Autore Eduardo Galeano
Titolo Le vene aperte dell'America Latina
EdizioneSperling & Kupfer, Milano, 2006 [1997], Continente desaparecido , pag. 368, cop.fle., dim. 12,3x19,5x2,3 cm , Isbn 978-88-200-2430-7
OriginaleLas venas abiertas de América Latina [1971]
PrefazioneIsabel Allende
TraduttoreG. Lapasini, I. Bajni, E. Liverani
LettoreRenato di Stefano, 2008
Classe storia contemporanea , storia: America , narrativa uruguayana , globalizzazione , economia politica , paesi: Uruguay












 

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Indice


Prefazione di Isabel Allende                           XI

Introduzione.
Centoventi milioni di bambini nell'occhio del tifone    1

Parte prima
Dalla ricchezza della terra,
la povertà dell' uomo
1. Febbre dell'oro, febbre dell'argento 15 2. Re zucchero e altri sovrani agricoli 72
Parte seconda
Lo sviluppo è un viaggio con più
naufraghi che naviganti
1. Storia della morte precoce 169 2. La struttura contemporanea del saccheggio 210 3. Le fonti sotterranee del potere 282 4. Sette anni dopo 329 Indice dei nomi 355
 

 

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Pagina 15

1
Febbre dell'oro,
febbre dell'argento



Il segno della croce sull'elsa delle spade

QUANDO Cristoforo Colombo decise di attraversare i grandi spazi vuoti a ovest dell'Universo accettò la sfida delle leggende. Terribili tempeste avrebbero giocato con le sue navi quasi fossero gusci di noce gettandole in bocca ai mostri; e il gran serpente dei mari tenebrosi, affamato di carne umana, sarebbe stato in agguato. Gli uomini del XV secolo credevano che mancassero soltanto mille anni perché i fuochi purificatori del Giudizio distruggessero il mondo; e il mondo era allora il Mar Mediterraneo con le sue coste ambigue: Europa, Africa, Asia. I navigatori portoghesi raccontavano che il vento dell'Ovest portava strani cadaveri e, a volte, pezzi di legno intagliati in modo curioso, ma nessuno pensava che il mondo si sarebbe ben presto, meravigliosamente, accresciuto d'una nuova vasta terra.

All'America non mancava soltanto il nome. I norvegesi non sapevano d'averla scoperta molto tempo addietro e lo stesso Colombo morì, dopo i suoi viaggi, convinto d'aver raggiunto l'Asia per la rotta dell'Ovest. Nel 1492, quando lo stivale spagnolo calpestò per la prima volta le spiagge delle Bahamas, l'Ammiraglio credette che queste isole fossero un avamposto della favolosa isola di Cipango: il Giappone. Colombo portava con sé una copia del libro di Marco Polo, fitta di annotazioni in margine. Gli abitanti di Cipango, scriveva Marco Polo, «possiedono oro in grande abbondanza e le miniere da cui lo estraggono sono inesauribili... In quest'isola ci sono anche perle purissime in gran quantità. Sono rosate, rotonde, grandi e valgono molto di più delle perle bianche». La notizia della ricchezza di Cipango era giunta al Gran Khan Kublai e aveva destato in lui il desiderio di conquistarla: ma fallì l'impresa. Dalle sfolgoranti pagine di Marco Polo si alzavano in volo tutti i beni del creato: nel Mar delle Indie c'erano quasi tredicimila isole, con montagne d'oro e di perle, e dodici tipi di spezie in enorme quantità, e abbondanza di pepe bianco e nero.

Il pepe, lo zenzero, i chiodi di garofano, la noce moscata e la cannella erano richiesti come il sale per conservare la carne d'inverno senza che imputridisse e perdesse sapore. I re cattolici di Spagna decisero di finanziare l'avventura dell'accesso diretto alla loro fonte per liberarsi dalla pesante catena di intermediari e rivenditori che monopolizzavano il commercio delle spezie, delle piante tropicali, delle mussole e delle armi bianche provenienti dalle misteriose regioni dell'Oriente. Anche la brama di metalli preziosi, mezzo di pagamento per il traffico commerciale, spinse alla traversata dei mari maledetti, Tutta l'Europa aveva bisogno d'argento: i filoni della Boemia, della Sassonia e del Tirolo erano già quasi esauriti.

La Spagna viveva il periodo della Riconquista. E il 1492 non fu soltanto l'anno della scoperta dell'America, il nuovo mondo sorto da un equivoco che avrebbe avuto conseguenze straordinarie. Fu anche l'anno della Riconquista di Granada. Ferdinando d'Aragona e Isabella di Castiglia, che con il matrimonio avevano riunito i loro domini lacerati, agli inizi del 1492 avevano raso al suolo l'ultima riserva araba in suolo spagnolo. C'erano voluti quasi otto secoli per recuperare quanto s'era perduto in sette anni, e la guerla di Riconquista aveva esaurito il tesoro reale. Ma era una guerra santa, la guerra cristiana contro l'Islam: e non è casuale che, nello stesso anno 1492, centocinquantamila ebrei professi fossero stati espulsi dal paese. La Spagna acquisiva la propria identità di nazione alzando spade sulla cui impugnatura era disegnato il segno della croce. La regina Isabella si fece madrina della Santa Inquisizione. L'impresa della scoperta dell'America non si spiegherebbe senza la tradizione militare di guerra di crociata che imperava nella Castiglia medievale, e la Chiesa non si fece pregare per attribuire sacralità alla conquista delle terre sconosciute al di là del mare. Papa Alessandro VI, che era spagnolo, fece della regina Isabella la padrona e signora del Nuovo Mondo. L'espansione del regno di Castiglia allargava il regno di Dio sulla terra.

Tre anni dopo la scoperta, Cristoforo Colombo in persona dirigeva la campagna militare contro gli indigeni dell'isola Dominicana. Un pugno di cavalieri, duecento fanti e un certo numero di cani particolarmente addestrati all'attacco decimarono gli indios. Oltre cinquecento di loro, mandati in Spagna, furono venduti come schiavi a Siviglia e morirono miserevolmente. Ma alcuni teologi protestarono: e la schiavizzazione degli indios venne formalmente proibita agli inizi del secolo XVI. In realtà non venne proibita; venne, anzi, benedetta: prima d'ogni avanzata militare, i capitani della conquista dovevano leggere agli indios senza interprete, ma di fronte a uno scrivano pubblico una lunga e retorica intimazione che li esortava a convertirsi alla santa fede cattolica: «Se non lo farete, o porrete maliziosamente indugio, affermo che con l'aiuto di Dio io entrerò con forza contro di voi e vi farò guerra in tutti i luoghi e in tutti i modi a me possibili, e vi assoggetterò al giogo e all'obbedienza della Chiesa e di Sua Maestà, e prenderò le vostre mogli e i vostri figli e li farò schiavi, e come schiavi li venderò, e disporrò di loro come Sua Maestà comanderà, e prenderò i vostri beni e vi farò tutto il male e il danno che potrò...»

L'America era il vasto impero del diavolo, di impossibile o incerta redenzione; ma la fanatica missione contro l'eresia dei nativi si confondeva con la febbre che i bagliori dei tesori del Nuovo Mondo accendevano negli eserciti della conquista. Bernal Díaz del Castillo, fedele compagno di Hernán Cortés nella conquista del Messico, scrive che sono giunti in America «per servire Dio e Sua Maestà e anche per ottenere ricchezze».

Quando raggiunse l'atollo di San Salvador, Colombo rimase abbagliato dall'azzurra trasparenza dell'acqua, dal verde paesaggio, dall'aria limpida e dolce, dagli splendidi uccelli e dai giovani «di buona statura, gente bellissima» e «molto mansueta» che vi abitava. Regalò agli indigeni «berretti colorati e palline di vetro che si mettevano al collo e molte altre cose di poco valore delle quali rimasero molto contenti e tanto nostri ch'era una meraviglia». Mostrò loro le spade. Non le conoscevano, le prendevano dalla parte del filo, si tagliavano. Intanto, come racconta l'Ammiraglio nel suo diario di bordo, «io stavo attento e cercavo di sapere se c'era oro, e vidi che alcuni di loro ne portavano un pezzetto appeso al foro che avevano nel naso, e a segni potei capire che andando a sud, o aggirando l'isola in direzione sud, c'era lì un Re che ne aveva grandi vasi, e ne aveva moltissimo». Perché «dell'oro si fa tesoro e con esso chi lo possiede fa ciò che vuole al mondo e giunge anche a mandare le anime in Paradiso». Nel suo terzo viaggio, Colombo credeva ancora di essere nel mare della Cina quando toccò le coste del Venezuela. Ciò non gli impedì di informare che da lì si stendeva una terra infinita, un vero paradiso terrestre. Anche Amerigo Vespucci, esploratore delle coste brasiliane all'inizio del secolo XVI, doveva riferire a Lorenzo de' Medici: «Gli alberi sono di tanta bellezza e di tanta delicatezza da farci credere d'essere nel Paradiso terrestre...» E nel 1503, dalla Giamaica, Colombo scriveva indispettito ai re: «Quando scopersi le Indie, dissi che erano il dominio più ricco che c'era nel mondo. Dissi dell'oro, delle perle, delle pietre preziose, delle spezie...»

Nel Medioevo, una sola borsa di pepe valeva più della vita di un uomo: ma l'oro e l'argento erano le chiavi usate dal Rinascimento per aprire le porte del Paradiso in cielo e quelle del mercantilismo capitalistico in terra. L'epopea degli spagnoli e dei portoghesi in America combinò la diffusione della fede cristiana con l'usurpazione e il saccheggio delle ricchezze autoctone. Il potere europeo s'allargava per abbracciare il mondo. Le terre vergini, fitte di selve e di pericoli, accendevano la cupidigia dei capitani degli hidalgos cavalieri e dei soldati straccioni lanciati alla conquista di straordinari bottini di guerra. Credevano nella gloria, «il sole dei morti», e nella chiave per raggiungerla, che Cortés definiva così: «La fortuna aiuta gli audaci». Lo stesso Cortés aveva ipotecato tutti i propri beni personali per equipaggiare la spedizione in Messico. E, tranne alcuni rari casi Colombo, Dávila, Magellano , le spedizioni di conquista non erano finanziate dallo stato ma dagli stessi conquistatori, o da impresari che li sovvenzionavano.

Nacque il mito di Eldorado, il monarca d'oro che gli indigeni avevano inventato per allontanare gli intrusi: dopo Gonzalo Pizarro e prima di Walter Raleigh furono in molti a cercarlo invano nelle selve e tra le acque dell'Orinoco e del Rio delle Amazzoni. Il miraggio del «colle da cui sgorgava l'argento» divenne realtà nel 1545 con la scoperta di Potosí: ma prima, vinti dalla fame o dalle malattie, o trafitti dalle frecce degli indigeni, erano morti molti di quelli che avevano inutilmente tentato di raggiungere la sorgente dell'argento risalendo il fiume Paranà.

C'erano, sì, oro e argento accumulati in enorme quantità sulla meseta del Messico e sull'altipiano andino. Nel 1519 Hernán Cortés riferì alla Spagna della favolosa grandezza del tesoro azteco di Montezuma e quindici anni dopo giunse a Siviglia il gigantesco riscatto, una stanza piena d'oro e due d'argento, che Francisco Pizarro fece pagare ad Atahualpa prima di strangolarlo. Anni prima, con l'oro portato via alle Antille, la Corona aveva pagato i servizi dei marinai che avevano accompagnato Colombo nel suo primo viaggio. Infine, la popolazione delle isole dei Caraibi smise di pagare i tributi per il semplice fatto che scomparve: gli indigeni furono completamente sterminati lungo i fiumi, dove si raccoglieva la polvere d'oro, dal terribile compito di rimuovere le sabbie aurifere con il corpo immerso per metà nell'acqua; o dissodando i campi oltre ogni limite di resistenza, con le spalle curve sotto i pesanti strumenti di lavoro portati dalla Spagna. Molti indigeni dell'isola Dominicana precorrevano il destino imposto loro dai nuovi oppressori bianchi: ammazzavano i figli e si suicidavano in massa. A metà del secolo XVI, lo storico Fernández de Oviedo interpretava così l'olocausto degli antillani: «Molti di loro, per passatempo, si ammazzarono con il veleno per non lavorare, e altri si impiccarono con le loro stesse mani».

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Pagina 210

2
La struttura contemporanea
del saccheggio



Un talismano privo di poteri

NELLA primavera del 1916, quando Lenin scrisse il suo saggio sull' Imperialismo, il capitale nordamericano copriva meno di un quinto del totale degli investimenti privati diretti, di origine straniera, nell'America Latina. Nel 1970 ne copre circa i tre quarti. L'imperialismo che Lenin conobbe la rapacità dei centri industriali alla ricerca di mercati mondiali ove esportare le proprie merci; la caccia febbrile a tutte le possibili fonti di materie prime; il saccheggio del ferro, del carbone, del petrolio; le ferrovie strutturate per meglio dominare le aree sottomesse; i voraci prestiti dei monopoli finanziari; le spedizioni militari e le guerre di conquista era un imperialismo che cospargeva di sale le zone in cui una colonia o una semicolonia osava costruire una propria fabbrica. Per i paesi poveri, l'industrializzazione, privilegio delle metropoli, risultava incompatibile con il sistema di dominazione imposto dai paesi ricchi.

A partire dalla seconda guerra mondiale, si determina, in America Latina, un consistente recedere degli interessi europei a tutto vantaggio di uno schiacciante aumento degli investimenti nordamericani. E si verifica, da quel momento, un cambiamento importante nella destinazione degli investimenti. A poco a poco, anno dopo anno, perdono relativamente importanza i capitali impiegati nei servizi pubblici e nel settore minerario, mentre aumenta la proporzione degli investimenti nel settore del petrolio e soprattutto nell'industria manifatturiera. Oggi, 1 dollaro ogni 3 dollari investiti in America Latina finisce nel settore industriale.

Con investimenti quantitativamente insignificanti, le filiali delle grandi imprese superano d'un solo salto le barriere doganali latinoamericane, elevate paradossalmente contro la concorrenza straniera, e si impadroniscono dei processi interni di industrializzazione. Esportano fabbriche o, spesso, stringono d'assedio e poi inghiottono le fabbriche nazionali esistenti. A questo fine, contano sull'entusiastico aiuto della maggioranza dei governi locali e sulla capacità di ricatto messa al loro servizio dagli organismi internazionali di credito. Il capitale imperialista cattura i mercati dal di dentro, impadronendosi dei settori chiave dell'industria locale: conquista o costruisce le fortezze decisive dalle quali controllare tutto il resto. L'OSA descrive il processo in questo modo: «Le imprese latinoamericane hanno il predominio sulle industrie e sulle tecnologie meno avanzate, mentre gli investimenti privati nordamericani, e probabilmente anche quelli provenienti da altri paesi industrializzati, aumentano rapidamente la loro partecipazione in alcune industrie dinamiche, che richiedono un grado di progresso tecnologico relativamente alto e che sono le più importanti per la determinazione del corso dello sviluppo economico». Così, il dinamismo delle fabbriche nordamericane a sud del Rio Bravo supera di molto quello dell'industria latinoamericana nel suo complesso. Eloquenti, in proposito, i ritmi di sviluppo dei tre paesi più grandi: considerato il 1961 uguale a 100, il prodotto industriale dell'Argentina è stato, nel 1965, pari a 112,5 mentre, nello stesso periodo, le vendite delle imprese statunitensi sono passate a 166,3; per quanto riguarda il Brasile, i rispettivi indici sono di 109,2 contro 120; per il Messico, di 142,2 contro 186,8.

L'interesse delle imprese imperialiste ad appropriarsi del surplus industriale latinoamericano e a capitalizzarlo a loro profitto non implica, comunque, un disinteresse per le altre tradizionali forme di sfruttamento. Certo, la ferrovia della United Fruit Co., in Guatemala, non era più redditizia, e la Eletric Bond & Share, come la International Telephone & Telegraph Corporation, hanno fatto splendidi affari quando il Brasile le ha nazionalizzate indennizzando con oro purissimo le loro installazioni ossidate e i loro macchinari da museo. Ma l'abbandono del settore dei servizi pubblici per attività più lucrative non ha nulla a che vedere con l'abbandono delle materie prime. Quale futuro conoscerebbe l'impero senza il petrolio e senza i minerali dell'America Latina? Indipendentemente dal relativo calo degli investimenti nel settore minerario, l'economia nordamericana non può prescindere, come abbiamo già visto in un altro capitolo, dai rifornimenti vitali e dai succosi profitti che arrivano loro dal Sud. Inoltre, gli investimenti che trasformano le fabbriche latinoamericane in semplici rotelle dell'ingranaggio mondiale delle grandi multinazionali non alterano affatto la divisione internazionale del lavoro. Il sistema di vasi comunicanti attraverso i quali circolano capitali e merci tra paesi poveri e paesi ricchi non subisce modificazioni di sorta. L'America Latina continua a esportare la propria disoccupazione e la propria miseria: le materie prime di cui il mercato mondiale ha bisogno e dalla cui vendita dipende l'economia della regione. Lo scambio ineguale funziona come sempre: i salari di fame dell'America Latina contribuiscono a finanziare gli alti salari degli Stati Uniti e dell'Europa.

Certo, non mancano politici e tecnocrati pronti a dimostrare che l'invasione del capitale straniero «industrializzatore» benefica le aree nelle quali interviene. Secondo costoro, questo imperialismo di nuovo tipo compirebbe, a differenza dell'imperialismo antico, un'azione davvero civilizzatrice, sarebbe una vera benedizione per i paesi dominati: così che le dichiarazioni d'amore della potenza dominante di turno coinciderebbero, per la prima volta, con le sue reali intenzioni. Insomma, le coscienze colpevoli non avrebbero più bisogno di alibi per il semplice fatto che non sarebbero più colpevoli: l'imperialismo dei giorni nostri irradierebbe sviluppo tecnologico e progresso, al punto che diventerebbe addirittura di cattivo gusto usare questo vecchio e odioso vocabolo per definirlo. Ci si accorgerà che questo nuovo modello d'imperialismo non rende più prospere le nostre colonie, anche se arricchisce i loro poli di sviluppo; non allenta le tensioni sociali, ma le rende più acute; estende sempre più la povertà e concentra sempre più la ricchezza; paga salari venti volte inferiori a quelli pagati a Detroit e impone prezzi tre volte superiori a quelli in vigore a New York; si impadronisce del mercato interno e delle principali molle dell'apparato produttivo; controlla il progresso, ne decide l'orientamento e ne stabilisce i limiti; è arbitro del credito nazionale e orienta a proprio arbitrio tutto il commercio estero; denazionalizza l'industria e, con essa, anche il profitto che l'industria produce, indirizza verso l'estero la parte sostanziale dell'eccedente economico e, pertanto, spinge allo sperpero delle risorse; non apporta capitali allo sviluppo ma, al contrario, li sottrae. Secondo i dati della CEPAL, l'emorragia dei profitti degli investimenti diretti statunitensi nell'America Latina è stata, in questi ultimi anni, cinque volte superiore alla trasfusione di nuovi investimenti. Affinché le imprese possano portarsi via i loro guadagni, i paesi si ipotecano indebitandosi con le banche straniere e con gli organismi internazionali di credito e aumentando così il grado del futuro dissanguamento. In questo senso, gli investimenti industriali hanno le stesse conseguenze degli investimenti «tradizionali».

Nella morsa d'acciaio di un capitalismo mondiale legato alle grandi imprese nordamericane, l'industrializzazione dell'America Latina si identifica sempre di meno con il progresso e con la liberazione nazionale. Il talismano è stato privato dei propri poteri nelle sconfitte decisive del secolo scorso, quando i porti si sono imposti sui paesi e la libertà di commercio ha distrutto l'industria nazionale al suo nascere. Il XX secolo non ha dato vita a una borghesia industriale forte e creativa, capace di assumersi i propri compiti e andare avanti fino alle ultime conseguenze. Ogni tentativo è rimasto a mezza strada. Alla borghesia industriale dell'America Latina è successo ciò che succede ai nani: è giunta alla decrepitezza senza essere mai cresciuta. Oggi, i nostri borghesi sono commissionari o funzionari delle onnipotenti imprese straniere. E in verità, non hanno mai fatto nulla per meritare un destino diverso.

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4
Sette anni dopo



1. SONO passati sette anni da quando Le vene aperte dell'America Latina è stato pubblicato per la prima volta.

Questo libro era stato scritto per conversare con la gente. Un autore non specializzato si rivolgeva a un pubblico non specializzato per divulgare alcuni avvenimenti sui quali la storia ufficiale, quella scritta dai vincitori, tace o mente.

La risposta più stimolante non è venuta dalle pagine letterarie dei giornali, ma da alcuni episodi reali successi per strada. Per esempio, la ragazza sull'autobus di Bogotà che leggeva questo libro alla sua vicina di posto e finì per alzarsi in piedi e leggerlo ad alta voce a tutti i passeggeri; o la donna che fuggì da Santiago, nei giorni dell'eccidio, con questo libro nascosto tra i pannolini del suo bambino; o lo studente che girò un'intera settimana per le librerie di via Corrientes, a Buenos Aires, e lesse il libro a pezzetti, di libreria in libreria, perché non aveva i soldi per comperarlo.

Allo stesso modo, i commenti più favorevoli ricevuti da questo libro non sono venuti da qualche critico di prestigio, ma dalle dittature militari che lo hanno elogiato proibendone la lettura. Per esempio, Le vene non può circolare nel mio paese, l'Uruguay, né in Cile, mentre in Argentina le autorità lo hanno denunciato attraverso la televisione e i giornali, come strumento di corruzione giovanile. «Non lasciano vedere quello che scrivo», diceva Blas de Otero, «perché scrivo quello che vedo.»

Non ritengo vanitosa la soddisfazione di verificare, dopo un certo periodo, che Le vene non è stato un libro muto.


2. So che può sembrare sacrilego che questo manuale di divulgazione parli di economia politica con lo stile di un romanzo d'amore o d'avventura. Ma, lo confesso, leggere alcune opere di validi sociologi, politologi, economisti o storici che scrivono in codice mi risulta impossibile. Il linguaggio ermetico non è sempre il prezzo ineluttabile della profondità. In alcuni casi può semplicemente nascondere un'incapacità di comunicazione elevata alla categoria di virtù intellettuale. Ho il sospetto che la noia serva quindi, e spesso, per benedire l'ordine prestabilito confermando che la conoscenza è un privilegio delle élites.

Per inciso, qualcosa di simile succede, in genere, con certa letteratura militante rivolta a un pubblico di convinti. Nonostante tutta la sua probabile retorica rivoluzionaria, un linguaggio che ripete meccanicamente, per le stesse orecchie, le stesse frasi fatte, mi pare conformista. Questo tipo di letteratura da nicchia è probabilmente lontana dalla rivoluzione tanto quanto lo è la pornografia dall'erotismo.


3. Si scrive per cercare di rispondere a delle domande che ci ronzano in testa e disturbano il nostro sonno come mosche tenaci e il risultato di questo scrivere coincide in qualche modo con la necessità sociale di risposta, nella misura in cui arriva ad assumere un significato collettivo. Ho scritto Le vene per diffondere idee altrui ed esperienze personali che possono forse contribuire, in realistica misura, a sciogliere gli interrogativi che ci assillano da sempre: «L'America Latina è una regione del mondo condannata all'umiliazione e alla povertà? Da chi è condannata? La colpa è di Dio, della natura? Del clima insopportabile, delle razze inferiori? Della religione, dei costumi? La disgrazia non potrebbe essere il prodotto di una storia fatta dagli uomini e che dagli uomini può perciò essere disfatta?»

La venerazione del passato mi è sempre sembrata reazionaria. La destra sceglie il passato perché preferisce i morti: un mondo inerte, un tempo inerte. I potenti, che legittimano i loro privilegi in nome dell'eredità, coltivano la nostalgia. Si studia la storia come se si visitasse un museo; e questa collezione di mummie è un tranello. Mentono sia sul passato sia sul presente: mascherano la realtà. L'oppresso è obbligato a far sua una memoria fabbricata dall'oppressore, avulsa dalla realtà, inaridita, sterile. Solo così si rassegnerà a vivere una vita che non è la sua come se fosse l'unica possibile.

Nelle Vene fa capolino un passato evocato sempre a partire dal presente, che è memoria viva del nostro tempo. Questo libro è una ricerca di chiavi della storia passata che contribuiscano a spiegare il tempo presente, e anch'esso è storia, a partire dal presupposto che la prima condizione per cambiare la realtà è conoscerla. Non viene offerto un catalogo di eroi vestiti per un ballo in maschera, che in punto di morte pronunciano frasi solenni e lunghissime, ma si ricercano i suoni e le tracce dei passi di una moltitudine che ha preparato il nostro attuale cammino. Le vene nasce dalla realtà, ma anche da altri libri, migliori di questo, che ci hanno aiutato a conoscere chi siamo per poter sapere chi possiamo essere, e che ci hanno permesso di verificare da dove veniamo per meglio prevedere dove stiamo andando. Questa realtà e questi libri dimostrano che il sottosviluppo latinoamericano è una conseguenza dello sviluppo altrui, che noi latinoamericani siamo poveri perché la terra che calpestiamo è ricca, che i luoghi privilegiati dalla natura sono stati maledetti dalla storia. In questo nostro mondo, un mondo di centri di potere e di periferie oppresse, ogni ricchezza è quanto meno sospetta.

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9. I vescovi francesi parlano di un altro tipo di responsabilità, più profonda, meno visibile. «Noi che apparteniamo alle nazioni che pretendono di essere le più avanzate del mondo, siamo tra quelli che traggono beneficio dallo sfruttamento dei paesi in via di sviluppo. Non vediamo le sofferenze che questo provoca nella carne e nello spirito di interi popoli. Noi contribuiamo a rafforzare la divisione del mondo attuale, in cui è evidente che i poveri sono dominati dai ricchi, i deboli dai potenti. Sappiamo che il nostro spreco di risorse e di materie prime non sarebbe possibile senza il controllo degli scambi commerciali da parte dei paesi occidentali? Non vediamo chi si avvantaggia del traffico di armi del quale il nostro paese ha dato tristi esempi? Non riusciamo a capire che la militarizzazione dei regimi dei paesi poveri è una delle conseguenze della dominazione economica e culturale esercitata dai paesi industrializzati, nei quali la vita gira intorno all'accumulo di profitti e al potere del denaro?»

Dittatori, torturatori, inquisitori: il terrore conta su funzionari, come la posta o le banche, e si applica perché risulta necessario. Non si tratta di una cospirazione di perversi. Il generale Pinochet può sembrare un personaggio della pintura negra di Goya, un invito a nozze per psicanalisti o l'erede di una truculenta tradizione delle repubbliche bananiere. I tratti clinici o folcloristici di questo o quel dittatore servono per condire la storia, ma non sono la storia. Chi oggigiorno oserebbe sostenere che la prima guerra mondiale scoppiò a causa dei complessi del Kaiser Guglielmo che aveva un braccio più corto dell'altro? «Nei paesi democratici non si rivela il carattere violento dell'economia, così come nei paesi autoritari non si rivela il carattere economico della violenza», aveva scritto alla fine del 1940 Bertolt Brecht sul suo diario di lavoro.

Nei paesi del Sudamerica, i centurioni hanno preso il potere per una necessità del sistema e il terrorismo di stato si mette in moto quando le classi dominanti non possono più realizzare i loro affari con altri mezzi. Nei nostri paesi non esisterebbe la tortura se non fosse efficace; e la democrazia formale avrebbe continuità se i detentori del potere fossero sicuri di poterla tenere sotto controllo. Nei momenti critici la democrazia diventa un crimine contro la sicurezza nazionale, cioè contro la sicurezza dei privilegi interni e degli investimenti stranieri. Le nostre trituratrici di carne umana integrano un ingranaggio internazionale. La società intera si militarizza, lo stato d'emergenza diviene permanente e l'apparato di repressione diventa egemonico a partire da un giro di vite operato dai centri del sistema imperialista. Quando si profila una crisi, è necessario moltiplicare il saccheggio dei paesi poveri per garantire la piena occupazione, le libertà civili e gli alti tassi di sviluppo dei paesi ricchi. Rapporti vittima-carnefice, truce dialettica: esiste una struttura di progressive umiliazioni che inizia nei mercati internazionali e nei centri finanziari e termina nelle case di ogni cittadino.

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18. Nel referendum del gennaio 1978, chi votava alla dittatura di Pinochet apponeva una croce sotto la bandiera cilena. Chi votava per il no, invece, metteva la croce sotto un rettangolo nero.

Il sistema vuole confondersi con il paese. Il sistema è il paese, dice la propaganda ufficiale che bombarda giorno e notte i cittadini. Il nemico del sistema è un traditore della patria. La capacità d'indignarsi contro l'ingiustizia e la volontà di cambiamento costituiscono le prove della diserzione. In molti paesi dell'America Latina, chi non viene mandato oltre frontiera, vive l'esilio nella sua terra.

Ma mentre Pinochet festeggiava la sua vittoria, la dittatura chiamava «assenteismo lavorativo collettivo» gli scioperi che scoppiavano in tutto il Cile nonostante il clima di terrore. La maggior parte dei sequestrati e dei desaparecidos argentini è formata da operai che svolgevano una qualche attività sindacale. Senza soluzione di continuità, nell'inesauribile immaginazione popolare covano nuove forme di lotta, il lavoro a tristezza, il lavoro a rissa, e la solldalleta trova nuovi canali per eludere la paura. Diversi scioperi generali si sono succeduti in Argentina nel corso del 1977, quando il pericolo di perdere la vita era reale quanto quello di perdere il lavoro. Non si distrugge con un colpo di spugna la capacità di risposta di una classe operaia organizzata e con una lunga tradizione di lotta. Nel maggio dello stesso anno, nel fare il bilancio del suo programma di svuotamento di coscienze e di castrazione collettiva, la dittatura uruguaiana si vide obbligata a riconoscere che «nel paese c'è ancora un 37 per cento di cittadini interessati alla politica».

In questi paesi non siamo testimoni dell'infanzia selvaggia del capitalismo, ma della sua cruenta decrepitezza. Il sottosviluppo non è una tappa dello sviluppo. la sua conseguenza. Il sottosviluppo dell'America Latina proviene dallo sviluppo degli altri e continua ad alimentarlo. Impotente, a causa della sua funzione di asservimento internazionale, moribondo dalla nascita, il sistema ha i piedi d'argilla. Si autodefinisce destino e vorrebbe confondersi con l'eternità. Qualsiasi memoria è sovversiva, perché è diversa, e così è qualsiasi progetto per il futuro. Si obbliga lo zombi a un cibo scipito: il sale, pericoloso, potrebbe svegliarlo. Il sistema trova il suo paradigma nell'immutabile società delle formiche. Non va d'accordo con la storia degli uomini, perché essa è un cambiamento continuo. E perché nella storia degli uomini ogni atto di distruzione trova, prima o poi, una risposta in un atto di creazione.

Calella, Barcellona, aprile 1978

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