Copertina
Autore Marcello Fois
Titolo Dura madre
EdizioneEinaudi, Torino, 2003 [2001], Tascabili Letteratura 1175 , pag. 208, cop.fle., dim. 120x195x13 mm , Isbn 978-88-06-16705-9
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa italiana , gialli , noir
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Indice

 3  0. (quello che il bruco chiama morte...)
 8  1. (il posto, il cadavere)
12  2. (ancora qualche informazione sul posto)
18  3. (dubbi)
20  4. (Marongiu Raffaele, ed Ettore, e Michele)
24  5. (questi sono i tre campioni)
28  6. (tutto dà da pensare, se ci si pensa)
31  7. (domani che rientra)
34  8. (nel frattempo)
37  9. (il cane di Fronteddu)
41  10.(le pulci alle parabole)
44  11.(Costantino)
48  12.(quello che sappiamo da sempre)
49  13.(messaggi)
52  14.(sentiamola questa storia)
55  15.(la vita degli altri)
59  16.(figlia e serva)
61  17.(ci sono nemici e nemici)
64  18.(partiamo dal posto)
66  19.(mortu s'omine)
70  20.(nuvole basse)
[...]

 

 

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Pagina 3

0.

(quello che il bruco chiama morte...)


- Allora lo mandiamo? - aveva chiesto Costantino. - Vado alle poste e faccio un bel pacchetto, lo faccio da solo, mica devi venirci anche tu, - aveva annunciato proprio quando Dio si stava divertendo col tramonto. - Si diverte col tramonto, - commentò infatti.

Raffaele l'aveva guardato, poi si era girato verso l'ultima striscia d'azzurro porcellanoso del cielo: c'era anche una bava di nubi. Cosí scosse la testa come per dire che non era poi un gran divertimento.

Costantino succhiò una sigaretta fino a che non senti il sapore acre del filtro. - Allora? - chiese.

- Non lo so, - prese tempo Raffaele.

- Nessun problema, - si affrettò a rispondere Costantino, - amici come prima -. E lanciò la cicca oltre la ringhiera, giú nella vallata panoramica. - Lo faccio da solo.

- Non è vigliaccheria, - tentò Raffaele. - Forse è meglio aspettare.

Costantino sembrava piú assorto che mai a cogliere il momento esatto in cui si sarebbe passati dalla luce al buio. - Certo che è una bella fregatura, - disse come parlando a se stesso.

Raffaele non si voltò nemmeno. - Una bella fregatura, - ripeté.

Restarono in silenzio ad assaporare le stelle che cominciavano a spuntare e le luci di Oliena che facevano pulsare l'oscurità della vallata.

- pericoloso, quella è roba delicata, - commentò Raffaele prendendosi da fumare. La fiamma dell'accendino gli illuminò di netto il profilo, mettendo in evidenza la punta traslucida del naso.

- Chi lo sa se è pericoloso, - si limitò a dire Costantino.

- Io lo so, cazzo, non è mica una passeggiata al corso, mio fratello ci ha rimesso la pelle per quella roba!

- Be', ci ha rimesso la pelle perché non ha fatto la cosa giusta, ecco perché -. La voce di Costantino esprimeva un'insistenza piatta, quasi senza nerbo.

- Tu la fai troppo facile, - si lamentò Raffaele.

Costantino sorrise allungando una mano per dare due tiri alla sua sigaretta. - Lo so cosa vuoi dire, ma se non rischi non becchi un accidente, sono stufo di aspettare.

- Aspettare cosa, poi, - si chiese Raffaele porgendogli la sigaretta. - Certo questo fa incazzare.

- Lo vedi che ho ragione?

Anche la magia del paesaggio stava scomparendo come un film visto troppe volte.

- Prima mi dico che bisogna rassegnarsi, poi guardo le cose come stanno: ho già vent'anni, cazzo! Mi piacerebbe pagare una pizza a una ragazza, portarla su una moto come si deve, eh!

- Pagare una pizza... - ripeté Raffaele con un tono che lasciava intendere che non si sarebbe limitato a quello.

- Proprio cosi, cosa ti credi, che sono un maniaco sessuale come te?

- A volte mi sembra di impazzire, mi sembra proprio che non ce la faccio, - convenne Raffaele.

- C'è sempre questa, - disse Costantino alzando la mano destra.

- Merda, ho una fame che crepo, - disse Raffaele.

Si erano seduti su una panchina coperta di scritte: Efisio di Irgoli bonazzooo!!! Maria G. figa! Marco è froscio! Gary ti amo!! Rosy 84 è finita. Simone fatti i cazzi tuoi! Giovanna se la fa mettere in culo! Ce l'ho lungo trenta centimetri chiamami al...

- Tu solo mangiare e scopare, - si limitò a dire Costantino leggendo nel listello della panchina tra le sue gambe aperte che Giusy M. 82 amava Max 80.

- Ma quale scopare, - si schermi Raffaele, - per una volta. Se non lo puoi rifare tanto vale non farlo nemmeno una volta, che poi si sta peggio.

- Meglio una che niente, - rifletté Costantino.

- Meglio niente, - insistette Raffaele. Tirava un po' di vento. Ora in quell'oscurità sopra le loro teste mulinavano matasse di nubi. - Non andarci, - implorò. - E un'idea del cazzo, - disse.

- Merda, ho finito le sigarette, credevo di averne un altro pacchetto, - s'innervosi Costantino aprendosi il giubbotto per tastarne la tasca interna. - Sai cos'è che non sopporto? - continuò cercando di leggere a rovescio la scritta rossa stampata sulla sua maglietta.

Raffaele non rispose. Attese.

- Non sopporto che se a uno gli capita di nascere in un posto del genere, poi non riesce nemmeno ad andarsene.

- Magari vado in Germania da mio zio. Ci andiamo insieme, - propose Raffaele. - Anche se le cose stanno andando male anche li... E poi con mia madre come faccio?

- L'abbiamo detto tante di quelle volte, ma il problema resta sempre, - disse Costantino con aria saggia. - I soldi per il viaggio chi ce li dà?

- Magari ci chiamano per il cantiere.

- E poi?

- E poi si parte... Magari.

- Qualche volta vivi sulle nuvole, - concluse Costantino.

- Che cazzo c'è scritto sulla maglietta? - chiese all'improvviso Raffaele spalancandogli il giubbotto.

Costantino cercò ancora di leggere attaccando il mento allo sterno: - Che cazzo ne so, è di mia sorella.

- Quello che il bruco chiama morte... - prese a compitare Raffaele sul petto dell'amico. Ma il resto della frase era finita sotto la cintola dei jeans.

- Non vuol dire nulla, - concluse Costantino, - robe che compra quella tonta.

Ma Raffaele insisteva perché si sfilasse la maglietta dai calzoni. - Non vuol dire niente perché non si vede la fine, - sentenziò.

Cosi Costantino si alzò in piedi per sfilare la maglietta. - Dài, - disse tendendola dall'orlo in modo che Raffaele potesse leggere.

- Quello che il bruco chiama morte, gli uomini chiamano farfalla, - lesse Raffaele. - Vedi che qualcosa vuol dire? - constatò con aria soddisfatta.

- Se lo dici tu... - commentò Costantino perplesso.

- Fammela provare, - chiese Raffaele.

- Adesso? - Costantino era sorpreso.

Raffaele alzò le spalle. - Eh, prestamela un giro.

- E poi chi lo dice a mia sorella?

- E cos'è, adesso prendi ordini da tua sorella?

- Che c'entra questo, l'ho messa senza nemmeno chiedergliela.

- Fammela provare, - ripeté Raffaele. - Chi vuoi che ci veda?

Dal viale potevano sembrare due betulle illuminate dalla luna, con quei toraci smilzi di un biancore lattiginoso.

- Bel colore, - disse Raffaele allisciandosi la maglietta sul corpo. Sapeva di deodorante spray per le ascelle e anche di una punta di sudore, ma non era un cattivo odore.

- Tienitela, se ti piace tanto. Te la regalo, - sussurrò Costantino chiudendosi il giubbotto sul petto nudo.

- E tua sorella?

- Chi se ne frega.

- Non fare il matto, - implorò Raffaele.

- Allora se ce la faccio partiamo insieme, - promise Costantino.

Raffaele si sporse quanto bastava per dare uno sguardo di sotto.

Pensò che in quell'angolo di mondo erano possibili magie. Ce n'erano state a milioni. Cose incredibili: bestiame resuscitato dalla mano di un bambino; raccolti strappati alle cavallette con novene e rosari; verruche guarite con giunchi e sale grosso la notte di San Giovanni; uomini dati per morti che si alzavano dal letto e soffiavano sui ceri della loro camera ardente.

Pensò che era arrivato il momento di un'altra magia. Perché quel matto di Costantino li voleva prendere tutti per il culo.

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Pagina 44

11.

(Costantino)


Stava viaggiando nella giungla, col suo motorino di vent'anni. Tre piú dei suoi. Stava affrontando la salita semiasfaltata che portava fuori dal fosso. Come la Parigi-Dakar. Con un Enduro. E andava che non sentiva nemmeno il ragliare del ciclomotore, concentrato com'era a serrare le palpebre quanto bastava per non vagare alla cieca. A sinistra la vegetazione di vecchie querce addossate a muretti che racchiudevano orticelli di case abusive. A destra lo strapiombo come un collo d'imbuto ingombro di tetti e terrazzi. Poi arrivavano le case ingannevoli, quelle con l'ingresso al terzo piano, che sembravano piccole a vedersi dalla strada ma si sviluppavano verso il basso, immense, seguendo la scarpata. Con un gesto del polso dava un'accelerata e il motorino trasformava il suo ragliare in un lamento di bestia, di porco sgozzato, di manzo braccato; oppure nello strazio di una partoriente. A seconda dei giorni, a seconda dei pensieri.

Stava viaggiando nella giungla. Doveva curvarsi per schivare i rami bassi, e mantenere il controllo sul terreno viscido di humus, di foglie marcite. Il manubrio impazziva durante la fase critica della salita, quando il lamento si faceva un richiamo via via piú disperato, di babbuino inseguito dalla pantera. O di gazzella incalzata dal leone. A pensarci bene stava viaggiando nella savana. E quelli al suo fianco non erano ammassi di mattoni, ma panciuti, satolli ippopotami che governavano il corso d'acqua. E tutto quel sognare di vegetazioni era stato forzare la realtà dei fatti.

Ora era tutto chiaro: in fondo alla scarpata il villaggio si assolava, i tetti si cuocevano. Gli anziani bramavano la pioggia, la invitavano a calare con parole gentili. La invitavano a calare senza distruggere i germogli, con la giusta delicatezza. Con la lentezza necessaria a far bere il terreno. «Vieni e trattieniti», dicevano. «Resta pure a lungo, prenditela con calma, senza fretta», dicevano. E le donne guardavano le bocche dei forni, raccogliendo sudore e racconti. Davanti all'inferno tessevano trame di sfoglia sottile.

Poi qualcuno aveva deciso: tutto il destino del villaggio sarebbe stato riposto nelle sue mani.

E sarebbe diventato uomo. Uomo e guerriero. E sotto forma di gazzella sarebbe sfuggito al leone che gli lambiva la coda con le zanne.

Prese a zigzagare sentendo il petto che scoppiava, gorgogliando un lamento di bestia atterrita...

Poi il clacson della macchina dietro di lui lo fece sobbalzare. Il colpo secco di un guidatore costretto a una brusca scalata per non finirgli addosso.

- Dove cazzo stai andando? Rincoglionito!

Guadagnò un assetto rettilineo svegliandosi di colpo per il clacson e per l'insulto. Allungò il braccio invitando l'auto a superarlo.

La macchina gli si affiancò in prima, lamentosa anche lei, irritata come il suo guidatore.

- Costantí, buttalo via quel motorino!

Cosí la vide avanzare quanto bastava per scorgerne il retro, pesante di marcia bassa. Ringhiante anch'essa, nel suo arrancare verso la cima. Proprio in bocca a via Cedrino.

«E vai, rotto in culo. S'andada 'e su fumu».

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Pagina 55

15.

(la vita degli altri)


Qualche volta piangeva, in silenzio, per conto suo, tra una faccenda e l'altra. Qualche volta la coglieva la sensazione che non ce l'avrebbe fatta.

Poi dalla stanza da letto si alzava la voce della vecchia: - Palmira! - e lei correva.

Capiva molte cose da quella voce, aveva imparato a prevedere il futuro con quella voce. Giornata serena: voce limpida e un po' acuta; giornata turbolenta: voce impastata, labbra incollate, lingua grossa; giornata normale: voce dimessa, appena un sussurro, appena un miagolio, appena un sospiro. Poi c'erano le giornate no: un ruggito di gola, come un grido d'aiuto, come un lamento di coniglio da sgozzare...

Alle quattro del mattino, le quattro e mezza quando andava bene, Palmira era già in piedi. Non le piaceva la notte, le sembrava una specie di privazione, ma forse dipendeva dal fatto che non sognava. Aveva letto di gente che sogna, capiva che poteva essere una maledizione, ma, allo stesso tempo, un modo per dar senso a una vita.

Perciò, quando calava il buio, sistemata la vecchia, controllata la casa, appoggiato l'orecchio alla porta della stanza di Raffaele, si ritirava da sola col suo libro d'amore...

Verso le quattro e mezza gli occhi le si spalancavano, ancora al buio, e cominciavano i guai: i pensieri iniziavano a opprimerla. Brutti pensieri, brutti pensieri... Cose che si attaccavano alla pelle e premevano sul petto e stringevano la gola.

Se fosse stata abbastanza coraggiosa avrebbe desiderato di morire, tanto che ci faceva al mondo? Per quanto si sforzasse le sembrava impossibile pensare a una persona piu inutile di lei.

«Tutti se ne vanno e io resto, - pensava... - Io resto, - si ripeteva... - A far che?» «Prenditi me!» urlava senza aprire bocca, e già i piedi toccavano il pavimento freddo. «Prenditi me!» E le palpebre si aprivano all'alba pigra e il corpo si sollevava con un'energia che forse era l'unica cosa davvero vitale in lei.

Una volta alzata, c'era da inventarsi qualcosa per passare il tempo: rifare il letto, spalancare la finestra al maestrale o alla tramontana: cambiare aria. Lavarsi con una cura discreta: le mani, il viso, il collo. Riordinare i capelli lisciandoli sul cranio col pettine umido. Fare un veloce inventario delle cose da lavare, da stendere, da stirare...

In cucina ravvivava le braci del camino, faceva borbottare il pentolino del latte, poi qualche chiacchiera col tintinnio delle tazze e dei cucchiaini. Faceva colazione in silenzio, come se rubasse, come se fosse un'intrusa in casa d'altri che approfittava di un cibo immeritato. Non si sedeva nemmeno: trangugiava in piedi un po' di latte caldo e zuccherato, addentava un biscotto e prima di inghiottirlo era già al secchiaio a sciacquare la sua tazza.

Poi il pane sul tavolo, e zucchero, e biscotti per Raffaele. Poi la tazza della vecchia, da parte, lontana dai dolci, ché quella appena vedeva dolci ritornava bambina e ci voleva l'ira di Dio a toglierglieli di mano.

Dopo la sua colazione clandestina, si erano fatte le cinque. Si erano fatte solo le cinque e cinque che tutto era già pronto per la vita degli altri.

D'inverno, a quel punto, si sedeva davanti al fuoco, con gli occhi spalancati sulla lingua guizzante di un giallo uovo innervata di sangue. Stava interi minuti ammaliata dal senso d'urgenza che il crepitio dei ceppi dava al vibrare di quella fiamma. E i pensieri si facevano stranamente pacifici: «Io resto», ripeteva a se stessa senza panico e allungava le palme verso il calore... Rassicurata, se cosi si può dire, proprio dal turbinio accidioso della luce calda. Ma era un rassicurarsi incerto, perché non aiutava, solo interrompeva per un attimo il flusso ininterrotto dei pensieri e regalava una parvenza di tregua.

E in questa piccola battaglia il tempo passava, almeno lui, scorrevano minuti interi, lunghi e insopportabili come, una carestia.

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Pagina 100

31.

(il piu crudele dei mesi)


Ci sono anche notti che sembrano pomeriggi e pomeriggi che sembrano notti. C'è un passaggio, nel piu crudele dei mesi, che mette alla berlina le convenzioni, che impregna i dopopranzi di un gelo notturno e i dopocena di un tepore pomeridiano. Poi le stelle e la luna che, dandosi da fare a intessere l'inganno, emettono milioni di kilowatt e spalancano il cielo di mezzanotte per proiettare in terra le ombre aguzze del mezzogiorno, dopo che nubi fitte come ragnatele hanno avvolto le sieste in un abbraccio di buio costante, di gelo penetrante...

Nel piu crudele dei mesi bisogna aspettare la notte perché la tramontana, a raffiche ben assestate, trascini con sé l'oscuro diurno e, sgomberando il campo al chiarore algido e pallidissimo della luce siderale, faccia giorno. Col crepaccio che si fa schiena d'iguana, e l'orma cratere lunare.


Notte dunque, e l'orologio indicava che non erano passate le tre del pomeriggio. Cominciava anche il freddo, ché a capirlo questo tempo...

Nicola Pili bestemmiò in silenzio. Poi, sempre in silenzio, si scusò alzando gli occhi al cielo.

Niente lavori al cantiere, tutto fermo per l'inchiesta in corso.

Il posto era una specie di cava, come un sito archeologico di fosse quadrate. Il terreno, straziato con geometrica furia, si preparava a bere il cemento. Al limite del perimetro scavato, i carpentieri avevano cominciato a inscatolare i ferri per la gettata, per i pilastri, le fondamenta.

Dopo un balzo dal punto piu basso, Pili guadagnò il centro dello scavo. La terra granitica era rossiccia, ferrosa, come di ruggine a cristalli. Pareva calda sotto i piedi, ma solo perché il costone, graffiato dalle ruspe, riparava dal vento e dal freddo.

Con tre passi, arrivò al punto del ritrovamento. Il suolo si era bevuto la macchia di sangue che ora pareva solo una sfumatura di colore nella terra battuta, come una porzione d'argilla piu scura, una vena ferrosa.

E nessun segno porco cane, nessun segno di pallottole, neanche una scalfittura. Quello che sembrava impossibile era possibile, e allora i casi erano due: o avevano inventato pallottole che si scioglievano dentro i cadaveri o, cosa ormai certa, non era li che avevano ucciso Michele Marongiu.

Non era li.

Tracce, nessuna.

L'unica certezza a quel punto era che Michele Marongiu fosse stato freddato altrove, ma le impronte? Quella semplice perlustrazione, da questo punto di vista, forniva un dato incontestabile, diceva fondamentalmente una cosa, ma era una cosa senza senso: come si fa a trasportare un cadavere senza lasciare impronte?

Nicola Pili alzò gli occhi al cielo, l'aria aveva un sapore croccante, come crosta di pane leggermente abbrustolita. Pensò a tante cose, il maresciallo, circondato da quella notte incipiente: pensò che si stava facendo fregare, pensò che aveva giurato di chiudere, pensò che si era messo a riposo... Ed era un po' come se già si vedesse disteso sul letto da morto con l'abito delle feste, magari con la divisa, circondato da ceri e da pianti.

Nel buio un lumino attrasse la sua attenzione, proprio quando si era incamminato per tornare a casa.

La fiammella di un accendino, due occhi acuti che lo stavano osservando.

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