Copertina
Autore Sara Fortuna
Titolo A un secondo sguardo
SottotitoloIl mobile confine tra percezione e linguaggio
Edizionemanifestolibri, Roma, 2002, le esche 28 , pag. 224, cop.fle., dim. 120x170x17 mm , Isbn 978-88-7285-294-1
LettoreCorrado Leonardo, 2004
Classe filosofia , linguistica , psicologia
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice

PREMESSA                                                  7

I PARTE. LA PERCEZIONE UMANA COME PERCEZIONE DI ASPETTI  29

Introduzione                                             29

1.  Le figure ambigue                                    31
1.1 La figura anatra-lepre e il raddoppiamento della
    percezione                                           31
1.2 Attenzione, pensiero, volontà, rappresentazione:
    somiglianze di famiglia                              38
1.3 Gerarchie di aspetti: dal primitivo al complesso     56

2.  L'espressione fisiognomica                           73
2.1 L'espressione delle emozioni:
    un caso particolare di figura ambigua                73
2.2 Le emozioni umane                                    75
2.3 La dimensione simbolica dell'espressione             79

II PARTE. IL SIMBOLO PRIMA DEL SIMBOLO:
          POLISEMIA, ETICA, STORICIT└                    89

Introduzione                                             89
1.  Gli aspetti linguistici                              95
1.1 Comprensione della polisemia come percezione di
    figure ambigue                                       99
1.2 Espressione fisiognomica e ambiguità linguistica    107
1.3 Il linguaggio tra genesi e normalizzazione          115

2.  Gli aspetti etici                                   118
2.1 La duplice grammatica dell'esperienza etica         118
2.2 L'etica come percezione di aspetti                  128
2.3 I fenomeni culturali: "vedere-come"                 131
2.3.1 La sessualità: l'invenzione di Sade               131
2.3.2 La moda: il costume leopardato di Quino           135

III PARTE. IL POSTO DELLE EMOZIONI                      145

Introduzione                                            145
1.  L'errore di Damasio                                 148
2.  La paura: evoluzione semiotica di un'emozione       161

Conclusioni. Su cambiamento d'aspetto e contraddizione  179

NOTE                                                    201
BIBLIOGRAFIA                                            211

 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

PREMESSA



1. Ci cade lo sguardo su un'immagine familiare e improvvisamente accade qualcosa di imprevisto: dove avevamo sempre visto un'anatra, ora ci appare una lepre, proviamo a guardare di nuovo e l'anatra è di nuovo lì, infine, con un altro slittamento impercettibile dello sguardo, ritroviamo anche la lepre. Proviamo e riproviamo, ottenendo sempre lo stesso risultato finché lo stupore iniziale a poco a poco svanisce.

Qualcuno ci racconta la barzelletta del carabiniere raccomandato che a un esame risponde a tutte le domande: «Bo!» e quando alla fine l'esaminatore, deciso a promuoverlo a tutti i costi, chiede: «Qual è la targa di Bologna?» il carabiniere, allargando le braccia sconsolato, dice: «Ma...». Sorridiamo appena, è una vecchia barzelletta, piuttosto debole, ma un bambino che la sente per la prima volta e che probabilmente non aveva mai ascoltato prima una storiella con un doppio senso scoppia a ridere con entusiasmo e non smette di ripetersela più volte con crescente divertimento.

«Una vecchia porta la sbarra». Ci sembrava una frase come tutte le altre, una frase con un solo significato e invece adesso ci dicono di fare attenzione, di guardare meglio. L'immagine di una vecchia donna curva sotto il peso di un'asta di metallo cede allora il posto a quella di una porta scrostata che chiude l'accesso a un luogo dove qualcuno voleva andare.

«Attenzione, un topo, che schifo», «Ma dove?», «Là, guarda!», «Ma no, scemo, non è un topo, vedi? ╚ uno straccio!», «Già, hai ragione, eppure sembrava proprio un topo». In questo caso però, chi è stato tratto in inganno da uno straccio attorcigliato farà fatica a vederci ancora il topo, dopo aver saputo che si tratta di uno straccio, e gli sembrerà quasi di aver meritato l'affettuosa presa in giro dell'amica.


In effetti tutti e quattro gli esempi sembrano accomunati dal fatto di essere, in qualche modo, casi limite. Normalmente, nella vita di ogni giorno, il mondo ci viene incontro con un'unica faccia, si tratti di parole, oggetti o disegni, né ci sbagliamo tanto facilmente nell'identificare gli oggetti che ci circondano. I primi tre casi poi sono vicini a certi giochi che piacciono ai bambini e forse ad adulti un po' stravaganti che si divertono a trovare immagini multiformi nelle nuvole e nei profili delle montagne o significati ulteriori e parole nascoste nei versi delle poesie.

Sembrerebbe trattarsi insomma di fenomeni marginali rispetto a quelle che sono le normali attività sociali e forse - potrebbe pensare qualcuno - rispetto alle occupazioni più significative dell'esistenza umana. Le barzellette, le storielle, i giochi di parole, ad esempio, la cui circolazione non è limitata a gruppi di pochi eccentrici, sono comunque relegate ai momenti di svago, di tenore culturale più basso. Oltre a ciò fanno parte di una tradizione senza autore: non ho mai sentito raccontare una barzelletta da una persona che affermasse di esserne l'autrice o l'autore. Segno evidente che questo modo di usare il linguaggio non appartiene per così dire agli usi maggioritari, sebbene tutti o quasi siano in grado di comprenderlo e apprezzarlo come fruitori 'non creativi'.

Eppure mi pare che questo tipo di esempi sia fondamentale per tentare di capire ciò che caratterizza la facoltà significativa specificamente umana. Essi possono servire allo scopo in grazia di un loro comune tratto enigmatico, che necessita anch'esso di una spiegazione: il fatto che, pur provenendo da ambiti diversi, condividano la stessa struttura formale, una struttura doppiamente articolata, che permette di passare da un'interpretazione all'altra.

Tenterò qui di argomentare che tale struttura è identificabile in attività così diverse perché essa è emersa alle origini dell'umanità, come un'unica dimensione protosimbolica che ha determinato una cesura decisiva rispetto alle capacità cognitive e percettive di altre specie superiori. ╚ questa la ragione per cui, anche nel progressivo rendersi indipendenti delle esperienze linguistiche, sociali, culturali, artistiche umane, ritroviamo ancora, in campi adesso così lontani tra loro, la stessa struttura.

Quanto affermo richiede, mi sembra, una chiarificazione che sia al tempo stesso una esibizione perspicua della doppia struttura, che, nella normale fruizione di attività simboliche, linguistiche e culturali ben stabilite, rimane celata.

Un esempio particolarmente propizio per portarla alla luce è quello delle cosiddette figure ambigue o pluristabili - bistabili nel caso della figura anatra-lepre, il primo da me citato. Si tratta di figure in cui è possibile, attraverso uno slittamento dello sguardo, vedere diverse immagini. La figura pluristabile ha uno statuto paradossale: abbiamo indubbiamente di fronte sempre la stessa immagine, eppure di volta in volta vediamo qualcosa di diverso.

Perché l'esempio sopra citato ci porta a postulare una struttura doppia della percezione? Perché se la percezione fosse un'esperienza semplice, unitaria, in cui l'impressione sensoriale equivale a ciò che vediamo, non sarebbe possibile vedere una figura, ora come una cosa ora come un'altra; la sensazione non potrebbe cioè fornirci che un'immagine univoca.

L'ambito specificamente umano, definibile con Wittgenstein come la capacità del «vedere-come», affonda le sue radici in un tipo di percezione più primitiva. Tale percezione, che possiamo definire funzionale, ha cominciato ad essere forgiata dall'evoluzione assai prima della comparsa dell'uomo ed è diretta a selezionare dall'ambiente le informazioni utili a garantire il miglior adattamento possibile degli organismi all'ambiente. In questo senso si capisce anche perché il gioco dello slittamento dello sguardo con l'immagine dell'anatra-lepre può andare avanti all'infinito, mentre quello con il topo-straccio attorcigliato no. Qui infatti la percezione funzionale ha un ruolo preponderante: perché essa sia credibile noi richiediamo alla percezione del 'topo reale' una serie di caratteristiche che dipendono dalla nostra interazione emozionale e senso-motoria con questo tipo di animale.

Esistono relazioni tra i due tipi di percezione, quella del vedere-come e quella funzionale? Ritengo di sì, nel senso che c'è un'operazione di raddoppiamento di una percezione funzionale, di primo livello, che orienta e vincola le possibilità di slittamento del «secondo sguardo». Una scimmia che, per le sue somiglianze anatomiche con l'uomo, ha un rapporto percettivo simile con quegli animali, non è però capace di vedere un'immagine bistabile anatra-lepre, né, in genere, di percepire una figura pluristabile in tutte le sue possibili interpretazioni. Il raddoppiamento del 'secondo sguardo' produce infatti una nuova dimensione significativa, esclusivamente umana, che consente di poter considerare una stessa entità da più punti di vista, anzitutto percettivamente, con un semplice slittamento dello sguardo.

Ciò non significa, si badi, che una scimmia non possa interagire con uno stesso oggetto in modo differente a seconda di quanto la situazione richiede: essa può ad esempio usare una scodella per raccogliere del cibo o per lanciarla a un avversario. E tuttavia, anche in questo caso, non sembra che la scimmia sia in grado di vedere una stessa immagine come scodella e anche come giavellotto.

Il titolo «A un secondo sguardo» va dunque letto in due modi: rispetto alla percezione funzionale condivisa con altre specie, è «secondo» lo sguardo che guida ogni attività simbolica solo umana - ed è tale proprio perché è caratterizzato, come abbiamo detto, dalla capacità di slittare e di avere quindi, della stessa esperienza, un'interpretazione alternativa, «seconda» appunto, che spalanca l'accesso a una serie indefinita di possibilità.


2. Lo sviluppo del linguaggio verbale deriva, almeno geneticamente, dalla capacità di raddoppiamento simbolico dell'esperienza percettiva. Mi sembra che ci siano elementi forti a favore di questa posizione se, come qui faccio, si abbraccia la posizione per cui il linguaggio verbale non è il prodotto di una qualità interna, di un modulo isolato emerso improvvisamente nel cervello o nella mente umana, ma è l'ambiente esterno che permea e ristruttura radicalmente la mente umana (Cimatti 2000), e il cervello, a causa dell'estrema plasticità di esso (Deacon 1997). Dal punto di vista dell'emergere del linguaggio nel corso della filogenesi infatti l'ipotesi della «linguisticità come ambiente evolutivo» pone una difficoltà classica: bisogna ipotizzare un momento in cui l'ambiente linguistico non esisteva e nel quale, perciò, tale condizione esterna non si dà (Henry 1898:45). La nostra specie si è trovata necessariamente, in un tempo non precisamente determinabile della sua storia, in una situazione sostanzialmente simile a quella di altre specie animali superiori, gli scimpanzé ad esempio; con un patrimonio genetico quasi identico al loro, un apparato percettivo e interazioni funzionali e sociali molto simili, un analogo sistema di segnali, fatto di suoni, di espressioni mimiche e gestuali, l'essere umano non può avere 'trovato' il linguaggio come un insieme di caratteristiche già definite, corredate di istruzioni per l'uso, che presuppongono già a loro volta il linguaggio (Fortuna 2001).

╚ necessario allora che il passaggio sia avvenuto attraverso uno scarto interno alla percezione, uno scarto attraverso cui l'ambiente è stato visto in modo diverso e, in qualche modo, linguisticizzato.

Difendo perciò tre ipotesi:

1) la struttura doppia, ossia sdoppiata, della percezione non è una struttura genericamente cognitiva o semiotica, ma specificamente simbolica (che permea anche 'giochi linguistici non verbali' come le arti, la moda, l'interpretazione fisiognomica, etc.);

2) essa non è identificabile con la modalità funzionale della percezione animale, anch'essa già cognitiva (abbracciamo infatti l'ipotesi che gli animali non umani pensano e hanno emozioni, ma non quella che hanno linguaggio e attività simboliche come quelle umane);

3) la percezione di secondo livello è emersa innestandosi sulla percezione funzionale e sulle interazioni comunicative preumane.

La strategia seguita per difendere le tesi sopra menzionate consiste nel mostrare come la grammatica doppia della percezione sia identificabile all'interno di più fenomeni simbolici, anzitutto linguaggio verbale ed espressione corporea umana, e come, all'interno di questi ultimi, sia possibile isolare una componente evolutiva più primitiva, comune anche ad altre specie.


All'analisi del linguaggio verbale e dell'espressione corporea è dedicata buona parte di questo saggio. Strutturalmente equivalente al caso delle figure pluristabili è, nel linguaggio verbale, il fenomeno delle frasi «perfettamente grammaticali, e tuttavia altrettanto perfettamente ambigue» grazie a casi di polisemia o di omonimia (De Mauro 2002: 89). Nella proposizione «Una vecchia porta la sbarra», ad esempio, ci appaiono, slittando lo sguardo della comprensione linguistica, due frasi completamente differenti, così come, nella figura anatra-lepre vediamo, non contemporaneamente, le due immagini corrispondenti (l'anatra e la lepre, appunto). In tutte le lingue, per quanto a me risulta, si danno casi di omonimia e polisemia. Qui «vecchia» è insieme nome comune e aggettivo, «porta» nome e verbo, «la» articolo e pronome e le associazioni sintagmatiche di questi elementi producono numerosi altri casi di ambiguità di cui i parlanti non sono sempre consapevoli. Polisemia e omonimia ledono il principio della ridondanza, principio che consente di far pervenire un messaggio al destinatario anche in caso di disturbi alla comunicazione. Esse sono quindi antieconomiche rispetto ai criteri di efficienza comunicativa. Poiché tutte le lingue sembrano produrre tali effetti (capacità che un teorico dell'informazione cercherebbe, per i summenzionati motivi, di evitare nella progettazione di una lingua), ma ne limitano l'uso in molti degli ambiti più evoluti, ad esempio i linguaggi tecnico-scientifici, è plausibile che essa derivi da una dimensione protosimbolica precedente alla struttura e all'uso attuali delle lingue storico-naturali.

E questo ci porta al caso dell'espressione corporea. La tesi che avanzo in questo saggio è che dal raddoppiamento percettivo dell'espressione corporea è derivata la prima forma di comunicazione umana. Qui il secondo livello della percezione si è innestato su un insieme di segnali corporei già presenti nella comunicazione di altri animali superiori. Al digrignare dei denti o all'abbassare la testa anche altri animali reagiscono in modo adeguato, con la fuga o con la rinuncia ad attaccare, almeno in situazioni di conflitto. Tuttavia solo gli esseri umani interpretano queste espressioni corporee come rabbia o come paura, assumendo il punto di vista di chi le prova.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 24

4. Questo libro è diviso in tre parti. Le prime due parti si rivolgono in particolare alle osservazioni di Wittgenstein sulla filosofia della psicologia dedicate all'esperienza del vedere-come e del percepire «aspetti» allo scopo di mettere in luce come il fenomeno della percezione degli aspetti esibisca in modo esemplare la condizione per l'accesso a un nuovo orizzonte della significazione, che viene prodotto da un raddoppiamento riflessivo della modalità con cui gli animali non umani interagiscono con il loro ambiente.

A tale scopo faccio riferimento, rispettivamente nel primo e nel secondo capitolo della prima parte, a due fenomeni a cui Wittgenstein ha dedicato quasi ossessivamente la sua attenzione: la percezione di figure ambigue o, nel gergo degli psicologi, pluristabili e la percezione fisiognomica (percezione attraverso il corpo e il viso di espressioni emozionali, valori morali e sociali, tratti psicologici, etc.).

Nella seconda parte del libro, affronto la questione dell'origine del linguaggio verbale (I cap.), avanzando diverse prove a favore della tesi che esso si è innestato all'interno di un orizzonte protosimbolico comune a una serie di giochi linguistici che: a) condividono la stessa grammatica; b) agiscono in stretta sinergia. Nel II capitolo della seconda parte argomento la tesi per cui la stessa dimensione etica e quella estetica vanno collegate direttamente al dispositivo del doppio schematismo e alla percezione di aspetti e, solo mediatamente, al linguaggio verbale. Attraverso l'esempio di Sade e della perversione che a lui deve il nome, tento di mostrare che la riduzione neurofisiologica a cui le scienze cognitive sottopongono l'attività etica e, in generale simbolica, non è in grado di spiegare effettivamente ciò che promette.

La terza parte discute criticamente, alla luce del percorso compiuto, alcune teorie delle emozioni nel dibattito contemporaneo. Nel primo capitolo prendo in esame l'ipotesi presentata da Damasio sul funzionamento dei fenomeni emozionali. Il secondo capitolo, dopo aver presentato posizioni continuiste e posizioni discontinuiste rispetto ai fenomeni emozionali specificamente umani, propone una nozione di emozione negli esseri umani che tenga conto sia della specificità che della continuità evolutiva nella genesi di quei fenomeni.

Nel corso di questo lavoro faccio più volte riferimento a contributi di discipline scientifiche sulla percezione, sulle emozioni e sull'origine del linguaggio. Gli esempi forniti da Wittgenstein vengono integrati con i dati sperimentali di studi più recenti, allo scopo di sviluppare quella applicazione delle riflessioni sugli aspetti alla semiogenesi, che, ripeto, negli scritti dell'autore sono appena abbozzati. Mi sembra che l'incastro tra una riflessione filosofica, qual è quella di Wittgenstein, che non disdegna però né esempi empirici, né esperimenti mentali, e i contributi della psicologia e delle scienze cognitive non sia forzato, ma anzi naturale e proficuo.

Tuttavia non bisogna dimenticare che Wittgenstein era un filosofo, e come tale era interessato a una comprensione adeguata di certe questioni e alla formulazione delle 'giuste' domande piuttosto che alla spiegazione scientifica e alla dimostrazione di certe ipotesi. In questo senso, credo, 'da filosofo' Wittgenstein sosteneva orgogliosamente: «Noi non facciamo scienza naturale: il nostro scopo non è quello di fare predizioni. E nemmeno ci occupiamo di storia naturale: perché noi i fatti di storia naturale ce li inventiamo per i nostri scopi».

| << |  <  |