Copertina
Autore Carlos Fuentes
Titolo La morte di Artemio Cruz
SottotitoloAmori, rivoluzione, potere: l'epopea del Messico nella vita di un uomo
EdizioneNet, Milano, 2002 [1997], Narrativa 28 , pag. 266, dim. 127x200x23 mm , Isbn 978-88-515-2010-6
OriginaleLa muerte de Artemio Cruz [1962]
TraduttoreCarmine Di Michele
LettoreRenato di Stefano, 2002
Classe narrativa messicana
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Pagina 7

Mi sveglio... Mi sveglia il contatto di quest'oggetto contro il pene. Non sapevo che a volte si può orinare involontariamente. Rimangn con gli occhi chiusi. Le voci più vicine non si sentono. Se apro gli occhi, potrò udirle?... Però le palpebre mi pesano: due piombi, rame sulla lingua, tonfi nelle orecchie, un... qualcosa come argento ossidato nel respiro. Metallico, tutto questo. Minerale, di nuovo. Orino senza saperlo. Forse - sono rimasto incosciente, ricordo con un sussulto - durante quelle ore ho mangiato senza rendermene conto. Perché albeggiava appena quando ho steso la mano e ho fatto cadere al suolo - anche questo inconsciamente - il telefono e sono rimasto bocconi sul letto, le braccia penzoloni: un formicolio alle vene dei polsi. Ora mi sveglio, però non voglio aprire gli occhi. Non voglio: qualcosa mi brilla vicino al viso. Qualcosa che mi si riflette dietro le palpebre chiuse, in una fuga di luci nere e di circoli azzurri. Contraggo i muscoli del viso, apro l'occhio destro e lo vedo riflesso nei frammenti di specchio incrostati su una borsetta da donna. Sono questo. Sono questo qui. Sono questo vecchio con i lineamenti scomposti nei rettangoli irregolari degli specchietti. Sono questo occhio. Sono questo occhio. Sono questo occhio solcato dalle radici di una collera accumulata, vecchia, dimenticata, sempre attuale. Sono quest'occhio gonfio e verde fra le palpebre. Palpebre. Palpebre. Palpebre oleose. Sono questo naso. Questo naso. Questo naso. Rotto. Dalle ampie narici. Sono questi zigomi. Smorfia. Smorfia. Smorfia. Sono questa smorfia che non ha nulla a che vedere con la vecchiaia o con il dolore. Smorfia. Con i denti anneriti dal tabacco. Tabacco. Tabacco. Il vaporevaporevapore del mio respiro appanna i cristalli e una mano ritira la borsetta dal comodino.

«Mi creda, dottore: fa apposta...»

«Signor Cruz...»

«Prenderci in giro anche in punto di morte!»

Non voglio parlare. Ho la bocca piena di monete vecchie, di questo sapore. Però apro gli occhi un poco e attraverso le ciglia distinguo le due donne, il medico che sa di antisettico: dalle sue mani sudate, che ora mi palpano il petto sotto la camicia, si sprigiona un sentore soffocante di alcol. Cerco di allontanare quella mano.

«La prego, signor Cruz, la prego...»

No, non voglio aprire le labbra: o quella linea rugosa, senza labbra, nell'immagine riflessa dal vetro. Terrò le braccia allungate sulle lenzuola. Le coperte mi arrivano fino al ventre. Lo stomaco... ah... E le gambe mi restano aperte, con quell'oggetto freddo tra le cosce. E ho ancora il petto insensibile, con lo stesso formicolio sordo che sento... che... che sentivo quando restavo molto tempo seduto in un cinema. Cattiva circolazione, ecco che cos'è. Nient'altro. Nient'altro. Níent'altro. Niente di più grave. Bisogna pensare al corpo. Esaurisce pensare al corpo. Al proprio corpo. Il corpo unito. Stanca. Non ci si pensa. C'è. Penso, testimone. Sono, corpo. Resta. Va via... va via... si dissolve in questa fuga di nervi e di squame, di cellule e di globuli dispersi. Il mio corpo, sul quale questo medico pone le sue dita. Paura. Sento la paura di pensare al mio corpo. E il viso? Teresa si è ripresa la borsetta che lo rifletteva. Cerco di ricordarlo in quell'immagine era un volto diviso in pezzi di vetro senza simmetria, con l'occhio vicinissimo all'orecchio e lontanissimo dall'altro che gli fa da paio, con la smorfia distribuita in tre specchi circolanti. Il sudore mi scorre giù dalla fronte. Chiudo di nuovo gli occhi e chiedo che il mio viso e il mio corpo mi vengano restituiti. Chiedo, però sento quella mano che mi accarezza e vorrei sottrarmi a quel contatto, ma sono privo di forze.

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Pagina 13

[...] A questo punto ti porterai la mano al ventre e la tua testa canuta e crespa, dal volto olivastro, sbatterà seccamente sul cristallo del tavolo e di nuovo, vicinissima, vedrai l'immagine riflessa del tuo gemello malato, mentre tutti i rumori, ridendo, scapperanno fuori dalla tua testa e il sudore di tutta quella gente ti circonderà, la carne di tutta quella gente ti soffocherà, ti farà perdere i sensi. L'immagine riflessa del gemello si sovrapporrà all'altra che sei tu, al vecchio di settantun anni che giacerà incosciente fra la poltrona girevole e la grande scrivania d'acciaio: e starai qui e non saprai quali dati formeranno la tua biografia e quali saranno taciuti, nascosti. Non lo saprai. Sono i soliti dati e non sarai il primo né l'unico con un simile foglio di servizio. Te la sarai goduta. Questo già lo avrai ricordato. Però ricorderai altre cose, altri giorni; dovrai ricordarli. Sono giorni lontani, vicini, ricacciati nell'oblio, individuati dal ricordo - incontro fortuito, amore fugace, libertà, rancore, fallimento, volontà - furono e saranno qualcosa di più dei nomi che puoi dar loro: giorni in cui il tuo stesso destino ti inseguirà con un fiuto da segugio, ti troverà, salderà i conti con te, ti rincarnerà con parole e atti, materia complessa, opaca, adiposa connessa per sempre con l'altra, l'impalpabile, quella del tuo animo assorbito dalla materia: amore di cotogna fresca, ambizione di unghie che crescono, tedio della calvizie progressiva, malinconia del sole e del deserto, abulia dei piatti sudici, distrazione dei fiumi tropicali, paura delle sciabole e della polvere, delle lenzuola stese al sole, giovinezza dei cavalli neri, vecchiaia della spiaggia abbandonata, incontro della busta e del francobollo straniero, ripugnanza per l'incenso, disturbi provocati dalla nicotina, dolore della terra rossa, tenerezza del patio a sera, spirito di tutti gli oggetti, materia di tutte le anime: taglio netto nella tua memoria, che separa le due metà; saldatura della vita, che le riunisce di nuovo, le dissolve, le persegue, le ritrova; il frutto ha due metà: oggi sì riuniranno: ricorderai la metà che hai lasciato indietro: il destino ti ritroverà: sbadiglierai: non bisogna ricordare: sbadiglierai: le cose e i loro sentimenti si sono andati sfibrando, sono caduti a pezzi lungo il cammino: laggiù, nel passato, esisteva un giardino: se ci potessi tornare, se potessi trovarlo di nuovo alla fine: sbadiglierai: non hai cambiato di luogo: sbadiglierai: starai sulla terra del giardino, però i rami pallidi si rifiutano di dare frutti, il letto polveroso del fiume si rifiuta di portare le acque: sbadiglierai: i giorni saranno differenti, identici, lontani, attuali: presto dimenticheranno la necessità, l'urgenza, la meraviglia: sbadiglierai: aprirai gli occhi e le vedrai lì, al tuo fianco, con quella falsa premura: ne mormorerai i nomi: Catalina, Teresa: non riusciranno a dissimulare quel senso di inganno e di violazione, di disapprovazione irritata, che per necessità dovrà trasformarsi, ora, in espressione di preoccupazione, di affetto, di dolore: la maschera di premura sarà il primo segno del cambiamento che la tua malattia, il tuo aspetto, la decenza, lo sguardo degli altri, l'abitudine ereditata, imporranno loro: sbadiglierai: chiuderai gli occhi: sbadiglierai: tu, Artemio Cruz, lui: crederai nei tuoi giorni a occhi chiusi.

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Pagina 26

Ti sentirai soddisfatto di importi a loro; confessalo: ti sei imposto perché ti accettassero come un loro pari: poche volte ti sei sentito più felice, perché da quando hai cominciato a essere quello che sei, da quando hai imparato ad apprezzare il contatto delle buone stoffe, il gusto dei buoni liquori, l'odore dei buoni profumi, tutto ciò che negli ultimi anni è stato il tuo piacere unico e solo; da allora hai mirato lassù, al nord, e da allora sei vissuto con la nostalgia dell'errore geografico che non ti ha permesso di farne parte in tutto e per tutto: ne ammiri l'efficienza, le comodità, l'igiene, il potere, la volontà e ti guardi intorno e ti sembrano intollerabili l'incompetenza, la miseria, la sporcizia, l'abulia, la nudità di questo povero paese che non ha nulla; e ti addolora ancora di più sapere che per quanto ti sforzi non puoi essere come loro: puoi essere solo un calco, qualcosa di approssimativo, perché dopo tutto, di': la tua visione delle cose, nei tuoi peggiori o migliori momenti, è stata mai così semplicistica come la loro? Mai. Mai hai potuto pensare in bianco o nero, buoni o cattivi, Dio o Diavolo: ammetti che sempre, anche quando pareva il contrario, hai trovato nel nero il germe, il riflesso del suo contrario: perfino la tua crudeltà, quando sei stato crudele, non era soffusa di una certa tenerezza? Sai che ogni estremo contiene il proprio contrario: la crudeltà la tenerezza, la viltà il coraggio, la vita la morte: in qualche modo (quasi inconsciamente, per essere quello che sei, di dove sei e per quello che hai vissuto) sai tutto questo, perciò non potrai mai assomigliare a loro, che non lo sanno. Ti dispiace? Si, non è comodo, è fastidioso, è molto più comodo dire: qui sta il bene e lì sta il male. Il male. Tu non potrai definirlo mai. Forse perché noi, più indifesi, non vogliamo che si perda quella zona intermedia, ambigua, fra luce e ombra: quella zona dove possiamo trovare il perdono. Dove tu lo potrai trovare. Chi non sarà capace, in un solo momento della sua vita (come te) di incarnare nello stesso tempo il bene e il male, di lasciarsi guidare nello stesso tempo da due fili misteriosi, di colore diverso, che provengono dallo stesso gomitolo, affinché poi il filo bianco vada in su e il nero discenda e, ciò nonostante, tutti e due si ritrovino fra le tue dita? Non vorrai pensare a questo. Detesterai il tuo io perché te lo ricorda. Vorresti essere come loro e ora, da vecchio, quasi ci riesci. Quasi, però. Soltanto quasi. Tu stesso eviterai l'oblio: il tuo coraggio sarà fratello gemello della tua viltà, il tuo odio sarà figlio del tuo amore, tutta la tua vita avrà contenuto e promesso la tua morte: non sarai stato né buono né cattivo, né generoso né egoista, né fedele né traditore. Lascerai che gli altri rivelino le tue qualità e i tuoi difetti; però anche tu, come potrai negare che ognuna delle tue affermazioni negherà se stessa, che ognuna delle tue negazioni affermerà se stessa? Nessuno se ne renderà conto, eccetto te forse. La tua vita sarà intessuta con tutti i fili del telaio, come le vite di tutti gli uomini. Non ti mancherà, né ti avanzerà, una sola occasione per fare della tua vita quello che tu vuoi che sia. E se sarà una cosa, e non un'altra, sarà perché, malgrado tutto, dovrai fare una scelta. Le tue scelte non negheranno il resto della tua possibile vita, tutto ciò che ti lascerai alle spalle ogni volta che sceglierai: solamente, te l'assottiglieranno, la renderanno sottile al punto che oggi la tua scelta e il tuo destino saranno una stessa cosa: la medaglia non avrà più due facce: il tuo desiderio sarà identico al tuo destino. Morirai? Non sarà la prima volta. Avrai vissuto tanta di quella vita morta, tanti momenti di pura gesticolazione.

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Pagina 49

Chiuderai gli occhi, cosciente del fatto che le tue palpebre non sono opache, che sebbene tu le chiuda la luce penetra fino alla retina: si fermerà la luce del sole, inquadrato dalla finestra aperta, all'altezza dei tuoi occhi chiusi che eliminano i dettagli della visione, lo splendore e il colore, ma non eliminano la visione, la luce stessa di quel centesimo di rame che si disferà verso ponente. Chiuderai gli occhi e crederai di vedere di più: vedrai solo quello che il tuo cervello vuole che tu veda: più di quanto è offerto dal mondo: chiuderai gli occhi e il mondo esteriore non lotterà con la tua visione ricreata. Chiuderai le palpebre e quella luce immobile, invariabile, ripetuta, del sole creerà dietro di esse un altro mondo in movimento: luce in movimento, luce che può stancare, impaurire, confondere, rallegrare, rattristare: dietro le tue palpebre chiuse, saprai che l'intensità di una luce che penetra fino in fondo a quella lastra ridotta e imperfetta potrebbe suscitarti sentimenti estranei alla tua volontà, al tuo stato. E tuttavia, potrai chiudere gli occhi, inventare una cecità passeggera. Non potrai chiudere le orecchie, simulare una sordità fittizia; smettere di toccare qualcosa, magari l'aria, con le dita, immaginare un'insensibilità assoluta; trattenere il fluire continuo della saliva sulla lingua e nel palato, superare il sapore di te stesso; impedire la respirazione faticosa che continuerà a riempire di vita i tuoi polmoni, il tuo sangue, a scegliere una morte parziale. Sempre vedrai, sempre toccherai, sempre assaporerai, sempre annuserai, sempre sentirai, avrai gridato quando ti hanno trafitto la pelle con quell'ago pieno di un liquido calmante; griderai prima ancora di sentire un dolore qualsiasi. L'annuncio del dolore andrà al tuo cervello prima che lo stesso dolore sia sentito dalla tua pelle: viaggerà a prevenirti del dolore che sentirai, a metterti in guardia affinché ti renda conto, affinché tu senta il dolore con maggiore intensità, perché rendersi conto indebolisce, ci converte in vittime quando ci accorgiamo che solo noi ci rendiamo conto delle forze che non ci consulteranno, che non faranno caso a noi;

fatto: gli organi del dolore, più lenti, vinceranno quelli della prevenzione riflessa,

e ti sentirai diviso, uomo che riceverà e uomo che agirà, uomo sensore e uomo motore, uomo fatto di organi che sentiranno, che trasmetteranno la sensazione ai milioni di minuscole fibre che si stenderanno verso la tua corteccia sensoria, verso quella superficie della metà superiore del tuo cervello che durante settantun anni riceverà, accumulerà, spenderà, spoglierà, rifletterà i colori del mondo, il contatto della carne, i sapori della vita, gli odori della terra, i rumori dell'aria: trasferendoli al motore frontale, ai nervi, ai muscoli e alle ghiandole che trasformeranno il tuo stesso corpo e la frazione del mondo esterno che ti toccherà in sorte

però nel tuo dormiveglia, la fibra nervosa che trasmetterà l'impulso della luce non si connetterà con la zona della visione: ascolterai il colore, così come gusterai i contatti, toccherai i rumori, vedrai gli odori, annuserai il gusto: allungherai le braccia per non cadere nei pozzi del caos, per riconquistare l'ordine di tutta la tua vita, l'ordine della realtà ricevuto, trasmesso al nervo, proiettato sulla zona giusta del cervello, restituito al nervo convertito in effetto e di nuovo in fatto reale: stenderai le braccia e dietro gli occhi chiusi vedrai i colori della tua mente e infine sentirai, senza vedere, l'origine del tatto che ascolti: le lenzuola, lo scivolare delle lenzuola fra le tue dita rattrappite; aprirai le mani e sentirai il sudore dei palmi e forse ricorderai che sei nato senza linee della vita o della fortuna, della vita e dell'amore: sei nato e nascerai con i palmi lisci, però basterà che tu nasca perché, dopo poche ore, quella superficie in bianco si riempia di segni, di linee, di annunci: morirai con le tue linee dense, arrivate al loro termine, però basterà che tu muoia perché, dopo poche ore, tutte le linee del destino siano sparite dalle tue mani:

caos: non ha plurale

ordine, ordine: stringerai le lenzuola fra le mani e rivivrai in silenzio, dentro di te, le sensazioni che l'ordine del tuo cervello alloggia, chiarisce: localizzerai mentalmente, con uno sforzo, le zone che presiedono alla sete e alla fame, al sudore e al raccapriccio, all'equilibrio e alla caduta: le localizzerai nel cervello inferiore, il servo, il domestico che adempie le funzioni immediate e rende libero l'altro, il superiore, per il pensiero, l'immaginazione, il desiderio: figlio dell'artificio, della necessità o del caso, il mondo non sarà facile: non potrai conoscerlo nella passività, lasciando che le cose ti succedano: dovrai pensare affinché il tessuto dell'incertezza non ti divori: sopravviverai:

ti riconoscerai:

riconoscerai gli altri e lascerai che loro - lei - ti riconoscano: e saprai che ti opporrai a ogni individuo, perché ogni individuo sarà un ostacolo in più per raggiungere la meta del tuo desiderio;

desidererai: così come vorresti che il tuo desiderio e l'oggetto desiderato fossero la stessa cosa; come sognerai la realizzazione immediata, l'identificazione costante del desiderio e della cosa desiderata:

riposerai con gli occhi chiusi, però non smetterai di vedere, non cesserai di desiderare: ricorderai, perché così farai tua la cosa desiderata: indietro, indietro, nella nostalgia, potrai fare tuo tutto quello che desideri: non avanti, indietro:

la memoria è il desiderio soddisfatto:

sopravvivi con la memoria, prima che sia tro po tardi,

prima che iL caos ti impedisca di ricordare.

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Pagina 54

«Regina... Regina...»

«Ti ricordi di quella roccia che entrava nel mare come una barca di pietra? Dev'essere ancora lì.»

«Lì ti ho conosciuta. Andavi spesso in quel posto?»

«Tutte le sere. Si forma un laghetto fra le rocce e uno può specchiarsi nell'acqua chiara. Li mi specchiavo io e un giorno apparve la tua faccia vicino alla mia. Di notte le stelle si riflettevano nel mare. Di giorno si vedeva il sole ardere.»

«Non sapevo che fare quella sera. Avanzavamo combattendo e all'improvviso tutto crollò, i pelados si arresero e subito cominciammo ad abituarci a un altro genere di vita. Allora cominciai a ricordarmi di altre cose e ti trovai seduta su quella roccia. Con le gambe bagnate.»

«Anche a me fece piacere. Apparisti al mio fianco, sul mio fianco, riflesso nello stesso mare. Ti sei reso conto che anche a me faceva piacere?»

L'alba tardò a giungere, però un velo grigio scoprì il sonno dei due corpi, con le mani unite. Lui si svegliò per primo e osservò il sonno di Regina. Sembrava il filo più tenue della ragnatela dei secoli: un gemello della morte: il sonno. Le gambe raccolte, il braccio libero sul petto dell'uomo, la bocca umida. A loro piaceva l'amore dell'aurora: lo vivevano come una festa per celebrare il nuovo giorno. La luce opaca lasciava appena percepire il profilo di Regina. Fra un'ora si sarebbero sentiti i rumori del paese. Ora, invece, avverte solo la respirazione della giovane bruna che dorme piena di serenità e che è la parte viva del mondo in riposo. Solo una cosa avrebbe avuto il diritto di svegliarla, solo una felicità avrebbe avuto il diritto di interrompere questa felicità del corpo sereno nel sonno, che sembra ritagliato sul lenzuolo, avvolto in se stesso con una nitidezza di luna a lutto. Ne ha diritto? L'immaginazione del giovane superò l'amore: la contemplò addormentata come se si riposasse del nuovo amore che fra pochi secondi l'avrebbe svegliata. Quando è più grande la felicità? Accarezzò il seno di Regina. Immaginarsi ciò che sarà una nuova unione; l'unione stessa; la gioia stanca del ricordo e di nuovo il desiderio pieno, aumentato dall'amore, di nuovo l'atto d'amore: felicità. Baciò l'orecchio di Regina e osservò da vicino il suo primo sorriso: avvicinò il viso per non perdersene il primo gesto di gioia. Senti che la mano ricominciava a giocare con lui. Il desiderio fiorì dentro, seminato di gocce gravide: le gambe lisce di Regina cercarono di nuovo i fianchi di Artemio: la mano piena sapeva tutto: l'erezione sfuggì dalle dita e si svegliò in esse: le cosce si separarono frementi, piene, e la carne tesa incontrò la carne aperta ed entrò accarezzata dal polso ansioso, coronata da piccole uova giovani, stretta in quell'universo di pelle blanda e amorosa: ridotti all'incontro del mondo, al seme della ragione, alle due voci che chiamano in silenzio, che dentro battezzano tutte le cose: dentro, quando egli pensa a tutto meno che a questo, pensa, conta le cose, non pensa a nulla, affinché tutto questo non abbia fine: cerca di riempirsi la testa di mari e di arene, di frutta e di venti, di case e di animali, di pesci e di semine, affinché tutto questo non finisca mai: dentro, quando alza il viso con gli occhi chiusi e il collo si stira con tutta la forza delle vene gonfie, quando Regina si sente venir meno, si lascia vincere e risponde con il fiato grosso, aggrottando le ciglia e con le labbra sorridenti che si, che si, che le piace, che sì, che non la lasci, che continui, che si, che si fermi, che sì, fino a rendersi conto che tutto è successo contemporaneamente, senza che l'uno abbia potuto contemplare l'altro perché tutti e due erano la stessa cosa e dicevano le stesse parole:

«Ora sono felice.»

«Ora sono felice.»

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Pagina 117

«Attraversammo il fiume a cavallo. E arrivammo fino alla barra alla foce del fiume e al mare. A Veracruz».

perseves e calamari, polpi e ceviches, penso alla birra, amara come il mare, la birra, penso alla cacciagione dello Yucatán, che non sono vecchio sebbene un giorno lo sia stato, davanti a uno specchio, e ai formaggi fermentati, come piacciono a me, penso, voglio, come mi rianima tutto ciò, come mi annoia ascoltare la mia voce precisa, insinuante, autoritaria, che recita sempre la stessa parte, sempre, che noia, mentre potrei star mangiando: mangio, dormo, faccio l'amore e tutte le altre cose, che? che? che? chi è che vuole mangiare dormire fare l'amore con il mio denaro? tu Padilla e tu Catalina e tu Teresa e tu Gerardo e tu Paquito Padilla, così ti chiami, vero? che in questo momento starai mangiucchiando le labbra di mia nipote nella penombra della mia sala o di questa sala, tu che sei ancora giovane, perché io non vivo qui, voi siete giovani, io so vivere bene, è per questo che non abito qui, sono un vecchio, eh? un vecchio pieno di manie, che ha diritto ad averle perché si è fottuto, capite? si è fottuto fottendo gli altri, ha fatto le sue scelte per tempo, come quella notte, ah già l'ho ricordata quella notte, quella parola, quella donna: datemi da mangiare: andatevene via: ahi che dolore: andate via: e andate a chingar a màmmeta.

La pronuncerai: è la tua parola: e la tua parola è la mia; parola d'onore: parola da uomo: parola da ruota: parola da mulino: imprecazione, proposito, saluto, progetto di vita, filiazione, voce dei disperati, liberazione dei poveri, ordine dei potenti, invito alla rissa e al lavoro, epigrafe dell'amore, sogno della nascita, minaccia e beffa, compagna di bagordi, spada del valore, treno della forza, zanna dell'imbroglio, blasone della razza, salvagente dei confini, riassunto della storia: parola d'ordine in Messico: la tua parola:

«Chingar a màmmeta»

«Figlio della chingada»

«Siamo qui noi, i chingones»

«Smettila con le chingaderas»

«Ora lo chingo io»

«Su, chingaquedito»

«Non ti far chingar»

«Mi sono chingada quella tipa»

«Ti possano chingar...»

«Ma vada a farsi chingar»

«Chinga a destra e a manca senza guardare in faccia a nessuno»

«Me ne chingo»

«Gli ho chingado mille pesos»

«Chínguense, anche se casca il mondo»

«Me ne chingo altamente»

«Il capo mi ha chingado»

«Non cominciare col chingarme la giornata»

«Andiamo tutti alla chingada»

« andato a farsi chingar»

«Me ne chingo anche se tutto va a puttane»

«Hanno chingado i poveri indios»

«Ci hanno chingado gli spagnoli, i gachupines»

«I gringos mi chingan»

«Viva il Messico, figli della gran chingada»

tristezza, alba, buia, macchiata di fuliggine, guayaba, il dormire male: figli della parola. Nati dalla chingada, morti nella chingada, vivi per un puro chingado caso: ventre e lenzuolo mortuario, nascosti nella chingada. Si presenta a viso aperto, distribuisce le carte, si gioca la sorte, copre la reticenza e il doppio gioco, scopre l'alterco e il coraggio, ubriaca, grida, soccombe, vive in tutti i letti, presiede i fasti dell'amicizia, dell'odio e del potere. Parola nostra. Tu e io, membri di questa massoneria: l'ordine della chingada. Sei quello che sei perché hai saputo chingar la gente e non ti sei lasciato chingar a tua volta: sei quello che sei perché non hai saputo chingar gli altri ma ti sei lasciato chingar: catena della chingada che ci tiene tutti prigionieri: un anello dopo l'altro, uniti a tutti i figli della chingada che ci hanno preceduti e che ci seguiranno: erediterai la chingada dall'alto: l'erediterai dal basso: sei figlio dei figli della gran chingada; sarai padre di altri figli della chingada: la nostra parola, dietro ogni volto, ogni segno, ogni porcheria: mazza della chingada, verga della chingada, culo della chingada: la chingada esegue i tuoi ordini, la chingada ti alleggerisce di tutti gli umori immagazzinati durante la quaresima, ti fotti la chingada, la chingada ti fa una sega, non avrai madre, però avrai la tua chingada: con la chingada te la passi magnificamente, è il tuo compagno di bagordi, il tuo fratello carnale, il tuo fratellino, la tua femmina, il peggio-di-niente: la chingada: con la chingada ti senti risuonare tutto lo scheletro; con la chingada ti si arriccia la pelle; con la chingada ti senti magnificamente: con la chingada ti senti timida; ti afferri alle poppe della chingada:

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Pagina 169

Sopravviverai: sfiorerai di nuovo le lenzuola e saprai che sei sopravvissuto, malgrado il tempo e il movimento che a ogni istante accorciano la tua fortuna: fra la paralisi e la sfrenatezza c'è la linea della vita: l'avventura: stabilirai, per maggiore sicurezza, di non muoverti mai: ti immaginerai immobile, al riparo dal pericolo, dal caso, dall'incertezza: la tua tranquillità non fermera il tempo che scorre senza di te, sebbene tu lo inventi e lo misuri, il tempo che nega la tua immobilità e ti sottomette al suo insito pericolo di estinzione: avventuriero, misurerai la tua velocità con quella del tempo:

il tempo che inventerai per sopravvivere, per crearti l'illusione di una permanenza più lunga sulla terra: il tempo che il tuo cervello creerà a forza di percepire l'alternarsi di luce e di tenebre nel quadrante del sogno; a forza di captare le immagini della placidità minacciata dai cumuli addensati e neri delle nuvole, l'annuncio del tuono, i postumi del fulmine, lo scroscio tempestoso della pioggia, l'apparizione confortante dell'arcobaleno; a forza di gridare i segni del tempo: ululato del tempo della guerra, ululato del tempo di lutto, ululato del tempo di festa; a forza, insomma, di dire il tempo, di parlare del tempo, di pensare il tempo inesistente di un universo che non lo conosce, perché mai cominciò e mai finirà: non ebbe principio, non avrà fine e non sa che tu inventerai una misura dell'infinito, una riserva di ragione:

tu inventerai e misurerai un tempo che non esiste,

saprai, sceglierai, giudicherai, calcolerai, immaginerai, prevederai, finirai col pensare ciò che avrà come sola realtà quella creata dal tuo cervello, imparerai a dominare la tua violenza per dominare quella dei tuoi nemici: imparerai a sfregare due pezzi di legno per farli accendere perché avrai bisogno di lanciare una torcia all'entrata della tua caverna per spaventare gli animali che non ti distingueranno, che non faranno differenza fra la tua carne e quella degli altri animali, e dovrai costruire mille templi, dettare mille leggi, scrivere mille libri, adorare mille dèi, dipingere mille quadri, costruire mille macchine, dominare mille popoli, dividere mille atomi per poter gettare di nuovo la tua torcia accesa all'entrata della caverna,

e farai tutto questo perché, pensi, perché ti si sarà sviluppata una congestione nervosa nel cervello, una rete robusta capace di ottenere informazioni e di trasmetterle all'indietro; sopravviverai, non perché sei il più forte, ma per il caso oscuro di un universo ogni volta più freddo, nel quale sopravviveranno solo gli organismi che sapranno conservare la loro temperatura in mezzo alle mutazioni dell'ambiente, quelli che sapranno far lavorare la massa frontale e nervosa e che potranno prevedere il pericolo, cercare gli alimenti, organizzare il loro movimento e dirigere il loro nuoto nell'oceano rotondo, proliferante, gremito delle origini: resteranno nel fondo del mare le specie morte e perdute, le tue sorelle, milioni di sorelle che non emersero dall'acqua con le loro cinque stelle contrattili, le cinque dita affondate nell'altra riva, nella terra ferma, nelle isole dell'aurora: emergerai con l'ameba, il rettile e l'uccello incrociati: gli uccelli che si lanceranno dalle nuove vette per infrangersi nei nuovi abissi, ricavando insegnamenti dal fallimento, mentre i rettili voleranno già e la terra si raffredderà: sopravviverai con gli uccelli protetti da penne, tenuti caldi dalla loro stessa velocità, mentre i rettili freddi dormiranno, resteranno in stato di ibernazione e alla fine moriranno e tu ne fisserai le zampe sulla terra ferma, nelle isole dell'aurora, suderai come un cavallo, salirai sugli alberi nuovi con la tua temperatura costante e ne discenderai con le tue cellule cerebrali differenziate, con le tue funzioni vitali automatizzate, le tue costanti di idrogeno, di zucchero, di calcio, acqua, ossigeno: libero di pensare oltre i sensi immediati e le necessità vitali

scenderai con i tuoi diecimila milioni di cellule cerebrali, con la tua pila elettrica in testa, plastico, mutevole, a esplorare, a soddisfare la tua curiosità, a proporti dei fini, a realizzarli con il minimo sforzo, a evitare le difficoltà, prevedere, apprendere, dimenticare, ricordare, unire idee, riconoscere forme, aggiungere gradi al margine lasciato libero dalla necessità, a liberare la tua volontà dalle astrazioni, dalle opposizioni dell'ambiente fisico, a cercare le condizioni favorevoli, misurare la realtà con il criterio del minimo, desiderare segretamente il massimo, non esporti, tuttavia, alla monotonia della frustrazione:

ad abituarti, adattarti alle esigenze della vita in comune:

a desiderare: desiderare che il tuo desiderio e l'oggetto desiderato siano la stessa cosa; a sognare nella realizzazione immediata, nell'identificazione senza separazioni del desiderio e di quello che hai desiderato:

a riconoscere te stesso:

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