Copertina
Autore Eugenio Fuentes
Titolo Le mani del pianista
EdizioneFeltrinelli, Milano, 2006, Super UE , pag. 216, cop.fle., dim. 135x205x14 mm , Isbn 978-88-07-84061-6
OriginaleLas manos del pianista [2003]
TraduttoreAntonella Donazzan
LettoreAngela Razzini, 2006
Classe narrativa spagnola
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Pagina 7

Pianista



Non ho mai sentito ripetere tanto spesso una sciocchezza quanto quella che asserisce che le mani dei pianisti sono delicate. falso. Ho visto in fotografia, e diverse volte in televisione, la grande Marguerite Vajda suonare e ho visto in una lunga intervista come muoveva le braccia mentre parlava. Persino quando il resto del corpo sembra rilassato, le sue mani sono rigide e tese, come quei cani apparentemente addormentati che acchiappano con un movimento brusco la mosca che vola davanti alle loro fauci. La forma delle sue dita non ha nulla di delicato. Al contrario, sono come piccole clave che si allargano nell'ultima falange. Dita forti e brutte come moncherini che, però, sono capaci di incendiare l'aria con la bellezza di un accordo.

Ho anche visto riprese le mani di altri pianisti - Maria Joào Pires, Barenboim, Esteban Sánchez, Pollini, Perahia, Glenn Gould - ed erano tutte mani larghe come racchette incordate da vene che vibrano al passaggio del sangue. Nessuna era una bella mano, come se vi fosse un'occulta affinità fra il sublime della musica e la deformità dell'organo che la interpreta. A tutti i pianisti gli anelli vanno stretti e strozzano alla base dita ogni anno più grosse. Ho avuto un insegnante cui la fede ha finito per fare così male che un fabbro gliela ha dovuta tagliare.

Ma soprattutto conosco le mie mani. Le ho osservate in movimento e a riposo, aperte e chiuse, pronte alla carezza e all'aggressione, so come sanguinano e come vi sono distribuite le vene; conosco il percorso delle linee del destino - quella della vita, molto breve, e quella dell'amore, divisa in cinque rami -, la cicatrice di una vecchia ferita da coltello sul pollice, la peluria, i piccoli segni e nèi, la spigolosità e rigidità delle giunture. Anche le mie sono mani da pianista. Tuttavia, con queste mani ho disseminato la città di piccoli cadaveri.

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Pagina 38

Santos dormiva. Era disteso supino - come non dorme nessun animale, come può dormire soltanto un uomo innocente che non teme nessun male o nessuna spiacevole sorpresa da parte del suo ambiente e dei suoi simili leggermente inclinato verso destra, verso la mano che teneva ancora il pennello con cui aveva verniciato i telai di legno. La sinistra, cui mancavano l'indice e il medio, riposava sul suo stomaco. C'era un intenso odore di vernice nonostante le finestre senza vetri e Ordiales capì che quegli effluvi, o quelli del solvente che tanto gli piaceva aspirare, avevano fatto sì che si addormentasse di nuovo così placidamente, un po' narcotizzato, dopo aver preso un grosso pannello di isolante bianco a mo' di materasso.

Aveva dato ordine molte volte di non lasciarlo da solo, perché non sapeva fare niente se non gli veniva spiegato più volte. Santos era la personificazione dell'innocenza, se l'innocenza è guardare un coltello e pensare che serve solo per tagliare il pane: non vedeva cattiveria in nulla, non pensava male e non diffidava di nessuno. Se inizialmente l'aveva assunto per disporre di un fattorino che non gli costasse quasi niente grazie alle sovvenzioni per l'impiego dei disabili, man mano che aveva a che fare con lui aumentavano la simpatia e la compassione. Non pesava meno di cento chili e non gli permettevano mai di salire su un'impalcatura o su un tetto, né di avvicinarsi a utensili taglienti o a macchinari pericolosi. Quasi avesse le tasche piene di sassi, i pantaloni gli stavano sempre molto bassi in vita, lasciando scoperti l'inizio del sedere e un pezzo di schiena, e il suo aspetto attirava le beffe dei compagni, piene di ironia, ma mai maligne. "Santos qua, Santos là" lo chiamavano, perché portasse avanti e indietro una brocca d'acqua, ammucchiasse i mattoni, scopasse i calcinacci o bagnasse per terra per non far sollevare la polvere.

Il suo lavoro preferito era dipingere. Pavón aveva detto un giorno che così si faceva di vernice e solvente. Ma non faceva male a nessuno. Di modo che ogni tanto, quando arrivavano a quella fase, gli lasciavano dei riquadri di parete o delle porte da dipingere perché fosse felice per qualche ora. Adesso si era addormentato, mentre tutti dovevano essersene andati in fretta alla fine della giornata e nessuno si era ricordato che lui era ancora lì dentro.

"Santos" lo chiamò dolcemente. "Santos."

Si mosse sul sughero bianco con un sorriso idiota e beato o forse soltanto narcotizzato, ma senza svegliarsi.

"Santos" insistette.

Allora gli tornò in mente l'uomo che scappava. Anche se addormentato, Santos aveva assolto il suo compito. Martin Ordiales sorrise come un padre davanti al figlio che riposa nella culla.

Come se avesse percepito un leggero segnale che, però, non aveva l'intensità sufficiente per risvegliare la sua coscienza, Santos si mosse di nuovo, soddisfatto. La sua mano sinistra, simile a un trifoglio nero, risalì fino al petto bombato per riposare là, accanto ai battiti del cuore, aperta, mostrando i moncherini dell'amputazione subita quando, ancora bambino, potava già gli ulivi.

Non era l'unico dei suoi dipendenti a cui mancasse qualche parte del corpo. Dopo la morte del fratello di Tineo insisteva sempre sulla necessità di proteggersi il capo, di usare le reti e le cinture, pur sapendo che era impossibile convincere chi vedeva nel casco solo un berretto o un basco, cioè un oggetto ornamentale e superfluo, o un semplice riparo dal sole, e ne faceva a meno appena ci si voltava. Nella maggioranza dei casi non erano figli di muratori, ma venivano da ambienti rurali, da una campagna che avevano abbandonato non tanto a causa della meccanizzazione del lavoro, ma perché esigeva costantemente fatica e sudore, senza rispettare né orari né stagioni, e, se fossero rimasti lì, ogni ora di luce solare trascorsa senza lavorare sarebbe sembrata un affronto o un peccato imperdonabile nei confronti della memoria degli antenati. Quasi tutti, fino a pochi anni prima, erano stati contadini, e la loro pelle aveva un colore che si distingueva a malapena da quello della terra che avevano abbandonato per gli alti stipendi dell'edilizia. E da quel passato agricolo si portavano dietro una terribile varietà di mutilazioni: uomini guerci, a cui si era conficcata nella pupilla una spina di rovo; uomini senza dita, lasciate sulla lama di un potatoio o di una motosega; uomini con un piede storto, finito un giorno sotto un trattore o un aratro o schiacciato dalla zampata di un animale che pesava otto volte più di loro... Tuttavia, non si lamentavano mai e non sembravano rimpiangere granché la parte mutilata. Continuavano a muoversi con la stessa destrezza, adattandosi a quella mancanza, un po' come quei pesci o crostacei che si vedono negli acquari, a cui animali più forti hanno morso il dorso, strappato una chela o una zampa e, ciò nonostante, nuotano e vivono con naturalezza. La campagna che lui stesso si era lasciato alle spalle, in un paese chiamato Silencio, era piena di arti, falangi, sangue, come un cimitero, per ricordare a chi l'abbandonava che conservava qualcosa che gli era appartenuto intimamente e che, dunque, non avrebbe potuto dimenticarla facilmente.

"Ma chi di noi non è mutilato?" si chiese a un tratto. "A chi non manca un pezzo di cuore che un giorno una donna gli ha strappato a morsi? A chi non fa male il vuoto lasciato da un figlio, da un fratello, dai genitori morti? Chi è tanto presuntuoso da urlare a gran voce che è ancora intatto, che niente e nessuno lo hanno intaccato o ferito? Chi può assicurare che vivrà per tutta la vita conservando la memoria che ha ora? Che dopo un incidente potrà rigenerarsi come fanno le lucertole? Vivere è perdere a poco a poco parti del corpo imputridite dal tempo, parti della memoria e della coscienza logorate dall'età o dall'Alzheimer" si disse mentre si alzava, lasciando che Santos continuasse a dormire, grasso e felice, sul suo pannello di isolante. L'avrebbe svegliato dopo, scendendo. Ora sarebbe salito in terrazza.

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Pagina 83

"Che cosa ti hanno detto?"

"Dettagli senza importanza, qualche aneddoto, qualche frase di Ordiales, niente di particolarmente rivelatore, ma abbastanza per dare un'immagine del suo carattere. Diciamo che questi muratori o manovali, che vengono quasi tutti dalla campagna, non sono dei grandi oratori" disse, pensieroso come se stesse ricordando qualcosa di molto lontano nel tempo. "Sono uomini che sembrano avere un unico colore, il grigio del cemento, che continuano a vestirsi di panno e a provare una certa nostalgia della loro terra, anche se a parole la rinnegano. Li vedi maneggiare la cazzuola e il filo a piombo e sembrano pensare all'aratro e all'ascia; li vedi mescolare la sabbia e il cemento e sembrano scavare la terra; li vedi osserare un mattone e sembrano sognare un seme; li vedi calcolare l'altezza di una parete e sembrano cercare di scorgere qualche uccello tra le fronde degli alberi. Quando guardi la pelle incallita delle loro mani, alcune mutilate, pensi che occorrerebbe un buon martello e una punta d'acciaio per poterle trapassare. Pare che a Ordiales piacesse assumere operai di provenienza rurale. E non soltanto perché pensava che, se fino ad allora avevano lavorato duramente lottando con la terra, allo stesso modo avrebbero potuto lottare con il mattone e il cemento, materiali della stessa specie dopo tutto - l'argilla e l'ardesia - solo un po' più triturati e cotti, ma per la loro pazienza. Ora che tutto viene costruito così in fretta, e dura poco, loro costruiscono più lentamente, ma in modo solido e duraturo, dato che nel mestiere di prima erano abituati ad aspettare. Dicono che li comprendeva, sapeva come trattarli, come premiarli o minacciarli per ottenere il massimo rendimento lavorativo. Da quanto mi hanno raccontato, provavano per lui uno strano miscuglio di amore e odio, di invidia e rispetto. In fin dei conti, Ordiales era uno di loro, che con una fortunata eredità e quel pizzico di astuzia e tenacia in più si era elevato a un altro livello. Era arrivato prima di loro, era già lì quando iniziò il boom dell'edilizia e per questo ebbe maggiori opportunità. Fu il primo a capire che anche in questa regione la gente avrebbe abbandonato la campagna per andare a vivere in città. Che i figli degli agricoltori tutt'al più sarebbero diventati giardinieri, ma mai un'altra generazione di agricoltori. E allora si mise a vendere loro minuscoli giardini dove poter far tacere il richiamo sempre più lontano della terra, sopire la cattiva coscienza e la nostalgia piantando lattuga o un ciliegio."

"Ti hanno raccontato tutto questo?" chiese Cupido con ironia.

"Sì, anche se non con tante parole. Ti ho già detto che parlano poco. Ma ho chiesto di Ordiales anche in altri posti."

"Dove?"

"Per la strada. Ad altri impresari. Qui," indicò il circolo, i gruppi di pensionati, i tavoli di alabastro sui quali schioccavano le tessere del domino, "fra questi vecchi che non hanno altro da fare che ascoltare quel che si dice vicino a loro come se fossero sordi e che poi ricordano cose che molti vorrebbero dimenticassero."

"E allora?"

"Martin Ordiales non si limitò a quel salto quantitativo che fecero anche altri costruttori. Lui cambiò qualcosa anche riguardo al modo e al luogo in cui costruire."

Si bagnò di nuovo la bocca nel cognac, assaporandolo prima di inghiottirlo e lasciando che l'alcol gli scaldasse la lingua e le gengive nelle quali mancava qualche pezzo. Gli anelli della sua trachea si muovevano su e giù aprendogli il passaggio verso la gola. Poi si concesse un secondo cicchetto per apprezzare la scossa che provocava quando arrivava nel suo stomaco.

"Era uno di quegli uomini che sanno tastare il polso a una città prima che lo faccia un costruttore più accorto. Che intuiscono la sua rovina o la sua crescita e, in questo caso, a quali terreni si estenderà. Mi ricordo bene di quando Breda era solo un paesotto a forma di colomba con le ali spiaccicate al suolo. Ordiales indovinò prima degli altri che presto - prima con l'energia nucleare e poi con la riserva del Paternóster, quei due poli di pericolo e ozio che definiscono così bene il nostro carattere, come se una terra finisse sempre per avere quei frutti della civiltà che giustamente si merita - avrebbe spiccato il volo e che direzione avrebbe preso. Questa città, come il resto del paese, ha perso la testa dieci anni fa con la febbre del mattone. Improvvisamente non riusciva più a stare dentro i suoi confini, soffocava nel suo perimetro. Dalla sera alla mattina comparve una sfilata continua di camion, escavatori e betoniere. L'orizzonte si riempì di gru e l'aria del rumore di martelli pneumatici e dei colpi delle assi. Ordiales vendette tutto quello che aveva ereditato dai suoi genitori in quel paese da cui proveniva, Silencio, e comprò a Breda tutto quello che era in vendita nella parte nordoccidentale e che fosse ancora edificabile in base al piano regolatore del comune. Aveva capito che le città, anche quelle piccole come Breda, avevano iniziato uno strano processo che non aveva precedenti nei secoli scorsi: si spopolavano nel centro! Il futuro era, pertanto, nella periferia. Prima, non voleva viverci nessuno nei sobborghi; adesso, nessuno voleva vivere in centro. Inizialmente furono i vecchi cortili, le stalle e i terreni non edificati. Ma poi si dovettero cambiare anche i piani regolatori per potersi espandere. In quel momento, Ordiales aveva già qualcosa da dare in cambio, e il vecchio Paraíso lo accettò come socio. Trasformarono una piccola impresa familiare in quello che è ora."

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Pagina 110

[...] Mi lavo bene le mani e vado a sedermi al pianoforte. un Petrof che presto compirà cent'anni: il mio bene più prezioso, uno strumento solido ed elegante, di nobile avorio, legno nobile e nobile acciaio. Mi piace molto il suo suono pieno, duttile e antico, sempre più difficile da ascoltare adesso che tutti suonano lo Steinway. Apro lo spartito dell'adagio della Sonata n. 5 di Beethoven, un brano che non mi lascerebbero mai suonare in un'orchestra. Cerco di concentrarmi sui suoi accenti e tento di immaginare come lo interpreterebbe il suo creatore. Penso alle sue mani, quadrate e molto pelose, con i polpastrelli larghi come spatole a forza di suonare; da quelle mani non sarebbe caduta facilmente la moneta. Penso alle mani del grande Schubert, quasi piccole, con le dita grosse e corte, che sopportavano dolori acuti quando le tendeva nell'eseguire le ottave. Penso a Bela Bartók, che soffriva per lo sforzo muscolare, e a Schumann, che si causò una lesione irreversibile per quanto forzò l'anulare per dotarlo di potenza. E lo capisco più di tanti altri, perché anch'io mi farei male se pensassi che così potrei diventare un virtuoso. Penso all'autonoma e agile mano sinistra di Paul Wittgenstein, la sua unica mano dopo che perse la destra in battaglia, quando suonava quello che Strauss e Prokofiev avevano composto espressamente per lui, un mutilato, mentre suo fratello ascoltava e intravedeva i limiti oltre i quali le parole non servono più. Penso a queste e invidio le mani di Rachmaninov, capaci di aprirsi fino a ottenere un intervallo di dodicesima senza perdere flessibilità, le mani grosse e forti di Albéniz, le mani enormi e instancabili di Liszt o Rubinstein. Tutti loro avevano mani forti, l'unico modo di dominare il piano che, malgrado tutto, non è che uno strumento a percussione nel quale un martelletto, con un movimento di attacco, percuote una corda di acciaio. Persino Chopin, che neanche nei suoi periodi di maggior salute arrivò mai a pesare cinquanta chili, o Ravel, che era alto appena un metro e mezzo, avevano i muscoli delle mani ben sviluppati.

Anche le mie mani sono abbastanza forti e agili per suonare a tempo qualsiasi nota e, se fosse per questa caratteristica fisica, sarei anch'io un grande pianista. Ma il talento è una categoria estetica di cui io sono carente. Tutti loro avevano qualcosa che io non ho: tutti loro sapevano in quale istante preciso sprigionare o arrestare l'enorme forza racchiusa nelle loro dita per ottenere gli accordi capaci di attutire il ronzio del mondo e renderci un po' meno infelici. Tutti loro erano, inoltre, grandi interpreti di opere altrui, perché qualsiasi brano suonassero arrivavano a credere di averlo composto loro stessi. Io non ho quasi mai la certezza di stare rivivendo l'emozione originaria del suo creatore. Non riesco a non provare la sensazione di stare usurpando quello che un altro, più creativo di me, ha inventato. So bene che ogni Mozart ha il suo Salieri: so bene qual è il mio ruolo.

Sto accennando i primi accordi quando suonano il campanello con la stessa importunità di un ascoltatore che arriva tardi a un concerto e inciampa sul tappeto.

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