Copertina
Autore Espido Freire
Titolo Pesche gelate
EdizioneVoland, Roma, 2005, Amazzoni 29 , pag. 236, cop.fle., dim. 144x205x13 mm , Isbn 978-88-88700-43-4
OriginaleMelocotones helados
EdizionePlaneta, Madrid, 1999
TraduttoreAlessandro Gianetti
LettoreGiovanna Bacci, 2005
Classe narrativa spagnola
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Pagina 9

I



Esistono molti modi di uccidere una persona e farla franca: è facile far scivolare un'amanita velenosa in un piatto di funghi innocui. Con anziani e bambini fingere uno scambio di medicinali non presenta problemi. Ci si può procurare un'auto e, dopo aver investito la vittima, darsi alla fuga. Se si dispone di tempo e crudeltà, è possibile sedurla con l'inganno, assassinarla con un pugnale o un proiettile in un luogo appartato e poi disfarsi del cadavere. Quando non ci si vuol sporcare le mani, basta uscire in strada e corrompere qualcuno con meno scrupoli e meno denaro. Esistono sofisticati metodi chimici, stregonerie, avvelenamenti progressivi, agguati o false rapine che finiscono in tragedia.

Esiste anche una forma antica e semplice: l'espulsione della persona odiata dalla comunità, l'oblio del suo nome. Per qualche tempo il ricordo perdura, ma i giorni passano e lasciano uno strato di polvere che non si solleva più. Tutto il paese si sforza di lasciarsi alle spalle quanto è successo a pugni stretti e volontà ferma, e a poco a poco il nome si perde, i fatti si falsificano e si allontanano, fino a quando giunge l'oblio, definitivamente.

Giunge la morte.

facile. Una volta abituatisi l'oblio risulta semplice. La mente, che s'indebolisce con l'età, aiuta a sotterrare il passato. A volte le porte si aprono e risorgono i vecchi fantasmi. Altre volte, la maggioranza, quelle porte restano chiuse, e i morti non ritornano dalla morte, né dall'oblio.

facile. Si dimentica tutti i giorni.

Dimenticarono Elsa. Avevano giurato che mai l'avrebbero permesso, che, qualunque cosa fosse successa, Elsa sarebbe rimasta tra loro, quanto era accaduto con tanti non si sarebbe ripetuto. Elsa sarebbe sopravvissuta alla distanza, sul bosco di croci del cimitero, tra i canali d'acqua e la ferrovia che li portava fino in città.

Si sbagliavano. Non fu colpa di nessuno. Semplicemente passò il tempo di Elsa e nuove cose li colsero alla sprovvista, nuove cose presero il suo posto.

Si dimentica tutti i giorni. Tutti i giorni giunge la morte.


Durante la maggior parte dell'anno a Duino i cieli si mantenevano azzurri, spazzati a forza di vento e gelo. Il sole risplendeva sopra le cupole smaltate d'oro, indaco e verde, e, a volte, le chiese sembravano dispiegare le penne come pavoni reali. Sotto gli azulejos colorati, i vecchi muri mostravano l'argilla, e dopo la pioggia l'aria si colmava di polvere rossastra, o piuttosto dopo le tormente, perché a Duino non pioveva mai in modo pacato. Le nubi cariche d'acqua si dirigevano verso il mare e lasciavano la zona, come se un antico incantesimo le tenesse lontane dalle torri risplendenti e dalla vita indolente della città. Se pioveva, l'acqua arrivava avvolta nei tuoni. Se nevicava, i fiocchi si confondevano con la grandine. Con quel clima i fiori morivano presto, e appena si affacciava la primavera ricomparivano le sorgenti. Gli abitanti di Duino progettavano aiuole sotto l'ombra più fitta dei viali, con la speranza di riempire i parchi di bambini e di cani che avrebbero giocato e dato vita alla città. Erano terrorizzati all'idea di volgere lo sguardo alle periferie, alle colline aride dei dintorni, e scoprirle brulle e secche, coperte di miseri sterpi e papaveri sgargianti e sgraziati. Nessuno si era ancora ripreso dai danni provocati cinque anni prima dalla grande siccità, ma la scarsità d'acqua era terminata e le fonti erano di nuovo potabili; il fiume aveva recuperato la sua portata, e se l'estate si fosse dimostrata clemente, Duino sarebbe tornata alla normalità.


Elsa grande era appena arrivata a Duino e non si soffermò su quei dettagli. Non fece alcuna allusione al vento freddo quando chiamò i suoi genitori; anche con la calura d'agosto, sotto il feroce attacco del sole, non c'era modo di proteggersi dalle correnti d'aria alla nuca, dalla sensazione di gelo che proveniva da molto lontano, dalle montagne. Tranquillizzò sua madre.

Sono solo un po' stanca.

Hai dato i regali al nonno e alla tata?

Ancora no. Dopo cena.

E gli hai detto qualcosa di...?

No.

Poi andò nella sua camera e si lasciò cadere sul letto, sfinita e coi nervi a fior di pelle. In un bicchiere, sopra il comodino, aveva sistemato alcuni fiori che le aveva regalato qualche giorno prima il suo fidanzato, e che aveva portato con sé proteggendo gli steli con fogli d'alluminio. Si portò la mano alla fronte e ascoltò in silenzio. Dopo averla abbracciata, il nonno si era chinato di nuovo sul giornale; la tata si era offerta di aiutarla a disfare le valigie e, di fronte al suo rifiuto, era uscita di casa in tutta fretta, preoccupata che i negozi chiudessero. Aveva aspettato fino all'ultimo per inserire nella lista della spesa alcune leccornie che Elsa avrebbe gradito.

Questa premura la commosse quasi fino alle lacrime, e non osò chiedere nulla.

Arance, ciliegie, se ci sono disse timidamente di fronte all'insistenza della tata.

L'appartamento rimase stranamente silenzioso quando la porta si chiuse. Il rumore restava intrappolato nei tetti, così alti, e sembrava ristagnare per molto tempo. Anche l'odore di legno vecchio, di vernice irritante, unito a quello della colonia del nonno, fluttuava in grandi ondate. A volte diventava così spesso che gli sferzanti raggi solari che filtravano tra le tende avrebbero potuto tagliarlo.

Il nonno stava bene e sembrava sopportare senza difficoltà gli anni in più e il caldo. Elsa grande non lo vedeva da due anni, ma non lo trovò invecchiato. Si era ripreso dagli acciacchi sofferti alla soglia degli ottant'anni, e manteneva la schiena dritta e il polso fermo; mostrò un'allegria contenuta nel riceverla.

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Elsa grande non era la prima della famiglia a fuggire da Desrein. Senza saperlo, ripeteva lo stesso viaggio fatto dal nonno alla fine della guerra. Anche lui, quando aveva perso completamente la speranza, aveva abbandonato Desrein e si era rifugiato nella tranquillità di Duino. La differenza dei suoi amici, gli altri anziani che vivevano dietro i loro giornali, Esteban non sminuì mai l'importanza degli avvenimenti che vennero più tardi: non si aggrappò alla guerra per rimproverare senza motivo i giovani, né per la loro codardia, né per il loro disinteresse, né per la noncuranza con cui accoglievano le comodità.

Pensava che se la situazione si fosse ripetuta, sarebbero venuti uomini che avrebbero agito come avevano fatto loro: docilmente, senza convinzione, con un vago orgoglio nel compiere quanto ci si aspettava da loro, e una feroce paura a paralizzare le gambe e le dita. Se l'era cavata bene. Non era morto, non era stato nemmeno ferito; aveva imparato grandi lezioni sul coraggio e sulla viltà, e nella sua mente si era fatta strada l'irremovibile certezza che non ci potesse essere niente di peggio di quello che aveva vissuto.

Quando scoppiò la guerra aveva ventidue anni. Proprio la settimana precedente si era fatto un ritratto: magro, la mascella quadrata e due occhi azzurri molto ammirati. Come suo padre, faceva il rappresentante per la stessa fabbrica di stoffe. Voci insistenti e i quotidiani macchiati d'inchiostro indicavano una recrudescenza delle tensioni. I lavoratori erano inquieti, e da giorni gli studenti distribuivano volantini per le strade, ma nessuno si aspettava una guerra. Per questo durante quei giorni Esteban aveva viaggiato in tutta tranquillità, senza stupirsi troppo per la presenza di uniformi nelle stazioni e nei dintorni delle fabbriche.

"Finché non mi caccio nei guai" si diceva "non può capitarmi niente di male. Solo a questo porta la politica: problemi, scioperi e disoccupati." Viveva in una pensione che puzzava di cavolo e di gatti. A volte uno dei gatti scivolava nella penombra della sua camera e lui si svegliava di soprassalto; anche la notte in cui la guerra cominciò era sveglio, e sentì gli spari e le voci che insultavano e maledicevano. Rimase immobile, con una strana sensazione di leggerezza nel corpo, come se da un momento all'altro potesse volare.

Tutto quello che aveva vissuto fino ad allora svanì. Quando si presentò davanti alla fabbrica due operai, brandendo due sbarre di ferro, gli dissero che avevano sequestrato il direttore, e che, se non era in cerca di guai, era meglio non insistere.

Ma insomma, perché vi mettete in queste rogne? chiese.

I due operai lo guardarono dall'alto in basso e strinsero con più forza le sbarre, sicuri del fatto loro. Esteban perse la sua sicurezza.

Cosa faccio? domandò, disorientato.

Quello che fanno tutti. Corri in un posto sicuro.

Quando lasciò la pensione, con la valigetta con la quale viaggiava sempre, gli rubarono i documenti; in quel momento avrebbe potuto sparire o salire su un treno e tentare di passare la frontiera, ma non era un uomo risoluto e l'idea che avrebbero potuto arrestarlo o ucciderlo perché privo di documenti, perché sospetto, lo paralizzò. Come molti altri, non trovò il modo di evitare di arruolarsi; gli rasarono a zero i capelli, gli assegnarono un numero e un'uniforme e lo misero in un treno per dodici ore insieme ad altri novecento giovani, diretti a un luogo segreto, dove avrebbero ricevuto un addestramento minimo.

Nel vagone stipato, alcuni, i più ragionevoli, attendevano gli eventi senza perdere la calma; altri, che avrebbero dovuto essere riformati per infermità mentale o per eccessiva sensibilità, piangevano e si disperavano, ma la maggior parte cantava a squarciagola e si divertiva battendo i piedi al ritmo di una canzone.

"Guardami, che mi nascondo in quegli occhi neri..." pestone, pestone "guardami, donna, o rimpiangerai poi la tua crudeltà..."

Erano giovani, e partivano all'avventura con scarponi nuovi e un fucile. La maggior parte di loro usciva di casa per la prima volta, a causa della guerra. L'uniforme risvegliava un inatteso interesse nelle donne, e loro battevano i piedi per le strade, gli stivali scricchiolavano e, al nord, nelle terre dell'interno, i cannoni cominciavano a intonare un'altra canzone, che non parlava di occhi neri, ma che sapeva molto di amori impossibili.

Esteban si occupò a lungo di incarichi amministrativi. Scriveva lettere, guidava le auto dei militari di rango superiore e si mostrava discreto, quasi invisibile. Poi lo mobilitarono. A quanto gli dissero, si preparava una grande battaglia, la battaglia che avrebbe deciso le sorti della guerra. Uno scontro che in seguito si sarebbe chiamato la battaglia di Besra. L'orrore.

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In estate, se davano qualche buon film, Antonia ed Esteban andavano a vederlo. Lo proiettavano sulla parete della chiesa; era il luogo più adatto, dato che la maggior parte delle volte l'argomento erano martiri dati in pasto ai leoni o cavalieri con l'armatura che salvavano damigelle in pericolo. La prima volta che Esteban le annunciò che avrebbero visto un film, Antonia era corsa a cercare il suo collo di volpe e la spilla per fermarlo; ma lo avevano riposto nella naftalina, e non c'era modo di eliminare quell'odore, così Antonia, con sommo dispiacere, indossò un fazzoletto di seta e i guanti bianchi.

La moglie del medico e la sorella erano state più previdenti, e sfoggiavano i rispettivi colli di pelliccia. Esteban li indicò e rise a bassa voce.

Hai mai visto niente di più campagnolo?

Anche Antonia rise, col volto rigido. Da quella volta non si era più preoccupata di sistemarsi troppo per il cinema, e ne parlava con le sue amiche con aria indifferente.

La semplicità è alla base dell'eleganza diceva; era una delle frasi che le riviste di moda ripetevano più spesso, le riviste con le fotografie ritoccate della regina e delle principesse. Una donna esagerata è una monaca imbellettata.

La semplicità, certo, la semplicità dicevano le donne del paese, che ritenevano che se una donna aveva ereditato dei gioielli, o se aveva investito tempo prezioso per convincere il proprio marito a regalarglieli, il meno che potesse fare era sfoggiarli.

La sola a capire realmente di cosa stesse parlando era la maestra. Anche lei difendeva fervidamente la semplicità. La poverina non si poteva permettere nient'altro.

La moglie del medico fu l'ultima ad accorgersi che tutti si burlavano di lei per via del suo collo di pelliccia. Quando se ne rese conto, non ebbe neanche la forza d'infuriarsi. Aveva grande stima di Antonia che, in fin dei conti, era pur sempre una signora della capitale. Tagliò il collo di pelliccia a pezzetti e ci foderò il giaccone di suo marito.

Quando un inverno Antonia recupererò la sua volpe e la indossò, fiera, a un funerale, e tutti fecero commenti sulla semplicità e l'eleganza con cui vestiva la signora della pasticceria, la moglie del medico non capì più niente. Da allora guardava con un po' di rancore il giaccone imbottito del marito.


Antonia copiava le pettinature delle dame e delle martiri cristiane viste al cinema in un quaderno simile a quello delle ricette. Lei portava i capelli corti, con scuri riccioli che si attorcigliavano intorno al viso, quindi non poteva imitarle, ma molto presto Elsita avrebbe fatto la prima comunione, avrebbe cominciato a conoscere dei ragazzi, si sarebbe sposata. Una ragazza dall'acconciatura signorile si sarebbe trovata in una posizione migliore per imbattersi in un cavaliere. Meglio essere previdenti.

A Virto di sicuro, non avrebbe incontrato cavalieri. Antonia sperava che Elsita non stringesse amicizia con nessun bambino, né tanto meno con qualche ragazzo che avrebbe potuto conquistarla in poco tempo. Se permetteva a César tanta confidenza, era perché non sapeva che César, per esempio, non mancava di spiarle, lei e la tata, quando si spogliavano, di buon mattino, e lui era ancora di guardia al laboratorio. Gli piaceva guardare anche le coppie del paese, conosceva tutti i nascondigli abituali degli amanti. Diversi padri che vegliavano gelosamente sul proprio onore, avrebbero dato qualsiasi cosa per simili informazioni, ma César preferiva tacere i segreti più oscuri e protetti. Non si poteva mai sapere a che cosa sarebbero potuti servire.

Veniva a sapere dei fidanzamenti e delle rotture dalle chiacchiere della tata, che si dimenticava di lui con straordinaria facilità. Mentre metteva Antonia al corrente delle novità, César camminava a passi felpati e si allontanava dal forno. Se la bambina entrava nella pasticceria, Antonia la zittiva. Shhhh! Arriva Elsita.

Sapevano che era lei perché camminava a passettini, veloce quanto le consentiva la corda. César aveva perfino il tempo di fingere di tornare al suo lavoro. A volte Elsita lo tirava per la mano.

Dài... gioca con me... se non stai facendo niente.

Come no? Non vedi che mi devo ancora occupare di questo?

La voce di Antonia arrivava dal negozio.

Gioca un pochino con lei, César. Quando ho finito ti chiamo.

Con Elsita riusciva a sentirsi spiritoso e disinvolto. Con le altre donne gli si scombinavano le parole, e finiva per fare tutto al contrario. Abbassava la testa, accentuava l'umile sorriso e si affrettava a servirle. Gli piaceva mangiare e, di nascosto, beveva abbastanza. Presto aveva perduto l'aria giovanile, e cercava di nascondere la pancia stringendo la cintura del grembiule.

Aveva l'arte di passare inosservato. Quando facevano progetti, senza volerlo si dimenticavano di lui. César traeva, da quella quanta, il maggior vantaggio. Se si recava mezz'ora sulla parte alta del monte, seguendo discretamente certi fidanzati furtivi, la sua assenza era irrilevante. Poi ritornava, accaldato e agitato, a occupare il suo posto accanto al forno.

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Bianca. Spesso la sua allegria e la sua ansia coprivano il cielo intero, e con gesto deciso, come se stesse firmando un verdetto del quale era intimamente convinta, apriva il frigorifero. Loro due sole, dopo un pomeriggio di confidenze, o di studio, o semplicemente passato sul letto a osservare ragnatele. Bianca iniziava con due yogurt, con l'argentata eleganza dei loro coperchi strappati.

Dopo, mentre Elsa gustava qualche cioccolatino, o mordicchiava una pera, arrivava il resto. Mangiava un pomodoro; l'insalata che aveva spezzettato per la cena, con una fetta di salmone affumicato avvolto in carta oleosa; carote a cui toglieva la terra con un panno, così che a volte i suoi denti scricchiolavano contro qualche sassolino; prosciutto cotto; mortadella farcita con olive, e un salume di maiale con pistacchi.

Mangiava paté che spalmava all'inizio con parsimonia sul pane tostato, e che finiva divorando a cucchiaiate; chorizo che non si disturbava neanche di affettare; lonza; tagliatelle avanzate dal pranzo, con salsa di origano; pezzi di lardo bianco che teneva da parte per qualche frittura; formaggio che grattugiava precipitosamente o che mordeva fino a staccarne mezze lune ondulate; scatolette di acciughe e sardine che conservava in frigorifero; latte talmente freddo che le bruciava la gola. A quel punto aveva perlustrato tutti i ripiani del frigorifero e li aveva svuotati; restavano le uova che traballavano sullo sportello, e qualche verdura che andava cotta.

Allora si voltava, muovendosi appena, e con un calcio apriva la credenza. Lì teneva i biscotti; le tavolette di cioccolata, mai più di due, che si rompevano crocchiando con un suono particolare; le madeleines per la colazione; il latte condensato che lasciava sulle sue labbra il sapore di carne umana in decomposizione; il pane, che condiva con burro e zucchero, o con olio e sale. E così, in mezzo al disastro, il pavimento pieno di briciole, i sacchetti di cellofan distrutti e le unghie sporche dei resti del festino, mangiava fino a quando nel suo corpo non rimaneva neppure un buco per l'allegria, né per l'angoscia, e per un momento il mondo restava in pace, indolore. Fluttuante.

Elsa grande la guardava mangiare senza muovere un dito, concentrata sul proprio cioccolatino, fino a quando l'amarezza del cioccolato le tagliava la lingua e la intorpidiva. Vedeva Bianca alzarsi in piedi e passeggiare lungo il corridoio; quando tornava dal bagno era di nuova la stessa. Il colibrì. Nel suo ventre, torturato e bruciante, dimoravano le stesse emozioni che le davano vita: l'allegria e l'angoscia. Solo in ultima istanza, come i resti di qualcosa di molto lontano, il cibo.


Per questo nelle sue lettere, lettere più dettagliate e frequenti di quelle che scriveva a Rodrigo, non le parlava dei dolci che portavano da Virto, né del piatto tipico di Duino, che la tata sapeva preparare con una perizia quasi offensiva: il tacchino arrosto, col suo ripieno di castagne, pistacchi, pinoli e farcito con prosciutto a pezzetti, pane e prezzemolo. Lì palpitavano un'infinità di storie non raccontate. Le parlava degli aranci carichi di piccoli frutti amari che crescevano per le strade, delle cupole delle vecchie case, decorate con azulejos, dei suoi viali interminabili fino ai confini della città; di un'oreficeria che c'era sulla piazza, con vassoi d'argento antichi e stranamente aristocratici, e della crudeltà di un cartello nella stessa strada che annunciava "Carne di puledro".

Mancavano, tuttavia, i veri odori del quartiere del nonno: quello delle mandorle caramellate della churrerìa, che si espandeva, denso come una macchia visibile, negli appartamenti superiori; quello della grigliata della domenica, al ristorante più vicino; l'odore di iodio, femminile, della migliore pescheria della città, che ostentava le sue aragoste vive con le chele legate in grandi contenitori d'acqua davanti alla vetrina.

Non poteva separare la luminosità della strada dall'allegria del cibo, che a Duino saltava agli occhi a ogni passo. A Desrein gli edifici nuovi e senza vita, l'acciaio e il cemento denunciavano coloro che cedevano alla golosità. Mangiare una mela per strada risultava tanto inopportuno da poter essere interpretato come una provocazione. I duinesi, invece, piazzavano tende sulle terrazze per proteggersi dal sole, ricoprivano d'olio una malinconica lattuga, la condivano con sesamo e capperi e vi organizzavano intorno un festino.

A Desrein il cibo aveva vissuto epoche gloriose. I tempi dell'Hotel Camelot.

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