Autore Carlo Galli
Titolo Sovranità
Edizioneil Mulino, Bologna, 2019, Parole controtempo , pag. 156, cop.fle., dim. 11x17,5x1,5 cm , Isbn 978-88-15-28086-2
LettoreRiccardo Terzi, 2019
Classe politica












 

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Indice


Premessa                           7

I.    Definizione                 11

II.   Storia                      29

III.  Filosofia                   73

IV.   Oggi                       107

Conclusioni                      147

Bibliografia                     153


 

 

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Pagina 7

Premessa



«Sovranità: disprezzarla, o deriderla». Nel nuovo Dizionario dei luoghi comuni, il «politicamente corretto» delle élite mainstream, sembra esserci questo imperativo. Chi fa un uso positivo di quello che era il cuore della dottrina dello Stato, luogo centrale del diritto pubblico, bene custodito nella Costituzione repubblicana e nella Carta dell'Onu, è ormai considerato un maleducato, un troglodita: è compatito con un sorriso di scherno come chi cercasse di telefonare in cabine pubbliche con gettoni, quando non è demonizzato come fascista. Sovranità è passatismo o tribalísmo, nostalgia o razzismo: o goffaggine o crimine. E «sovranismo» è sinonimo di «cattiveria», di volontà malvagia.

La sovranità è cosa da poveri di spirito: ai poveri va infatti tributata simpatia (a parole) solo se migrano; se stanno fermi sono accusati di essere preda di superstiziose paure, di ricercare identità, sicurezza e protezione incatenandosi allo spazio, al sangue e al suolo delle «piccole patrie». Oppure, è cosa da demagoghi, nelle cui mani si mostra per ciò che veramente è: prigionia, logiche confinarie e identitarie, chiusura morale e intellettuale, razzismo, xenofobia. Lucus a non lucendo, la sovranità è bassezza. Il cosmopolitismo è il bene; la sovranità, nella sua angustia spaziale, è il male. Se proprio si deve parlare di sovranità, sia quella degli Stati Uniti d'Europa, che però devono nascere estranei alle logiche della sovranità statuale.

Raramente di un termine, di un concetto, si è fatto un uso così superficiale e irriflesso, e al contempo polemico, come di «sovranità», divenuta un campo di battaglia, o una caricatura polemica. Forse perché «tutto ciò che è grande sta nella tempesta»? O perché alla sovranità sono ostili poteri economici e mediatici di grande efficacia? O perché la diffusa pigrizia intellettuale impedisce di vedere il «politico» in una delle sue forme più ovvie?

Nella sovranità è implicata la questione del rapporto fra unità e pluralità, fra politica ed economia, fra politica e diritto, fra norma ed eccezione, fra ordine e individuo, fra politica e spazio, fra pace e guerra, fra Stato e federazione, fra identità e cosmopolitismo. Intere biblioteche sono state scritte al riguardo: ma in questo mare magnum non si può fare altro che tracciare una rotta. Con l'obiettivo di mostrare che la sovranità è della politica tanto il lato ordinato (la cittadinanza) quanto il lato drammatico (la rivoluzione, la decisione), e che per discuterne si deve uscire dai luoghi comuni, e dalle invettive moralistiche. E che si deve accettare il suo «ritorno» come il segno del fallimento di un progetto politico-economico, e al tempo stesso come il sintomo dell'esigenza di nuova politica.

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Pagina 11

I.
Definizione



Che cosa è la sovranità? In prima battuta è parte della definizione dello Stato, insieme al popolo e al territorio. Significa un potere politico con alcune specifiche caratteristiche: di essere sommo, il che può voler dire tanto che è superiore ad altri poteri, quanto che è il potere unico, non riconosce un altro potere sopra di sé o accanto a sé (questo potere può essere anche il punto ideale in cui converge una pluralità di poteri distribuiti in istituzioni differenziate); di essere esteso senza fine nel tempo, cioè perpetuo; e al contrario di avere una specifica determinatezza nello spazio, cioè di valere su di uno specifico territorio, entro certi confini; di essere legge a se stesso, autonomo; di conservare la pace interna con il monopolio della violenza legittima, e di poter minacciare la guerra all'esterno. Un potere in cui si mescolano volontà e ragione, violenza e ordine, eccezione e norma, assolutezza e contingenza, pace e guerra, cura e sacrificio, utile e dissipazione. Un potere che, per i suoi critici, è intrinsecamente arbitrario, mostruoso, disumano, eccessivo, squilibrato; per il quale non a caso si fanno i nomi di terrificanti entità sovrumane e disumane: Leviathan e Moloch.

Questa definizione di sovranità, per quanto articolata, è una semplificazione che priva la sovranità del suo spessore. Del resto, come sosteneva Nietzsche, definibile è solo ciò che non ha storia; e la sovranità, al contrario, non solo ha storia, ma alla storia è originariamente esposta. E benché abbia nei confini una delle proprie essenziali manifestazioni, è difficilmente confinabile in una formula. Nondimeno, se proprio la si vuole definire, la sovranità è, in prima approssimazione, il modo in cui un corpo politico si rappresenta (o si presenta) per esistere, per volere, per ordinarsi e per agire secondo i propri fini, nell'epoca moderna in cui l'ordine politico non è più legittimato da fondamenti tradizionali. E sostituisce quindi l' auctoritas come concetto centrale della politica, differenziandosene perché quella «fa crescere» un corpo politico che già esiste, mentre questa lo «fa esistere».

Ma della sovranità, e della posta che vi è in gioco - la politica come storia, e come spazio, oltre che come dramma e come ordine -, si comprende qualcosa soltanto ove se ne dia una genealogia.

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Pagina 129

4. Europa


La sovranità torna all'ordine del giorno in Europa, per molti versi inaspettata. Contro tempo, appunto. E proprio questo «ritorno dell'inattuale» implica che si ammetta che l'affievolirsi della centralità della sovranità - tanto nel discorso pubblico, quanto a livello scientifico, quanto infine nella pratica politica interna e internazionale - sia stato un combinarsi di contingenti necessità storiche e di precisi disegni di poteri economici. E non il tramonto della sovranità in quanto tale.

Prospettive, contingenze e disegni che sono stati sperimentati e coltivati soprattutto in Europa, dove il tentativo di giuridificare la politica e di costruire istituzioni sovranazionali che sottraessero sovranità agli Stati ha avuto un'occasione storica irripetibile, oltre che un'ovvia giustificazione morale; in Europa dove la sovranità esterna, strategica, dopo il 1945 è stata in parte sottratta agli Stati nazionali (anche a Francia e Regno Unito: la vicenda di Suez, nel 1956, è uno spartiacque) ed è passata alle due superpotenze vittoriose che si sono spartite il vecchio continente (non è stata la Ue a evitare guerre in Europa, ma l'esito stesso della Seconda guerra mondiale). In ogni caso, dopo la caduta del Muro di Berlino gli Stati europei hanno da una parte acquistato una libertà d'azione (una sovranità) superiore al passato, e al tempo stesso hanno cercato una difesa comune - meta-sovrana - davanti alle sfide della globalizzazione.

Una situazione di ambivalenza che si è riflessa nelle architetture della Ue e nella costruzione della moneta unica. La genesi della Ue ha avuto natura ibrida e oscillante, soprattutto per quanto riguarda la questione della sovranità. Queste incertezze furono dovute alla via funzionalistica che ha prevalso nella costruzione della Ue, a scapito del federalismo politico del Manifesto di Ventotene che spostava il livello della sovranità dagli Stati nazionali a uno Stato europeo. Questo, per quanto «federale», era dotato di poteri praticamente sovrani in ambito economico, politico e militare: «esercito unico federale, unità monetaria, abolizione delle barriere doganali e delle limitazioni all'emigrazione tra gli Stati della Federazione, rappresentanza diretta dei cittadini ai consessi federali, politica estera unica». Una sorta di superpotenza, federale, democratica e sociale, neutrale fra Usa e Urss. Se mai è stato veramente all'ordine del giorno, questo disegno è fallito nel 1954 con la bocciatura della Ced, mentre si è mostrato più vitale il disegno funzionalista-economico culminato nell'Europa di Maastricht, la Ue. Che lascia le sovranità ai singoli Stati, con una significativa eccezione: l'euro. Un'eccezione che ha comportato anche una torsione della Ue in senso politico, sia pure indiretto.

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La Ue è quindi rigida e al contempo diseguale, gerarchizzata: il dirigismo formalistico della Commissione (che si presenta come «tecnico») viene infatti affiancato dal metodo intergovernativo del Consiglio, l'organo in cui si confrontano politicamente le sovranità, più o meno limitate, dei singoli Stati, assai disomogenei politicamente, economicamente e giuridicamente; e infatti la Commissione istituisce il «mercato delle riforme», elargendo agli Stati aiuti in funzione della solerzia con cui essi uniformano la propria struttura economica e giuridica ai dettami europei. Lungi dall'essere un'inedita forma di «sovranità condivisa», una geniale invenzione di un nuovo soggetto politico, questa «situazione intermedia» è fonte di instabilità, di inefficienze e di enormi difficoltà per molti Stati dell'eurozona, che non riescono a far collimare le esigenze dell'euro con quelle del consenso interno - e della democrazia -, nonché di grandi differenze nelle «punizioni» degli scostamenti dall'ortodossia (nulle, per la Germania che pure ha gravi problemi per le sue banche e per il suo surplus della bilancia dei pagamenti; nulle, per gli sforamenti delle soglie del deficit da parte della Francia; di feroce durezza per la Grecia; di minaccia iterata per l'Italia).

In questo contesto solo la Germania riesce, per la sua posizione di predominio economico, a coniugare la propria sovranità con i vincoli dell'euro, peraltro affermando ufficialmente, nelle sentenze della sua Corte costituzionale, di accettare i poteri sovranazionali solo in chiave di sussidiarietà, cioè solo se quei poteri che operano nella stessa direzione in cui opererebbe il suo potere sovrano. La Germania ha un'idea di Europa come di uno specchio nel quale possa vedere solo se stessa.

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Pagina 138

Il conflitto fra sovranisti e antisovranisti è fortissimo; tuttavia, non è questo l'unico cleavage della politica, oggi: la sovranità è interpretabile tanto da destra quanto da sinistra, così come la volontà di superarla è tanto del capitalismo neoliberista quanto dei mondialisti moltitudinari. Il contrasto tradizionale fra destra e sinistra coesiste con quello più recente, centrato sulla sovranità. E se la richiesta di sovranità viene intercettata solo da destra, è per responsabilità della sinistra, che non ha visto la natura a-sociale del liberismo che ha a suo tempo assecondato, né la crisi istituzionale che nell'Unione europea ha portato la moneta unica, con le tensioni interne agli Stati, e fra gli Stati, che essa ha generato.

È possibile che il sovranismo, in Europa, implichi rischi xenofobi e reazionari molto alti; è possibile che sia visto con troppo favore da Usa e Urss - ma certo non è pensabile che sia totalmente indotto dall'esterno, particolarmente nel caso della Brexit, che del sovranismo è l'archetipo -; è probabile, che l'uso da destra della sovranità non tuteli veramente la società da ciò che essa teme, poiché l'anticapitalismo di destra è un'opzione soltanto teorica, e in ogni caso non è centrale nell'agenda delle destre di oggi; è possibile che il sovranismo sia tanto una forza di disincanto - poiché sa dire che il re è nudo - quanto una nuova illusione dei popoli, e perfino che sia, dopo tutto, un «piano B» dei poteri attualmente dominanti, che passano dal mondialismo a un moderato territorialismo (con largo uso di capri espiatori) sulla base del principio che «se vogliamo che tutto rimanga com'è, bisogna che tutto cambi»; è verosimile, anche, che la protezione della società dal mercato non sia più integralmente a disposizione degli Stati; ed è certo che il sovranismo è per ora una ricerca di protezione senza proiezione, senza un'idea sviluppata e coerente di politica. Ma è anche certo, per parafrasare Hegel, che proprio dalla modestia di ciò di cui i popoli si accontentano si capisce la grandezza di ciò che hanno perduto: benessere, democrazia, prevedibilità dell'esistenza, lo stesso sogno europeo. È dal fallimento della Ue, dal suo interno squilibrio politico, che nasce il sovranismo; ed è quindi errato sostenere che i sovranisti siano i disturbatori di un processo costituente in atto, o i sabotatori di una sovranità europea già esistente.

[...]

L'argomento antisovranista fondato sull'obiettivo di costruire una sovranità europea sembra il più forte; ma perché non si tratti di un mero artificio polemico e retorico, all'insegna del «patriottismo costituzionale europeo», si devono individuare le condizioni politiche e strutturali di un simile processo. Una sovranità europea, anche federale (nel senso degli «Stati Uniti d'Europa», molto più che nel tradizionale senso di «Europa potenza civile»), dovrà presentare alcune caratteristiche della sovranità: forze armate europee, una politica estera europea - in un contesto internazionale che non si può sperare divenga, da anarchico e pericoloso qual è, pacifico e ordinato -, una polizia federale, una politica giudiziaria, fiscale e del lavoro europea. Dovrà prevedere un sistema istituzionale in cui il Consiglio dei capi di Stato valga come il Senato degli Stati Uniti, la Camera sia eletta direttamente dal popolo e sia centrale nel sistema politico, e l'esecutivo federale sia di fiducia parlamentare, oppure sia eletto anch'esso direttamente dal popolo, con la conseguente «provincializzazione» della politica dei singoli Stati. Dovranno esistere sindacati e partiti europei, transnazionali non solo a parole; e soprattutto dovrà essere possibile una discussione politica radicale del paradigma economico oggi vigente. Dovrà insomma essere affermato a livello continentale il primato della politica. Il che implica uno strappo, una discontinuità, che vanno parecchio al di là della semplice buona volontà, che in ogni caso nessuna élite politica europea dichiara. Implica una rivoluzione politica ed economica su scala continentale, che non sembra al momento all'ordine del giorno e che in ogni caso renderebbe gli «europeisti» - coloro che parlano di «Stati Uniti d'Europa» - ancora più sovranisti degli odierni «sovranisti».

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Pagina 149

Un tempo il pensiero non conformista doveva criticare la sovranità e la sua pretesa di autosufficienza, la sua intrinseca alienazione, la violenza implicita nelle sue istituzioni. Oggi, davanti ad altra violenza, ad altra alienazione, ad altra pretesa di autosufficienza, deve vedere nelle pur contraddittorie richieste di sovranità il sintomo dell'esigenza di ritrovare un approccio integrale, ed emancipativo, alla politica.

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