Autore Jonathan Franzen
Titolo Purity
EdizioneEinaudi, Torino, 2016, Supercoralli , pag. 646, cop.ril.sov., dim. 14x22,2x3,7 cm , Isbn 978-88-06-21660-3
OriginalePurity [2015]
TraduttoreSilvia Pareschi
LettoreAngela Razzini, 2016
Classe narrativa statunitense












 

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Indice


      3   Purity a Oakland

     85   La Repubblica del Cattivo Gusto

    191   Dire troppo

    271   Moonglow Dairy

    355   [le109n8aord]

    503   L'Assassino

    583   Arriva la pioggia


    639   Ringraziamenti
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Pagina 5




LUNEDÍ.


- Oh, micetta, come sono contenta di sentire la tua voce, - disse la madre della ragazza al telefono. - Il corpo mi tradisce di nuovo. A volte penso che la mia vita sia solo una lunga serie di tradimenti corporali.

- Non è cosí per tutti? - disse la ragazza, Pip. Ultimamente chiamava la madre a metà della pausa pranzo alla Renewable Solutions. Ciò le procurava un po' di sollievo dalla sensazione di non essere adatta a quell'impiego, di avere un impiego al quale nessuno poteva essere adatto, o di essere una persona inadatta a qualunque tipo di impiego; e poi, dopo venti minuti, poteva dire con sincerità di dover tornare al lavoro.

- La mia palpebra sinistra sta cadendo, - spiegò sua madre. - Č come se ci fosse un peso che la tira giú, tipo un piombino da pesca o qualcosa del genere.

- Proprio adesso?

- Va e viene. Chissà, forse ho la paralisi di Bell.

- Qualunque cosa sia la paralisi di Bell, sono sicura che non ce l'hai.

- Come fai a essere cosí sicura, micetta, se non sai neanche cos'è?

- Non saprei... forse perché non avevi neanche il morbo di Basedow? L'ipertiroidismo? Il melanoma?

Non che le piacesse prendere in giro sua madre. Ma i loro rapporti erano inquinati dall' azzardo morale, un'utile espressione che Pip aveva imparato al corso di economia del college. Nel sistema economico di sua madre, lei era una banca troppo grande per poter fallire, un'impiegata troppo indispensabile per poter essere licenziata per cattiva condotta. Anche alcuni suoi amici di Oakland avevano genitori problematici, ma riuscivano comunque a parlarci tutti i giorni senza eccessive manifestazioni di stranezza, perché persino i piú problematici avevano risorse che non si limitavano al loro unico discendente. Nel mondo di sua madre, invece, esisteva solo Pip.

- Be', oggi non credo di poter andare al lavoro, - disse sua madre. - Il mio Proponimento è l'unica cosa che mi permette di sopravvivere là dentro, e non posso sintonizzarmi sul Proponimento quando ho un piombino da pesca invisibile che mi tira giú la palpebra.

- Mamma, non puoi metterti ancora in malattia. Non siamo neanche a luglio. E se poi ti viene davvero l'influenza, o qualcos' altro?

- E intanto tutti si chiedono perché una vecchia con mezza faccia che le cade sulla spalla sta li a infilare la spesa nei sacchetti. Non hai idea di quanto invidi il tuo box in ufficio. La sua invisibilità.

- Non idealizziamo il box, - disse Pip.

- Č questa la cosa terribile dei corpi. Sono visibili, troppo visibili.

La madre di Pip, benché cronicamente depressa, non era pazza. Era riuscita a conservare il posto di cassiera al New Leaf Community Market di Felton per piú di dieci anni, e bastava che Pip abbandonasse il proprio modo di pensare e si sottomettesse a quello materno per comprendere perfettamente ciò che le stava dicendo. L'unica decorazione sulle pareti grigie del box di Pip era un adesivo da paraurti: ALMENO LA GUERRA CONTRO L'AMBIENTE STA ANDANDO BENE. I box dei suoi colleghi erano tappezzati di foto e ritagli, ma anche Pip capiva il fascino dell'invisibilità. Inoltre si aspettava che la licenziassero da un momento all'altro, perciò non aveva senso cercare di ambientarsi.

- Hai pensato a come vuoi non-festeggiare il tuo non-compleanno? - chiese a sua madre.

- Francamente, mi piacerebbe starmene a letto tutto il giorno con la testa sotto le coperte. Non mi serve un non-compleanno per ricordarmi che sto invecchiando. Me lo ricorda già la mia palpebra.

- Che ne dici se preparo una torta e vengo a portartela e ce la mangiamo? Mi sembri un po' piú depressa del solito.

- Quando sono con te non mi deprimo.

- Ah, peccato che non sono disponibile sotto forma di pillola. Ce la fai ad affrontare una torta alla stevia?

- Non saprei. La stevia mi fa una strana reazione chimica in bocca. Nella mia esperienza una papilla gustativa non la freghi.

- Anche lo zucchero ha un retrogusto, - disse Pip, malgrado sapesse che era inutile discutere.

- Lo zucchero ha un retrogusto acido che non crea problemi alla papilla gustativa, che è fatta per registrare l'acidità senza indugiarci sopra. La papilla gustativa non deve passare cinque ore a segnalare «sapore strano, sapore strano!», come mi è successo l'unica volta che ho provato una bevanda alla stevia.

- Ma io sto dicendo che anche l'acidità persiste.

- Non va affatto bene che una papilla gustativa continui a segnalare un sapore strano cinque ore dopo che hai bevuto una bevanda dolcificata. Lo sai che se fumi metanfetamina anche solo una volta, tutte le proprietà chimiche del tuo cervello si alterano per sempre? Ecco, questo è l'effetto che mi fa la stevia.

- Guarda che non sono qui che mi ciuccio una pipetta da crack, se è quello che stai cercando di dire.

- Sto dicendo che non mi serve una torta.

- No, troverò un altro tipo di torta. Scusa se ne ho proposta una che per te è veleno.

- Non ho detto che è veleno. Solo che la stevia mi fa una strana...

- Reazione chimica in bocca, sí.

- Micetta, mangerò qualunque torta mi porterai, non morirò per un po' di zucchero raffinato, non volevo farti arrabbiare. Tesoro, ti prego.

Nessuna telefonata era completa prima che ciascuna delle due avesse reso infelice l'altra. Il problema, agli occhi di Pip - l'essenza dello svantaggio che si portava dietro; la presumibile causa della sua incapacità di riuscire in qualunque cosa -, era che lei amava sua madre. La compativa; soffriva con lei; gioiva nel sentire la sua voce; provava un'inquietante attrazione asessuata per il suo corpo; era attenta persino all'equilibrio chimico della sua bocca; desiderava che fosse piú felice; detestava farla arrabbiare; la sentiva cara. Quello era l'enorme blocco di granito al centro della sua vita, la fonte della rabbia e del sarcasmo che rivolgeva non solo contro sua madre, ma anche, in maniera sempre piú controproducente, contro oggetti meno appropriati. Quando Pip si arrabbiava, non ce l'aveva davvero con sua madre, ma con il blocco di granito.

Aveva otto o nove anni quando le era venuto di chiedere perché nella loro casetta, tra i boschi di sequoie vicino a Felton, si festeggiasse solo il suo compleanno. Sua madre le aveva risposto di non avere un compleanno: per lei l'unico che contava era quello di Pip. Ma Pip aveva continuato a insistere, finché sua madre aveva acconsentito a festeggiare il solstizio d'estate con una torta che avrebbero chiamato di non-compleanno. Questo aveva poi sollevato la questione dell'età che sua madre si rifiutava di rivelare, dicendo solo, con un sorriso adatto alla formulazione di un koan: - Sono abbastanza vecchia per essere tua madre.

- No, ma quanti anni hai davvero?

- Guarda le mie mani, - aveva risposto sua madre. - Se ti eserciti, puoi imparare a indovinare l'età di una donna dalle mani.

E cosí - per la prima volta, apparentemente - Pip aveva guardato le mani di sua madre. La pelle del dorso non era rosea e opaca come la sua. Era come se le ossa e le vene stessero risalendo verso la superficie; come se la pelle fosse acqua che si ritirava, rivelando sagome sommerse sul fondale di un porto. La sua chioma, benché folta e lunghissima, conteneva ciocche di capelli grigi e secchi, mentre la pelle alla base della gola sembrava una pesca un po' troppo matura. Quella notte Pip non era riuscita a dormire per la paura che sua madre morisse presto. Era stato il primo presentimento del blocco di granito.

Da allora aveva cominciato a desiderare ardentemente che sua madre avesse un uomo, o in generale una qualunque altra persona che l'amasse. Nel corso degli anni la lista dei potenziali candidati aveva annoverato la vicina di casa Linda, anche lei madre single e anche lei studentessa di sanscrito; il macellaio del New Leaf, Ernie, anche lui vegano; la pediatra Vanessa Tong, che esprimeva la sua potente cotta per la madre di Pip tentando di interessarla al birdwatching; e Sonny, il tuttofare con la barba da montanaro che approfittava di qualunque lavoro di manutenzione per dissertare sullo stile di vita degli antichi indiani Pueblo. Tutte quelle brave persone della San Lorenzo Valley avevano scorto nella madre di Pip ciò che Pip stessa, da ragazzina, aveva visto con orgoglio: una sorta di ineffabile grandezza. Non occorre scrivere per essere poeti, non occorre creare qualcosa per essere artisti. Il Proponimento spirituale di sua madre era in sé una specie di arte: un'arte dell'invisibilità. Prima che Pip compisse dodici anni, in casa loro non c'era mai stato un televisore né un computer; la principale fonte d'informazioni di sua madre era il «Santa Cruz Sentinel», che leggeva per il piccolo piacere quotidiano di farsi sconcertare dal mondo. Tutto questo, di per sé, non era cosí insolito per la San Lorenzo Valley. Il problema era che la madre di Pip trasudava la timida convinzione della propria grandezza, o quantomeno si comportava come se un tempo fosse stata davvero una persona speciale, in un passato pre-Pip di cui si rifiutava categoricamente di parlare. Non era tanto offesa quanto mortificata dal fatto che la vicina Linda potesse paragonare suo figlio Damian, quel cacciatore di rane adenoideo, alla sua unica e perfetta Pip. Immaginava che il macellaio ci sarebbe rimasto malissimo se gli avesse detto che per lei puzzava di carne anche dopo essersi lavato; si rendeva la vita difficile cercando di schivare gli inviti di Vanessa Tong, anziché ammettere semplicemente di avere paura degli uccelli; e ogni volta che l'alto pick-up di Sonny imboccava il loro vialetto, mandava Pip ad aprirgli mentre lei usciva dal retro e scappava nel bosco. Se poteva concedersi il lusso di fare tanto la schizzinosa era solo grazie a Pip. Lo aveva ribadito molte volte, senza mezzi termini: Pip era l'unica persona che superava l'esame, l'unica che lei amava.

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Poiché sua madre non guidava, e poiché non aveva bisogno di un documento d'identità in un paesino come Felton, e poiché il posto piú lontano da Felton che avesse mai raggiunto era il centro di Santa Cruz, il suo unico documento ufficiale era la tessera della previdenza sociale intestata a Penelope Tyler (nessun secondo nome). Per ottenerla con un nome assunto da adulta, sua madre doveva aver presentato un certificato di nascita falso, oppure l'originale del suo vero certificato di nascita insieme alla documentazione legale riguardante il cambio di nome. Pip aveva setacciato ripetutamente gli oggetti personali di sua madre senza trovare né un documento del genere né la chiave di una cassetta di sicurezza, e questo l'aveva indotta a concludere che avesse distrutto i documenti, o che li avesse sotterrati subito dopo aver ricevuto il nuovo numero di previdenza sociale. Qualche tribunale di contea doveva avere il registro con il cambio di nome, ma negli Stati Uniti c'erano tante contee, poche delle quali mettevano i registri online, e Pip non avrebbe neppure saputo da quale zona di fuso orario cominciare. Aveva inserito ogni combinazione di parole immaginabile in ogni motore di ricerca commerciale e non aveva ottenuto altro che un'acuta consapevolezza dei limiti dei motori di ricerca.

Da piccola si era accontentata di vaghe spiegazioni, ma a undici anni le sue domande erano diventate cosí insistenti che sua madre aveva accettato di raccontarle «l'intera» storia. Una volta aveva un altro nome e un'altra vita, le aveva detto, in uno stato che non era la California, ed era sposata con un uomo che - come aveva scoperto solo dopo la nascita di Pip - era incline alla violenza. Sapeva farle male con astuzia, senza lasciare il segno, e le infliggeva violenze psicologiche ancora peggiori di quelle fisiche. Ben presto era diventata prigioniera dei suoi maltrattamenti, e forse sarebbe rimasta con lui finché non l'avesse uccisa se, vedendolo infuriarsi per i pianti della piccola Pip, non avesse cominciato a temere anche per lei. Aveva cercato di scappare con Pip, ma lui le aveva trovate, le aveva inflitto nuove violenze psicologiche e aveva riportato tutt'e due a casa. Lui aveva amici potenti nella comunità, e lei, non potendo dimostrare che la maltrattava, sapeva che in caso di divorzio suo marito avrebbe ottenuto l'affidamento congiunto di Pip. Cosa che non poteva permettere. Aveva sposato una persona pericolosa e poteva rassegnarsi al proprio errore, ma non poteva mettere a rischio la figlia. Cosí una notte, mentre il marito era via per lavoro, aveva fatto le valigie, era salita su un autobus e aveva portato Pip in un ricovero per donne maltrattate in un altro stato. Le donne che gestivano il ricovero l'avevano aiutata ad assumere una nuova identità e a ottenere un certificato di nascita falso per Pip. Poi era salita su un altro autobus e si era rifugiata sulle Santa Cruz Mountains, dove una persona poteva essere quello che diceva di essere.

- L'ho fatto per proteggerti, - le aveva detto. - E adesso che ti ho raccontato la storia, devi proteggere te stessa e non raccontarla a nessun altro. Conosco tuo padre. So quanto deve essersi infuriato quando mi sono ribellata e ti ho tolta a lui. E so che, se scoprisse dove sei, verrebbe a toglierti a me.

A undici anni Pip era una credulona. Sua madre aveva una cicatrice lunga e sottile sulla fronte che risaltava quando arrossiva, e i suoi incisivi superiori erano distanziati e avevano un colore diverso dagli altri denti. Pip era talmente sicura che suo padre le avesse spaccato la faccia, e le dispiaceva talmente per lei, che non le aveva neppure chiesto se fosse andata davvero cosí. Per un po' la paura del padre le aveva impedito di dormire da sola. La madre, soffocandola di abbracci nel suo letto, le aveva assicurato che non aveva niente da temere purché non raccontasse a nessuno quel segreto, e la credulità di Pip era cosí assoluta, la sua paura cosí reale, che aveva tenuto il segreto fino agli anni ribelli dell'adolescenza. A quel punto lo aveva svelato a due amiche, costringendole a giurare di non dirlo a nessuno, e durante il college lo aveva svelato ad altre ancora.

Una di queste amiche, Ella, una ragazza della contea di Marin che era stata istruita in casa, l'aveva guardata in modo strano. - Ma pensa un po', - aveva detto. - Mi sembra di aver già sentito questa storia. Una scrittrice delle mie parti l'ha raccontata quasi uguale nella sua autobiografia.

La scrittrice si chiamava Candida Lawrence (anch'esso un nome falso, secondo Ella), e dopo aver scovato una copia dell'autobiografia, Pip aveva scoperto che era stata pubblicata qualche anno prima che sua madre le raccontasse «l'intera» storia. La storia di Lawrence, pur non essendo identica, era cosí simile che Pip si era precipitata a Felton in preda a una rabbia gelida, piena di sospetti e accuse. Ed ecco la cosa veramente strana: quando si era scagliata contro sua madre, Pip si era sentita violenta come il padre assente, e sua madre si era raggomitolata su se stessa come la persona maltrattata ed emotivamente prigioniera che diceva di essere stata durante il matrimonio, e cosí, nell'atto stesso di attaccare l'intera storia, Pip ne aveva in pratica confermato la fondamentale plausibilità. Sua madre era scoppiata in singhiozzi rivoltanti e l'aveva implorata di essere buona, poi era corsa singhiozzando verso la libreria e aveva preso una copia dell'autobiografia di Lawrence da uno scaffale di manuali di auto-aiuto dove Pip non l'avrebbe mai notata. Gliel'aveva cacciata in mano come una specie di offerta sacrificale, dicendo che in quegli anni le era stata di enorme consolazione, che l'aveva letta tre volte e aveva letto anche altri libri di Lawrence, perché sapere che almeno un'altra donna aveva subito sofferenze analoghe alle sue e ne era uscita forte e integra la faceva sentire meno sola nella vita che aveva scelto. - La storia che ti ho raccontato è vera, - aveva gridato. - Non saprei come raccontarti una storia piú vera e tenerti comunque al sicuro.

- Stai dicendo - aveva risposto Pip con calma e fredda aggressività - che esiste una storia piú vera, ma non mi terrebbe «al sicuro»?

- No! Stai travisando le mie parole, ti ho detto la verità e devi credermi. Sei tutto quello che ho al mondo! - Sua madre piangeva e ansimava come una grossa bambina in preda a una crisi di nervi, scuotendo la massa di capelli grigi e vaporosi che liberava dalle trecce al rientro dal lavoro.

- Per la cronaca, - aveva detto Pip, con una calma ancora piú letale, - avevi o non avevi letto il libro di Lawrence quando mi hai raccontato la tua storia?

- Oh! Oh! Oh! Sto cercando di tenerti al sicuro!

- Per la cronaca, mamma: stai mentendo anche su questo?

- Oh! Oh!

Sua madre aveva agitato spasticamente le mani intorno alla testa, come se si preparasse ad afferrarne i pezzi quando fosse esplosa. Pip aveva provato il chiaro impulso di schiaffeggiarla, e poi di farle male in modi astutamente invisibili. - Be', non sta funzionando, - aveva detto. - Non sono al sicuro. Non sei riuscita a tenermi al sicuro -. Poi aveva preso lo zaino ed era uscita, percorrendo il ripido vialetto verso Lompico Road sotto le sequoie stoicamente immobili. Alle sue spalle sentiva sua madre chiamare «Micetta» con gemiti pietosi. I vicini dovevano aver pensato che avesse perso un gatto.

A Pip non importava niente di «arrivare a conoscere» suo padre, sua madre le bastava e le avanzava, ma riteneva che lui le dovesse dei soldi. I centotrentamila dollari del suo debito studentesco erano molti meno di quelli che aveva risparmiato non mantenendola e non mandandola al college. Naturalmente poteva darsi che non intendesse sborsare dei soldi per una figlia di cui non aveva potuto godere l'«uso», e che non gli offriva neppure alcun «uso» futuro. Ma considerando l'isteria e l'ipocondria di sua madre, Pip poteva immaginarlo come un uomo fondamentalmente perbene dal quale sua madre aveva tirato fuori il peggio e che adesso era pacificamente sposato con un'altra, e che forse sarebbe stato contento e grato di sapere che la figlia perduta era viva; grato abbastanza da mettere mano al portafogli. In caso di necessità, Pip era anche disposta a offrire modeste concessioni, qualche telefonata o e-mail ogni tanto, una cartolina di Natale una volta all'anno, l'amicizia su Facebook. A ventitre anni aveva superato da un pezzo l'età dell'affidamento; aveva poco da perdere e tanto da guadagnare. Le servivano solo il nome e la data di nascita di suo padre. Ma sua madre custodiva quelle informazioni come se fossero un organo vitale che Pip stesse cercando di strapparle dal corpo.

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Nell'anno del Watergate, Leila aveva appena raggiunto un'età in cui poter ascoltare le udienze e capire di cosa si parlava. Di sua madre ricordava poco piú che un miscuglio di paura e tristezza, stanze d'ospedale, suo padre che singhiozzava, un funerale che era sembrato lungo diversi giorni. Solo nell'estate di Sam Ervin, John Dean e Bob Haldeman era diventata una persona in grado di ricordare appieno. Aveva cominciato a seguire le udienze in tv per evitare di interagire con quella megera della cugina paterna, Marie. Suo padre, che aveva molti pazienti ed era anche ricercatore alla scuola di odontoiatria, aveva fatto venire Marie dalla madrepatria per badare alla casa e prendersi cura di Leila. Marie spaventava i suoi amici, leccava il coltello a tavola, portava una dentiera rumorosa che si rifiutava di sostituire con una migliore, si lamentava senza sosta dell'aria condizionata e non capiva il concetto di lasciar vincere i bambini ai giochi. Le estati con lei erano lunghe, e Leila non avrebbe mai dimenticato l'emozione di accorgersi che capiva tutto quello che dicevano gli adulti di Washington in tv; che riusciva a seguire il complotto. Qualche anno dopo, quando suo padre la portò a vedere Tutti gli uomini del presidente, si fece lasciare al cinema per poter rientrare di nascosto per il secondo spettacolo.

Suo padre aveva approvato quel sotterfugio. Lui agiva secondo le regole del Vecchio Mondo, confondendo giusto e sbagliato per riuscire sempre a farla franca; rubava gli asciugamani negli alberghi, aveva comprato un rivelatore di radar per la sua Cadillac, e aveva provato solo fastidio, non imbarazzo, quando l'agenzia delle entrate lo aveva beccato a evadere il fisco. Ma aveva anche momenti da Nuovo Mondo. Quando Leila, incantata da Tutti gli uomini del presidente, dichiarò di voler diventare una giornalista d'indagine, suo padre le rispose che il giornalismo era un mondo di uomini, e che proprio per questo lei doveva entrarci, per dimostrare di cosa era capace una Helou. Disse che l'America era un pezzo di burro fatto per essere tagliato dal coltello caldo della sua intelligenza, un posto dove una donna non era costretta a vivere, come Marie, della carità di un cugino.

Il suo era un messaggio femminista, ma lui non era femminista. Mentre Leila passava dal college al giornalismo, non riusciva a togliersi la sensazione di stare dimostrando qualcosa a lui, non a se stessa. Quando venne assunta da un vero giornale, il «Miami Herald», e suo padre rimase invalido per un ictus, Leila sapeva che il suo desiderio era che si licenziasse e tornasse a San Antonio. Marie ormai era morta, ma lui aveva due figli dal primo matrimonio, a Houston e Memphis. Avrebbero potuto prenderlo loro in casa, se non fossero stati uomini.

Per riempire le serate a San Antonio, mentre suo padre languiva, Leila cominciò a scrivere racconti. In seguito si sarebbe sentita cosí mortificata per essersi immaginata scrittrice che avrebbe ricordato quei racconti con disgusto, come croste che non riusciva a smettere di grattarsi ma che si vergognava di far sanguinare. Non era in grado di ricostruire perché li aveva scritti, se non per ribellarsi alle aspirazioni che suo padre aveva nutrito per lei e per punirlo di averle ostacolate. Ma quando suo padre morí, per un secondo ictus, Leila decise di spendere una bella fetta di eredità - notevolmente ridotta dalle tasse arretrate e condivisa con i fratellastri e con due donne che conosceva appena, tra cui un'igienista che aveva lavorato a lungo per suo padre - per diplomarsi in scrittura creativa in una scuola di Denver.

Era già piú vecchia di quasi tutti gli altri studenti, e aveva non solo piú esperienza del mondo reale, ma anche un maggiore bagaglio d'infelicità famigliare e storie d'immigrazione. Inoltre si considerava piú attraente di quanto la qualità dei suoi precedenti ragazzi lasciasse intendere. Quando un insegnante del primo semestre, Charles Blenheim, scelse e lodò il lavoro di una scrittrice «sperimentale» piú giovane di lei, in Leila si attivò un tratto competitivo ereditario. La principale forma di interazione famigliare tra gli Helou erano le partite a carte e ai giochi da tavolo, durante le quali si dava per scontato che tutti barassero. Leila si impegnò molto sui propri racconti, e ancora di piú sui commenti al lavoro della rivale piú giovane. Imparò a colpire nei punti deboli, e ben presto attirò l'attenzione di Charles.

Charles era al culmine della carriera, dopo un anno di Lannan Fellowship e una recensione sulla prima pagina del «New York Times» che lo aveva consacrato erede di John Barth e Stanley Elkin, ma non sapeva che quello fosse il culmine. Alla radiosa luce delle prospettive che aveva davanti a sé, il suo matrimonio gli sembrava spento e indecoroso, un contratto firmato quindici anni prima quando le azioni Blenheim erano sottovalutate. Leila arrivò proprio al momento giusto per mettervi fine. Già che c'era, gli mise contro le due figlie per sempre. Capiva come doveva apparire ai loro occhi, e a quelli della moglie, e le dispiaceva — odiava essere odiata — ma non si sentiva particolarmente in colpa. Non poteva farci niente se Charles era piú felice con lei. Non preferire la loro felicità a quella della famiglia di Charles avrebbe richiesto dei principî molto rigidi. Nel momento cruciale, quando si guardò dentro per capire dove stessero il bene e il male, Leila trovò solo la confusione che suo padre le aveva tramandato.

Per un po' fu pazza di Charles. Fra tutte le sue studentesse aveva scelto proprio lei. La sua mole di uomo maturo le rendeva gradevole la propria piccolezza; la faceva sentire estremamente sexy. Charles andava a scuola in sella a una Harley-Davidson, aveva i capelli biondi e sottili che gli sfioravano le spalle della giacca di cuoio, chiamava per nome i giganti della letteratura. Per risparmiargli l'imbarazzo istituzionale, Leila abbandonò il corso di scrittura. Una settimana dopo la sentenza di divorzio, lo accompagnò in New Mexico in sella alla sua Harley e lo sposò a Taos. Lo seguiva alle conferenze, dove, lo avrebbe capito in ritardo, la sua funzione era quella di essere giovane, fresca e un po' esotica, e di suscitare l'invidia degli scrittori che non avevano ancora sostituito la moglie o non lo avevano fatto di recente. Lei aveva pubblicato alcuni dei suoi scarabocchi su piccole riviste che tenevano conto delle raccomandazioni di Charles, e ciò le consentiva di presentarsi come scrittrice.

Al termine delle sue svariate lune di miele, Charles si mise sotto a scrivere il grande libro, il romanzo che gli avrebbe assicurato un posto nel canone americano moderno. Un tempo bastava scrivere L'urlo e il furore o Fiesta. Ma ormai la grandezza era essenziale. Lo spessore, la lunghezza. Leila avrebbe fatto bene, prima di sposare uno scrittore o di immaginarsi scrittrice, a provare a vivere in una casa dove ci si proponeva di scrivere un grande libro. Un giorno di frustrazione veniva pianto con tre bicchieroni di bourbon. Un giorno di progressi concettuali ed euforia veniva festeggiato con quattro bicchieroni di bourbon. Per espandere la mente fino alla necessaria grandezza, Charles doveva trascorrere settimane di fila a non fare niente. L'università gli chiedeva pochissimo, ma quel pochissimo era comunque piú di niente, e per lui anche una piccola incombenza non assolta diventava un tormento. Leila si assumeva tutte le incombenze che poteva e molte che non avrebbe dovuto assumersi, ma non poteva, per esempio, insegnare al suo posto. La loro casa a tre piani in stile Craftsman riecheggiava per ore dei gemiti di Charles all'idea di insegnare. I gemiti provenivano da ogni piano dell'edificio ed erano al contempo sinceri e volutamente umoristici.

Quello che salvava Charles, e che spiegava in gran parte il debole di Leila per lui, era il senso dell'umorismo. In una delle rare giornate buone poteva produrre un lungo paragrafo — scollegato, come sempre, da tutti gli altri — che la faceva sganasciare dalle risate. Molto piú spesso, però, non cera nessun paragrafo. Invece, nei brevi ritagli di tempo in cui era libera di affannarsi sui suoi scarabocchi, mentre se ne stava seduta a una scrivania da bambino nell'ex camera da letto della figlia maggiore di Charles a contrapporre masochisticamente il suo piatto stile giornalistico alla «febbrile muscolarità» («New York Times Book Review», prima pagina) dei paragrafi del marito — anche se era da prima del matrimonio che Charles non riusciva piú a mettere insieme due di quei paragrafi -, Leila sentiva aprirsi la porta dello studio tappezzato di libri al secondo piano, e poi sentiva la Camminata. Sapendo che Leila era in ascolto, Charles rallentava apposta la Camminata per renderla divertente. Alla fine si fermava davanti alla porta chiusa e - come se si potesse immaginare che Leila non avesse sentito la Camminata in avvicinamento - esitava anche per piú minuti prima di bussare. Perfino dopo avere aperto la porta non entrava subito, ma posava lentamente lo sguardo su ogni angolo della stanza, forse per chiedersi se poteva scrivere un libro piú grande in una stanza da bambino, o per riacquistare dimestichezza con lo strano, piccolo mondo di Leila. Poi d'un tratto - i suoi tempi erano sempre comici - la guardava e diceva: «Hai da fare?» Lei non rispondeva mai di sí. Charles entrava nella stanza, si buttava sulla coperta con volant del lettino singolo e gemeva come il personaggio di un cartone animato. Si premurava di scusarsi per averla disturbata, ma Leila avvertiva, in quelle scuse, una sfumatura di risentimento per la sua capacità di svolgere le faccende domestiche e al contempo mettere insieme qualche paragrafo nel suo piatto stile giornalistico. A volte discutevano dell'eziologia del blocco di Charles, del suo ostacolo du jour, ma solo come preludio a quello che era venuto a fare, e cioè scoparla sulla coperta con volant, o sul pavimento di abete, o sulla scrivania da bambino. A Leila piaceva farlo con lui. Le piaceva un sacco.

Dopo un anno di mancati avvii del grande libro, Leila si stancò di scrivere narrativa. Come femminista non riusciva a immaginare di essere semplicemente la moglie di Charles, cosí andò a lavorare al «Denver Post» e ottenne subito buoni risultati, ora che faceva la giornalista per se stessa e non piú per suo padre. Con lei fuori di casa, le pagine del grande libro cominciarono ad aggregarsi, benché lentamente e a costo di un incremento nell'assunzione di bourbon. Dopo aver vinto un premio giornalistico (per un articolo sulla cattiva gestione della Colorado State Fair), Leila trovò il coraggio di sottrarsi alle cene che Charles era obbligato a organizzare per gli scrittori ospiti del corso. Oh, com'erano sgradevoli quelle cene, con tutto quell'alcol, le inevitabili mancanze di rispetto a Charles, l'aggiunta di un altro nome alla lista dei suoi nemici. In pratica, ormai, gli unici scrittori americani viventi che Charles non odiava erano i suoi studenti ed ex studenti, e se qualcuno di loro otteneva un po' di successo, prima o poi gli mancava di rispetto, lo tradiva e finiva nella lista dei suoi nemici.

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