale.

Il corpo di maggiore estensione del complesso è il museo, che ospita la collezione d'arte dell'università. Altri elementi del progetto sono un teatro con cinquecento posti, dotato di scena e fossa orchestrale, e gli spazi assegnati ai dipartimenti di teatro, danza e arti.

Il progetto di un insieme così articolato diventa l'occasione per disegnare un nuovo paesaggio urbano e per sperimentare un tipo insediativo radicalmente diverso all'interno della griglia della città americana: una città densa e compatta ottenuta intrecciando minutamente un tessuto basso e continuo, con le sue emergenze e i suoi spazi aperti, addensamenti e smagliature nella trama del costruito.

Un paesaggio fatto di volumi e di vuoti, spazi assolati o in ombra, composti secondo un ordine geometrico al cui interno tuttavia non mancano deviazioni, rotazioni, irregolarità.

C'è qui una maniera di comporre che fa pensare ai primi progetti di Wright, laddove è possibile riconoscere un largo uso di assialità e simmetrie, le quali però ordinano soltanto parti dell'insieme. Sistemi in sé simmetrici vengono giustapposti a formare una totalità estremamente articolata. un principio analogo a quello che regola la crescita della città tradizionale, in cui l'edificio in sé è spesso simmetrico e regolare, ma l'insieme urbano, la somma di più simmetrie, risulta invece ricco di irregolarità, dissonanze, accadimenti particolari.

Il tessuto basso e compatto costituisce lo sfondo, da cui emergono elementi quasi fuori scala (il volume della scena del teatro, il portale, il lungo acquedotto). Il senso di queste emergenze si coglie considerando quanto essi siano in grado di porsi come segni riconoscibili, simboli, poli di riferimento e di orientamento nell'esperienza individuale e collettiva. Il progetto dà forma quindi a un mondo stimolante in cui il reale si arricchisce di alcune «figure» riconoscibili, forme destinate a diventare presto familiari, icone in grado di dare individualità e identità alle diverse zone e agli ambiti del complesso.

Tutti i limiti di un razionalismo troppo rigoroso sono ben chiari a Predock, che adotta una strategia tesa a recuperare alcuni valori della città tradizionale.

Lo spazio architettonico si organizza e si costruisce attraverso processi logici e razionali, ma ciò non sembra soddisfare del tutto l'architetto: esso deve innescare il gioco della memoria e dell'immaginazione, suscitare il senso del simbolo, dell'identità, dell'appartenenza al luogo.

Il Nelson Fine Arts Center si configura come un continuum interamente percorribile secondo traiettorie mai univoche: c'è sempre un'alternativa al percorso che si sceglie di seguire, è sempre presente la potenzialità di scelte multiple. così come avviene quando ci si trova a camminare tra le strade di una città antica.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 58

4. Strati


Spesso Predock inventa i suoi edifici a partire da una sezione geologica immaginaria tracciata nel suolo su cui è chiamato a intervenire. Il taglio del suolo diventa un intrigante processo di scoperta, attraverso il quale emergono i diversi strati che nel tempo hanno condotto all'attuale configurazione della superficie. Inserendosi in questo lunghissimo processo evolutivo, l'intervento dell'architetto giunge a modificare lo strato più superficiale.

«Quando mi metto a lavoro, nel primo contatto con il paesaggio, cerco di immaginare una sezione eseguita nel suolo su cui costruire. In quel momento riesco a scorgere molto più che la successione geologica degli strati. Emergono tracce apparentemente invisibili che contribuiscono a dare identità al luogo. Nella regione in cui lavoro di solito il paesaggio giace su un substrato formato da un letto di granito antichissimo del periodo pre-cambriano, compresso da strati sovrastanti di calcare. Più in alto altri strati sedimentari di arenaria e poi cominciano ad apparire fossili del fondo dell'oceano. Ecco che finalmente emergono gli artefatti dell'uomo, solo una frazione di pollice in confronto alle miglia di profondità del dato geologico.

Tracce preistoriche diventano visibili e, più in superficie, gli strati successivi.

Nel sud-ovest, dopo i resti del periodo Anasazi, troviamo segni di culture più recenti: tracce dei primi conquistadores, semiassi di veicoli degli anni trenta, lattine di birra, imballaggi McDonald.

Al di sopra di questi strati c'è il paesaggio come noi lo vediamo: al di sotto di esso c'è un mondo molto più complesso fatto di fossili e minerali di cui non sappiamo nulla. Quando penso a tutto quello su cui camminiamo, riesco veramente a relativizzare quegli artefatti culturali che sono gli edifici».(Gili 99, p. 59).

A volte la geologia del luogo fornisce dunque spunti e suggestioni in grado di innescare e far evolvere il percorso progettuale. Si consideri ad esempio il Flint RiverQuarium, un complesso costruito ad Albany, Georgia, come attrezzatura al servizio di un'area di notevole interesse naturalistico sulle rive del fiume Flint.

Qui la natura carsica del sottosuolo calcareo diventa il motivo conduttore sul quale è costruito l'intero progetto. La conformazione dell'edificio non risponde infatti alla geometria semplice e razionale dei solidi euclidei, ma piuttosto si avvicina alla morfologia, a tratti irregolare e accidentata, dei rilievi rocciosi. L'architettura si costruisce manipolando volumi monolitici, che alludono al complesso suolo calcareo ricco di pozzi, acquiferi, grotte e corsi d'acqua sotterranei. Essa è quasi un affioramento roccioso che rivela la natura degli strati sottostanti.

Arrivando al RiverQuarium da sud, i visitatori attraversano una corte d'ingresso disseminata di massicci blocchi di calcare, frammenti della «montagna» maggiore che è il RiverQuarium. Uno specchio d'acqua formato da rocce sedimentarie permeabili segna l'ingresso e lo spazio d'attesa all'aperto. I visitatori entrano nella «montagna» di pietra e accedono agli spazi di servizio, alle sale di ricreazione e alle aule, in cui le scolaresche possono organizzarsi prima di iniziare i loro percorsi naturalistici.

Il braccio sud del RiverQuarium è interrato nel suolo e lascia in evidenza i piani di taglio che consentono l'accesso e l'illuminazione degli spazi ipogei; il suolo gradatamente emerge, fornendo aree per un caffè e per luoghi di incontro, ricavate all'interno di terrazze di pietra, per culminare infine nel lato nord in un «picco» di pietra che racchiude la Skywater Lobby.

| << |  <  |