Copertina
Autore Carlo Emilio Gadda
Titolo Romanzi e racconti II
EdizioneGarzanti, Milano, 2007 [1989] , pag. 1348, cop.fle., dim. 11x18x6 cm , Isbn 978-88-11-60069-5
CuratoreDante Isella
LettoreCorrado Leonardo, 2007
Classe narrativa italiana
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Indice


Quer pasticciaccio brutto de via Merulana      11

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana     277
(redazione di «Letteratura», 1946-47)

La meccanica                                  461

Accoppiamenti giudiziosi                      591

Racconti dispersi                             921

Racconti incompiuti                          1023


Note ai testi                                1133



 

 

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Pagina 11

Quer pasticciaccio brutto
de via Merulana



Tutti oramai lo chiamavano don Ciccio. Era il dottor Francesco Ingravallo comandato alla mobile: uno dei più giovani e, non si sa perché, invidiati funzionari della sezione investigativa: ubiquo ai casi, onnipresente su gli affari tenebrosi. Di statura media, piuttosto rotondo della persona, o forse un po' tozzo, di capelli neri e folti e cresputi che gli venivan fuori dalla metà della fronte quasi a riparargli i due bernoccoli metafisici dal bel sole d'Italia, aveva un'aria un po' assonnata, un'andatura greve e dinoccolata, un fare un po' tonto come di persona che combatte con una laboriosa digestione: vestito come il magro onorario statale gli permetteva di vestirsi, e con una o due macchioline d'olio sul bavero, quasi impercettibili però, quasi un ricordo della collina molisana. Una certa praticaccia del mondo, del nostro mondo detto «latino», benché giovine (trentacinquenne), doveva di certo avercela: una certa conoscenza degli uomini: e anche delle donne. La sua padrona di casa lo venerava, a non dire adorava: in ragione di e nonostante quell'arruffio strano d'ogni trillo e d'ogni busta gialla imprevista, e di chiamate notturne e d'ore senza pace, che formavano il tormentato contesto del di lui tempo. «Non ha orario, non ha orario! Ieri mi è tornato che faceva giorno!» Era, per lei, lo «statale distintissimo» lungamente sognato, preceduto da cinque A sulla inserzione del Messaggero, evocato, pompato fuori dall'assortimento infinito degli statali con quell'esca della «bella assolata affittasi» e non ostante la perentoria intimazione in chiusura: «Escluse donne»: che nel gergo delle inserzioni del Messaggero offre, com'è noto, una duplice possibilità d'interpretazione. E poi era riuscito a far chiudere un occhio alla questura su quella ridicola storia dell'ammenda... sì della multa per la mancata richiesta della licenza di locazione... che se la dividevano a metà, la multa, tra governatorato e questura. «Una signora come me! Vedova del commendatore Antonini! Che si può dire che tutta Roma lo conosceva: e quanti lo conoscevano, lo portavano tutti in parma de mano, non dico perché fosse mio marito, bon'anima! E mo me prendono per un'affittacamere! Io affittacamere? Madonna santa, piuttosto me butto a fiume.»

Nella sua saggezza e nella sua povertà molisana, il dottor Ingravallo, che pareva vivere di silenzio e di sonno sotto la giungla nera di quella parrucca, lucida come pece e riccioluta come d'agnello d'Astrakan, nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s'intende) sui casi degli uomini: e delle donne. A prima vista, cioè al primo udirle, sembravano banalità. Non erano banalità. Così quei rapidi enunciati, che facevano sulla sua bocca il crepitio improvviso d'uno zolfanello illuminatore, rivivevano poi nei timpani della gente a distanza di ore, o di mesi, dalla enunciazione: come dopo un misterioso tempo incubatorio. «Già!» riconosceva l'interessato: «il dottor Ingravallo me l'aveva pur detto.» Sosteneva, fra l'altro, che le inopinate catastrofi non sono mai la conseguenza o l'effetto che dir si voglia d'un unico motivo, d'una causa al singolare: ma sono come un vortice, un punto di depressione ciclonica nella coscienza del mondo, verso cui hanno cospirato tutta una molteplicità di causali convergenti. Diceva anche nodo o groviglio, o garbuglio, o gnommero, che alla romana vuol dire gomitolo. Ma il termine giuridico «le causali, la causale» gli sfuggiva preferentemente di bocca: quasi contro sua voglia. L'opinione che bisognasse «riformare in noi il senso della categoria di causa» quale avevamo dai filosofi, da Aristotele o da Emmanuele Kant, e sostituire alla causa le cause era in lui una opinione centrale e persistente: una fissazione, quasi: che gli evaporava dalle labbra carnose, ma piuttosto bianche, dove un mozzicone di sigaretta spenta pareva, pencolando da un angolo, accompagnare la sonnolenza dello sguardo e il quasi-ghigno, tra amaro e scettico, a cui per «vecchia» abitudine soleva atteggiare la metà inferiore della faccia, sotto quel sonno della fronte e delle palpebre e quel nero pìceo della parrucca. Così, proprio così, avveniva dei «suoi» delitti. «Quanno me chiammeno!... Già. Si me chiammeno a me... può stà ssicure ch'è nu guaio: quacche gliuommero... de sberretà...» diceva, contaminando napolitano, molisano, e italiano.

La causale apparente, la causale principe, era sì, una. Ma il fattaccio era l'effetto di tutta una rosa di causali che gli eran soffiate addosso a molinello (come i sedici venti della rosa dei venti quando s'avviluppano a tromba in una depressione ciclonica) e avevano finito per strizzare nel vortice del delitto la debilitata «ragione del mondo». Come si storce il collo a un pollo. E poi soleva dire, ma questo un po' stancamente, «ch'i femmene se retroveno addó n'i vuò truvà». Una tarda riedizione italica del vieto «cherchez la femme». E poi pareva pentirsi, come d'aver calunniato 'e femmene, e voler mutare idea. Ma allora si sarebbe andati nel difficile. Sicché taceva pensieroso, come temendo d'aver detto troppo. Voleva significare che un certo movente affettivo, un tanto o, direste oggi, un quanto di affettività, un certo «quanto di erotia», si mescolava anche ai «casi d'interesse», ai delitti apparentemente più lontani dalle tempeste d'amore. Qualche collega un tantino invidioso delle sue trovate, qualche prete più edotto dei molti danni del secolo, alcuni subalterni, certi uscieri, í superiori, sostenevano che leggesse dei libri strani: da cui cavava tutte quelle parole che non vogliono dir nulla, o quasi nulla, ma servono come non altre ad accileccare gli sprovveduti, gli ignari. Erano questioni un po' da manicomio: una terminologia da medici dei matti. Per la pratica ci vuol altro! I fumi e le filosoficherie son da lasciare ai trattatisti: la pratica dei commissariati e della squadra mobile è tutt'un altro affare: ci vuole della gran pazienza, della gran carità: uno stomaco pur anche a posto: e, quando non traballi tutta la baracca dei taliani, senso di responsabilità e decisione sicura, moderazione civile; già: già: e polso fermo. Di queste obiezioni così giuste lui, don Ciccio, non se ne dava per inteso: seguitava a dormire in piedi, a filosofare a stomaco vuoto, e a fingere di fumare la sua mezza sigheretta, regolarmente spenta.


Per il 20 febbraio, domenica, Sant'Eleuterio, i Balducci lo avevano invitato a pranzo: «Alle tredici e mezzo, se le è comodo.» Era, disse la signora, «il genetliaco di Remo»: e infatti Remo, all'anagrafe, era stato inscritto come Remo Eleuterio, e poi battezzato per tale a San Martino ai Monti, così da rammentare il natalizio. «Due nomi poco graditi a chelli 'rrecchie,» pensò don Ciccio, «sia l'uno che l'altro.» Per un menefreghista di quel calibro erano addirittura sprecati. L'invito, comme l'ata vota, gli era stato fatto per telefono due giorni avanti, con una chiamata «dall'esterno» al Collegio Romano, cioè a Santo Stefano del Cacco. Prima, una voce melodiosa, gli aveva parlato la signora: «Sono Liliana Balducci»: era poi subentrato il caprone, il Balducci uomo, a rincalzo. Don Ciccio, dopo aver santificato la festa dal barbiere, portò una bottiglia d'uoglie alla signora. Il pranzo domenicale fu lieto, nella luce d'un meraviglioso pomeriggio, rimasti al marciapiede i coriandoli e qualche gentile bautta, quacche trombetta, qualche azzurra Cenerentola o nerovellutato diavoletto. Parlarono di caccia: di battute e di cani: di fucili: poi di Petrolini: poi dei vari nomi che danno al mùgine lungo il litorale tirrenico, da Ventimiglia al Capo Lilibeo: poi dello scandalo del giorno, la contessina Pappalòdoli: ch'era scappata di casa con un violinista: polacco, naturalmente. A diciassett'anni. Una storia che non finiva più.

Al suo entrare, la Lulù, la canina pechinese, un gomitolo, aveva abbaiato: con molta stizza, anche: be', lasciati i ringhi, gli aveva fiutato a lungo le scarpe. La vitalità di questi mostriciattoli è una cosa incredibile. Verrebbe voglia di accarezzarli, poi di acciaccarli. A tavola eran quattro: lui don Ciccio, i coniugi e la nipote. La nipote, però, non era quella dell'ultima volta, cioè del giorno di San Francesco, ma molto più giovine: appena uscita dall'infanzia. Quella dell'ultima volta, cioè a San Francesco, era una nipote per modo di dire; pareva una sposa di campagna, coronata di trecce nere, forte, ampia, da tener lei tutto il letto: certi occhi! un davanti! un didietro! Da sognarseli di notte. Questa qui era una ragazzina co la treccia appennolone, che annava a scola da le moniche.

Don Ciccio, non ostante la sonnolenza, aveva memoria pronta, anzi infallibile: una memoria pragmatica, diceva. Anche la domestica era una faccia nuova, per quanto somigliasse, vagamente, alla nipote di prima. La chiamavano Tina. Durante il servizio un batuffolo di spinaci strizzati le esorbitò dal piatto ovale sul candore della tovaglia immacolata: «Assunta!» fece la signora. Assuntina la guardò. In quell'attimo sia la serva sia la padrona parvero a don Ciccio estremamente belle; la serva, più aspra, aveva un'espressione severa, sicura, due occhi fermi, luminosissimi, quasi due gemme, un naso diritto con il piano della fronte: una «vergine» romana dell'epoca di Clelia; la padrona un tratto così cordiale, un tono così alto, così nobilmente appassionato, così malinconico! una pelle incantevole. Guardando l'ospite, quegli occhi fondi, con una luce di antica gentilezza, parevano scorgere, dietro la povera persona del «dottore», tutta la povera dignità di una vita! E lei era ricca: ricchissima, dicevano: suo marito stava bene, viaggiava tredici mesi all'anno, sempre in un gran da fare con quelli là di Vicenza. Ma lei era ancora più ricca per conto suo. Già in quer gran palazzo der ducentodicinnove nun ce staveno che signori grossi: quarche famija der generone: ma soprattutto signori novi de commercio, de quelli che un po' d'anni avanti li chiamaveno ancora pescicani.

E il palazzo, poi, la gente der popolo lo chiamaveno er palazzo dell'oro. Perché tutto er casamento insino ar tetto era come imbottito de quer metallo. Drento poi, c'ereno du scale, A e B, co sei piani e co dodici inquilini cadauna, due per piano. Ma il trionfo più granne era su la scala A, piano terzo, dove che ce staveno de qua li Balducci ch'ereno signori co li fiocchi pure loro, e in faccia a li Balducci ce steva na signora, na contessa, che teneva nu sacco 'e solde pure essa, na vedova: la signora Menecacci: che a cacciaje na mano in quarziasi posto ne veniva fori oro, perle, diamanti: tutta la robba più de valore che ce sia. E fogli da mille come farfalle: perché a tenelli a la banca nun se sa mai: quanno meno te l'aspetti po pijà foco. Sicché, ciaveva er commò cor doppio fonno.

Questo, o press'a poco, il mito. Gli orecchi del dottor Ingravallo, che sotto alla parrucca nera e cresputa si confortavano d'una vitalità primaverile, lo avevano colto così, un po' nell'aria, come zirli di merli, o merule, dopo ogni frullo, da un ramo all'altro della primavera. Era sulle bocche di tutti, del resto, e in tutti i cervelli della gente, una di quelle idee che diventano, per la collettività fantasiosa, idee coatte.

Durante il pranzo Balducci aveva assunto, verso la Gina, un contegno paterno: «Ginetta, per piacere, un po' di vino...», «Gina, bada, versa al dottore», «Gina, ti prego, un portacenere...»: proprio come un buon papà: e lei rispondeva puntualmente: «Sì, zio.» La signora Liliana allora la guardava compiaciuta, quasi con tenerezza: come vedesse un fiore ancor chiuso e un po' raggelato dall'aurora dischiudersi, e risplendere sotto i suoi occhi nel prodigio del giorno. Il giorno era la voce maschia e baritonale del Balducci, la voce del «padre»: lei, moglie e sposa del papà, era dunque la mamma. Seguiva con gran sollecitudine e con una certa ansia la gentile manina della pupilla ancora un po' titubante in quell'atto del mescere: glu glu, oro di Frascati, a giudicarlo dal tono: la bottiglia di cristallo era pesa: il braccino esile sembrava non arrivasse a reggerla. Il dottor Ingravallo mangiò e bevve con misura, come al solito: ma di buon appetito e a buon sorso.

Non pensò, non credé opportuno di pensare di chieder nulla: né della nuova nipote né della nuova serva. Cercò di reprimere l'ammirazione che l'Assunta destava in lui: un po' come lo strano fascino della sfolgorante nipote dell'altra volta: un fascino, un imperio tutto latino e sabellico, per cui gli andavano insieme i nomi antichi, d'antiche vergini guerriere e latine o di mogli non reluttanti già tolte a forza ne la sagra lupercale, con l'idea dei colli e delle vigne e degli scabri palazzi, e con le sagre e col Papa in carrozza, e coi bei moccoloni di Sant'Agnese in Agone e di Santa Maria in Porta Paradisi a la Candelora, a la benedizione dei ceri: un senso d'aria dei giorni sereni e lontani tra frascatano e tiburtino, soffiata a le ragazze del Pinelli tra le rovine del Piranesi, vigendo le efemeridi e i calendari della Chiesa, e, nella vivida lor porpora, tutti gli alti suoi Principi. Come stupende aragoste. I Principi di Santa Romana Chiesa Apostolica. E al centro quegli occhi dell'Assunta: quell'alterigia: come fosse una sua degnazione servirli a tavola. Al centro... di tutto il sistema... tolemaico: già, tolemaico. Al centro, parlanno co rispetto, quer po' po' de signorino.

Gli bisognò reprimere, reprimere. Facilitato nella dura occorrenza dalla nobile malinconia della signora Liliana: il di cui sguardo pareva licenziare misteriosamente ogni fantasma improprio, instituendo per le anime una disciplina armoniosa: quasi una musica: cioè un contesto di sognate architetture sopra le derogazioni ambigue del senso.

Fu, Ingravallo, fu molto cortese, addirittura anzi uno zio-cavaliere, con la piccola Gina; dal di lei collo, ancora piuttosto lungo sotto alla treccia, veniva fuori quella vocina fatta di sì e di no, come le poche note del lamento di un clarino. Ignorò, volle ignorare l'Assunta, dai maccheroni in poi, come si conviene a un ospite che sia, anche, una persona educata. La signora Liliana, di quando in quando, si sarebbe creduto sospirasse. Ingravallo notò che due o tre volte, a mezza voce, aveva detto mah! Chi dice ma, cuore contento non ha. Una strana mestizia pareva soffonderle il viso, nei momenti in cui non parlava o non guardava ai commensali. Una idea, una preoccupazione la teneva? celandosi dietro alla cortina dei sorrisi, o delle attenzioni gentili? e dei discorsi non già voluti o studiati, ma pur sempre molto garbati, di cui amava inghirlandare il suo ospite? Il dottor Ingravallo a quei sospiri, a quel modo di porgere, a quegli sguardi che talora divagavano tristi, e parevano tentare uno spazio o un tempo irreali da lei sola presagiti, si sarebbe detto, a poco a poco aveva preso a farci caso: ne aveva dedotto altrettanti indizi, non forse di una disposizione originaria ma di una condizione attuale dell'animo, di uno scoramento crescente. E poi qualche mezza parola: del Balducci stesso: quel maritone rubizzo tutto affari e tutto lepri che ora cianciava così fragorosamente, sotto lauta inspirazione albana.

Aveva creduto d'intuire: non hanno figli. «Eccetera eccetera,» aveva poi soggiunto una volta, al parlare col dottor Fumi, come alludesse a una fenomenologia ben nota, a una esperienza certa e di comune dominio. Conosceva il Balducci per cacciatore, e cacciatore fortunato. Cacciatore in utroque. In cuor suo gli rimproverava certa mascolina grossezza, certe fanfaronate, certe risate un po' troppo clamorose per quanto bonarie, certo egoismo o egotismo un po' da gallinaccio: con una creatura simile! Si sarebbe detto, a voler fantasticare, ch'egli, il Balducci, non avesse valutato, non avesse penetrato tutta la bellezza di lei: quanto vi era in lei di nobile e di recondito: e allora... i figli non erano arrivati. Quasi per una incompatibilità gamica dei due spiriti. I figli discendono da una compenetrazione ideale dei genitori. Lei però lo amava: era il padre in imagine, il maschio e padre in virtù, in virtù se non in facto, in potenza se non in atto. Era stato il possibile padre di una prole sperata. Della fedeltà di lui, forse, neppure era certa: quanto a questo, le pareva che la inadempiuta sua maternità potesse giustificare qualche esorbitazione venatoria del marito, qualche curiosità, qualche estravaganza del maschio e padre possibile e cupido a ogni cantone, come tutti i maschi. «Provare con altro soggetto! » Quello che mai non avrebbe ardito nemmeno immaginare per sé (il matrimonio è un sacramento, uno dei sette del Signor nostro), non lo voleva, no, per lui: anche don Corpi diceva ch'era una brutta cosa, da parte di un marito cristiano: ma insomma... in tutto ci vuol pazienza: prudenza, prudenza. Don Lorenzo Corpi era un'anima di cui si poteva fidare pienamente. La «prudenza» era una delle quattro virtù cardinali.

Tutto questo il dottor Ingravallo lo aveva in parte intuito, in parte integrato da qualche accenno del Balducci, o dai dolcissimi «momenti» della tristezza di lei: anche don Corpi, don Lorenzo, don Lorenzo Corpi, don Corpi Lorenzo dei Santi Quattro brillava spesso lui pure, nei ragionamenti della signora Liliana. Al diavolo anche don Lorenzo! Si sarebbe detto che in ogni omone lei venerasse... un padre onorario, un padre in potenza: anche in don Lorenzo, sì: nonostante la veste nera, nonostante l'incompatibilità sacramentale, dei due sacramenti... divergenti.

Anche in don Lorenzo. Che doveva essere una discreta torre, sto mulo. A giudicare da certe allusioni di lei, uno di quelli che devono inclinare il capo, a passare sotto ogni porta. Per lo meno la δυναμιζ del padre doveva avercela. In simili materie, don Ciccio era piuttosto versato: intuizione viva, e fino dagli anni di pubertà: aperta, poi, a tutti gli incontri demici della stirpe «fertile in opre e acerrima in armi»: nativo genio più che letture sistematiche. Dal folto brulicare delle generazioni, dalle guardine delle questure, tra il Lazio e la Marsica, tra il Piceno e il Sannio, o fino alla sua collina molisana: duri monti, dure cervici, duro il diavolo! E la validità santa ed immemore delle matrici. Tra le sue genti, ricche di figli, aveva avuto modo di distinguere i fatti della prolificazione da quelli della non-prolificazione. Quel che cominciava a meravigliarlo, tuttavia, era che il serbatoio delle nepoti dei Balducci fosse tanto colmo di così prosperose o di così gentili nepoti: cioè: questa qui gentile, ma le altre semplicemente stupende. Da che frequentava i coniugi, ne aveva già conosciute tre o quattro. E poi c'era anche questo: una volta via di scena, la nipote era come il nome di una morta. Non tornava a galla neanche a bastonarla. Come un console o un presidente di repubblica quando il mandato è scaduto.

Don Ciccio stava per vedere il fondo dell'ultimo per così dire calice - un cinque anni bianco extra-secco, ora, del cavalier Gabbioni Empedocle & Figlio, Albano Laziale, da sognarseli perfino in questura, il vino, il bicchiere, il Padre, il Figlio e il Lazio - allorché il fardello delle sue private opinioni sulle concause affettive (lui diceva anzi erotiche) degli accadimenti umani lo portò a considerare, ovviamente, che una nipote in quelle condizioni non era una nipote ordinaria: una Luciana o un'Adriana, che oggi viene in città dagli zii, poi se ne va, poi torna, poi telegrafa, poi parte, poi arriva a casa sua, poi manda una cartolina con tanti bacioni, poi riarriva da Viterbo o da Zagarolo perché deve riandare dal dentista: e così di seguito.

«Ccà ce sta una nepote cchiù 'mbrogliata,» rimuginò tra sé e sé, con quel bianco secco in Porta Paradisi che ancora gli titillava il velopendolo. Sì, sì. Dietro quel nome «nipote», ci doveva star nascosto tutto un groviglio... di fili, un ragnatele di sentimenti, dei più rari,... delicati. Lei. Lui. Lei, pe rispetto a lui. Lui, pe riguardo a lei. Lei allora ha pescato 'a nepote, dopo anni: pene, lacrime, la notte, e di giorno candele a sant'Antonio pe tutte le chiese de Roma: e speranze, e cure di Salsomaggiore, sia in loco che a domicilio, e visite del professor Beltramelli e del professor Macchioro. A ogni nuova candela una speranza. A ogni nuova speranza un nuovo professore.

Ha pescato sta Gina, povera Ginetta! Ma prima della Ginetta la storia aveva tutto un altro indirizzo, tutto un sapore. Una cosa strana, davvero, pensò Ingravallo.

La Virginia! (l'immagine fu un lampo di gloria, un repentino fulgore nella tenebra): e prima della Virginia, chell'ata 'e Monteleone: comme se chiamava? E le serve! Sta bene che frullan via come passere al primo stormire d'un capriccio: ma i Balducci, via! ne cambiavano, si può dire, una al mese. Gli venne un pensiero, con una parola irriverente: era il vino.

La signora Liliana, non potendo scodellare del proprio... Così ogni anno: il cambio della nipote doveva di certo valere nel suo inconscio come un simbolo, in sostituzione del mancato scodellamento. Come per sua madre, che ne aveva fatti otto, il figlio vero a ogni nuova primavera. Quelli che a maggio nascono, son figli ad agosto. «Mese buono!» pensò don Ciccio, «anche per i gatti: che ce cumbineno certe caciare, la notte.»

D'anno in anno... una nuova nipote: quasi a simboleggiare, nel cuore, i successivi natali della prole. «Jedes Jahr ein Kind, jedes Jahr ein Kind...» gli cantava quel tedesco, ad Anzio: che pareva una foca.

E lui, lui, il cacciatore (lo guardò), lui che cosa prova, che cosa si sente, dentro, quando gli arriva in casa la nipote, la nipotina di turno? Che ne aveva pensato delle varie... nipoti?

Per lei, dal Tevere in giù, là, là, dietro i diroccati castelli e dopo le bionde vigne, c'era, sui colli e sui monti e nelle brevi piane d'Italia, come un grande ventre fecondo, due salpingi grasse, zigrinate d'una dovizia di granuli, il granuloso e untuoso, il felice caviale della gente. Di quando in quando dal grande Ovario follicoli maturati si aprivano, come ciche d'una melagrana: e rossi chicchi, pazzi d'un'amorosa certezza, ne discendevano ad urbe, a incontrare l'afflato maschile, l'impulso vitalizzante, quell'aura spermatica di cui favoleggiavano gli ovaristi del Settecento. E a via Merulana 219, scala A, piano terzo, ci rifioriva la nipote, nel meglio grumolo, propio, del palazzo dell'Oro.

La nipote! La nepote albana, fiore dell'eterna gente sabellica. L'affiato dei predatori. Già. Le sabine non c'era più bisogno di toglierle... così profonde! attesa della notte mediatrice, tepide carni dell'alba. Le albane ci pensavan loro, oggi, a scegne a fiume. E il fiume andava, andava, superati i clamori, a raggiungere, al lido, l'indefettibile attesa dell'eternità.

Ma lui? il signor Balducci? Che ne pensava, il cacciatore, della nepote albana, della tiburtina?

Il campanello trillò. La Lulù fece il diavolo a quattro. L'Assunta era andata ad aprire. Dopo qualche parlottìo, di là, entrò in sala un giovane, vestito d'un completo grigio di taglio non inelegante. Fu fatto sedere. «Un'altra tazza, Tina, per il signorino Giuliano.» Subito fu presentato e si presentò da sé: «Valdarena.» «Dottor Ingravallo,» bofonchiò Ingravallo spiccicandosi appena dalla sedia, e stringendo appena, e quasi a malincuore, la mano che quello gli porgeva. «Il dottor Valdarena...» fece Liliana alle prese col caffè, con le tazze. «Cugino di mia moglie,» spiegò il Balducci, rubizzo.

C'era, duole dirlo, in don Ciccio, una certa freddezza, come un'astiosa gelosia verso i giovani, specie i bei giovani, e tanto più i figli dei ricchi. Questo sentimento non valicava per altro i limiti ammissibili d'un fenomeno interno, non avrebbe mai influito sulla sua condotta di commissario di P.S.: lui, no, no, non era «bello»: e nemmeno gli riusciva di consolarsi con quel proverbio che aveva udito a Milano da una ragazza, al dispensario celtico di via delle Oche: «I òmen hin semper bèi. »

Sentiva già, in cuore, un disappunto, una voce: una voce poco fa... che già sussurrava in cassa, nella cassa non sapeva neanche lui se del cervello o del cuore, ma forse era l'effetto del bianco secco del Gabbioni, ch'è un vino un po' nervoso, una voce che gli andava bucinando maledettamente: «Chiste è ll'amico», come il tan tan feroce di certi mali di testa, che lo prendevano alle tempie.

Non sapeva perché, ma gli parve, o si figurò, che il giovane fosse uno di quelli che vogliono arrivare a tutti i costi: anche lui: di quelli piuttosto «attaccati», cioè sedotti all'idea de li papabbraschi, che del resto, s'ha un bel dire, ma fanno comodo un po' a tutti. Entrando aveva adocchiato mobili e suppellettili, le belle tazze, e la cuccuma d'argento, e quella zuccheriera d'argento sopravvanzata ai vecchi barbagli umbertini, memore delle vacche grasse, con una ghianda d'oro e due foglioline d'argento sul coperchio. Già: per tirarlo su. Aveva accettato una polputa sigaretta dal Balducci (che gli squadernò il portasigarette d'oro sotto il mento, con un tatràc repentino): e la fumava, ora, con una sua ritenuta voluttà e con elegante naturalezza ad un tempo.

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Pagina 461

La meccanica



La scienza della realtà e della necessità, delle cause e degli effetti, de'congegni di puntamento, di percussione e di pròtasi, quella sola può leggere dal suo quaderno che in sul capo all'Autore cadrà il pomo dall'albero, piantato nel prato, e disgregatasi invece dalle torri erme dell'alpe cadrà la pietra, cercando il profondo; che il giusto colpo springherà tremendo sopra al bersaglio; e che l'erba, che sarà cresciuta, la mangerà il cavallo, che campato sarà. Ma, davanti l'ombra de' monti e sotto li stellati cieli della notte, per entro e per fuora le vene delli umani e il popolo immenso delle foreste, de' tenebrosi fatti delle lor anime non ha sortilegio da predir se non pochi, nel gioco riconoscendo delle sue carte tutti quelli che finalmente, consumata alla faccia de' gabbati santi la festa, anche il gufo barbagianni dottor grandissimo fattosi in sue sentenzie sapientissimamente dirà.

Est quod est.

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Pagina 469

I



Ma per piani aridi e illuni o nell'aggrovigliata paura delle giungle immense udrà forse taluno di là da ogni voce de' viventi come segui il torbido fiume delle generazioni a devolversi e penserà che sciabordi contro sue prode le rame e li steli dalle selve divelti; e verdastre, con i quattro piffari all'aria, le carogne pallonate de' più fetidi e malvagi animali, quali furono in vita e saran pecore, jene, sanguinolenti sciacalli, saltabeccanti scimie, asini con crine de' lioni e gran baffi: e il branco lurido e tronfio arriverà nelli approdi lutulenti a travolgersi, ove è soltanto la vanità buia della morte.

Ma la sacra corrente seguiterà defluendo, con una mormorazione delle tenebre, verso lontane stelle. E resupino sulla cóltrice nera del flutto e come adagiato nel silenzio e nella solitudine della sua morte, trapasserà segno o corpo che parerà fatto di cerea luce: greve per tutte le membra della fatica mortale, di che solo avrà voluto vestir il fulgore di sua giovinezza: e avrà il capo stancamente nel flutto, il viso rivolto verso i cieli gelidi. Così composto nella sua morte parerà un fiore pallido della eternità.

Ma è meglio cambiare discorso.


Il giorno di domenica 4 ottobre <19>15 un tempestar di colpi sull'uscio fece levar il capo e rivolgerlo alla stupenda Zoraide ch'era seduta sur una scranna impagliata e agucchiava. Era seduta in un certo modo succinto e piccante da far venire l'acquolina in bocca a' suoi non pochi ammiratori, oltreché ai più inveterati buongustai; ma lì non ce n'era nessuno.

Picchiavano ancora, come a dar segno indubbio d'una volontà e d'una forza: ed ella, lasciato pacatamente il ricamo, certe cadenti ciocche de' meravigliosi capelli con la mano se le ravviò, gettato il capo all'indietro. Erano d'una luce bionda aurata e ramata, ricchissimi, folti: e i primi, dalla fronte e dai polsi, volevano scenderle sopra il ricamo, sospinti dalla folla tumultuosa degli altri.

Si levò lesta, e tranquilla. «Calma, calma», disse con calma e insieme con fermezza, quando fu dietro l'uscio, irto di catenacci, catenelle, fermi e stanghette: dava sul ballatoio.

«Chi è?», soggiunse poi subito. «Non sarà la questura, da picchiare a sto modo.»

E, quasi per dar prova a qualcuno della serenità sua, piantò sui fianchi le mani appoggiandole alla rovescia, dal dorso, e leggermente curvandosi avanti, come se parlasse a un ragazzo insolente, severa e ferma dall'alto. Eran mani, eran braccia nude, bianche, da morsicarle.

«Sono io, apri pure», disse una voce d'uomo da fuori. Zoraide la riconobbe.

«Oh! Io, io, io... aprirò se avrai un po' di maniera... è il modo questo di battere all'uscio della gente?»

«Il campanello non sonava...»

«Lo so. Di obbligo, caro Gildo, capirai bene che non ce n'è, non ti pare?... Cosa vuoi?»

«Devo parlarti. Aprimi.» E la voce, ch'era voluta parer forte e virile, finì, lo si capiva anche a non vedere, in un sciocco e goffo sorriso da bellimbusto in ritirata.

«Va be', aspetta.»

Zoraide si appressò al cassettone, su cui c'era fra molti oggetti inutili un cumulo di lavori di cucito e, quel che più importava, uno specchio. Si ravviò meglio, con un profondo immergere e un distirar lungo, fra quei capelli che aveva disciolti, d'un suo pettine largo, enorme, bianco avorio, un po' unto. Poi si guardò volgendosi e distorcendosi, si rassettò, si levò certi filuzzi del ricamo che le si eran posati qua e là nella veste, ma sopratutto in quella regione di essa che una floridezza proterva rendeva come turgida d'ogni possibilità, così almeno interpretavano gli specialisti. Ma l'unico suo pensiero fu in quel momento che troppo le sarebbe spiaciuto che certe dita, con il pretesto di toglier via que' filuzzi, avessero ad usar nella lode il tatto, dov'era già di noia la vista.

Da quel tristo specchio l'immagine femminea di Zoraide risfolgorava per i più cupi romanzi: un d'annunziano in ritardo ci regalerebbe seduta stante il suo spropositato capolavoro.

Difatti, nel ravviarsi che fece, il suo corpo era passato dall'aspetto squisito della pacatezza, cui, con un lieve respiro, s'era abbandonata ricamando, a una linea di fierezza fisica da dar dei brividi a un cane.

Serrati i talloni, alle caviglie tendinee succedeva la simmetria delle gambe dentro la calza attilata, cui sapienti muscoli rendevano vive per ogni spasimo, e amoroso soccorso. Poi una corta gonnella, corta per la miseria, non per la moda: e non facea mistero di quel che celasse. Erano le proposizioni vive dell'essere, compiutamente affermate, che rendono al grembo come una corona di voluttà deglutitrice: fulgide per latte e per ambra si pensavano misteriose mollezze da disvelare per l'elisia e impudica serenità del Vecellio, con drappo di dogale porpora, e d'oro: le quali non dicono facilità o desiderio, ma sagace e volente dominazione.

Né dalla cintura, una banda di tela ricucita, era sorretta la veste, sì a guisa d'una clamide dalle spalle e dalla vividezza de' seni, che non si capiva bene se fossero carne o che cosa. E le braccia levate scoprivan le ascelle dentro le corte maniche: levata la sinistra nella fatica del regger la massa de' capelli fulvi ed aurati, la destra con il pettine grande, che vi si immergeva distratto, come un favorito già sazio. Le ascelle erano bionde di delicate sete, ravvolte, quasi da un gioco perverso, in cirri secreti.

E dal viso florido, un po' irregolare nel mento di sotto alle labbra piene e melodrammatiche, che erano stilisticamente in contraddizione col resto, aveva piantato nello specchio due occhi intenti, iridati d'oro e di cénere, perfidamente taciti e calmi: cui lo specchio si dava a riprodurre implacabile, preso da un attacco di zolianesimo, funzionario della meticolosa analisi, fotografo de' lunghi cigli e delle lor ombre d'amore: mentre se fosse stato un uomo, magari anche un novecentista, la fotografia sarebbe riuscita catastroficamente sintetica. Bisognava prenderla a tradimento, ché con le buone non c'era niente da fare.

Zoraide aprì finalmente ed uscì lei sul terrazzino, decisa. Sui terrazzini, da lato e di fronte, nel sole tepido, c'erano già per qualche loro occorrenza altre diciassette donne, quale appoggiata alla ringhiera e quale in sulla porta come per entrare od uscire, e quale con tra mano un rugginoso coltello dal defunto manico a rimestar dentro vasi o cassette di probabili rosmaríní e garofani: intenzionata poi a dacquarli generosamente tutti, così per concludere.

Erano certamente occupate ne' fatti loro. Qualche triste canarino, qualche muccoso marmocchio. E ragazze segnalate in arrivo da quel particolare semaforo che anche in Zoraide era sensitivo e prontissimo e uno scrittore di polso lo chiamerebbe «l'istinto della donna».

«Cosa vuoi? Ma un'altra volta ricordati che sorda non sono:» disse a quel Gildo sorvolando sui convenevoli. E lo guardò seria, stringendo le labbra, con una ruga verticale, improvvisa e diritta, sulla fronte bianca. Con le mani aggrovigliò, quasi per passatempo, una catenina di povero argento, che aveva al collo, intricandovi l'esile crocefisso: sicché i due avambracci e le gomita protessero il seno.

«Va bene, va bene», disse Gildo, un po' pallido, quasi con un tremito addosso, nel mentre inghiottì la saliva a cui le sue ghiandole avevano abbondantemente accudito, nel lungo intervallo fra il bussare e l'aprire. Aveva mezza bocca contratta in una specie di sorriso, dondolava con falsa spigliatezza una gamba, postatosi all'indietro sull'altra, le mani in tasca.

Era un cugino del marito di Zoraide, all'anagrafe Pessina Spàrtaco di Ermenegildo, al sècolo Gildo, detto il Castagna.

Per via ch'era accaduto non una volta l'avessero ad aver colto in castagna sia con qualche donna, anche stagionatella, qualche concorrente o protettore o magari marito: sia da ultimo la Finanza, i carabinieri e la squadra mobile impegolatisi in un «loro» pasticcio, che si trascinava da mesi. Questi qui, fra tutti e tre, avevano finito per intorbidargli d'attorno le acque fino alla disperazione: e combinato un groviglio tale che per tutta la Canonica e Paolo Sarpi era opinione corrente non ne sarebbe mai venuto a capo nessuno.

Nella lungagnata erano entrate a far parte, con lo spirito di corpo della Finanza, della Questura e quello della Malemèrita, così diceva Gildo plagiando l'«Avanti!», anche le più visigotiche trovate di tutto un repertorio complicatissimo.

Avevano cominciato col tirare in scena quattro biciclette nuove fiammanti, chi diceva Stucchi e chi Bianchi, di cui volevan sostenere per forza che una fosse stata barattata con altre cinque stravecchie e prive di gomme, coi pedali rincagnati, che uno non girava più: e avesse poi cambiato quattordici proprietari in nove giorni, zigzagando fulminea, come fa nei miracolosi quadri la saetta del fulmine, per Usmate, Rho, Gorgonzola, Seregno, Pizzighettone, Bergamo e Vaprio d'Adda; dove, corri Adua cèrulo, era riuscita a far perder sue tracce a' più scaltri segugi, ingolfatasi nelle nebbie provvidenziali del non si sa: e quelli gnào gnào, prendila prendila.

Un'altra l'avevano presa in gobbo anche quella, perché fu venduta per un prezzo «proprio da amici» a uno «sportivo», che per combinazione risultò ignoto alla questura. Sotto il deretano del quale, quando i carabinieri di fuori ricevevano i primi avvisi, aveva già galoppato dietro una corsa di catastrofici juniores ed era già sparita in un burrone di discreta profondità, dopo un cartello del Touring un paracarro e paurosi sobbalzi, dalla parte dei Giovi.

Abbandonato il «centauro» fra sterpi e roveti, la bicicletta era riuscita ad arrivare in fondo, per quanto leggermente rattrappita; anzi accartocciata; assumendo l'aspetto, agli occhi de' valligiani accorsi con molto fiato e speranze, d'un artistico lampadario. Chi gli parve anzi d'un arcolaio.

Le ultime due, da diporto, ridipinte e cambiatogli sella e manubrio, forse perché da corsa «vanno» di più, e questa ipotesi fu Gildo che la prospettò alla questura incredula, furono coinvolte nella liquidazione d'una maglieria: poi le persero di vista anche quelle: quand'ecco di nuovo se le trovò fra i piedi la Finanza, nel retro d'un sale e tabacchi a cui aveva sentito il bisogno urgente di fare una visitina. Dalle indagini emersero inoltre i seguenti dati di fatto: il proprietario della maglieria vuota doveva essere della leva di mare e la di lui moglie giocava al lotto: (questa ghiotta notizia Gildo la mollò sottovoce, quasi a malincuore, al «terrone» che lo interrogava); giocando al lotto, aveva perso fior di biglietti da cento, si era ammalata ed era partita: sì, anche lei: i carabinieri dicevano invece «scomparsa»; va bene, ma lì per lì, si sa che non non si poteva sapere dove fosse, proprio in quel momento. Aveva però un abito celeste chiaro.

Ma i carabinieri non paghi del celeste non gli davano pace: e con la loro malvagità solita nel repertorio erano riusciti anche a introdurre trentadue dozzine di cravatte di seta, ventotto fantasia e quattro da lutto, dodici pacchi di mutande da uomo, felpate, sette scatole di saponette al gelsomino, e una quarantina fra bottiglie e fiale di profumi, con le marche grattate. Inoltre, colmo dei colmi, uno scatolone monumentale che, scoperchiato, rivelò subito alla questura esterrefatta cinquanta pere di gomma per uso irriguo; e poi ancora degli spruzzatori, del dentifricio, della cipria, otto lampadine «Philips», un grammofono che non si riusciva più a farlo cantare, un abito ecclesiastico e una fenomenale gabbia da uccelli in forma di «chàlet» svizzero, con disegni di finestre ogivali e due torri certamente gotiche.

Il mistero delle mutande e il sottomistero delle cravatte, se qualche oste intruglia polpette avesse voluto chiacchierare fuor di proposito, si sarebbero convertiti di colpo in un mistero di bistecche, insalata e caffè corretti: ma osti e relative Caroline cascarono diritti diritti giù dalle nuvole, com'è tradizione.

Finalmente, fortuna che era venuta la guerra! Se no quelli chissà fin quando avrebbero seguitato a rimestar la polenta, proprio come i bambini che «ci colgono gusto' a star lì apposta», il tocco è del Castagna medesimo, «a rugare», cioè quasi far ghirigori, «col bacchettino nella biacca».

Il poter paragonare i carabinieri a dei bambini dal gusto perverso, procurò a Gildo una salubre soddisfazione: non si accorse, come al solito, che il finale dell'ipotiposi toccava a lui.

Sul terrazzino, davanti la porta, dopo due o tre frasi Zoraide continuava a rimirar la cravatta del giovine, persa come in vagabondi pensieri. Egli cercò invece vanamente gli occhi di lei e per tutto il corpo lo dominava un tremore convulso, fatto oramai di cupidità cieca e di timidezza puerile, di speranza, di desolazione, di rabbia: mentre cercava parole da instradare un qualche discorso, ma le esse e le erre gli si confondevano prima d'uscire, in un balbettìo preventivo di tutto il cervello.

Ma l'idea fissa lo riprendeva, di essere forte, spigliato, temibile incendiario de' cuori. Ma la presenza splendida e calda di Zoraide, non che eccitare, dissipò franchezza e tristizia: davanti alla bella sentì la sua volontà smarrirsi ancora ed ancora, sopraffatta da uno sgomento strano. Gli parve d'esser malato, sudava ne' palmi chiusi e freddi dentro le tasche, impallidì: così vanno i cenci all'aria nella scardassata casa del mondo.

«Non sapevo», disse esitando, con un sorriso melenso, «se eri alle volte fuori di casa. Ero venuto per darti notizie del Luigi, poi anche per pregarti se potevi farmi un favore...» Lei allora lo guardò, ma rabbuiandosi.

«... So già del resto che sarà difficile...», ebbe un lampo cattivo, un attimo, tornò subito al sospiroso e all'amaro.

«Ti ringrazio», fece seccamente Zoraide. «Il Luigi so che sta bene. Quanto al piacere, che piacere è?»

«Bene...; bene...», disse Gildo, staccando le due parole con la pausa dubitante del parere contrario. «Bene lo dicono quelli che mangian di grasso e la paga la prendono buona, perché fanno l'ufficiale o il prete o scrivono su per i giornali venduti alla borghesia...»; Si ingolfò come in una diatriba che prediligesse, gli si sciolse la lingua, parve dimenticare a un tratto la donna, parlò a voce alta, e lo udirono tutte.

«Scrivono che la guerra ci voleva, e che adesso va come un olio, che è fino un peccato piantarla lì, da tanto che la va bene: e i cannoni in qualche modo bisogna pur goderli, sì sa... Ma sicuro!»

Zoraide s'era rabbuiata anche più, sembrò muoversi.

«A ogni modo, la cartolina che m'ha scritto è questa qui.»

Porgendola, fece per accostarlesi, come a volerla leggere insieme: e fu allora nuovamente una disperata ebbrezza, quella che pure un giorno, lo sentiva, sarebbe finalmente finita! O strangolar qualcuno con le sue mani, o dar della testa nel muro, spaccarla.

Sopra un terrazzino dirimpetto una ragazza tossì: Zoraide levò un'occhiata vipèrea: tra le gomita e le braccia conserte della fanciulla, appoggiate sulla ringhiera, ne vide sparire il viso ridente.

«Ce n'è delle stupide a prendere il fresco!» disse allora a voce alta e spiccata, né le donne fiatarono.

Tutto questo, a Gildo, finì per fargli svaporare dall'anima tutte le arie, che aveva in programma. Interruppe la lettura: «Non si può entrare?» mormorò a Zoraide, con una voce d'implorazione; «c'è proprio bisogno di star qui a dare spettacolo?»

«Se entriamo, lo spettacolo è peggio...» disse Zoraide prontissima, «sono sposa da neanche un anno, con il marito in Trentino... si sa... capirai forse anche tu...»

Gildo sentì bruciare la staffilata di quel «forse».

Cristo! l'avrebbe voluta rovesciare sul letto, strangolata, morduta: altro che sposa e Luigi e Trentino! A qualche interventista poi con che gusto gli avrebbe mollato una coltellata nel ventre!... Si consolò un poco, che era una fortuna anche la guerra, dopo tutto, con dietro tutta quella «catabrega di terroni», cioè quella filza di agenti.

Basta che non lo prendesse lui, questa maledetta guerra dei signori, perché allora avrebbero veduto subito, che aria tirava! Gli interventisti, gli studenti! E poi correre a imboscarsi, ma di volata!

Come quel menestrello di diciannov'anni che era sempre dietro a tutte, a far l'asino: e come non bastasse adesso dicevano che aveva trovato da far buona legna nel bosco, con lei, ma sì, evviva, con lei, con la sposa, proprio: e sera e mattina, e con i libri e senza libri.

Cosa studiava sto ruffiano, dal momento che lavorava in fabbrica a rubar pane alla gente? «Noi a crepare, vorrebbero, e loro a gridar viva», pensò mentre Zoraide gli andava dicendo lei del marito, delle notizie, della posta, della franchigia, della censura, dei numeri dei reggimenti. «Viva cosa?», gridò.

La bella trasecolò, non comprendendo. «Viva questo, vacca d'una miseria!...», e fe' l'atto di lanciare un immaginario coltello, nella immaginaria pancia, d'un immaginario guerrafondaio.

«Mi pare che stai poco bene, Gildo, cos'hai?...», fece allora Zoraide, tra incuriosita e piacevolmente sgomenta. L'ira dei maschi le aveva sempre fatto piuttosto piacere, che paura. La cartolina e le notizie dovevano essere entrate nel cervello delle comari, un'aura quasi di pietà e simpatia s'era diffusa in quel miserabile matroneo.

«E adesso, dì, che piacere è che volevi?»

«Ah!», disse amaro il Gildo, sfoggiando uno scetticismo consumato e profondo: «non sono le donne come te certo che posson fare un piacere a uno che è perseguitato dalla questura... A te ti piacciono quelli col termosifone... adesso, che viene avanti la nebbia.»

Zoraide arrossì un attimo, indispettita: ma volle celare il risentimento. «Della questura?», disse invece, simulando un delizioso stupore. Sapeva, vagamente. Cravatte, saponette, biciclette: roba rubata.

Riprese allora enfaticamente quell'altro, lieto di redimersi davanti alla donna:

«Eh già, si capisce... dalla questura di Salandra: una massa di malviventi, domandalo al tuo Luigi, se vuoi aver ancora qualche dubbio... Lo sai bene che cercano fuori tutti quelli che lavorano negli stabilimenti, col minimo pretesto, per imballarli allo scannatoio... Per loro non ci ha da essere stanchezza, né malattie, né miseria... Lavorare come forzati, e signor sì... Questo è il progresso dei nazionalisti, tale e quale lo vorrebbero loro.

Se tardi cinque minuti, multa; se vai al cesso, multa; se bevi una grappa e ne dici una come ti gira, salta fuori il maggiore, il capitano, il tenente... Prendi un po' per esempio il Carlo, il Gibigiana, quello di Paolo Sarpi, lo conosci bene anche tu. Bene, l'han menato via la settimana passata, con la scusa... che era malcontento.

E adesso mi vogliono spedire anche me.»

Zoraide conosceva Gildo da un anno e quantunque lo avesse visto diverse volte, non s'era curata molto d'aver sue notizie: mentre le notizie della gente, in generale e in particolare, le trovava quasi sempre interessantissime.

«Ma tu non lavori da parrucchiere? Quella volta, ti ricordi, che eravamo con Luigi, m'hai fatto vedere quella bottega un po' andante, lì sull'angolo di Scaldasole?...»

«... Andante o non andante», interruppe Gildo piccato, «basta che il quaglia butti fuori una qualche mammola, quando gli gratto la pancia. Neanche voi non vivrete d'asparagi, dopo tutto...» Rise d'un risolino che avrebbe voluto cinico e amaro, ma fu soltanto scemo ed innocuo. Spentosi, rimase la faccia: gli occhi frusti e qualche acetoso bitorzolo, sfumato d'un alone violaceo, mettevano note da Moulin Rouge di porta Cicca in un gramo pallore. Il fiato sentiva di vino e di formaggio. Probabilmente, pensò lei, Gorgonzola: di cui era ghiotto.

«Bene, e adesso?» riprese Zoraide.

«Adesso sono dal Magnoni.»

«Dal?...»

«Dal Magnoni, stabilimento Magnoni. Faccio il tornitore...»

«Ah! il meccanico, dal Magnoni: li conosco...»

«Me l'immagino», ghignò Gildo; «ero anzi venuto proprio per questo: so che vai a lavorare da quella signora, che sono parenti. Me l'hai detto tu stessa una volta: che è così buona...», ghignò, «che è quasi parente di quell'industriale, ti ricordi? Be', quello è il Magnoni... Cosa vuoi? Lavoro di parrucchiere oramai, con più di metà che ce n'è via...; ma il guaio è che la «sgagnosa» è sempre quella di prima... anche i signor sì non li avran mica messi a metà razione, m'immagino...»

«Ma tu' come hai fatto a imparare così presto? difficile?... »

Gildo si ringalluzzì.

«Cara mia, c'è chi nasce minchione e quello, può campar cent'anni, ma a stare al mondo non imparerà mai...»: forse alludeva a qualcuno, lieto nel vanaglorioso confronto. «Ma io!...» fece come se volesse andare, si puntò un indice sul petto, strinse le palpebre dando ombre torve dentro le ciglia alle iridi, perché la sentenza venisse fuora più truce: «io, ricordati sposa, di guerre ne potete far cento; ma voglio vedermi squartato se me mi pescheran mai: com'è vero che mi chiamo Spàrtaco...»

Dilontanò pochi passi sul terrazzino, le mani in tasca, ripreso ciecamente in un'enfasi: giravoltò: ma la giravolta ampollosa gli venne male, data l'esiguità dello spazio. Tornato sui suoi passi aveva a dirne una ancor più importante, mentre Zoraide seguitava a tormentar le dita in quella catenina d'argento, presso la fossetta ombrata della sua meravigliosa gola: e avea dispianate le sopracciglia, quasi commiserando.

«La guerra, la guerra! Come trucco l'han trovato mica da scrocchi, loro che prendono le paghe, le indennità, le trasferte: per comandare agli altri, per fare i generali, i ministri... gli assassini, dico io. E noi a crepare, soltanto perché ce lo comandano i Bava-Beccaris, con la storia della loro Austria. Guardami bene in faccia, sposa mia bella. Ti pare che Spàrtaco Pessina sia uno di quelli da fargli dire signor sì?...»

Zoraide lo guardò davvero stavolta, negli occhi, che parvero lontani da lei, persi nella solitudine disperata e disumanità d'un delirio: cercò, quasi per rispondere alla domanda, di reperire in fondo all'arsenale del suo stomaco un moto di interesse quale che fosse, o pietà o curiosità donnesca; ma non le venne da racimolar altro se non un fastidioso disgusto.

Amava immensamente nel maschio la pacatezza, la confidenza, la ragione, la forza, il silenzio: e sopra ogni cosa un viso e degli occhi che dicano vigore e letizia, e sicurtà piena del volere. I forsennati, i roboanti, non meno de' pustolosi, le erano causa di frigidità, di insoffribile tedio.

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