Copertina
Autore Umberto Fortis
Titolo La parlata degli ebrei di Venezia
Sottotitoloe le parlate giudeo-italiane
EdizioneGiuntina, Firenze, 2006 , pag. 520, cop.fle., dim. 150x210x21 mm , Isbn 978-88-8057-243-5
LettoreGiovanna Bacci, 2006
Classe citta': Venezia , linguistica
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Indice


LE PARLATE GIUDEO-ITALIANE                      9

Premessa                                        9
Testimonianze                                  15
Fonti                                          19
Gli studi                                      37

LE PARLATE GIUDEO-ITALIANE:
Prospettive e problemi                         49

Il "giudeo-italiano"...                        49
...e le parlate giudeo-italiane                57

LA PARLATA GIUDEO-VENEZIANA                    69

Le tre "nationi" del ghetto di Venezia         69
La parlata giudeo-veneziana                    74
Aspetti fonetici                               84
Aspetti morfologici                            90
Il lessico: gli ebraismi                       92
Il lessico: parole di origine iberica,
            tedesca, dialettale                95
Il lessico: parole tipiche della parlata       97
Il lessico: aree semantiche e sfere lessicali 100

CRITERI DI TRASCRIZIONE                       105


IL LESSICO GIUDEO-VENEZIANO:
Identità, tradizione, confronti               109


BIBLIOGRAFIA                                  497

 

 

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Pagina 9

LE PARLATE GIUDEO-ITALIANE


Premessa

Nella seconda metà dell'Ottocento, un anonimo verseggiatore triestino così lamentava, nei suoi poveri versi, la fine di un universo culturale e religioso, vivo, forse, ancora negli ultimi anni della sua giovinezza (Fortis 1991, 188-189):

            Halangalài,
            halangalài,
            che bruti tempi
            zé questi mai!

            No zé più pésah,
            no più masòd,
            i fioi se sposa
            co le goiòd.

            Fumar de sabo,
            magnar tarèf,
            ciamarse Toni
            no più Iosèf !

            Halangalài,
            halangalài !
            che bruti tempi
            zé questi mai!

L'abbandono della pratica dei precetti, nella sempre più accentuata assimilazione, la condiscendenza verso un'onomastica estranea a scelte secolari, la mancata osservanza del riposo sabbatico appaiono quasi i riscontri, nella realtà quotidiana, della dissoluzione del mondo del ghetto che, per tanto tempo, aveva segnato l'esistenza diasporica di una minoranza. Il chatzèr, infatti, il quartiere ebraico, se aveva rappresentato, nella sua facies negativa, uno stato di segregazione coatta e di discriminazione sociale, aveva pur significato, nella coscienza di molti ebrei, legati al 'tempo liturgico' che aveva scandito le loro giornate, con le ore della preghiera o le ricorrenze religiose, anche la sopravvivenza di un complesso di valori, di riti e di tradizioni, di una 'cultura', che, certamente, un rapporto più aperto con la società circostante avrebbe potuto facilmente disgregare e disperdere.

            Adess come faremma
            Che la gioia del hasèr non gh'avemma
            Coi vecci co le donne e coi banìm (figli)
            Andar vers la Scòla (sinagoga)
            A far i dover soi...
            Dov'anderemma a vender la strazzaria
            E la mobiglia, e quella sartoria
            Che se compera con poc magnòd (soldi)?

replicava, forse negli stessi anni, un poeta modenese (Modena Mayer Merzagora Massariello 1973, 905), esprimendo le stesse note di rimpianto, ma con risvolti nostalgici maggiormente accentuati: espressioni simili, dettate da un 'sentimento del ghetto' che si stava lentamente dissolvendo.

la fine di un'epoca: l'età dell'emancipazione portava all'uguaglianza di diritti, alla fusione con le strutture della società civile, nello slancio verso nuove prospettive, con il pericolo, però, di un'imminente perdita d'identità. E, come spesso avviene nelle fasi di transizione, furono proprio coloro che maggiormente avvertivano il rischio di una graduale spersonalizzazione a cercare un estremo aggancio con una dimensione sempre più lontana, se non ancora perduta. Non può stupire, perciò, che, a esprimere la nostalgia o il rimpianto per il mondo familiare del ghetto, le fragili rime di poeti estemporanei ricorrano, quasi a uno strumento unico, forse, e irripetibile, all'antica parlata ebraica che, per tanto tempo, s'era diffusa tra le mura della segregazione.

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In realtà, il declino della componente ebraica, che pur rimane l'aspetto più appariscente anche dello stato dissolutivo delle parlate, è pienamente confermato da testimonianze esterne del XVIII e del XIX secolo, tanto quanto dalle attestazioni interne, ebraiche, che cominciano a farsi più numerose proprio negli ultimi decenni dell'Ottocento. Le aree semantiche ricoperte dal lessico di origine ebraica si restringono, per toccare, per lo più, campi riguardanti la vita quotidiana e familiare, a riflettere la realtà minima del ghetto, talora con ironia, più spesso con una nota di profonda nostalgia.

Certo, dato il prevalente proposito parodistico e caricaturale di alcuni testi, soprattutto del Settecento, la scelta cade quasi sempre sullo stereotipo dell'ebreo usuraio, sempre intento nel suo banco di pegni a "far negozio" (Muazzo 14 N), al commercio feneratizio cui lo costringevano le varie "condotte", con il conseguente restringimento dell'area della documentazione e l'inevitabile esiguità del numero di termini trasmessi, ma ciò non vanifica l'importanza delle attestazioni. Così avviene, ad esempio, nell'area veneta, ove una vasta serie di testimonianze riporta, quasi ossessivamente, elementi legati all'odiato mercato che si svolgeva nei tre banchi del Ghetto Nuovo a Venezia:

            "BEDANNA EBREO O ben vegnù, sior Pantalon;
            Menacai, Menacai, vien da basso, che è vegnùo
            sior Pantalon per far moscòn (pegno).
            PANTALONE Coss'è sto moscòn,
            mi no vogio né mosconi né callalini",

si legge nel Pantalone Bullo del Gioanelli (Gioanelli 1688, II, XV), ove compare ancora moscòn, una delle parole tipiche del mondo del hasèr (ghetto), già ritrovato nell' Amfiparnaso e che si ripeterà in composizioni successive, come nell'intermezzo La Conciateste del 1735:

            "Or che tutto va ben con il fagoto
            voglio andarmene al Ghetto
            che per fare de mosconi sono perfetto" (p. 13);

ma, qualche anno prima, anche in un intermezzo del Goldoni, La pelarina, del 1730 (Opere, 1954-56, X, 24):

            VOLPICIONA Son giudìo, son poveromo,
            De mosconi son perfetto;
            Ma onorato galantomo,
            La dimanda a tutto el ghetto,
            De gabbar l'arte no so.
            Sabadin e Semisson,
            Siora Luna e siora Stella,
            Giacudin e sier Gradella,
            In t'un tratto
            De sto fatto
            Testimoni gh'averò.

Si tratta di frammenti minimi, certo, utili a integrare le nostre conoscenze, ma che la scena veicola verso un pubblico vasto, a diffondere un'immagine uniforme e degradata del mondo ebraico, con intenti satirici, se non denigratori, che sostengono però, in maniera più marcata, molti altri documenti esterni, quand'anche fossero ispirati dalla volontà di offrire una più ampia gamma degli usi e dei costumi della vita del ghetto tra Sette e Ottocento (Fortis 1978).

Singolare, com'è noto, è il caso della famosa Gnora Luna, ovvero Lo sposalizio della Gnora Luna e Baruccabà, composta attorno alla metà del Settecento, appunto, con intenti forse solo comico-caricaturali nei confronti degli ebrei, ma sempre avvertita dalle varie comunità come fortemente ostile per l'enorme ripercussione di spiriti antigiudaici che il testo ebbe, sia nelle molteplici rappresentazioni, sia per le numerosissime edizioni, diffuse in tutta Italia (E. Levi 1916; Giannini 1938, 61-65; Fortis, 1989, 443-472). Descrivendo le nozze di due giovani ebrei, l'autore, forse tale Domenico Somigli, detto Beco Sudicio, riporta nei suoi versi alcune delle più diffuse parole della parlata prevalentemente toscana, ma anche forse romana: besimantò (auguri), sciabà (sabato), thefilino (filatteri), goio (non ebreo), gazagà (per: casa), zaghènne (vecchio), sceghezzelle (giovani)..., che, malgrado le trascrizioni malsicure, sembrano comunque rinviare a un fondo dialettale centro-meridionale.

Sicuramente dall'area romana, invece, provengono alcuni sonetti, raccolti nel 1904 (Del Cervo 1904) e attribuiti alla vena antiebraica di Pasquino, violenta contro l'atteggiamento favorevole degli ebrei verso i francesi liberatori nel 1798 (Foa 1910, 443):

            Voi il castigo cercate, o Iehudìm (giudei)
            Mentre mandaste a noi mille maccòd (imprecazioni)
            E giuravate sulla Panganfòd (piccolo manto con le frange)
            Alla presenza degli Angarhelìm (cristiani).
            Se non starete zitti, o Camorìm, (somari)
            Io vi giuro non già sul Terafòd (idoli di famiglia?)
            Ma su di dieci miei santi Mizvòd (precetti)
            Che vi sfrango coi calci li bezìm (testicoli).
            Di dentro Roma ognun faccia masciùd (partenza)
            Prima d'un'ora verso gazzagà (casa)
            Se non vo' aver dal boia lo malcùd (frusta)
            Direte al Rabì, a Fiani, e a Benezdrà (nomi propri)
            Che aggiunga un altro titolo al Talmùd
            Per memoria di questa gran macchà (disgrazia).

ove la volontà di riprodurre le cadenze della parlata del ghetto presso il portico d'Ottavia risulta evidente dall'effetto di accumulazione in rima (ABBA ABBA CDC DCD), forzatamente ricercato.

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Il lessico: aree semantiche e sfere lessicali

Le analisi precedenti hanno già orientato in merito alle principali aree semantiche e sfere lessicali ricoperte dalla parlata; tuttavia, per comprendere meglio quanto emerge dai residui giunti fino a noi e le profonde ragioni culturali che hanno portato a privilegiare alcuni settori piuttosto che altri, mette conto ricordare, ancora, quanto afferma Benvenuto Terracini in rapporto a tutte le parlate, con parole, però, che si adattano in modo particolare a Venezia:


"Suol dirsi che queste parlate sono come una mistura di volgare dialettale e di voci ebraiche; ma, a guardar bene, ci si accorge che non è precisamente così [...] vi è qualcosa che giustifica tutto questo apparente guazzabuglio di materia anfibia, ed è lo spirito e la mentalità prettamente giudaica che ordina, unifica, cancella l'ambiguità di questa materia, ma dominata dallo spirito del ghetto, che era pure spirito ebraico. Non si tratta soltanto di voci peculiari di riti, o di usi caratteristici, o di voci riguardanti una cultura estranea al mondo circostante. Si tratta di voci dotate più che altro di un vago valore sentimentale inconfondibile, [...] riboccante di tenerezza [...] si tratta di una mentalità esuberante, febbrile [...] ricca di esclamazioni e di scongiuri. Si tratta, soprattutto, nonostante litigi, pettegolezzi e ripicchi, di un saldo e familiare spirito d'intesa che possiamo cogliere [...] dovunque esistesse un centro di vita ebraica più o meno antico" (Terracini 1966, 212-213).


insomma il mondo del hasèr, il luogo chiuso ove si sa tutto di tutti, ove la vita è scandita dalle ricorrenze religiose o dalla preghiera quotidiana, dalle piccole vicende di ogni giorno che una realtà circoscritta spesso enfatizza o altera emotivamente.

In tale dimensione è quasi naturale che la maggior parte delle voci raccolte appartenga alla terminologia liturgica, dai nomi delle principali festività che segnano l'anno ebraico, da Pésah a Savuòd, da Chipùr a Purìm (per far solo degli esempi), spesso usati non solo in senso proprio, ma anche in traslati, in proverbi o locuzioni singolari, che ne allargano o ne restringono il valore semantico originario; a quelli delle cerimonie o delle preghiere: dalle acafòd alla 'amidà, da minhà alle selihòd..., per finire, naturalmente, con gli oggetti di culto, che sono parte integrante della vita religiosa: dalla chanucà ai besamìm, ai rimonìm, alla cupà.

La vita del culto, trova, ovviamente, una sua collocazione peculiare all'interno di tutta la vita comunitaria e della sua struttura organizzativa, la quale fornisce, perciò, un cospicuo numero di termini, alcuni dei quali indicano la comunità stessa, come cheilà, con i suoi componenti, il calcadòs, che costituiscono, nel loro insieme, il hasèr; e, fra le persone che si distinguono per specifiche attribuzioni, in una sorta di struttura gerarchica nell'ambito cultuale, il moréno (e la morenésa), il coèn, il levì, il hahàm, il hazàn, il parnàs, i minianisti, il rubì, il samàs, il segàn, il moèl, il sohèt e, ultimo nella scala sociale, ma proprio per questo particolarmente caratteristico, il re dela snòra. Tali persone, naturalmente, si muovono e vivono all'interno di istituzioni o di luoghi di studio e di preghiera: prima di tutti la scóla, e, accanto a essa, la iesivà, il midràs, il talmùd torà, dove gli iudìm, e specialmente i più hàlti, si riuniscono per pregare, studiare, o per ascoltare le lezioni dei rabbini.

La consapevolezza di sentirsi separati dagli altri, la necessità o la volontà di distinguersi dal mondo circostante, spingono gli utenti della parlata a usare tutta una serie di nomi per indicare ciò che riguarda il mondo non ebraico, e in particolare, per ovvie ragioni, ciò che riguarda il mondo cristiano: chi non è ebreo è chiamato gòi o 'arèl, ma è chiaro che una forte condanna colpisce i mesumadìm, coloro cioè che si sono sandàti. La tensione esistente nei confronti del mondo esterno, imposta non solo dallo stato di segregazione, ma anche dalla diversità religiosa nei riguardi del mondo dominante, fa sì che una sorta di interdizione, facilmente inseribile nell'area dei tabù linguistici, copra tutto l'insieme di parole che vengono usate per indicare Cristo, il Doìs, la Madonna, la Hadòlia, la festa, la hagà, il prete, il galàh, le preghiere, i patahévoli, la chiesa, la to'evà, con un comportamento simile, del resto, a quello riscontrabile in tutte le altre parlate.

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