Autore Eduardo Galeano
Titolo Memoria del fuoco
SottotitoloLe origini
EdizioneRizzoli, Milano, 2001 [1989], , pag. 376, cop.fle.sov., dim. 135x214x24 mm , Isbn 978-88-17-84557-1
OriginaleMemoria del fuego. I. Los nacimientos
TraduttoreMaria Antonietta Peccianti
LettoreLuca Vita, 2004
Classe narrativa uruguayana , storia moderna , paesi: Messico , paesi: Uruguay , storia: America , miti












 

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Indice

Esordio                                                    V

MEMORIA DEL FUOCO                                          1


Prime voci                                                 5

La creazione                                               7
Il tempo                                                   7
Il sole e la luna                                          8
Le nubi                                                   10
Il vento                                                  10
La pioggia                                                11
L'arcobaleno                                              11
Il giorno                                                 13
La notte                                                  13
Le stelle                                                 14
La via lattea                                             15
Venere                                                    16
Il linguaggio                                             16
Il fuoco                                                  17
La selva                                                  17
Il cedro                                                  18
Il guayacan                                               18
I colori                                                  19
L'amore                                                   19
I fiumi e il mare                                         20
Le maree                                                  21
La neve                                                   21
Il diluvio                                                22
La tartaruga                                              23
Il pappagallo                                             23
Il colibrí                                                24
L'urutaú                                                  25
L'hornero                                                 26
Il corvo                                                  26
Il condor                                                 27
Il giaguaro                                               28
L'orso                                                    28
Il caimano                                                29
Il tatú                                                   30
Il coniglio                                               30
Il serpente                                               32
La rana                                                   32
Il pipistrello                                            33
Le zanzare                                                34
Il miele                                                  34
I semi                                                    34
Il mais                                                   35
Il tabacco                                                36
L'erba mate                                               36
La yuca                                                   37
La patata                                                 38
La cucina                                                 38
La musica                                                 39
La morte                                                  40
La resurrezione                                           41
La magia                                                  42
Il riso                                                   42
La paura                                                  43
L'autorità                                                43
Il potere                                                 44
La guerra                                                 45
La festa                                                  46
La coscienza                                              46
La città sacra                                            47
I pellegrini                                              48
La terra promessa                                         48
I pericoli                                                49
La ragnatela                                              50
Il profeta                                                50

Vecchio Nuovo Mondo                                       51

1492. Il mare oceano  La rotta del sole verso le Indie    53
1492. Guanahaní  Colombo                                  54
1493. Barcellona  Giorno di gloria                        55
1493. Roma  Il testamento di Adamo                        56
1493. Huexotzingo
      Dove risiede il vero, ciò che ha radici?            57
1493. Pasto  Tutti contribuenti                           58
1493. Isola di Santa Cruz
      Un'esperienza di Michele da Cuneo, nativo di Savona 58
1495. Salamanca  La prima parola venuta dall'America      59
1495. La Isabela  Caonabó                                 60
1496. La Concepción  Il sacrilegio                        61
1498. Santo Domingo  Il Paradiso Terrestre                61
      La lingua del Paradiso                              62
1499. Granada  Quali sono gli Spagnoli?                   63
1500. Firenze  Leonardo                                   63

[...]

1650. Città del Messico  I vincitori e i vinti           293
      Dal canto nahuatl sulla vita effimera              294
1654. Oaxaca  Medicina e stregoneria                     295
1655. San Miguel de Nepantla  Juana a quattro anni       296
1656. Santiago de la Vega  Gage                          296
1658. San Miguel de Nepantla  Juana a sette anni         297
      Un sogno di Juana                                  298
1663. Guatemala antigua  Arriva la stampa                298
1663. Rive del fiume  Paraiba La libertà                 299
      Canzone di Palmares                                300
1663. Serra da Barriga  Palmares                         300
1665. Madrid  Carlo II                                   302
1666. Nuova Amsterdam  New York                          303
1666. Londra  I servi bianchi                            303
1666. Isola Tortuga  Polittico dei pirati                304
1667. Città del Messico  Juana a sedici anni             305
1668. Isola Tortuga  I cani                              307
1669. Villa de Gibraltar  Tutta la ricchezza del mondo   307
1669. Maracaibo  Esplosione                              308
1670. Lima  «Abbi pietà di noi»                          309
1670. San Juan Atitlan  Un intruso sull'altare           310
1670. Masaya  «Il Güegüence»                             311
1670. Cuzco  Il Lunarejo                                 312
1671. Città di Panama  Sulla puntualità agli appuntamenti313
1672. Londra  Il carico dell'uomo bianco                 314
      Canzone dell'uccello dell'amore del popolo mandinga315
1674. Port Royal  Morgan                                 316
1674. Potosí Claudia,  la fattucchiera                   317
1674. Yorktown  I destrieri dell'Olimpo                  318
1676. Valle del Connecticut  L'ascia di guerra           319
1676. Plymouth  Metacom                                  319
1677. Old Road Town  Muoiono qui, rinascono là           320
1677. Porto Calvo
      Il capitano promette terre, schiavi e onori        321
1678. Recife Ganga Zumba                                 321
      Sortilegio yoruba contro il nemico                 322
1680. Santa Fe del Nuovo Messico
      La croce rossa e la croce bianca                   323
1681. Città del Messico  Juana a trent'anni              324
1681. Città del Messico  Sigüenza y Góngora              325
1682. Accra  Tutta l'Europa vende carne umana            326
1682. Remedios  Per ordine del Diavolo                   327
1682. Remedios  Ma restano                               328
1682. Remedios  Per ordine di Dio                        330
1688. L'Avana  Per ordine del re                         331
1691. Remedios  Ma di qui non si muovono                 332
1691. Città del Messico  Juana a quarant'anni            333
1691. Placentia  Adario, capo degli indios uroni,
      parla al barone di Lahontan,
      colonizzatore francese di Terranova                335
1692. Salem Village  Le streghe di Salem                 336
1692. Guapulo  La nazionalizzazione dell'arte popolare   338
1693. Città del Messico  Juana a quarantadue anni        339
1693. Santa Fe del Nuovo Mesico
      L'indipendenza è durata tredici anni               339
      Canto all'immagine che svanisce dalla sabbia,
      degli indios del Nuovo Messico                     340
1694. Macacos  L'ultima spedizione contro Palmares       341
      Lamento del popolo azande                          342
1695. Serra Dois Irmaos  Zumbí                           343
1695. San Salvador de Bahia  La capitale del Brasile     344
1696. Regla  Madonna negra, dea negra                    345
1697. Cap Français  Ducasse                              346
1699. Madrid  Lo Stregato                                346
1699. Macouba  Una dimostrazione pratica                 347
1700. Ouro Preto  Tutto il Brasile verso il sud          348
1700. Isola di Santo Tomas  Colui che fa parlare le cose 349
      Canto del fuoco del popolo bantu                   350
1700. Madrid  Penombra d'autunno                         351

FONTI                                                    353


 

 

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Pagina V

Esordio

Sono stato un pessimo studente di storia. Le lezioni di storia erano come visite al Museo delle Cere o alla Regione dei Morti. Il passato era fermo, vuoto, muto. Ci insegnavano il tempo passato perché ci rassegnassimo, coscienze svuotate, al tempo presente: non per fare la storia, che era già fatta, ma per accettarla. La povera storia aveva smesso di respirare: tradita nei testi accademici, falsificata nelle aule, addormentata nei discorsi di effemeridi, l'avevano imprigionata nei musei e l'avevano sepolta, con omaggi floreali, sotto il bronzo delle statue e il marmo dei monumenti.

Possa Memoria del fuoco aiutare a restituire alla storia il respiro, la libertà e la parola. Attraverso i secoli, l'America Latina non ha sofferto solo il saccheggio dell'oro e dell'argento, del salnitro e del caucciù, del rame e del petrolio: ha sofferto anche l'usurpazione della memoria. Molto presto è stata condannata all'amnesia da coloro che le hanno impedito di essere. La storia ufficiale latinoamericana si riduce a una sfilata di notabili con uniformi appena uscite dalla tintoria. Io non sono uno storico. Sono uno scrittore che vorrebbe contribuire al riscatto della memoria sequestrata di tutta l'America, ma soprattutto dell'America Latina, terra disprezzata e adorata: vorrei conversare con lei, condividerne i segreti, chiederle da quali diversi fanghi nacque, da quali atti d'amore e da quali violenze discende.

Ignoro a quale genere letterario appartenga questa voce di voci. Memoria del fuoco non è un'antologia, no di certo; ma non so se sia romanzo o saggio o poesia epica o testimonianza o cronaca o... Non perdo certo il sonno per appurarlo. Non credo nelle frontiere che, secondo i doganieri della letteratura, separano i generi.

Non ho voluto scrivere un'opera obiettiva. Non ho voluto né ci riuscirei. Questa narrazione della storia non ha nulla di neutrale. Incapace di prendere le distanze, prendo partito: lo confesso e non mi pento. Tuttavia ogni frammento di questo vasto mosaico poggia su una solida base documentale. Ciò che qui racconto è accaduto; anche se lo racconto a modo mio.

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Pagina 7

La creazione



La donna e l'uomo sognavano che Dio li stava sognando.

Dio li sognava mentre cantava e agitava le sue maracas, avvolto in fumo di tabacco, e si sentiva felice e insieme turbato dal dubbio e dal mistero.

Gli indios makiritare sanno che, se Dio sogna cibo, fruttifica e dà da mangiare. Se Dio sogna la vita, nasce e dà la nascita.

La donna e l'uomo sognavano che nel sogno di Dio c'era un grande uovo splendente. Dentro all'uovo essi cantavano e ballavano e facevano un gran baccano, perché erano pazzi di voglia di nascere. Sognavano che nel sogno di Dio la gioia era più forte del dubbio e del mistero; e Dio, sognando, li creava, e cantando diceva:

- Rompo quest'uovo e nasce la donna e nasce l'uomo. E insieme vivranno e moriranno. Ma nasceranno nuovamente. Nasceranno e torneranno a morire un'altra volta. E mai cesseranno di nascere, perché la morte è menzogna.

(48)

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Pagina 7

Il tempo



Il tempo dei maya nacque ed ebbe nome quando il cielo non esisteva né s'era destata la terra.

I giorni partirono da oriente e si misero in cammino.

Il primo giorno si cavò dalle viscere il cielo e la terra.

Il secondo giorno costruì la scala di dove scende la pioggia.

Opera del terzo furono i cicli del mare e della terra e la moltitudine delle cose.

Per volontà del quarto giorno, terra e cielo si inclinarono così da potersi incontrare.

Il quinto giorno stabilì che tutti avrebbero lavorato.

Dal sesto uscì la prima luce.

I luoghi dove non c'era nulla, il settimo giorno li riempì di terra. L'ottavo affondò nella terra le mani e i piedi.

Il nono giorno creò i mondi inferi. Il decimo giorno destinò i mondi inferi a chi ha veleno nell'anima.

Dentro il sole, l'undicesimo giorno modellò la pietra e l'albero.

Fu il dodicesimo che fece il vento. Soffiò vento e lo chiamò spirito perché non c'era morte dentro di lui.

Il tredicesimo giorno bagnò la terra e col fango impastò un corpo come il nostro.

Così si ricorda nello Yucatan.

(208)

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Pagina 53

1492
Il mare oceano


La rotta del sole verso le Indie



I venti sono dolci e leggeri, come in una primavera di Siviglia, e il mare sembra un fiume Guadalquivir; ma non appena la marea monta, li assale la nausea, e vomitano, ammassati nei castelli di prora, gli uomini che solcano, su tre navicelle rattoppate, il mare ignoto. Mare senza confini. Uomini, piccole gocce al vento. E se il mare non li amasse? Scende la notte sulle caravelle. Dove li getterà il vento? Salta a bordo un'orata, che inseguiva un pesce volante, e si moltiplica il panico. Non sente, la ciurma, il sapido aroma del mare un po' increspato, né ascolta il vocio dei gabbiani e dei pellicani che vengono da ponente. All'orizzonte, comincia l'abisso? All'orizzonte, finisce il mare?

Occhi febbricitanti di marinai induriti da mille viaggi, occhi ardenti di prigionieri strappati alle carceri andaluse e imbarcati a forza: non vedono gli occhi quei riflessi annunciatori d'oro e d'argento nella schiuma delle onde, né gli uccelli di terra e di fiume che volano senza posa sulle navi, né i giunchi verdi e i rami foderati di conchiglie che vanno alla deriva attraverso i sargassi. In fondo all'abisso, arde l'inferno? In quali fauci i venti alisei getteranno questi omiciattoli? Indagano le stelle, in cerca di Dio, ma il cielo non è meno imperscrutabile di questo mare mai navigato. Ascoltano ruggire il mare, la mare, la madre mare, voce roca che rimanda al vento frasi di eterna condanna, tamburi del mistero risonanti dalle profondità: si fanno il segno della croce e vogliono pregare e balbettano: «Questa notte cadiamo dal mondo, questa notte cadiamo dal mondo».

(49)

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Pagina 54

1492
Guanahaní


Colombo



Cade in ginocchio, piange, bacia la terra. Avanza barcollando, perché è da più di un mese che dorme poco o niente, e abbattendo rami a colpi di spada.

Poi alza lo stendardo. Inginocchiato, gli occhi al cielo, pronuncia per tre volte i nomi di Isabella e Ferdinando. Al suo fianco il notaio Rodrigo de Escobedo, uomo lento di penna, redige l'atto.

Da oggi tutto appartiene a quei re lontani: il mare di coralli, la sabbia, le rocce verdissime di muschio, i boschi, i pappagalli e questi uomini dalla pelle d'alloro che non conoscono ancora i vestiti, la colpa e il denaro e che contemplano attoniti la scena.

Luis de Torres traduce in ebraico le domande di Cristoforo Colombo:

- Conoscete voi il Regno del Gran Kahn? Da dove viene l'oro che portate appeso al naso e alle orecchie?

Gli uomini nudi lo guardano, a bocca aperta, e l'interprete tenta miglior sorte con l'idioma caldeo, di cui conosce qualcosa:

- Oro? Templi? Palazzi? Re dei re? Oro?

E poi prova con l'arabo, quel poco che sa:

- Giappone? Cina? Oro?

L'interprete si scusa con Colombo nella lingua di Castiglia. Colombo impreca in genovese e scaraventa al suolo le lettere credenziali, scritte in latino e dirette al Gran Kahn. Gli uomini nudi assistono alla collera del forestiero dai capelli rossi e dalla pelle cruda, che porta un mantello di velluto e vesti sfarzose.

Presto si spargerà la voce per le isole:

- Venite a vedere gli uomini che sono arrivati dal cielo! Portate loro da mangiare e da bere!

(49)

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Pagina 61

1496
La Concepción


Il sacrilegio



Bartolomeo Colombo, fratello e luogotenente di Cristoforo, assiste all'incendio di carne umana.

Sei uomini inaugurano il rogo di Haiti. Il fumo fa tossire. I sei stanno bruciando per punizione ed esempio: hanno sepolto sotto terra le immagini di Cristo e della Vergine che fra' Ramón Pane aveva lasciato loro a protezione e conforto. Fra' Ramón aveva insegnato loro a pregare in ginocchio, a dire Avemaria e Paternoster e ad invocare il nome di Gesù di fronte alla tentazione, alla sofferenza e alla morte.

Nessuno ha domandato loro perché avessero sepolto le immagini. Speravano che i nuovi dei rendessero fertili i campi di mais, yuca, patate dolci e fagioli.

Il fuoco aggiunge caldo al caldo umido, appiccicoso, presagio di violenta pioggia.

(103)

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Pagina 68

1511
Yara


Hatuey



In queste isole, in questi luoghi di umiliazione, sono molti quelli che scelgono la morte, impiccandosi o bevendo veleno insieme ai propri figli. Gli invasori non possono evitare questa vendetta, però sanno spiegarla: gli indios, tanto selvaggi da pensare che tutto sia in comune, dirà Oviedo, sono gente per sua natura oziosa e viziosa e di poco lavoro... Molti di loro, per passatempo, si uccisero col veleno per non lavorare, e altri si impiccarono con le proprie stesse mani.

Hatuey, capo indio della regione della Guahaba, non si è suicidato. Fuggì da Haiti in canoa, insieme ai suoi, e si rifugiò nelle grotte e fra i monti della parte orientale di Cuba.

Lì indicò una cesta piena d'oro e disse:

- Questo è il dio dei cristiani. Per lui ci perseguitano. A causa sua sono morti i nostri padri e i nostri fratelli. Balliamo per lui. Se la nostra danza gli piacerà, questo dio ordinerà che non ci maltrattino.

Lo catturano tre mesi più tardi.

Lo legano a un palo.

Prima di accendere il fuoco che lo ridurrà carbone e cenere, un sacerdote gli promette gloria ed eterno riposo se accetta il battesimo. Hatuey chiede:

- In questo cielo, ci sono i cristiani?

- Sì.

Hatuey sceglie l'inferno e la legna comincia a crepitare.

(102, 103 e 166)

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Pagina 73

1514
Santa Maria del Darién


Per amore della frutta



Gonzalo Fernández de Oviedo, arrivato da poco, assaggia la frutta del Nuovo Mondo.

La guayaba gli sembra molto superiore alla mela.

La guanábana è bella da vedere ed offre una polpa bianca, acquosa, di morigerato sapore; per quanto se ne mangi, non dà difficoltà di digestione.

Il mamey ha un sapore da leccarsi i baffi e un buonissimo profumo. Non esiste niente di meglio, afferma.

Ma morde una nespola e gli inonda la testa un aroma che nemmeno quello del muschio riesce a uguagliare. La nespola è il frutto migliore, corregge, e non esiste cosa che le si possa comparare.

Sbuccia, allora, un ananas. Il dorato ananas profuma come vorrebbero le pesche e riesce a stuzzicare l'appetito anche a chi della voglia di mangiare non ha più neppure il ricordo. Oviedo non conosce parole che siano degne di descrivere le sue virtù. Gli si rallegrano gli occhi, il naso, le dita, la lingua. Questo supera tutti, sentenzia, come le piumè del pavone risplendono più di quelle di qualsiasi uccello.

(166)

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Pagina 81

1519
Tenochtitlán


La capitale degli aztechi



Ammutoliti dalla bellezza, i conquistatori cavalcano sulla strada lastricata. Tenochtitlán sembra uscita dalle pagine di Amadigi, cose mai udite, mai viste, e neanche sognate... Il sole si leva dietro i vulcani, penetra nella laguna e rompe in frange la nebbia che galleggia. La città, strade, canali, templi dalle alte torri, si dispiega e sfolgora. Una folla esce ad accogliere gli invasori, in silenzio e senza fretta, mentre infinite canoe scavano solchi nelle acque di cobalto.

Montezuma arriva in portantina, seduto su una morbida pelle di giaguaro, sotto un baldacchino d'oro, perle e piume verdi. I signori del regno spazzano il suolo che calpesterà.

Dà il benvenuto al dio Quetzalcóatl:

- Sei venuto a sederti sul tuo trono - gli dice. - Sei venuto tra nubi, tra nebbie. Non ti vedo in sogno, non sto sognando. Sei arrivato nella tua terra...

Coloro che accompagnano Quetzalcóatl ricevono ghirlande di magnolie, rose e girasoli, collane di fiori al collo, alle braccia, intorno al petto: il fiore dello scudo e il fiore del cuore, il fiore dal buon profumo e quello molto giallo.

Quetzalcóatl nacque in Estremadura e sbarcò in terra d'America con un fagotto di vestiti sulle spalle e un paio di monete nella borsa. Aveva diciannove anni quando mise piede sulle pietre del molo di Santo Domingo e chiese: Dov'è l'oro? Ora ne ha compiuti trentaquattro ed è capitano di grande ventura. Veste un'armatura di ferro nero e conduce un esercito di cavalieri, lanceri, balestrieri, fucilieri e cani feroci. Ha promesso ai suoi soldati: Io farò di voi, in brevissimo tempo, gli uomini più ricchi che siano mai venuti nelle Indie.

L'imperatore Montezuma, che apre le porte di Tenochtitlán, soccomberà presto. Di qui a non molto sarà chiamato donna degli spagnoli, e la sua gente lo ucciderà a sassate. Il giovane Cuauhtémoc prenderà il suo posto. Lui lotterà.

(60 e 62)

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Pagina 83

1520
Teocalhueyacan


«La Notte Triste»



Hermán Cortés passa in rivista i pochi superstiti del suo esercito, mentre la Malinche cuce le bandiere rotte.

Tenochtitlán è rimasta alle spalle. Alle spalle è rimasta la colonna di fumo che il vulcano Popocatépetl ha buttato dalla bocca, come dicendo addio, e che nessun vento riusciva a deviare.

Gli aztechi hanno recuperato la loro città. Le terrazze si fecero irte di archi e lance e la laguna si coprì di canoe in battaglia. I conquistatori fuggirono disordinatamente, inseguiti da una tempesta di frecce e pietre, mentre i tamburi di guerra, gli urli e le imprecazioni assordavano la notte.

Questi feriti, questi mutilati, questi moribondi che Cortés sta ora contando, si salvarono passando sopra i cadaveri che servirono da ponte: passarono sull'altra sponda calpestando i cavalli che erano scivolati e sprofondati, e soldati uccisi a colpi di frecce e di pietre o affogati per il peso dei sacchi pieni d'oro che non si rassegnavano a lasciare.

(62 e 200)

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Pagina 88

1522
Strade di Santo Domingo


Piedi



La rivolta, la prima rivolta degli schiavi negri in America, è stata schiacciata. Era scoppiata nelle raffinerie di zucchero di Diego Colombo, il figlio dello scopritore. L'incendio si era propagato alle fabbriche e alle piantagioni di tutta l'isola. Si erano ribellati i negri e i pochi indios ancora vivi, armati di pietre e pali e lance di canna che si spezzavano, furiose, inutili, contro le armature.

Dalle forche, sparse per le strade, penzolano ora donne e uomini, giovani e vecchi. All'altezza degli occhi del viandante pendono i piedi. Dai piedi il viandante potrà riconoscere i castigati, indovinare com'erano prima che arrivasse la morte. Tra questi piedi di cuoio, tagliuzzati dal lavoro e dalle marce, ci sono piedi del tempo e piedi del contrattempo; piedi prigionieri e piedi che ballano, ancora, amando la terra e chiamando alla guerra. (166)

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Pagina 103

1531
Santo Domingo


Una lettera



Si comprime le tempie cercando le parole che si affacciano e scappano: Non guardate la bassezza del mio essere e la rozzezza del mio dire, supplica, ma la volontà che mi spinge a dirlo.

Fra' Bartolomé de las Casas scrive al Consiglio delle Indie. Sarebbe stato meglio per gli indios, sostiene, andarsene all'inferno con la loro infedeltà, il loro poco a poco e da soli, che essere salvati dai cristiani. Giungono già al cielo le grida di tanto sangue umano sparso: quelli arsi vivi o arrostiti su graticole, quelli buttati ai cani feroci...

Si alza, cammina. Tra nugoli di polvere sventola l'abito bianco.

Poi si siede sul bordo della sedia borchiata. Con la penna d'oca si gratta il lungo naso. La mano ossuta scrive. Perché in America si salvino gli indios e si compia la legge di Dio, fra' Bartolomé propone che la croce comandi la spada. Che le guarnigioni si sottomettano ai vescovi; e che vengano inviati coloni per coltivare la terra al riparo delle piazzeforti. I coloni, dice, potrebbero portare schiavi negri o mori o di altre specie, per farsi servire, o vivere del proprio lavoro, o in altra maniera che non fosse pregiudizievole per gli indios...

(27)

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Pagina 184

1574
Città del Messico


Il primo autodafé in Messico



Da quando i banditori hanno diffuso l'editto delle delazioni, sono piovute le denunce contro eretici, bigami, streghe e blasfemi.

L'autodafé si celebra la prima domenica di Quaresima. Dal sorgere del sole allo spuntar della notte, il Tribunale del Sant'Uffizio dell'Inquisizione pronuncia le sentenze contro le spaventevoli larve strappate alle celle e alle camere di tortura. I carnefici lavorano nella parte alta del sontuoso patibolo, entro un cerchio di lance e di ovazioni della folla. Non si ha memoria di una simile moltitudine che sia mai accorsa a nessun giubilo pubblico né ad altra cosa di grandissima solennità che si sia avuta sulla terra, dice il viceré della Nuova Spagna, che assiste allo spettacolo su una poltrona di velluto e con un cuscino ai piedi.

Si applica il castigo della candela, della corda, della mordacchia, l'abiura de levi e si comminano tra le cento e le duecento frustate a un argentiere, a un coltellinaio, a un doratore, a un copista e a un calzolaio per aver detto che la semplice fornicazione non era peccato mortale. Analoghe pene sono inflitte a vari bigami, e tra questi al frate agostiniano Juan Sarmiento, che con la schiena ridotta a carne viva se ne va per cinque anni a remare sulle galere.

Cento frustate ricevono il negro Domingo, nato qui, perché ha l'abitudine di rinnegare Dio, e Miguel Franco, meticcio, perché faceva in modo che sua moglie si confessasse con lui. Altre cento il farmacista sivigliano Gaspar de los Reyes, per aver detto che era meglio essere concubini che sposati e che ai poveri e agli afflitti era lecito spergiurare per denaro.

A remare sulle galere, duro carcere dei turbolenti, vanno parecchi luterani ed ebrei che hanno succhiato col latte la loro eresia, alcuni inglesi della flotta del pirata John Hawkins e un francese che chiamava fannulloni il Papa e il Re.

Sul rogo terminano i loro eretici giorni un inglese delle miniere di Guanajuato e un barbiere francese dello Yucatán.

(139)

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Pagina 211

1599
Santa Marta


Fanno la guerra per fare l'amore



Scoppia la rivolta sulle coste dei Caraibi e i tuoni squassano la sierra Nevada. Gli indios si ribellano per la libertà dell'amore.

Nella festa della luna piena, gli dei ballano nel corpo del capo Cuchacique e conferiscono magia alle sue braccia. Dai villaggi di Jeriboca e Bonda, le voci della guerra svegliano l'intera terra degli indios tairona e scuotono Masinga e Masinguilla, Zaca e Mamazaca, Mendiguaca e Rotama, Buritaca e Tairama, Maroma, Taironaca, Guachaca, Chonea, Cinto e Nahuanje, Mamatoco, Ciénaga, Dursino e Gairaca, Origua e Durama, Dibocaca, Daona, Chengue e Masaca, Daodama, Sacasa, Cominca, Guarinea, Mauracataca, Choquenca e Masanga.

Il capo Cuchacique veste la pelle del giaguaro. Frecce che sibilano, frecce che bruciano, frecce che avvelenano: i tairona incendiano cappelle, rompono croci e uccidono frati, combattendo contro il dio nemico che proibisce le loro abitudini.

Fin dai tempi più remoti, in queste terre divorziava chi voleva e facevano l'amore i fratelli, se ne avevano voglia, e la donna con l'uomo o l'uomo con l'uomo o la donna con la donna. Così fu in queste terre finché arrivarono gli uomini in nero e gli uomini di ferro, che gettano ai cani quelli che amano come amavano gli antenati.

I tairona celebrano le prime vittorie. Nei loro templi, che il nemico chiama case del Diavolo, suonano il flauto nelle ossa dei vinti, bevono vino di mais e danzano al suono dei tamburi e delle trombe di conchiglia. I guerrieri hanno chiuso tutti i passi e le strade verso Santa Marta e si preparano all'assalto finale.

(189)

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Pagina 216

1600
Città del Messico


Le carrozze



Le carrozze sono tornate sulle larghe strade di Città del Messico.

Più di vent'anni fa, l'ascetico Filippo II le aveva proibite. Il decreto diceva che l'uso della vettura fa impoltrire gli uomini e li abitua ad una vita comoda e pigra; e che così perdono forze per l'arte della guerra.

Morto Filippo II, le carrozze regnano nuovamente in questa città. Dentro, sete e cristalli; fuori, oro e tartaruga e lo stemma sullo sportello. Sprigionano un aroma di legno fine e rotolano con movimenti di gondole e dondolii di culle; dietro le tendine saluta e sorride la nobiltà coloniale. Sull'alta cassetta, tra frange e fiocchi di seta, si erge il cocchiere, sdegnoso, quasi un re; e i cavalli calzano ferrature d'argento.

Le carrozze continuano ad essere proibite per gli indios, le puttane e per coloro che sono stati puniti dall'Inquisizione.

(213)

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Pagina 216

1601
Valladolid


Quevedo



Sono vent'anni che la Spagna regna sul Portogallo e su tutte le sue colonie, di modo che uno spagnolo può passeggiare per il mondo senza mai calpestare terra straniera.

Ma la Spagna è la nazione più cara d'Europa: produce sempre meno cose e sempre più monete. Dei trentacinque milioni di scudi nati sei anni fa non resta neanche l'ombra. Non sono incoraggianti i dati che ha appena pubblicato qui don Martin Gonzales de Cellorigo nel suo Memorial de la politica necesaria: per opera del caso o dell'eredità, ogni spagnolo che lavora ne mantiene trenta. Per chi vive di rendita, lavorare è peccato. I nobili hanno l'alcova per campo di battaglia; e in Spagna crescono meno alberi che frati e mendicanti.

Le galere cariche dell'argento d'America fanno rotta su Genova. Dei metalli che arrivano dal Messico e dal Perú, non rimane in Spagna nemmeno il profumo. Sembrerebbe che l'impresa della conquista sia stata compiuta dai mercanti e dai banchieri tedeschi, genovesi, francesi e fiamminghi.

A Valladolid vive un ragazzo zoppo e miope, puro di sangue, e di spada e di lingua assai taglienti. La notte, mentre il paggio gli toglie gli stivali, medita versi. La mattina seguente strisciano i serpenti di sotto i portoni del palazzo reale.

Con la testa sprofondata nel cuscino, il giovane Francisco de Quevedo y Villegas pensa a colui che fa diventare il vigliacco un guerriero e intenerisce il giudice più severo; e maledicendo questo mestiere di poeta si tira su sul letto, si sfrega gli occhi, avvicina la lampada e tutti in una volta si cava fuori i versi che non lo lasciano dormire. I versi parlano di don Denaro, che


        nasce nelle Indie onorato,
        dove il mondo lo accompagna,
        viene a morire in Spagna
        e a Genova è sotterrato.

(64, 183 e 218)

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