Autore Gustave Flaubert
Titolo Bouvard e Pécuchet
EdizioneQuodlibet, Macerata, 2018, Compagnia Extra 75 , pag. 372, cop.fle., dim. 12x19x3 cm , Isbn 978-88-229-0137-8
OriginaleBouvard et Pécuchet
PrefazioneErmanno Cavazzoni
TraduttoreGina Martina
LettoreRenato di Stefano, 2018
Classe classici francesi












 

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Indice


  9  Capitolo 1

 30  Capitolo 2

 68  Capitolo 3

111  Capitolo 4

146  Capitolo 5

170  Capitolo 6

201  Capitolo 7

213  Capitolo 8

262  Capitolo 9

304  Capitolo 10


349  Sull'ideazione e il seguito di Bouvard e Pécuchet
     di Ermanno Cavazzoni


 

 

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Pagina 9

1.


Con quei trentatré gradi di caldo, il boulevard Bourdon era completamente deserto.

Più in basso, il Canal Saint-Martin, bloccato dalle due chiuse, stendeva in linea retta la sua acqua color dell'inchiostro. Nel mezzo dondolava un battello carico di legname e sulla sponda erano allineate due file di barili.

Oltre il canale, fra case separate da cantieri, il vasto cielo puro si frastagliava in strisce azzurro oltremare, e, sotto il riverbero del sole, le facciate bianche, i tetti di ardesia, i selciati di granito abbagliavano. Un rumorìo confuso saliva in lontananza nell'atmosfera calda: tutto sembrava reso torpido dall'ozio domenicale e dalla malinconia dei giorni d'estate.

Apparvero due uomini.

Uno veniva dalla Bastiglia, l'altro dal Jardin des Plantes. Il più alto, vestito di tela, camminava col cappello all'indietro, il panciotto sbottonato e la cravatta in mano. Il più basso, con il corpo che scompariva in un abito a falde marrone, chinava la testa sotto un berretto a visiera.

Quando furono giunti a metà del boulevard si sedettero, contemporaneamente, sulla stessa panchina.

Si tolsero il copricapo, per asciugarsi la fronte, e lo deposero presso di sé; e il più piccolo vide scritto dentro il cappello del vicino: Bouvard, mentre questi leggeva facilmente, nella fodera del berretto dell'individuo coll'abito a falde, la parola: Pécuchet.

- Ma guarda! - disse. - Abbiamo avuto tutti e due la stessa idea: scrivere il nostro nome dentro il cappello.

- Dio mio, certo: potrebbero rubarmelo in ufficio!

- E lo stesso a me, anch'io sono impiegato.

A questo punto si osservarono.

L'aria affabile di Bouvard incantò immediatamente Pécuchet.

I suoi occhi azzurrognoli, sempre socchiusi, sorridevano nel viso colorito. Dei pantaloni con ampi risvolti, che si allargavano su scarpe di castoro, gli modellavano il ventre e sollevavano la camicia alla cintola; e i capelli biondi, naturalmente ondulati in riccioli leggeri, gli davano un aspetto un po' infantile.

Dalle labbra, gli usciva una specie di fischio continuo.

L'aria seria di Pécuchet colpì Bouvard.

Si sarebbe detto che egli portasse una parrucca, tanto erano appiattite e nere le ciocche che ornavano il suo alto cranio. Il viso pareva tutto di profilo, a causa del naso, molto allungato. Le gambe, imprigionate nei cilindri di gabardine, non erano proporzionate alla lunghezza del busto: la sua voce era forte e cavernosa.

Gli sfuggì questa esclamazione:

- Come si starebbe bene in campagna!

Ma i sobborghi, secondo Bouvard, erano sciupati dal chiasso delle bettole. Anche Pécuchet era dello stesso parere, ma cominciava a sentirsi stanco della capitale, come Bouvard.

I loro occhi erravano su mucchi di pietre da costruzione, sull'acqua sporca dove galleggiava un fascio di paglia, sulla ciminiera di un'officina che si ergeva all'orizzonte. Si sollevavano da ogni parte miasmi disgustosi. Si volsero dall'altra parte, ed ebbero di fronte le mura del «Granaio dell'abbondanza». Decisamente (e Pécuchet ne era sorpreso), si soffriva il caldo più per strada che a casa propria!

Bouvard lo obbligò a togliersi il soprabito: se ne infischiava, lui, di ciò che diceva la gente!

Tutt'a un tratto un ubriaco attraversò il marciapiede a zigzag; e, a proposito degli operai, intavolarono una discussione politica. Erano delle medesime opinioni; Bouvard forse un po' più liberale.

Un rumore di ferraglie risuonò sul selciato in un turbinio di polvere: erano tre vetture da noleggio che se ne andavano verso Bercy, e portavano a spasso una sposa col suo mazzolino, dei borghesi in cravatta bianca, delle signore infagottate fino alle ascelle nelle sottane, due o tre ragazzine, un collegiale. La vista del corteo nuziale portò Bouvard e Pécuchet a parlare di donne ed essi le dichiararono frivole, bisbetiche e testarde. Nonostante ciò, esse erano a volte migliori degli uomini, a volte invece peggiori. In breve, era meglio vivere senza di loro; perciò Pécuchet era rimasto celibe.

- Io sono vedovo, senza figli! - disse Bouvard.

- Questo è forse un bene per voi.

Ma la solitudine, a lungo andare, era molto triste.

Poi, lungo la via, apparve una donnina allegra con un soldato. Pallida, con i capelli neri e il viso butterato dal vaiolo, si appoggiava al braccio del militare, trascinando le scarpe e dimenando i fianchi.

Quando si fu allontanata, Bouvard si permise una battuta oscena. Pécuchet divenne tutto rosso, e, certo per evitare di rispondergli, gli indicò con lo sguardo un prete che veniva avanti.

L'ecclesiastico percorse con lentezza il viale, lungo il quale dei miseri olmi fiancheggiavano il marciapiede, e Bouvard, quando non vide più il tricorno, si dichiarò sollevato, perché detestava i gesuiti. Pécuchet, senza assolverli, mostrò una certa deferenza per la religione.

Intanto scendeva la sera e, di fronte, delle persiane erano state sollevate. I passanti divennero più numerosi. Suonarono le sette.

I loro discorsi continuavano senza fine, le osservazioni succedevano agli aneddoti, le opinioni filosofiche alle considerazioni individuali. Criticarono il genio civile, il monopolio dei tabacchi, il commercio, i teatri, la marina e tutto il genere umano, come persone che avessero sofferto grandi delusioni. Ciascuno dei due, ascoltando l'altro, sembrava ritrovare frammenti dimenticati di se stesso. E, sebbene avessero passato l'età delle emozioni ingenue, provavano un piacere nuovo, una specie di serenità, l'incanto degli affetti al loro nascere.

Venti volte s'erano alzati, s'erano di nuovo seduti e avevano percorso il viale in tutta la sua lunghezza, dalla chiusa a monte a quella a valle, ogni volta con l'intenzione di salutarsi, senza averne la forza, trattenuti da una specie di fascinazione.

Tuttavia stavano per lasciarsi e si erano stretti la mano, quando Bouvard disse improvvisamente:

- E se pranzassimo insieme?

- Ne avevo l'idea, - rispose Pécuchet - ma non osavo proporvelo!

E si lasciò condurre di fronte all'Hòtel de Ville, in un ristorantino, dove si sarebbero trovati bene.

Bouvard ordinò il menù del giorno.

Pécuchet aveva paura delle spezie, perché temeva che lo riscaldassero. Ciò fu oggetto di una discussione medica. Infine, esaltarono i vantaggi delle scienze: quante cose da conoscere, quante ricerche... se ce ne fosse il tempo! Ahimè! Il lavoro per il pane quotidiano lo portava via tutto; e alzarono le braccia per lo stupore, e furono sul punto di abbracciarsi al disopra del tavolo quando scoprirono che erano tutti e due copisti, Bouvard in una ditta commerciale, Pécuchet al ministero della marina: cosa che non gli impediva di dedicare ogni sera qualche momento allo studio. Aveva scovato degli errori nell'opera di Thiers, e parlò con grandissimo rispetto di un certo professor Dumouchel.

Bouvard eccelleva in altre cose. La catenella dell'orologio fatta di capelli intrecciati e il modo con cui sbatteva la salsa rivelavano il vecchio satiro pieno di esperienza; mangiava tenendo l'angolo del tovagliolo sotto l'ascella, e aveva delle trovate che facevano ridere Pécuchet. Era un riso speciale, una sola nota molto bassa, sempre la stessa, emessa a lunghi intervalli. Il riso di Bouvard era continuo, sonoro, e gli scopriva i denti, gli scuoteva le spalle e faceva voltare gli avventori.

Finito il pasto, andarono a prendere il caffè in un altro locale. Pécuchet, contemplando i lampioni a gas, gemette sull'eccessivo lusso, poi, con un gesto sdegnoso, mise da parte i giornali. Bouvard era più indulgente nei loro riguardi. Amava tutti gli scrittori in genere, ed aveva avuto, in giovinezza, disposizione a divenire attore!

Volle fare volteggi equilibristici con una stecca da biliardo e due palle d'avorio, come faceva il suo amico Barberou. Ma invariabilmente esse ricadevano e, rotolando sul pavimento tra le gambe delle persone, andavano a perdersi lontano. Il cameriere, che si alzava ogni volta per cercarle, strisciando a quattro zampe sotto i tavolini, finì per lamentarsi. Pécuchet si irritò con lui: intervenne il proprietario, ma egli non ascoltò le sue scuse e fece storie anche sulla consumazione.

Propose poi di terminare la serata tranquillamente a casa sua, lì vicino, in rue Saint Martin.

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Pagina 20

Pécuchet fu costretto a sedersi su un paracarro del cortile. Poi restituì il foglio, balbettando:

- Purché... non sia... uno scherzo?

- Tu credi che sia uno scherzo! - rispose Bouvard con voce strozzata, simile al rantolo di un moribondo.

Ma il timbro postale, il nome dello studio stampato sulla lettera, la firma del notaio, tutto dimostrava l'autenticità della notizia, ed essi si guardarono con un tremito all'angolo della bocca e una lacrima nuotante negli occhi imbambolati.

Pareva mancasse loro l'aria. Andarono fino all'Arco di Trionfo, ritornarono lungo i margini del fiume, oltrepassarono Notre-Dame. Bouvard era tutto rosso. Diede dei pugni sulla schiena di Pécuchet e, per cinque minuti, sragionò completamente.

Sghignazzavano senza volerlo. Questa eredità doveva, senza dubbio, ammontare a...?

- Sarebbe troppo bello! Non ne parliamo.

Ma ne parlarono. Niente impediva di chiedere subito spiegazioni. Bouvard scrisse al notaio per averne.

Il notaio mandò copia del testamento, che terminava così:

«Di conseguenza lascio a François, Denys, Bartholomée Bouvard, mio figlio naturale riconosciuto, la parte dei miei beni disponibile per legge».

Il brav'uomo aveva avuto quel figlio in giovinezza, ma l'aveva tenuto in disparte con ogni cura, facendolo passare per suo nipote. E il nipote l'aveva sempre chiamato zio, ben sapendo come regolarsi. Verso i quarant'anni il signor Bouvard si era sposato, poi era rimasto vedovo. I suoi due figli legittimi avevano preso una via che non gli piaceva, ed egli era stato assalito dal rimorso per l'abbandono in cui aveva lasciato per tanti anni l'altro suo figlio. L'avrebbe fatto anche venire presso di sé, se non fosse stato influenzato dalla sua cuoca. Questa lo lasciò, in seguito alle manovre della famiglia, ed egli, nel suo isolamento, vicino a morire, volle riparare i torti, vincolando tutto ciò che poteva dei suoi beni al frutto del suo primo amore. La sua fortuna ammontava a mezzo milione: al copista perciò erano destinati duecentocinquantamila franchi. Il fratello maggiore Étienne aveva annunciato che avrebbe rispettato il testamento.

Bouvard cadde in una specie di istupidimento. Ripeteva a voce bassa, sorridendo con il placido sorriso dell'ubriaco:

- Quindicimila franchi di rendita!

E Pécuchet, pur avendo una testa più salda, non ci si raccapezzava.

Furono scossi bruscamente da una lettera di Tardivel. L'altro figlio, Alexandre, dichiarava la sua intenzione di risolvere ogni cosa davanti alla giustizia e anche di impugnare il testamento, se era possibile, esigendo prima di tutto sigilli, inventario, curatore, ecc.! Bouvard ci fece una malattia di fegato. Appena convalescente, si mise in viaggio per Savigny, di dove ritornò senza aver concluso nulla e rimpiangendo le spese di viaggio.

Poi vennero notti insonni, alternarsi di collere e di speranza, di esaltazione e di abbattimento. Infine, dopo sei mesi, Alexandre si placò e Bouvard entrò in possesso dell'eredità.

Il suo primo grido era stato:

- Ci ritireremo in campagna!

E Pécuchet aveva trovato naturalissime queste parole che comprendevano anche lui nella stessa felicità dell'amico. Infatti l'unione dei due uomini si era fatta assoluta e profonda.

Ma, poiché non voleva vivere alle spalle di Bouvard, non sarebbe partito prima del pensionamento. Ancora due anni: che importava! Rimase irremovibile e la decisione fu presa.

Passarono in rassegna tutte le province, per trovare il luogo di residenza. Il Nord era fertile, ma freddo; il Sud incantevole per il clima, ma infestato dalle zanzare; le regioni centrali, francamente, non avevano nulla di interessante. La Bretagna sarebbe andata bene, se non fosse stato per lo spirito bigotto degli abitanti. In quanto alle regioni orientali, non c'era neppur da pensarci a causa del dialetto germanico. Ma c'erano altri paesi. Che cos'erano, per esempio, il Forez, il Bugey, il Roumois? Le carte geografiche non ne parlavano. Del resto, fosse la loro casa in un paese o in un altro, l'importante era che ne avessero una.

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Per venire a conoscenza dei segni del tempo, studiarono le nuvole secondo la classificazione di Luke-Howard. Guardavano quelle che si allungavano come criniere, quelle che assomigliavano a isole, altre che si potevano scambiare per montagne di neve, cercando di distinguere i nimbi dai cirri, gli strati dai cumuli; ma le forme cambiavano prima che si potesse trovarne il nome.

Il barometro li ingannava, il termometro non insegnava niente; e allora ricorsero a un espediente escogitato sotto Luigi XV, da un prete della Touraine. Una sanguisuga, messa in un boccale, doveva salire in caso di pioggia, rimanere al fondo quando il tempo era bello costante, agitarsi quando minacciava temporale. Ma il tempo, quasi sempre, contraddì la sanguisuga. Ne misero altre tre, e ciascuna delle quattro si comportò in modo diverso.

A forza di riflettere, Bouvard riconobbe che si era ingannato. I suoi terreni esigevano una coltivazione su vasta scala, un sistema intensivo, e in questo arrischiò ciò che gli rimaneva di capitale disponibile: trentamila franchi.

Incitato da Pécuchet, ebbe la mania dei concimi. Nella fossa per i terricci concimanti furono gettati rami, sangue, budelli, piume; tutto ciò che si poteva trovare. Usò il liquore belga, il lizier svizzero, la lisciva Da Olmi, le aringhe affumicate, alghe, stracci; fece venire del guano, tentò di fabbricarne; e, portando alle estreme conseguenze quei principi, non permise che si buttasse via l'urina; soppresse addirittura le latrine. Nel cortile venivano portati cadaveri di animali con cui concimava la terra. Le loro carogne squartate erano disseminate per la campagna. Bouvard sorrideva in mezzo a questi orrori infetti. Una pompa, installata su un carretto, spargeva letame sui raccolti. A quelli che guardavano con aria disgustata, diceva:

- Ma è tutto oro! Tutto oro!

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Pécuchet fece molti disegni, servendosi di squadra e righello. Bouvard gli dava consigli. Ma non raggiunsero nessun risultato soddisfacente. Per fortuna trovarono nella loro biblioteca l'opera di Boitard intitolata L'architetto dei giardini.

L'autore li divide in una infinità di stili. C'è lo stile malinconico e romantico, che è caratterizzato da sempreverdi, rovine, tombe e un «ex-voto alla Vergine, che indica il luogo in cui un principe è caduto sotto l'arma di un assassino». Lo stile orrido è dato da rocce incombenti, alberi abbattuti, capanne incendiate; lo stile esotico si raggiunge piantando dei cerei del Perù per «ispirare ricordi a un colono o a un viaggiatore». Lo stile grave deve presentare, come Ermenonville, un tempio alla filosofia. Gli obelischi e gli archi di trionfo caratterizzano lo stile maestoso; muschio e grotte lo stile misterioso; un lago lo stile sognante. C'è anche uno stile fantastico, il cui esempio più bello si poteva vedere fino a poco tempo prima in un giardino würtemberghese: vi si trovavano infatti successivamente un cinghiale, un eremita, vari sepolcri e una barca che si allontanava spontaneamente dalla riva, per portarvi, in un salottino dove dei getti d'acqua vi inondavano proprio mentre stavate per sedervi sul divano.

Di fronte a questo orizzonte di meraviglie, Bouvard e Pécuchet provarono una specie di capogiro. Il genere fantastico parve loro riservato ai principi. Il tempio alla filosofia era ingombrante; l'ex-voto alla Madonna non aveva significato perché mancavano gli assassini; in quanto alle piante americane, costavano troppo care, e al diavolo i coloni e i viaggiatori. Ma le rocce erano attuabili, e così pure gli alberi abbattuti, i sempreverdi e il muschio; e, con entusiasmo sempre crescente, dopo molte incertezze, con l'aiuto di un solo servitore e con una spesa minima, si costruirono una residenza che non aveva l'uguale in tutto il dipartimento.

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Si interessarono, nel Dizionario di scienze mediche, agli esempi di parto, di longevità, di obesità e di costipazione anormale. Non avevano forse visto il famoso canadese di Beaumont, i polifagi Tarare e Bijoux, la donna idropica del dipartimento dell'Eure, il piemontese che andava di corpo ogni venti giorni, Simorre di Mirepoix, morto ossificato, e quel vecchio sindaco di Angoulême, il cui naso pesava tre libbre?

Il cervello ispirò loro riflessioni filosofiche. Distinguevano perfettamente, al suo interno, il septum lucidum, composto di due lamelle, e la ghiandola pineale, simile a un pisellino rosso; ma c'erano peduncoli e ventricoli, archi e pilastri, piani, gangli e fibre di ogni genere, il forame di Pacchioni e il corpo di Pacini: insomma un ammasso inestricabile, di che consumarci l'esistenza.

Ogni tanto, presi da una specie di vertigine, smontavano completamente il cadavere; poi non sapevano più in qual modo rimettere a posto i vari pezzi.

Era un lavoro faticoso, specialmente dopo colazione! E dopo un po' si addormentavano, Bouvard col mento abbassato e la pancia in fuori, Pécuchet con la testa fra le mani e i gomiti sul tavolo.

Spesso, proprio in quei momenti, Vaucorbeil, finite le prime visite, si affacciava alla porta:

- Ebbene, colleghi, come va l'anatomia?

- Benissimo - rispondevano.

Ed egli faceva loro qualche domanda per il gusto di confonderli.

Quando erano stanchi di un organo passavano a un altro; iniziarono e abbandonarono così, uno dopo l'altro, il cuore, lo stomaco, l'orecchio, l'intestino; perché il fantoccio di cartone li annoiava, nonostante i loro sforzi per interessarsi a esso. Infine il dottore li sorprese mentre lo richiudevano nella scatola.

- Benone! lo sapevo!

Non si poteva cominciare quegli studi alla loro età; e il sorriso che accompagnava quelle parole li ferì profondamente.

Che diritto aveva il dottore di giudicarli incapaci di imparare? La scienza apparteneva forse a quel signore? Come se poi fosse una persona tanto superiore!

E, accettata la sfida, andarono fino a Bayeux per acquistare dei libri. Ciò che mancava loro era la fisiologia, e un rivenditore di libri usati procurò loro i trattati di Richerand e Adelon, celebri a quei tempi.

Tutti i luoghi comuni sulle età, i sessi e i temperamenti sembrarono loro della più grande importanza; furono contenti di sapere che nel tartaro dei denti ci sono tre specie di animaletti, che il gusto risiede nella lingua e la sensazione della fame nello stomaco.

Rimpiansero di non avere la facoltà di ruminare come Montègre, Gosse e il fratello di Bérard, per conoscerne meglio le funzioni; e masticavano lentamente, trituravano, insalivavano, accompagnavano col pensiero il bolo alimentare negli intestini, lo seguivano fino alle sue ultime conseguenze, pieni di scrupolo metodico, di attenzione quasi religiosa.

Per produrre artificialmente la digestione, posero della carne in una fiala dove era chiuso il succo gastrico di un'anatra, e la portarono sotto le ascelle per quindici giorni, senza altro risultato che di infettarsi.

Furono visti correre per la via maestra sotto il sole cocente, vestiti di abiti inzuppati. Questo serviva per verificare se la sete si placa applicando acqua sull'epidermide. Rientrarono in casa senza fiato e con un raffreddore.

L'audizione, la fonazione, la visione furono liquidate in fretta: ma Bouvard si soffermò sulla procreazione,

Il riserbo di Pécuchet, a questo riguardo, l'aveva sempre sorpreso. La sua ignoranza gli sembrò tanto enorme, che insistette perché gliene desse spiegazione e Pécuchet, arrossendo, finì per confessare.

Dei buontemponi, un tempo, l'avevano trascinato in una casa di malaffare, di dove era fuggito, per mantenersi puro per la donna che avrebbe amato. Non si era poi mai presentata una circostanza favorevole, così che, per falso pudore, mancanza di denaro, timore delle malattie, ostinazione, abitudine, a cinquantadue anni, sebbene fosse vissuto a Parigi, era ancora vergine.

Bouvard stentò a crederlo, poi rise a crepapelle; ma si frenò scorgendo delle lacrime negli occhi di Pécuchet. Le passioni non gli erano certo mancate, poiché si era innamorato successivamente di una funambola, della cognata di un architetto, di una commessa e infine di una piccola lavandaia: e stava per sposarla, quando scoprì che era incinta di un altro.

Bouvard lo consolò:

- C'è sempre modo di recuperare il tempo perduto. Bando alla malinconia! Me ne incarico io, se vuoi...

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Accompagnavano il dottore nelle visite ai poveri, poi consultavano i loro libri.

I sintomi descritti dagli autori non erano quelli che avevano potuto osservare. In quanto ai nomi delle malattie, erano in latino, in greco, in francese, una miscellanea di tutte le lingue.

Si contano a migliaia e la descrizione di Linneo, per generi e specie, è molto pratica. Ma come si distinguevano le specie? A questo punto si smarrirono nella filosofia della medicina.

Fantasticavano sull' archeus di Van Helmont, sul vitalismo, il brownismo, l'organicismo, chiedevano al dottore l'origine del germe della scrofolosi, in quale direzione vada il miasma contagioso, e il mezzo per distinguere, in tutti i casi morbosi, la causa dagli effetti.

- La causa e l'effetto si confondono, - rispondeva Vaucorbeil.

La sua mancanza di logica li esasperò: e si misero a visitare i malati da soli, con la scusa della filantropia.

In fondo alle camere da letto, su materassi sudici, giacevano individui col capo reclinato, col viso gonfio e scarlatto, oppure giallo come un limone, o violetto, con le narici strette, la bocca tremante, rantolanti, singhiozzanti, madidi, esalanti odore di cuoio e di formaggio vecchio.

Leggevano le ricette ed erano molto sorpresi che come calmanti fossero usati talvolta degli eccitanti, come emetici dei purganti, che uno stesso rimedio servisse per malattie diverse e che una stessa malattia guarisse con cure diverse.

Tuttavia davano consigli, cercavano di tener alto il morale degli ammalati, osavano perfino auscultarli.

La loro fantasia galoppava. Scrissero al Re, perché istituisse nel Calvados una scuola per infermieri, di cui sarebbero stati i professori.

Andarono dal farmacista di Bayeux (quello di Falaise non li vedeva di buon occhio, dopo la faccenda della giuggiola), e lo esortarono a fabbricare, come gli antichi, le pila purgatoria, cioè delle pillole medicamentose, le quali, somministrate a lungo, finiscono per essere assorbite dall'individuo.

Seguendo il principio per cui, abbassando la temperatura, si tiene lontana la flemmasia, tennero sospesa nella sua poltrona alle travi del soffitto una donna malata di meningite, finché sopraggiunse il marito che li sbatté fuori casa.

Infine, con grande scandalo del parroco, avevano preso l'abitudine di introdurre il termometro nell'ano.

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Pagina 87

Il cielo, in alto, era trapunto di stelle: alcune brillavano in gruppi, altre in fila, oppure solitarie, a larghi intervalli. Una striscia di polvere luminosa, che si stendeva da settentrione a mezzogiorno, si biforcava sulle loro teste. Tra quei chiarori si aprivano grandi spazi vuoti, e il firmamento sembrava un mare d'azzurro, cosparso di arcipelaghi e di isolotti.

- Quante stelle! - esclamò Bouvard.

- E non le vediamo tutte! - replicò Pécuchet. - Dietro la Via Lattea, ci sono le nebulose: al di là delle nebulose altre stelle ancora; e la più vicina dista da noi trecento bilioni di miriametri.

Aveva guardato spesso nel telescopio di place Vendôme e si ricordava le cifre.

- Il Sole è un milione di volte più grande della Terra, Sirio ha una grandezza pari a dodici volte quella del Sole, alcune comete misurano trentaquattro milioni di leghe.

- C'è da diventare matti - disse Bouvard.

Deplorò la sua ignoranza e rimpianse di non essere stato da giovane al Politecnico.

Allora Pécuchet, facendolo voltare verso l'Orsa Maggiore, gli mostrò la Stella Polare, poi Cassiopea, che forma un ipsilon con la sua costellazione, Vega della Lira tutta scintillante e, in fondo all'orizzonte, la rossa Aldebaran.

Bouvard, con la testa arrovesciata all'indietro, seguiva faticosamente i triangoli, i quadrilateri, i pentagoni che bisogna immaginare per orientarsi in cielo.

Pécuchet continuò:

- La velocità della luce è di ottantamila leghe al secondo. Un raggio della Via Lattea impiega sei secoli a giungere fino a noi: così che una stella, mentre l'osserviamo, può essere già scomparsa. Molte sono intermittenti, altre non ritornano mai, e cambiano posto; tutto si agita, tutto passa.

- Il Sole però è immobile.

- Lo si credeva un tempo; ma i dotti hanno annunciato ora che si muove verso la costellazione di Ercole!

Ciò turbava le idee di Bouvard; dopo un minuto di riflessione, replicò:

- La scienza si basa sui dati forniti da un certo angolo dell'universo. Forse essi non si adattano a tutto il rimanente, ancora ignoto e molto più grande, impossibile da scoprire.

Parlavano così sulla collinetta, alla luce delle stelle, e i loro discorsi erano interrotti da lunghi silenzi.

Infine si chiesero se ci fossero degli uomini nelle stelle. Perché no? E, poiché la creazione è retta da leggi di armonia, gli abitanti di Sirio dovevano essere smisurati, quelli di Marte di dimensioni medie, quelli di Venere piccolissimi. A meno che non fossero gli stessi dappertutto? C'erano anche là commercianti, gendarmi; anche là si trafficava, ci si batteva, si scalzavano i re dal trono!...

A un tratto delle stelle cadenti scivolarono nel cielo, descrivendo la parabola di un razzo mostruoso.

- Guarda! - disse Bouvard. - Mondi che scompaiono.

Pécuchet riprese:

- Se anche il nostro, a sua volta, facesse una capriola, i cittadini delle stelle non sarebbero più emozionati di quanto siamo noi ora. Simili idee soffocano ogni senso di orgoglio.

- Qual è il fine di tutto questo?

- Forse non c'è un fine?

- Eppure...!

E Pécuchet ripeté due o tre volte «eppure», senza trovare altro da dire.

- Non importa, vorrei sapere lo stesso come è fatto l'universo.

- Ci deve essere nel Buffon! - rispose Bouvard, a cui si chiudevano gli occhi.

- Non ne posso più, vado a dormire.

Le Epoche della Natura insegnarono loro che una cometa, urtando il Sole, ne staccò una parte, divenuta poi la terra. Dapprima i poli si erano raffreddati. Tutte le acque avevano circondato il globo, poi si erano ritirate nelle caverne; infine i continenti si erano divisi ed erano apparsi gli animali e l'uomo.

La maestà della creazione li riempì di uno stupore infinito come l'universo. La loro mente si apriva. Erano fieri di riflettere su argomenti tanto sublimi.

Ma i minerali presto li stancarono e ricorsero, per distrarsi, alle Armonie di Bernardin de Saint-Pierre.

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Pagina 91

Dumouchel, mandando loro la fattura, li pregò di raccogliere per lui ammoniti e ricci di mare, curiosità che lo interessavano sempre, facili a trovarsi nel loro paese. Per invogliarli alla geologia, mandò loro le Lettere di Bertrand e il Discorso di Cuvier sui cataclismi terrestri.

Dopo queste letture, si immaginavano le cose in questo modo: dapprima un immenso specchio d'acqua, da cui emergevano dei promontori sparsi di licheni; non un essere vivente, non un grido. Era un mondo silenzioso, immobile e nudo; poi delle lunghe piante cominciavano ad agitarsi in una nebbia simile al vapore di una stufa. Un sole incandescente riscaldava fortemente l'atmosfera umida. Poi i vulcani eruttavano fuoco, le rocce ignee si staccavano dalle montagne, e la lava, fluida di porfidi e di basalti, si coagulava. Terzo quadro: nei mari poco profondi sorgevano isole di madreperla, ombreggiate da ciuffi di palme sparsi qua e là. Si vedevano conchiglie simili alle ruote di un carro, tartarughe lunghe tre metri, lucertole di sessanta piedi; gli anfibi allungavano fra le canne un collo di struzzo, sormontato da mascelle di coccodrillo. Serpenti alati si alzavano a volo. Infine sui grandi continenti apparivano i grandi mammiferi, con membra spropositate, simili a pezzi di legno mal squadrati, con la cute più dura di una piastra di bronzo: oppure vellosi, con labbra tumide, ornati di criniere e muniti di zanne ritorte. Mandrie di mammut brucavano nella pianura dove poi si formò l'Atlantico: il paleoterio, mezzo cavallo e mezzo tapiro, scompigliava col grugno i formicai di Montmartre, e il cervo gigante tremava, sotto i castagni, alla vista dell'orso delle caverne, che faceva latrare nella sua tana il cane di Beaugency, alto tre volte un lupo.

Tutte queste epoche erano separate da grandi cataclismi, l'ultimo dei quali è il diluvio biblico. Era come una fantasia in più atti, culminante nella comparsa dell'uomo.

Si stupirono d'imparare che su alcune pietre si potevano vedere le impronte di libellule e di zampe di uccelli e, sfogliato uno dei manuali Roret, si misero a cercare dei fossili.

Un pomeriggio, mentre stavano rigirando dei selci in mezzo alla via maestra, passò il parroco e, rivolgendosi a loro con voce insinuante, chiese:

- I signori si occupano di geologia? Benissimo!

Egli infatti aveva in grande considerazione questa scienza, che conferma l'autorità delle Sacre Scritture, provando la veridicità del diluvio.

Bouvard parlò dei coproliti, che sono escrementi pietrificati di animali.

Don Jeufroy parve sorpreso del fatto: ma in fin dei conti, se il fenomeno ha luogo, è una ragione in più per ammirare la Provvidenza.

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Tuttavia la storia della luce boreale li aveva colpiti e la cercarono nel manuale del d'Orbigny.

Era un'ipotesi per spiegare la ragione per cui i vegetali fossili della Baia di Baffin assomiglino alle piante equatoriali. Si immagina che, al posto del sole, ci fosse un gran fuoco luminoso, ora scomparso, di cui le aurore boreali sono forse le vestigia.

Poi venne loro un dubbio sull'origine dell'uomo e, imbarazzati, pensarono a Vaucorbeil.

Le sue minacce non avevano avuto seguito. Come un tempo, passava tutte le mattine davanti al loro cancello, sfiorando col bastone tutte le sbarre, una dopo l'altra.

Bouvard lo aspettò e, fermatolo, disse di volergli sottoporre una questione di antropologia.

- Credete che il genere umano discenda dai pesci?

- Che bestialità!

- O piuttosto dalle scimmie?

- Direttamente non è possibile!

Di chi fidarsi? Il dottore, oltretutto, non era un cattolico!

Continuarono i loro studi, ma senza entusiasmo, stufi dell'eocene e del miocene, del monte Jorullo, dell'isola Ferdinandea, dei mammut della Siberia e di fossili paragonati, senza eccezione, da tutti gli autori, a «medaglie che sono autentiche testimonianze», tanto che un giorno Bouvard scagliò a terra lo zaino, dichiarando che non ne voleva più sapere.

La geologia è troppo lacunosa! Sappiamo sì e no qualcosa dell'Europa. In quanto al resto, compresi i fondali marini, saranno sempre ignorati.

E, poiché Pécuchet aveva pronunciato la parola «regno minerale», aggiunse:

- Non ci credo al regno minerale! Infatti materie organiche hanno partecipato alla formazione della silice, della creta e, forse, dell'oro! Il diamante non è stato prima carbone? L'antracite non è un ammasso di vegetali? Riscaldandola a una certa temperatura si ottiene della segatura, tanto è vero che tutto passa, tutto scorre, tutto si trasforma. La creazione ha un carattere instabile e fugace: meglio sarebbe non occuparsene affatto!

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Pagina 122

Allora Bouvard e Pécuchet si buttarono nell'archeologia celtica.

Secondo questa scienza, gli antichi Galli, nostri antenati, adoravano Kirk e Kron, Taranis, Esus, Netalemnia, il Cielo e la Terra, il Vento, le Acque, e, sopra tutto, il grande Teutate, il Saturno dei pagani. Saturno, quando regnava nella Fenicia, aveva sposato una ninfa, chiamata Anobret, e da lei aveva avuto un bambino di nome Jeüd; e Anobret ha gli stessi caratteri di Sara, e Jeüd fu sacrificato, o stette per esserlo, come Isacco. Perciò Saturno è identificato con Abramo, e da ciò si può dedurre che la religione dei Galli poggiava sugli stessi principi di quella dei Giudei.

La loro società era perfettamente organizzata. La prima classe comprendeva il popolo, la nobiltà e il re; la seconda i giureconsulti; e nella terza, la più elevata, erano raggruppati, secondo Taillepied, «i diversi tipi di filosofi», cioè i Druidi o Saronidi, divisi poi in Eubagi, Bardi e Vati.

I primi profetizzavano, i secondi cantavano, gli altri insegnavano la botanica, la medicina, la storia e la letteratura, in breve, «tutte le arti dell'epoca loro». Pitagora e Platone furono loro allievi. Insegnarono la metafisica ai Greci, la magia ai Persiani, l'arte divinatoria agli Etruschi e, ai Romani, la stagnatura del rame e il commercio dei prosciutti.

Ma di questo popolo, che aveva dominato il mondo antico, non restavano che pietre, isolate o a gruppi di tre, disposte in forma di galleria o formanti un recinto.

Bouvard e Pécuchet, pieni di ardore, studiarono successivamente la Pierre-du-Post a Ussy, la Pierre-Couplée di Guest, la Pierre-du-Jarier, vicino a Laigle, e molte altre ancora.

Tutti quei blocchi dall'aspetto ugualmente insignificante ben presto li annoiarono; e un giorno, dopo aver visitato il menhir del Passais, stavano per tornare indietro quando la loro guida li condusse in un bosco di faggi, ingombro di massi di granito simili a piedestalli o a mostruose tartarughe.

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La rivoluzione è, per alcuni, un avvenimento diabolico, per altri una sublime eccezione. Naturalmente i caduti di ciascuna delle due parti sono dei martiri.

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Del resto le date non sono sempre autentiche. Vennero a sapere da un manuale di scuola che la nascita di Gesù deve essere fissata cinque anni più tardi della data citata solitamente, che i Greci avevano tre modi di contare le Olimpiadi, e i Latini facevano cominciare l'anno a otto date diverse. Tutte occasioni di equivoci, oltre quelli che risultano dallo zodiaco, dalle ere e dai calendari differenti.

E dall'indifferenza per le date passarono a quella per i fatti.

Ciò che importa è la filosofia della Storia!

Bouvard non riuscì a finire il celebre discorso di Bossuet.

- L'aquila di Meaux vuole prenderci in giro! Dimentica la Cina, le Indie e l'America! Ma si preoccupa di farci sapere che Teodosio era la gioia dell'Universo, che Abramo «trattava confidenzialmente i re», e che la filosofia dei Greci deriva dagli Ebrei. La sua predilezione per gli Ebrei mi irrita.

Pécuchet fu d'accordo e volle che Bouvard leggesse Vico.

- Come si può sostenere - obiettava questi - che delle favole siano più vere della verità degli storici?

Pécuchet si sforzò di spiegargli i miti, perdendosi nel labirinto della Scienza Nuova.

- Puoi forse negare i disegni della Provvidenza?

- Non li conosco! - replicava Bouvard.

Decisero di affidarsi a Dumouchel.

Il professore confessò di essere in quel momento piuttosto sconcertato in fatto di storia.

«Cambia tutti i giorni. Si contestano l'esistenza dei re di Roma e i viaggi di Pitagora. Si attaccano Belisario, Guglielmo Tell e perfino il Cid, che, grazie alle ultime scoperte, è sceso al ruolo di semplice bandito. C'è da augurarsi che non si facciano più scoperte; e l'Istituto stesso dovrebbe stabilire una specie di canone che prescriva ciò a cui si deve credere!»

In un post-scriptum aggiungeva alcune regole critiche annotate al corso di Daunou:

«Citare come prova la testimonianza delle folle non è una prova valida: nessuno può risponderne».

«Rifiutate tutto ciò che appare impossibile. Fu mostrata a Pausania la pietra inghiottita da Saturno».

«L'architettura può mentire; per esempio, l'Arco di Tito, nel Foro Romano, in cui questi è detto vincitore di Gerusalemme, mentre Gerusalemme fu conquistata prima di lui da Pompeo».

«Le medaglie qualche volta ingannano; sotto Carlo IX si batterono monete con il conio di Enrico II».

«Tenete conto dell'abilità dei falsari, delle opinioni settarie degli apologisti e dei calunniatori».

Pochi storici hanno lavorato tenendo presenti queste regole; tutti, piuttosto, in vista di un fine particolare, di una fede religiosa, di una nazione, di un partito, di un sistema; oppure per ingraziarsi i re, consigliare i popoli, offrire degli esempi morali.

Gli altri, quelli che sostengono di narrare i fatti, non valgono di più; perché non si può dir tutto e bisogna fare una scelta. Ma nella scelta dei documenti entra in gioco un certo punto di vista: e poiché esso varia da scrittore a scrittore, mai la storia potrà avere carattere stabile.

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Conclusero che la sintassi è pura fantasia e la grammatica un'illusione.

Ormai, del resto, la nuova retorica insegnava che si deve scrivere come si parla, e che qualsiasi cosa va bene purché sia stata sentita e osservata.

Poiché avevano sentito e credevano di aver osservato, pensarono di essere capaci di scrivere: un'opera teatrale è difficile per i limiti necessariamente posti al soggetto e all'ambiente, ma il romanzo è molto più libero. E cercarono nei loro ricordi, per costruirne uno.

Pécuchet si ricordò di un capo-ufficio, un individuo molto grossolano, di cui sperava di vendicarsi in un libro.

Bouvard aveva conosciuto al caffè un vecchio, miserabile professore di calligrafia, sempre ubriaco: nessun personaggio poteva riuscire più buffo di questo.

Alla fine della settimana, pensarono di fondere i due argomenti in uno solo; ma non ne venne fuori nulla, e passarono ad altri soggetti: una donna che provoca la rovina di una famiglia; una donna, un marito, un amante; una donna virtuosa per un difetto costituzionale, un uomo ambizioso, un prete indegno.

Cercavano di collegare a questi schemi incerti avvenimenti esistenti nel loro ricordo, e tagliavano e aggiungevano continuamente. Pécuchet voleva sentimenti e idee, Bouvard immagini e colore; presto cominciarono a non andar più d'accordo, e ciascuno di essi si meravigliò che l'altro avesse una fantasia tanto limitata.

La scienza detta estetica forse poteva risolvere le loro divergenze. Un amico di Dumouchel, professore di filosofia, mandò loro una lista di opere sull'argomento. Si misero a lavorare ciascuno per conto proprio, comunicandosi poi a vicenda le riflessioni fatte sulle letture.

Prima di tutto che cos'è il bello?

Secondo Schelling è l'infinito che si esprime nel finito; per Reid è una qualità occulta; per Jouffroy è un valore non analizzabile; secondo de Maistre, è ciò che è virtuoso, per P. André, ciò che è razionale.

Esistono molti tipi di bello: c'è un bello per la scienza; ad esempio, la geometria è bella; un bello morale: infatti non si può negare che la morte di Socrate sia bella; un bello proprio del regno animale, che, per il cane, consiste nell'odorato. Un maiale non può essere bello, per le sue immonde abitudini, e nemmeno un serpente, perché suscita in noi l'idea di cose basse e striscianti. I fiori, le farfalle, gli uccelli possono essere belli. Infine, la più importante condizione della Bellezza consiste nella varietà.

- Tuttavia - obiettò Bouvard - due occhi strabici sono più vari di due occhi diritti, ma producono, di solito, un effetto meno piacevole.

Poi si dedicarono alla questione del sublime.

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Ma come, pensarono, questo sarebbe il dio del '93, i pontefice della democrazia!

Tutti i riformatori lo hanno copiato; e si procurarono l' Esame del Socialismo di Morant.

Il primo capitolo espone la teoria saintsimoniana.

Al vertice della società è il Padre, papa e imperatore a un tempo. È abolita l'eredità, e i beni mobili e immobili costituiscono un fondo sociale, sfruttato gerarchicamente. Gli industriali sono chiamati ad amministrare i beni pubblici. Ma non c'è da temere: capo supremo sarà «colui che ama più di tutti gli altri».

Manca una cosa sola, la Donna. Dall'arrivo della Donna dipende la salvezza del mondo.

- Non capisco!

- Nemmeno io!

Si dedicarono al fourierismo.

Tutti i mali vengono dalla Costrizione: si lascino agire liberamente le forze di Attrazione e si ristabilirà l'Armonia.

La nostra anima racchiude dodici sentimenti principali: cinque egoistici, quattro animici, tre distributivi. I primi riguardano l'individuo, gli altri la collettività, gli ultimi l'insieme di più collettività, o serie, il cui complesso costituisce la Falange, comunità di milleottocento persone, che abitano in un palazzo. Ogni mattina, delle vetture portano i lavoratori in campagna, e ogni sera li riconducono a casa. Si portano in giro dei gagliardetti, si danno delle feste, si mangiano dolciumi. Ogni donna, se vuole, può avere tre uomini: il marito, l'amante e il padre. Per i celibi si istituisce una forma di concubinaggio.

- Questo mi piace - affermò Bouvard.

E si perdette nei sogni di questo mondo perfetto.

Inoltre, il clima si ristabilirà e la terra diventerà più bella: e la vita umana sarà più lunga, in conseguenza degli incroci di razza. Si potranno dirigere le nuvole come si fa oggi col fulmine, e la notte si farà piovere sulle città per pulirle. Le navi solcheranno i mari polari, disgelati dai raggi dell'aurora boreale. Ogni cosa infatti si opera attraverso la congiunzione dei fluidi maschile e femminile, che emanano dai poli, e le aurore boreali sono un segno dell'erotismo esistente nella terra, una emissione prolifica.

- Ciò mi convince! - disse Pécuchet.

Dopo Saint-Simon e Fourier, il problema si riduce a questioni di stipendio.

Louis Blanc, nell'interesse degli operai, vuole che si abolisca il commercio estero. La Farelle che si imponga l'uso delle macchine, un altro che si diminuisca il prezzo delle vivande, e che si rifacciano le prepositure, oppure che si distribuiscano delle minestre. Proudhon immagina una tariffa uniforme, e rivendica allo Stato il monopolio dello zucchero.

- I tuoi socialisti - notò Bouvard - esigono sempre la tirannia.

- Ma no!

- È proprio così!

- Sei assurdo!

- E tu mi scandalizzi!

Si fecero spedire delle opere di cui non conoscevano che i sommari. Bouvard segnò parecchi punti, e, facendoli vedere a Pécuchet, esclamò:

- Leggi coi tuoi occhi! Ci danno come esempio gli Esseni, i Fratelli Moravi, i gesuiti del Paraguay, e perfino la vita delle prigioni.

«Secondo gli Icariani, la colazione deve essere fatta in venti minuti, e le donne devono partorire all'ospedale; in quanto ai libri, non si può stampare senza l'autorizzazione della Repubblica.»

- Ma Cabet è un idiota.

- E adesso, ecco Saint-Simon: i pubblicisti sottoporranno i loro lavori a un comitato di industriali. E Pierre Leroux: si potranno costringere per legge i cittadini ad ascoltare un oratore. E Auguste Comte: i preti avranno l'educazione della gioventù, dirigeranno tutte le attività spirituali, obbligheranno il governo a regolamentare la procreazione.

Queste testimonianze rattristarono Pécuchet. La sera, a cena, replicò:

- Che ci siano, negli utopisti, delle affermazioni ridicole, sono d'accordo con te: tuttavia meritano la nostra ammirazione. Le brutture del mondo li addoloravano profondamente, e hanno sopportato sofferenze di ogni genere, per renderlo migliore. Pensa a Tommaso Moro, decapitato, Campanella torturato sette volte, Buonarroti a cui fu passata una catena intorno al collo, Saint-Simon che moriva di fame e molti altri. Avrebbero potuto vivere tranquilli: ma no! hanno preferito seguire il loro cammino, con lo sguardo rivolto al cielo, come degli eroi.

- E tu credi che il mondo cambierà per merito delle teorie di quei signori? - chiese Bouvard.

- Che importa! - rispose Pécuchet. - È ora di smetterla di crogiolarsi nell'egoismo! Cerchiamo il sistema migliore!

- E tu credi di trovarlo?

- Certo!

- Tu?

Bouvard fu preso da un tale accesso di riso, che le spalle e il ventre gli sobbalzarono in sincronia.

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Pagina 238

Cos'è dunque la materia? Cosa lo spirito? Da che deriva l'influenza dell'uno sull'altro e viceversa?

Per rendersene conto, fecero delle ricerche in Voltaire, Bossuet, Fénelon e rinnovarono perfino l'abbonamento a un gabinetto di lettura.

Gli antichi maestri erano inaccessibili per la lunghezza delle opere e per la difficoltà del linguaggio, ma Jouffroy e Damiron li iniziarono alla filosofia moderna; possedevano anche degli autori della filosofia del secolo scorso.

Bouvard derivava le sue argomentazioni da La Mettrie, Locke, Helvétius; Pécuchet da Cousin, Thomas Reid, Gérando. Il primo si teneva legato all'esperienza, l'altro era tutto rivolto all'ideale. C'era un po' di Aristotele in Bouvard e un po' di Platone in Pécuchet. Discutevano:

- L'anima è immateriale! - diceva uno.

- Niente affatto! - rispondeva l'altro. - La pazzia, il cloroformio, un salasso la sconvolgono, e, poiché non sempre pensa, non può essere una sostanza che non faccia altro che pensare.

- Eppure, - obiettava Pécuchet, - io ho in me qualcosa di superiore al mio corpo, che qualche volta è in contraddizione con esso.

- Un essere nell'essere? L' homo duplex! Suvvia! Le diverse tendenze sono il segno di cause diverse, ecco tutto.

- Ma questo qualcosa, quest'anima, rimane identica sotto i cambiamenti esteriori. Quindi essa è semplice, indivisibile e perciò spirituale.

- Se l'anima fosse semplice, - replicò Bouvard, - il neonato potrebbe ricordare e immaginare come un adulto! Il pensiero invece segue lo sviluppo del cervello. In quanto al fatto che sia indivisibile, il profumo di una rosa e l'appetito di un lupo non possono essere tagliati a metà più di un'affermazione o di un volere.

- Non importa! - rispose Pécuchet. - L'anima non ha le caratteristiche della materia!

- Ammetti il peso? - riprese Bouvard. - Se la materia può cadere, può anche pensare. E siccome ha avuto un inizio, la nostra anima deve anche finire; essendo poi dipendente dai suoi organi, deve sparire con essi.

- Ma io sostengo che sia immortale! Dio non può volere...

- E se Dio non esistesse?

- Come?

E Pécuchet espose le tre prove cartesiane: primo, Dio è nell'idea che noi ne abbiamo; secondo, l'esistenza di Dio è possibile; terzo, essendo finito, come potrei avere un'idea dell'infinito? Poiché abbiamo questa idea, essa ci deve venire da Lui e perciò Dio esiste.

Poi passò alla prova della coscienza, alla tradizione dei popoli, al bisogno di un creatore.

- Quando vedo un orologio...

- Sì, sì, lo so! Ma dov'è il padre dell'orologiaio?

- Occorre una causa, tuttavia!

Bouvard dubitava delle cause:

- Quando a un fenomeno succede un fenomeno si conclude che questo deve derivare da quello. Provatelo!

- Ma lo spettacolo dell'universo denota un'intenzione, un piano!

- Perché? Il male è organizzato altrettanto perfettamente del bene. Il verme che si insinua nella testa della pecora e la fa morire equivale, nell'anatomia, alla pecora stessa. Le mostruosità superano gli organi che funzionano regolarmente. Il corpo umano avrebbe potuto essere costruito un po' meglio. Tre quarti del globo sono sterili; e la Luna, quella specie di lampadario, non si fa vedere sempre! Credi proprio che l'Oceano fosse destinato a essere navigato, e che il legno degli alberi dovesse servire a riscaldarci la casa?

Pécuchet rispose:

- Eppure lo stomaco è fatto per digerire, le gambe per camminare, l'occhio per vedere, anche se ci sono le dispepsie, le fratture, le cataratte. Non c'è nulla che non sia disposto per un fine! Gli effetti si producono al momento o più tardi. Tutto è sottoposto a delle leggi, e perciò vi sono delle cause finali.

Bouvard pensò che forse Spinoza gli potesse fornire qualche argomento e scrisse a Dumouchel, per avere la traduzione di Saisset.

Dumouchel gliene mandò una copia, che apparteneva al suo amico Varelot, in esilio dal due dicembre.

L' Etica li spaventò con i suoi assiomi e i suoi corollari: lessero soltanto i passi segnati a matita e capirono questo:

La sostanza è ciò che è in sé e per sé, e non ha causa né origine alcuna. Questa sostanza è Dio.

È soltanto l'estensione, e l'estensione non ha limiti. Con che cosa si potrebbe limitarla?

Ma, sebbene sia infinita, la sostanza non è l'assoluto infinito, perché contiene un solo tipo di perfezione, mentre l'assoluto le comprende tutte.

Spesso si fermavano per riflettere con comodo. Pécuchet fiutava tabacco e Bouvard era rosso per l'attenzione.

- Ti diverti?

- Sì, certo! va' avanti!

Dio si manifesta in un numero infinito di attributi che esprimono, ciascuno a suo modo, l'infinità del suo essere. Ne conosciamo solo due: l'estensione e il pensiero.

Da questi derivano innumerevoli modi, che ne contengono altri.

Chi potrà abbracciare a un tempo tutta l'estensione e tutto il pensiero, non vi potrà vedere alcuna contingenza, niente di accidentale, ma una serie geometrica di termini, legati fra loro da leggi necessarie.

- Come sarebbe bello! - esclamò Pécuchet.

Dunque, non c'è libertà né per l'uomo né per Dio.

- Hai capito? - disse Bouvard.

Se Dio avesse una volontà, un fine, se agisse per una causa, significherebbe che è spinto da una necessità, e mancherebbe in qualche modo di perfezione, non sarebbe più Dio.

E il nostro mondo non è che un punto nel complesso delle cose, e l'universo, impenetrabile alla nostra conoscenza, è solo una parte di una infinità di universi, che subiscono, insieme col nostro, una infinità di modificazioni. L'estensione comprende il nostro universo, ma è compresa in Dio, che contiene nel suo pensiero tutti gli universi possibili, e il cui pensiero è, a sua volta, compreso nella sostanza.

E gli sembrava di essere su un pallone aerostatico, di notte, in mezzo a un freddo glaciale, trascinati in una corsa senza fine verso un abisso senza fondo, circondati soltanto dall'inafferrabile, dall'immobile, dall'eterno. Era troppo: vi rinunciarono.

Spinti dal desiderio di qualche cosa di meno astruso, comprarono il Corso di Filosofia ad uso delle scuole, di Guesnier.

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Pagina 252

Erano nel vigneto e, al di là del cancello, passò il parroco, col breviario in mano.

Pécuchet lo pregò di entrare, per finire davanti a lui la sua esposizione di Hegel e per sentire un po' che cosa ne avrebbe detto.

Il prete si sedette vicino a loro e Pécuchet cominciò col Cristianesimo:

- Nessuna religione ha stabilito tanto bene questa verità: «La natura non è che un momento dell'idea»!

- Un momento dell'idea? - mormorò il prete stupefatto.

- Ma sì! Dio, prendendo forma visibile, ha mostrato la sua unione consustanziale con essa.

- Con la natura! Oh, oh!

- Con la sua morte, ha testimoniato l'essenza della morte; quindi la morte era in lui, faceva e fa parte di Dio.

L'abate si accigliò:

- Non bestemmiate! È per la salvezza del genere umano che Dio ha sopportato tante sofferenze.

- Errore! Si considera la morte nell'individuo, per cui essa è indubbiamente un male, ma in relazione alle cose si tratta di altro. Non separate lo spirito dalla materia!

- Eppure, signore, prima della creazione...

- Non c'è mai stata creazione. Ogni cosa è esistita sempre. Altrimenti un essere nuovo si aggiungerebbe al pensiero divino e ciò è assurdo.

Il prete si alzò: i suoi affari lo richiamavano altrove.

- Mi vanto di averlo battuto! - esclamò Pécuchet. - Ancora una parola! Poiché il mondo non è che un continuo passaggio dalla vita alla morte e dalla morte alla vita, tutto è ben lontano dall'essere, e niente è; ma tutto diviene. Mi capisci?

- Sì, capisco! anzi, no!

Infine l'idealismo esasperò Bouvard:

- Non voglio più saperne; il famoso cogito mi secca. Si prendono le idee delle cose per le cose stesse. Si spiega ciò che si capisce pochissimo per mezzo di termini che non si capiscono affatto! Sostanza, estensione, forza, materia e anima: tutte astrazioni, immaginazioni. In quanto a Dio, è impossibile sapere com'è, perfino se è! Un tempo era causa del vento, della folgore, delle rivoluzioni. Ora è in ribasso; del resto non ne vedo l'utilità.

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Pagina 255

- I vizi sono proprietà della natura, come le inondazioni e le tempeste.

Il notaio lo interruppe e, sollevandosi a ogni parola sulla punta dei piedi, proclamò:

- Trovo il vostro sistema del tutto immorale. Dà adito a tutte le dissolutezze, scusa i delitti, rende innocenti i colpevoli.

- Perfettamente, - replicò Bouvard. - L'infelice che segue il proprio istinto è nel suo diritto, come l'uomo onesto che segue la ragione.

- Non difendete delle mostruosità!

- Perché mostruosità? Quando vediamo nascere un cieco, un idiota, un omicida, chiamiamo tutto ciò disordine, come se potessimo conoscere l'ordine, come se la natura agisse per un fine!

- Allora voi contestate che ci sia la Provvidenza?

- Sì, lo contesto!

- Guardate nella storia - esclamò Pécuchet. - Ricordatevi i regicidi, i massacri dei popoli, i dissensi tra le famiglie, i dolori dei singoli.

- E nello stesso tempo, - aggiunse Bouvard (e si eccitavano l'un l'altro), - questa Provvidenza si prende cura degli uccellini e fa rispuntare le zampe dei gamberi! Ah! se intendete per la Provvidenza una legge che regola tutto, l'ammetto!

- Eppure, signore, - disse il notaio, - esistono dei principi!

- Che cosa mi venite a raccontare! La scienza, dopo Condillac, è tanto più progredita quanto meno ne ha bisogno!

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Pagina 258

L'idea della morte li colse. Durante il ritorno ne parlarono.

Dopo tutto, essa non esiste. Si va a finire nella rugiada, nel vento, nelle stelle; si diventa una parte della linfa degli alberi, dello splendore delle pietre preziose, delle piume degli uccelli. Si ridà alla natura ciò che essa ci ha prestato e il Nulla che ci sta davanti non è più spaventoso del Nulla che si trova dietro di noi.

Cercavano di immaginarla sotto l'aspetto di una notte cupa, di un buco senza fondo, di un continuo deliquio; qualsiasi cosa era meglio di quell'esistenza monotona, assurda, senza speranze.

Ricapitolarono i loro bisogni insoddisfatti. Bouvard aveva sempre desiderato cavalli, carrozze, grandi vini di Borgogna e belle donne compiacenti in una splendida casa. L'ambizione di Pécuchet era la sapienza filosofica. Ora, il più vasto dei problemi, quello che comprende tutti gli altri, può essere risolto in un minuto. Quando sarebbe giunto quel minuto?

- Tanto vale finirla subito.

- Come vuoi - disse Bouvard.

E presero in esame la questione del suicidio.

È un male gettar via un fardello che vi opprime, e commettere un'azione che non fa male a nessuno? E se ciò offendesse Dio, lo potremmo fare? Non è una vigliaccheria, per quanto se ne dica, ma un bell'atto di superbia disprezzare, sia pure a proprio svantaggio, ciò che gli uomini stimano di più.

Si misero d'accordo sul genere di morte da scegliere.

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Pagina 284

Pécuchet parlò prima di cose indifferenti; poi, gettata lì la parola martire, chiese:

- Quanti credete siano stati?

- Una ventina di milioni almeno.

- Secondo Origene, non sono tanto numerosi.

- Ma Origene, come sapete, è sospetto!

Passò una lunga folata di vento, che fece piegare l'erba nei fossati e i due ordini di olmi che si stendevano all'orizzonte.

Pécuchet riprese:

- Si classificano fra i martiri molti vescovi galli, morti nella lotta contro i Barbari, il che non ci interessa più.

- Volete per caso difendere gli imperatori?

Secondo Pécuchet erano stati calunniati.

- La storia della legione tebana è una leggenda. Vi contesto nello stesso modo Sinforosa e i suoi sette figli, Felicita e le sue sette figlie, le sette vergini di Ancira condannate a essere violentate, benché settantenni, le undicimila vergini di Sant'Orsola, una delle cui compagne si chiamava Undecemilla, nome che fu preso per un numero; e tanto più i dieci martiri di Alessandria!

- Eppure... Eppure si trovano in autori degni di fede.

Caddero le prime gocce. Il parroco aprì l'ombrello, e Pécuchet, dopo che vi si fu riparato, osò sostenere che i cattolici avessero fatto più martiri tra gli ebrei, i musulmani, i protestanti e i liberi pensatori, di quanti non ne avessero sulla coscienza gli antichi romani.

Il prete protestò:

- Ma se si contano dieci persecuzioni da Nerone a Galerio!

- Va bene! E i massacri degli albigesi? E la notte di San Bartolomeo? E la revoca dell'Editto di Nantes?

- Eccessi deplorevoli, certo; ma non vorrete mettere a confronto quella gente con Santo Stefano, San Lorenzo, San Cipriano, San Policarpo e tutta una folla di missionari.

- Scusate! Vi posso ricordare Ipazia, Girolamo da Praga, Jan Hus, Bruno, Vanini e Anne du Bourg!

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Pagina 292

Pécuchet tornò a casa malinconico: aveva sperato di poter raggiungere l'accordo tra fede e ragione.

Bouvard gli fece leggere questo passo di Louis Hervieu:

«Per conoscere l'abisso che le separa, mettete a confronto i loro assiomi. La ragione ci dice: Il tutto comprende la parte. La fede ci risponde: grazie alla transustanziazione, Gesù, quando comunicava con i suoi apostoli, aveva il suo corpo nella mano e la sua testa nella bocca. La ragione dice: Non si è responsabili dei delitti degli altri; e la fede risponde: sì, con il peccato originale. La ragione dice: Tre è uguale a tre; e la fede dichiara: l'uno è trino».

Non andarono più dall'abate.

Era l'epoca della guerra d'Italia.

Tutte le persone benpensanti tremavano per la sorte del Papa e tuonavano contro Vittorio Emanuele. La signora di Noaris arrivava fino ad augurargli la morte.

Bouvard e Pécuchet tentavano solo qualche timida protesta. Quando la porta del salone si apriva davanti a loro e guardavano la loro immagine riflessa nei grandi specchi, mentre, attraverso le finestre, si scorgevano i viali, tra il verde dei quali spiccava la giacchetta rossa di un domestico, provavano una sensazione gradevole; e il lusso dell'ambiente comunicava loro una certa indulgenza per le parole che vi sentivano pronunciare.

Il conte prestò loro tutte le opere di de Maistre: egli era solito esporne le teorie in una piccola cerchia di intimi: Hurel, il parroco, il giudice di pace, il notaio e il barone suo futuro genero, che veniva ogni tanto per un paio di giorni al castello.

- La cosa più abominevole - diceva il conte, - è lo spirito dell'89. Prima contestano Dio; poi criticano il governo, e infine arrivano ad affermare la libertà. Libertà di ingiuriare, di ribellarsi, di godere, o, piuttosto, libertà di saccheggiare; tanto che la religione e il potere sono costretti a proscrivere i ribelli e gli eretici. Si griderà certamente alla persecuzione, come se i boia perseguitassero i criminali. Concludo: non ci può essere Stato senza Dio! La legge può essere rispettata solo se viene dall'alto, e ora non si tratta degli italiani, ma di sapere chi vincerà, se la rivoluzione o il Papa, Satana o Gesù Cristo.

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- Voi non capite più il Cristianesimo! e la legge...

- Ne porta il segno! - interruppe il signor di Faverges. - Senza il Cristianesimo autorizzerebbe la poligamia!

Una voce ribatté:

- E che male ci sarebbe?

Era Bouvard, mezzo nascosto da una tenda.

- Si possono avere molte mogli, come i patriarchi, i mormoni, i musulmani ed essere un brav'uomo lo stesso.

- No! - gridò il prete. - L'onestà consiste nel rendere ciò che è dovuto. E noi dobbiamo omaggio a Dio. Perciò chi non è cristiano non è onesto!

- Come tanti altri -- replicò Bouvard.

Il conte, a cui sembrava che questa risposta mirasse ad attaccare la religione, si mise a esaltare la Chiesa: essa aveva liberato gli schiavi.

Bouvard fece delle citazioni che provavano il contrario.

- San Paolo raccomanda di obbedire ai padroni come a Gesù; Sant'Ambrogio chiama la schiavitù un dono di Dio; il Levitico, l'Esodo e i concili l'hanno sanzionata; Bossuet la classifica tra i diritti dei popoli e monsignor Bouvier l'approva.

Il conte obiettò che il Cristianesimo aveva, almeno, contribuito al progresso della civiltà.

- E della pigrizia, facendo della povertà una virtù!

- Eppure, signore, la morale del Vangelo?

- Oh, non parliamo di morale! Gli operai arrivati all'ultima ora sono pagati come quelli presenti fin dalla prima; si dà a chi possiede e si toglie a chi non ha nulla. In quanto al precetto di lasciarsi dare degli schiaffi senza restituirli e di lasciarsi derubare, non serve che a incoraggiare gli audaci, i vili e i bricconi!

Lo scandalo poi aumentò dopo che Pécuchet ebbe dichiarato che amava altrettanto il Buddismo!

Il prete scoppiò a ridere: - Ah! Ah! il Buddismo!

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Pagina 349

Sull'ideazione e il seguito di Bouvard e Pécuchet
di Ermanno Cavazzoni



Bouvard e Pécuchet si interrompe ad un certo punto del capitolo dieci per la morte improvvisa di Flaubert, la mattina dell'8 maggio 1880, emorragia cerebrale, hanno diagnosticato. Ma tra le sue tante carte rimaste, migliaia di pagine di abbozzi, riassunti, schemi, argomenti, è delineato il resto non ancora scritto del capitolo con il finale, che qui è stato riportato in conclusione del romanzo, per far capire come la vicenda andava a finire. I due compari, contenti e d'accordo, si fanno fare una doppia scrivania e si metteranno a copiare. A fare i copisti come una volta in ufficio? Non esattamente. Secondo il progetto totale di Flaubert qui finiva il primo volume; doveva seguire il secondo sulla nuova impresa dei due copisti che copiano, che cioè con penna, carta e calamaio, giungono finalmente all'attività più consona alla loro natura. In tutto il romanzo fin qui raccontato cos'erano stati Bouvard e Pécuchet? Due incapaci che si erano applicati via via a tutte le scienze e alle connesse attività, in base solo a letture e teorie lette, con conseguenze all'atto pratico sempre fallimentari; la loro indomabile stupidità è data da questa loro scienza libresca che si scontra con le cose, perché ogni teoria astratta applicata alla lettera, cioè copiata ciecamente senza esperienza, come una ricetta, non funziona o funziona male. Anche se ciascuno dei due, per la diversa fisiologia e il conseguente diverso carattere, parteggia sempre per la posizione teorica contrapposta all'altro compare, è sempre e comunque su entrambi i lati un fallimento. Flaubert, riprendendo un bellissimo fraseologismo della lingua francese, li definisce due onischi (vivre comme un cloporte, vivere come un onisco), quegli animaletti che stanno nascosti sotto i vasi, detti anche porcellini di terra, che di fronte a qualunque disturbo o pericolo sanno solo raggomitolarsi, chiudersi in una pallottolina, un po' insignificanti come loro due, che si arrotolano dentro ogni teoria libresca, e il mondo esterno che è più forte e indifferente alla sfera scientifica, li smentisce e li schiaccia, come schiaccerebbe senza scrupoli e difficoltà gli onischi. Le teorie prese da altri e copiate rotolano sul mondo come corpi sferici ed estranei, in balia delle forze naturali impreviste.

Percorse tutte le strade e tutti i disastri, alla fine il Bouvard e il Pécuchet si metteranno letteralmente a copiare; e qui doveva iniziare il secondo volume, di cui qualcosa si sa, per fortuna.

[...]

Ecco qualche campione sparso dallo Sciocchezzaio, cioè dalla massa di ritagli che i due avrebbero dovuto copiare, a documentare l'immensità dell'umana scemenza, che non si limitava a loro due (l'indicazione sommaria della fonte è tra parentesi).

- Giovanni, figlio di Enrico II, un giorno fece impiccare, subito prima di andare a pranzo, ventotto ostaggi di giovane età (Thierry, Storia della conquista dell'Inghilterra).

- Per avere un po' di tranquillità - aveva detto Marat - bisogna far cadere almeno 270 mila teste, questa è la mia posizione. Poiché l'assemblea rumoreggiava ha aggiunto: è atroce che si parli di libertà d'opinione e poi non mi si permetta di dire la mia (Louis Blanc, Rivoluzione francese).

- La Vergine Santa è uguale a Gesù Cristo, non per un'uguaglianza matematica, ma per un'uguaglianza di proporzione (Marie d'Agreda, Città mistica).

- Aceto da toilette dell'Immacolata Concezione. Vendita, rue du Havre (da un manifestino pubblicitario).

- Santa Brigida diceva che Maria Vergine aveva conservato il prepuzio di Gesù Cristo e che morendo l'aveva lasciato in eredità a san Giovanni Evangelista. Maria d'Agreda aggiunge che in Egitto Maria Vergine e san Giuseppe lo portavano un po' per uno: quando la Vergine teneva Gesù, dava il prepuzio a san Giuseppe, e san Giuseppe glielo ridava quando era lui a portare in braccio Gesù (Lenglet-Dufresnoy, Trattato storico e dogmatico sulle apparizioni).

- Come rimedio alla sterilità, moglie e marito mangino escrementi d'asino fritti. Mentre per dimenticare gli amici morti, mangiare cuore di scrofa farcito (Daremberg, La medicina e storia delle relative dottrine).

- Un marito è morto di colpo perché sua moglie gli ha scoreggiato in bocca (Raspail, Storia naturale della salute e della malattia).

- I Gesuiti hanno reso servizi eminenti alla letteratura e alla pubblica istruzione; ma l'importazione del tacchino ha coronato la loro gloria (A. de Saint-Gervais, Gli animali celebri).

- Le mammelle delle donne possono essere considerate al tempo stesso oggetti di divertimento e oggetti di utilità (Mutat e Patissier, Dizionario delle scienze mediche).

- L'atto genitale, lo ripetiamo, è della massima importanza: non ci stancheremo di raccomandare agli sposi, nel loro interesse e nell'interesse della loro progenie, di rivolgere ad esso una seria attenzione (Debay, La Venere feconda).

- Quanto impiega un cadavere a decomporsi completamente. Secondo Gosselin: 30 o 40 anni. Franck: da 24 a 25 anni. Walker: 7 anni. Pyler: 14 anni. Morte: 3 anni. Orfila: dai 15 ai 18 mesi. La media ufficiale in Francia è di 5 anni (A. Becquerel, Trattato d'igiene pubblica e privata).

- Un ufficiale di marina, M.G., s'è portato dietro per mari lontani la sua costipazione per più di vent'anni... aveva preso un purgante nella rada dell'isola d'Aix al momento di drizzare le vele e si è avuto l'effetto quando il bastimento è arrivato nel Senegal (Dizionario delle scienze mediche, art. «Costipazione»).

- Quanto all'arsenico, ecco un metallo che s'è guadagnato una trista celebrità (Girardin, Lezioni di chimica elementare).

- Il guano è divenuto il fondamento su cui poggia l'intero edificio sociale del Perù (H. Landrin, Manuale dei concimi).

- Paragonerei il contadino durante la mietitura a un generale d'armata durante la battaglia (A. de Rovine, La casa rurale).

- Calcoliamo che su cinquanta letterati ce ne sono trentaquattro abbastanza andati di cervello, e quindici completamente matti; i quindici sono filosofi (L. Veuillot, I liberi pensatori).

- L'insegnamento filosofico fa bere alla gioventù fiele di drago nel calice di Babilonia (Pio IX, Manifesto del 1847).

- L'ho tirata dolcemente a me per il collo, ho cercato le sue labbra e l'ho sotterrata nelle mie braccia (E. Feydeau, Fanny).

- Bisognerebbe seriamente pensare a cambiare vita. Ho già cambiato sarto; è un inizio (M. Raymond, Gli intimi).

- La ricchezza di un paese dipende dalla prosperità generale del paese (detto da Napoleone III, in La dinastia di La Palisse , «La Rive Gauche», 1865).

- L'arte di salare le aringhe fu inventata da Guglielmo Beuckelst; e dopo centocinquant'anni dalla sua morte Carlo V per onorarlo mangiò un'aringa sulla sua tomba (Rozet, Gli animali celebri).

- Appena un francese passa la frontiera, entra in territorio straniero («Corriere della Domenica», 15 dic. 1857).

- Il deputato Deguzée chiedeva nel giugno 1848 la deportazione in massa di tutti i giornalisti (M. Du Camp, Convulsioni di Parigi).

- Una femmina è di genio quando trasferisce le viscere in testa («Rivista di Parigi», 1° luglio 1854).

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