Copertina
Autore Gabriele Frasca
Titolo La lettera che muore
SottotitoloLa "letteratura" nel reticolo mediale
EdizioneMeltemi, Roma, 2005, Nautilus 23 , pag. 358, cop.fle., dim. 120x188x31 mm , Isbn 978-88-8353-375-4
LettoreRiccardo Terzi, 2005
Classe antropologia , scienze sociali , scrittura-lettura , critica letteraria
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Indice

  7 Introduzione
    L'empietà dei diacritici

 20 Capitolo primo
    Il sortilegio orale

 35 Capitolo secondo
    Motori: dal verbo al metro

 49 Capitolo terzo
    La lettera che muore

 70 Capitolo quarto
    Spartiti, auditoria, specchi

 89 Capitolo quinto
    Letteratura da camera

107 Capitolo sesto
    La macchina di spropositi

132 Capitolo settimo
    Un viaggio sedimentale

160 Capitolo ottavo
    Topoi di biblioteca

197 Capitolo nono
    Eurecchiopei al crepuscolo

226 Capitolo decimo
    Dove guarda il grammofono?

244 Capitolo undicesimo
    Congegni fonografici

281 Capitolo dodicesimo
    Come rimanere rimasti

335 Bibliografia

 

 

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Pagina 7

Introduzione

L'empietà dei diacritici


Percepire i cambiamenti, o meglio ancora percorrere una rete di complessive modificazioni antropologico-culturali, in specie quando questa s'avvolga intorno al nucleo stesso della trasmissione del sapere (e quindi del nostro modo di ridirci nel mondo), è pratica che necessita dei più rigorosi esercizi di estraneità, o di estroflessione piuttosto, dal momento che, come nel noto esempio di Helmholtz perfezionato da Poincaré sulla relatività dello spazio, chiunque sia immerso in una qualsivoglia modificazione che riguardi l'intero universo di riferimento, e si vada dunque a sua volta modificando, non potrà percepire, non esistendo se non per mero esercizio teorico uno "spazio assoluto" in cui rifugiarsi immune, mutazione alcuna. Ma i cambiamenti culturali, fortunatamente, non lasciano invariate le coincidenze spazio-temporali fra un punto di osservazione e un punto osservato, dal momento che fra cultura e natura non esistono sovrapposizioni puntuali né fronteggiamenti faccia a faccia: le modificazioni nella cultura, intesa come trasmissione del sapere, impongono una ridefinizione complessiva dello spazio fisico, un ridisegnarsi dei rapporti e una conseguente rilettura del mondo, sebbene si sia portati solitamente a impiegare un nome vecchio, tranquillizzante, per tutto ciò che eccede la nostra sempre un po' preconcetta (perché precedentemente programmata) percezione dell'ambiente culturale. Le cose della cultura mutano, e sebbene con maggiore lentezza di quanto l'ansia del nuovo non finisca ogni volta col desiderare, comunque sempre più rapidamente dei nomi che ne sono cancelli e custodi.

Occorrerebbe dunque che al ricercatore tipologico-culturale fosse dato di sottrarsi al flusso percettivo in cui si scioglie la sua stessa porzione di esistenza, per districarsi insomma da un modo di sentire così tanto connaturato da apparire fatto non solo della sostanza della cultura da osservare ma addirittura dei ritmi biologici dell'osservatore, se non addirittura del suo stesso corpo. Solo a prezzo di una tale opportuna e comunque rischiosa astrazione, il ricercatore potrebbe guadagnare lo spalto privilegiato, sidereo appunto, da cui arrovesciare il cannocchiale o, che è lo stesso, prendere piuttosto a tirare su secchiate di flusso da decantare e preservare in vitro. Gli occhiali che le tecnologie domestiche, o protesi culturali, impongono a ciascun uomo in ciascuna epoca sono direttamente a contatto con la retina, anzi fanno tutt'uno con questa, al punto che nel toglierseli, se mai con l'onesto e scientifico intento di osservarli, per renderne sufficiente descrizione e analizzarne a fondo il funzionamento, si rischia di cavare via gli stessi occhi. Con in più, come se non bastasse, la possibilità che nel ridire l'ovvio, l'evidente, il sotto-gli-occhi-di-tutti, ma nel ridirlo dopo un'opportuna presa di distanza, il ricercatore finisca con l'assumere quel tono oracolare di chi travede (il cannocchiale, si diceva, è sempre rovesciato) il presente sotto specie di futuro. Perché parlare dell'oggi, con le parole che sono sempre quelle di ieri, trasforma comunque il vivo e tangibile sotto-gli-occhi-di-tutti nei contorni appena accennati di ciò che per manifestarsi sta magari attendendo il suo domani.

D'altra parte, se è merito della tipologia della cultura di stampo lotmaniano avere per tempo richiamato l'attenzione sulla necessità di costituire innanzi tutto un "modello di mondo" dell'epoca da cui si traggono i reperti culturali da analizzare, di modo da evitare letture forzosamente riattualizzanti e la conseguente declinazione di fraintendimenti e damnationes memoriae, occorre comunque ricordare che le forze impiegate nella ricostruzione di un "modello di mondo" possono a loro volta soggiacere agli imperativi culturali dell'epoca in cui opera il ricercatore tipologico-culturale: il "metamodello" perfetto (la descrizione che una determinata epoca dà, o piuttosto darebbe, attraverso i propri reperti culturali, di se stessa) è di per sé imperfetto, perché richiede sempre uno sguardo estraneo (per quanto doviziosamente documentato), e dunque un restauro (e quasi sempre, per bene che vada, con materiali di risulta), e in fin dei conti un racconto (sia pure di una straordinaria avventura filologica).

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Pagina 20

Capitolo primo

Il sortilegio orale


Nell'importante serie di saggi raccolti in italiano con il titolo La semiosfera, Jurij M. Lotman, con l'intento di riformulare il concetto statico di tipologia della cultura nelle dinamiche dei sistemi culturali, ricordava che, fluendo le "onde della cultura" nel "mare dell'umanità", i processi culturali stessi non possono apparire disgiunti dalle esplosioni di "emozioni collettive" (Lotman 1985, p. 144). Da tali questioni di pragmatica della cultura, su un asse dunque squisitamente sintagmatico, Lotman faceva conseguire due "problemi": il primo riguardava il "metamodello", e il secondo la produzione da parte del meccanismo culturale di "emozioni collettive spontanee", dalle quali il ricercatore non può prescindere. Lo stesso studio della semiotica della cultura, quindi, non poteva, a detta dello studioso russo, che condurre a quello delle "emozioni culturali", intese come eco di quelle "esplosioni" (come avrebbe poi puntualizzato nel saggio del 1993) che devono solitamente attendere solo le epoche successive per essere "interpretate" come tali (ivi, p. 145). Se, dunque, nella seconda metà del XX secolo si possono osservare in azione talune di queste "emozioni culturali" (che potrebbero compararsi alla "sostanza traumatica" che si forma sempre intorno ai punti di frattura, o "esplosione"), ed essenzialmente quelle fortemente legate al conflitto mediale sortito dalla diffusione sempre più massiccia dei nuovi supporti elettrici, non è certamente consigliabile convogliare la portata di queste onde nel Mar Morto di un solo specifico genere "letterario" (o nell'oceano unicellulare, per dirla con Solaris, dei consumi culturali cosiddetti triviali). Le "emozioni culturali" di cui si parla, se sono per davvero tali, si propagano evidentemente in ogni dove del modello culturale, dai procedimenti estetici più apparentemente innocui e dilettevoli al modo stesso in cui la scienza riscrive il mondo, fino ai cosiddetti dibattiti culturali, ingenerati talvolta, al loro apparire, da convergenze del tutto inattese, che tocca poi allo storico della cultura, o "archeologo" (nel senso foucaultiano), riallineare in una sequenzialità a posteriori ineluttabile.

Su una simile solo apparentemente inesplicabile coincidenza nell'ambito della cosiddetta "comunità intellettuale occidentale" (e, dunque, su una vera e propria "emozione culturale") si soffermava, in un saggio del 1986, Eric A. Havelock, allorquando, volendo fare il punto (oramai ottantreenne) sulla "riscoperta moderna dell'oralità", proponeva come spartiacque del flusso di studi sull'argomento un anno "emblematico": il 1963. Che cosa era successo, si chiedeva Havelock, in quell'anno per fare "esplodere" (è esattamente questa l'immagine usata dallo studioso) un tale interesse? La risposta, a sua detta, poteva trasparire da un evento, o piuttosto dalla convergenza di taluni avvenimenti editoriali in un unico evento, all'epoca sostanzialmente inavvertito (perché la cultura, avrebbe ribadito lo stesso Lotman, è formata da strati che si sono sviluppati, e continuano a svilupparsi, a diverse velocità), ma che avrebbe segnato un punto di svolta nella presa di coscienza del problema del funzionamento del medium dell'oralità o, che è lo stesso, nella messa in questione dal "falso universalismo" del concetto di "letteratura". Nell'arco di un anno, dal 1962 alla primavera del '63, erano apparse cinque opere, in vario modo consonanti, di studiosi che all'epoca non avevano alcun contatto fra di loro: Il pensiero selvaggio di Claude Lévi-Strauss, La galassia Gutenberg di Marshall McLuhan (entrambi del '62), Le conseguenze dell'alfabetizzazione di Jack Goody e Ian Watt (nel quinto numero di «Comparative Studies in Society and History». datato 1962-1963), Animal Species and Evolution di Ernst Mayr e, finalmente, Cultura orale e civiltà della scrittura dello stesso Havelock (gli ultimi due del 1963).

Se gli studi di Mayr e di Lévi-Strauss sfioravano il concetto di oralità come supporto per l'informazione non genetica, gli altri tre saggi affrontavano a pieno la questione del medium alfabetico come, si potrebbe dire con terminologia successiva, complessivo "remapping sensoriale" della specie (de Kerckhove 1990, pp. 23-50). Il lungo articolo Le conseguenze dell'alfabetizzazione di Goody e Watt, sortito dagli studi antropologici di Jack Goody in Africa e da una drammatica esperienza bellica di Ian Watt, si soffermava sulla tradizione culturale nelle società non alfabetizzate come dialettica fra memoria individuale ed eredità culturale, convergendo infine sulle più vistose conseguenze nelle culture orali dell'introduzione della scrittura alfabetica: la consapevolezza del passato, l'eliminazione delle "amnesie strutturali" di tipo genealogico, la stratificazione sociale e la nascita stessa del concetto di individuo (Goody, Watt 1962-63, pp. 361-405). Il mondo greco, nel suo passaggio epocale (intorno al VII secolo avanti Cristo) alla scrittura alfabetica, veniva utilizzato come luogo privilegiato su cui comprovare tali "conseguenze", anticipando in alcuni passaggi le argomentazioni che sarebbero state da lì a poco svolte da Eric A. Havelock.

Cultura orale e civiltà della scrittura (in realtà il titolo originale, Praface to Plato, è meno esplicito ma più pertinente) faceva ruotare le proprie argomentazioni intorno alla nota condanna pronunciata da Platone nel X libro della Repubblica (ma comunque prefigurata in tutta l'opera) ai danni della "poesia", e in particolare di quella omerica (ma anche della stessa tragedia attica), non già come "letteratura" ma in quanto mezzo di "trasmissione del sapere" e di educazione del popolo. Ripercorrendo dunque le argomentazioni di Platone, Havelock giungeva del resto alla conclusione che la società greca, non soltanto all'epoca della trascrizione dei poemi omerici, ma addirittura al tempo di stesura della Repubblica era ancora in buona sostanza totalmente orale (malgrado una sorta di "alfabetismo di corporazione" testimoniato dalla diffusione delle pubbliche iscrizioni), e che avrebbe subito pienamente le "conseguenze dell'alfabetizzazione" (che lo studioso definiva piuttosto, con un'espressione che sarebbe successivamente diventata tipica degli studi sugli effetti della tipografia di Elizabeth L. Eisenstein, una "rivoluzione silenziosa") soltanto verso la metà del IV secolo. Platone, dunque, si sarebbe trovato a descrivere una situazione in via di trasformazione, e avrebbe utilizzato tutto il suo peso intellettuale per proporre il curriculum studiorum dell'Accademia, interamente basato sull'alfabeto (e sulle sue "conseguenze"), come unico modello possibile di educazione, così da respingere la delectatio del "filodosso" (poeti e sofisti, con il loro impiego del medium performativo, fanno per Platone tutt'uno) nel nome della "filosofia" detentrice "del linguaggio astratto della scienza descrittiva" (Havelock 1963, p. 193). L'intero sforzo teorico della Repubblica appare così vertere sulla necessità del rinnovamento del sistema educativo (solo a queste condizioni si possono ridisegnare i confini di uno "stato ideale"), all'insegna di un'autentica "guerra mediale"; una guerra che, giunti a tanto, occorrerà avvezzarsi a considerare lunga e di logoramento, e giusto perché fra "cultura orale" (vocale e poi elettrica) e "civiltà della scrittura" non esiste un reciproco soppiantarsi, dal momento che i mezzi di comunicazione tendono piuttosto a cumularsi che a sostituirsi (Goody 2000, p. 20).

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Pagina 35

Capitolo secondo

Motori: dal verbo al metro


Quando, la sera del 10 maggio del 1933, sotto gli occhi compiaciuti di Paul Joseph Goebbels (ministro della propaganda e responsabile della radiofonia), gli studenti di Berlino cominciarono il primo rogo di libri (ne bruciarono solo quel giorno ventimila), soltanto un osservatore sprovveduto (o un "uomo tipografico") avrebbe potuto interpretare quella scena incandescente come un'opera di censura popolare alimentata dal regime nazista (o intravedervi piuttosto, in odore di continuità, l'animazione di quel quadro, conservato al Museo del Prado, in cui un imperioso san Domenico indica i volumi con cui ravvivare il fuoco della santa ortodossia). In quelle fiamme che, come ebbe a dire lo stesso Goebbels agli entusiasti studenti, illuminavano sì la fine della vecchia era, ma soltanto per stagliare nell'abbaglio delle loro vampe il profilo di quella nuova (Shirer 1959-60, pp. 376-377), si dissolveva, nel modo traumatico che sarebbe stato proprio della guerra imminente e delle sue atrocità, il monopolio alfabetico (chirografico e tipografico) dell'informazione non genetica. Non erano solo i libri degl'intellettuali "degenerati" ad andare in fumo, se mai per essere sostituiti da quelli cari al regime, ma il grande progetto educativo platonico alla base delle culture chirografiche e l'interfaccia individuo-libro che aveva sostanziato l'epoca moderna (fino alla sua grande "esplosione" industriale), fra le cui pieghe via via s'interponeva (e forse contrapponeva) la coralità dell'ascolto radiofonico, il fluire risonante di una voce che chiamava alla compartecipazione e alla mobilitazione. La storia del secolo trascorso, e l'oggi nel quale siamo immersi, offre fra l'altro non pochi esempi del grande conflitto (susseguito all'introduzione dei marchi e della scrittura) fra leggi, riti e convenzioni regolati capillarmente da una casta (to gramma) e l'improvviso risuonare in sette più o meno rivoluzionarie delle voci, sempre a propagazione "elettrica", del Terrore e dell'Attesa degli Ultimi Tempi (to pneuma).

Quello stesso regime nazista del resto, che si scorge in questa immagine attizzare (come tutti i suoi più o meno diretti derivati) le fiamme della damnatio memoriae, non sarebbe nemmeno esistito, come notarono per tempo con una formulazione mcluhaniana ante litteram Horkheimer e Adorno, senza la simultaneità e l'eterno presente della radio, proprio come la Riforma non avrebbe avuto vita facile senza i tempi lunghi della meditazione individuale, e virtualmente di massa, della stampa. D'altra parte, sembrerebbe quasi superfluo affermarlo, ogni altro regime o stato, quanto meno dal dopoguerra in poi, non potrebbe nemmeno più sussistere senza i suoi media elettrici. Il che, naturalmente, non vuol dire che da quella sera di primavera in poi la cultura tipografica avrebbe preso a scomparire (o quanto meno "not with a bang"...), quanto piuttosto che quell'evento faceva trasparire nella sua spettacolarità un processo di erosione che era oramai in atto in maniera conclamata dalla fine del secolo XIX, e forse addirittura dal 1844, anno in cui Samuel Morse, dopo aver ridotto il linguaggio a soli tre elementi discreti, aveva inaugurato il primo collegamento telegrafico fra Washington e Baltimora (o quanto meno da quando, nel 1887, Heinrich Hertz produsse in laboratorio le prime onde elettromagnetiche). Ciò che ne sarebbe conseguito non sarebbe stata solo una modificazione della percezione dello spazio e del tempo (Kern 1983, pp. 8-16), quanto piuttosto un cambiamento complessivo del sensorio umano, dal momento che quella che si sta continuando a definire informazione non genetica (la cultura, in senso antropologico, vale a dire l'informazione non inflitta nel corpo ma "stoccata" nel medium linguistico) è parte sostanziale dell'evoluzione della specie stessa.

A tale proposito varrà la pena di tornare a Animal Species and Evolution, saggio che, sulla scorta di Havelock, si è inserito nella quinconce di studi alla base della "scoperta moderna dell'oralità". Nell'ultima parte di questo libro, difatti, Ernst Mayr si soffermava sulla specifica evoluzione dell'uomo, basata in sostanza non soltanto sull'informazione genetica, trasmessa alla prole direttamente dai genitori ("accumulazione genetica"), ma anche su un tipo diverso d'informazione ("accumulazione culturale"), gestito direttamente da un gruppo come riserva comune disponibile a ciascun individuo (Mayr 1963, p. 636). Questo accumulo d'informazione, a detta dello studioso, necessitava naturalmente, per poter essere disponibile a ogni eventuale ulteriore utilizzazione, di un contenitore, insomma di un supporto che rendesse possibile la sua "conservazione per il reimpiego" (ib.); per Mayr tale supporto, tale medium, era il linguaggio (l'apparizione del linguaggio nell'evoluzione umana, insomma, era già tutt'uno con le modalità di trasmissione del sapere delle culture orali), ritenuto non a caso più della stessa cultura (intesa, in senso proprio, come "ciò che viene trasmesso, attraverso l'esempio e l'apprendimento, dagli individui più anziani a quelli più giovani") il fattore specifico dell'ominazione.

Che il linguaggio sia un medium per conservare informazioni, dunque un mezzo per sottrarsi alle imperative necessità del presente (così da liberare progressivamente dalla scena fissa del "presente ricordato", tipica delle forme di "coscienza" variamente emersa nei vertebrati), piuttosto che uno stimolo (e un veicolo primo) per la concettualizzazione, è stato più volte ribadito nei suoi studi da Gerald M. Edelman.

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Pagina 281

Capitolo dodicesimo

Come rimanere rimasti


E la "letteratura", quella che ancora si sedimenta giorno dopo giorno, con la sua marea di carta, nei parchi nazionali della cultura tipografica? Nient'altro che un "pacco"... una piccola frode, come qualsivoglia altro prodotto artistico in un tempo che si prospetta ancora "conservatore ed eclettico" (Badiou 1998b, p. 15), e dunque sempre barocco (spettacolare, di massa e amministrato), se non si danno forme testuali (quale che sia il loro medium) che non concorrano, magari loro malgrado, alla consonanza del "niente tace" con il brusio di una generalizzata "funzione narrativa"', dove ogni "quadro" non libera l'immagine nel risucchio del monoscopio ma racconta, come da proverbio, una storia, sempre la stessa, quella che ritorna esattamente su quell'"inquadratura", o "messa in stato". Racchiusa ancora nell'arca del libro tipografico, la "letteratura", con la sua lunga catena di intermediazioni (scrittori, editors, editori, direttori, recensori, presentatori, "grandi lettori"), prova quanto meno a galleggiare, come relitto (coi suoi classici annotati) o come schiuma (con una teoria infinita di intstant-books) sul flux de connerie del "niente tace" audiovisvo, nella speranza di incagliarsi almeno per il minimo tempo indispensabile (ogni data di edizione è già una data di scadenza) fra i coloratissimi scaffali, di piatto (per bene che vada) o di dorso, senza che nessun "aspetto merceologico" possa però dichiararne "posologia e composizione" ai sempre un po' intronati, e magari persino "truffati", consumatori. La "letteratura" insomma, destinata com'è alla sua piccola cerchia di iniziati, assai bellicosi e autoreferenziali, continua a "cantare" la classe che l'ha generata (anche quando "parla" di sottoproletari, o extra-comunitari... ogni forma testuale vive del suo medium e "canta" solo i suoi fruitori), e di cui ha costituito uno dei "miti" più persistenti, anche se oramai il "vero e proprio progetto" della borghesia si è esaurito, così come questa stessa classe, alla quale anche sarà doveroso incastrare le stampelle dei diacritici. Potrà apparire strano, soprattutto per chi si è abituato a considerare il capitalismo una sorta di "paesaggio permanente", o magari "naturale", l'amnio addirittura, e per chi crede ancora che quest'ultimo e la borghesia coincidano, come il recto e il verso di una moneta. Ma il fatto è che, secondo prassi, è il capitalismo stesso a creare le sue crisi (sempre in fuga, ma sulla "pendenza lieve" delle cose del mondo), e le attuali oligarchie che solcano i flussi mondiali dell'economia si sono da tempo affrancate dalla società borghese che le ha prodotte. La borghesia è ridotta a sua volta in "borghesia", virgolette incluse, sicché per davvero non c'è che un'unica classe, come avevano visto per tempo Deleuze e Guattari, una classe di servi: "anch'io sono schiavo, ecco le parole del nuovo padrone" (Deleuze, Guattari 1972, p. 289). Se l'opposizione attuale è ancora dunque fra la "classe unica" e i "fuori-classe" (alla lettera: "extracomunitari") che rimettono in moto le macchine desideranti (ivi, p. 290), allora la "letteratura", mito oramai depotenziato dell'arsenale della classe unica (ridotta stupidamente a declinare, pur di ritoccare "terra" nella frenesia immateriale del capitalismo, "neoarcaismi" di ogni tipo), non può che essere un "pacco", sempre che qualcuno, qualcuno ai margini, dai margini, insomma uno "schizo" (per dirla ancora con Deleuze e Guattari), non vi metta piuttosto un ordigno dentro, un congegno capace di forare l'"incubo della storia", perché vi risuoni un evento. A uno "schizo", magari a uno di quelli che se ne sta nelle pieghe della "comunicazione letteraria", e che per tutta la sua lunga carriera ha trovato di che vivere (e male) nel miserabile mercato eternamente adolescente della "science fiction", fra alieni e robot, può persino capitare di avere un improvviso soprassalto, se mai dopo aver subito una serie di fenomeni "paranormali" (una bouffée psicotica, in verità), e di finire col farsi (e farci) di queste domande: "Are we to believe that we are occluded, that we are deceived, that is not 1978 but 50 A.D... And Satan has spun a counterfeit reality to wither our faith in the return of Christ?". E di rispondersi, ma solo alla fine della sua vita, nel mesto bilancio del crollo delle attese palingenetiche di un'intera generazione, come segue.

La "letteratura"? Non proprio. Occorrerà per ciascuno rimettersi in attesa; l'autore, fuoriuscito come un singolare storiografo dall'ultima fase dell'età della carta, quella che nel privilegio audiovisivo connette il grigio bisbiglio delle biblioteche al variopinto chiacchiericcio delle riviste pulp, si presenterà nelle vesti di un trafelato messaggero, giunto da una paradossale corrosione dei tempi ("dobbiamo per davvero credere (...) di non essere nel 1978 ma nel 50 d.C.?") per parlarci di "strane memorie di morte", e far dunque trapelare, nella presunta eternità di ogni consumatore mediale, l'elemento dissolutore, e la conseguente necessità di imparare a sopravvivere a quanto (non) ci sopravvive. necessario si guardi indietro, argomenta, e si guardi "obliquo", per ritrovare il luogo e il tempo da cui si propagò il guasto, quello che sempre rimette comunque in funzione la macchina (qui esplicitamente "letteraria"). in un "presente infinito" che uno schizo conduce la sua fuga nel deserto. Varrà la pena di seguirlo, mettendosi sulle peste di un altro messaggero (magari Timoteo), perché tutti i possibili lettori, se sono per davvero un "popolo che manca", lo sono esattamente in quanto un messaggio deve ancora giungere, e magari è già in viaggio. Un "popolo che manca" è un popolo cui manca qualcosa. Perché scrivere ancora, se no?

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Pagina 290

"I realized it", "me ne sono accorta", risponde lei. Già, ma di che cosa in verità si rende conto Angel Archer nella casa galleggiante di Sausalito, il giorno che hanno ucciso John Lennon? Di essersi distratta durante il seminario di Barefoot, sonnecchiando un po' nelle sue memorie, se mai cullata dalla voce melliflua del santone? O di avere piuttosto dormito per tutto quel tempo, a partire dagli anni Sessanta, quando era ancora sposata con Jeff, studiava a Berkeley e faceva parte dei movimenti radicali, e poi lungo gli ossessivi e polizieschi Settanta, un lutto dopo l'altro, a San Francisco e dintorni, fra avventure deliranti del sapere, tutte all'insegna della ricerca dell'unica realtà autentica ("the real truth"), e psicotica coazione allo studio senza fine, e giù giù, un giorno dopo l'altro, fino a quello stramaledetto 8 dicembre del nuovo decennio? Se ritorniamo alle pagine iniziali di questo romanzo, ci accorgiamo di quante volte risuoni la voce del disincanto con cui Angel (che gestisce un negozio di dischi frequentato dall'ambiente universitario di Berkeley, come a suo tempo, fra l'altro, era capitato di fare al suo autore) rilegge il suo passato. "I have become inbred", dice, "from hanging around the Bay Area intellectual community; I think as I talk: pompously, and in riddles; I am not a person but a self-admonishing voice. Worse, I talk as I hear. Garbage in (as the computer science majors say); garbage out" (T 13). La sofferenza di Angel Archer, dunque, e anche la sua disposizione all'amarezza e al sarcasmo, sta tutta nell'essere lei sopravvissuta ("rimasta") a quegli anni, a contare uno per uno i propri morti: "A spectator to the distruction of my friends, I said to myself; one who records on a notepad the names of those who die, and did not manage to save any of them, not even one" (T 201). Questo elenco degli amici che la morte ha cancellato, sul taccuino di Angel, non può naturalmente non rimandare a quello che, a firma dello stesso Dick nella Nota dell'autore, chiudeva drammaticamente A Scanner Darkly (completato nel '75 e apparso nel 1977), con la rassegna di tutti i "compagni" uccisi o devastati dalla droga; così come il ruolo di "spettatrice" della protagonista richiama fin troppo esplicitamente l'esterrefatto Fred-Bob costretto dietro i suoi schermi ad assistere alla fine "programmata" di tutte le persone che ama, e di se stesso per giunta. Il riferimento non è casuale: la comunità di intellettuali sovreccitati "della baia", e dunque del Nord della California, in azione in Timothy Archer divide non poche caratteristiche (quelle dei freaks, per intenderci) con quella dei tossici intellettualoidi dell'Orange County (il "reazionario" Sud della California, che lanciò alla presidenza degli Stati Uniti Richard "Tricky Dicky" Nixon) di A Scanner Darkly. In entrambi questi piccoli gruppi di "sopravvissuti" alternativi, difatti, la grande stagione rivoluzionaria e internazionalista della fine degli anni Sessanta, schiacciata dallo stato poliziesco nixoniano, si è convertita in un modo autoreferenziale di trascorrere il tempo, e il grande sogno della "libertà di parola", e magari della "parola che libera", si è addomesticato nell'estetica del cazzeggio e delle chiacchiere a ruota libera: "garbage in, garbage out". Non esiste rimedio al flux de connerie.

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Pagina 314

Ecco, era per rivelarci come mettere in funzione il congegno che l'autore ci ha convocati: perché, insomma, sarà stata proprio questa l'intima motivazione per cui ha continuato a mettere insieme percetti e affetti, fra le mille incertezze, gli errori, le ossessioni deliranti e tutte quelle cose "troppo grandi", e "intollerabili", che ha visto, e che ha vissuto, come tutti. Non aveva intenzione alcuna di divertirci, le parole e i loro mondi possibili erano soltanto un'esca, e dunque, parrebbe aggiungere, chi desidera solo parole svuotate e mondi gonfiati a meraviglia si accomodi pure altrove. I grandi interstizi delle metropoli ne attendono ancora e ancora, di pendolari e "yo-yo" con i loro libretti. "L'unico scopo delle parole", ci dice invece, "era attirarvi qui". Voleva darci un sandwich, sperava che ce ne nutrissimo, e che magari imparassimo a dimenticare quel narcisistico rinchiuderci nel "nostro passato, e nellimmaginario bell'e pronto che sempre lo comprende, che ci impedisce di sussultare a quanto chiede a ciascuno di noi l'oggi. Ma non è un rito eucaristico; è soltanto qualcosa per tenere svegli, un "invio", un'"epistola", o magari un imbarazzato colpo di tosse, con annessa esortazione, come nel Vangelo di Tommaso (NHC II, 2, 55), a non farsi già da vivi morti, se non si vuole essere mangiati. Occorre avere il coraggio di assumere ciò che va assunto ("ingoiare" la morte), e poi, con altrettanto coraggio, in un'epoca in cui la massiccia dose di informazioni ci arreda costantemente la vita coartandoci al passato "narcisistico" (e giù "tutte le canzoni dei Beatles mai scritte", diffuse da ogni emittente radiofonica), espellere tutto il resto.

La "letteratura" nel reticolo mediale? Un pacco. Sempre che qualcuno, magari un artista di merda, non vi metta un ordigno... o un sandwich.

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