Copertina
Autore Giorgio Galli
Titolo Il bipartitismo imperfetto
SottotitoloComunisti e democristiani in Italia
Edizioneil Mulino, Bologna, 1967 [1966], La specola contemporanea , pag. 414, cop.fle., dim. 136x215x26 mm
Classe politica , paesi: Italia: 1960
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Indice

Premessa                                              5
I.   Dinamismo socio-economico e staticità politica   9
II.  Il problema di fondo:
     pluripartitismo e bipartitismo imperfetto       39
III. DC e PCI:
     la metafisica al servizio dell'opportunismo     69
IV.  L'elettorato mobilmente immobile               103
V.   I partiti mastodontici                         147
VI.  Il potere democristiano                        185
VII. Il potere comunista                            217
VIII.I partiti e la cultura                         249
IX.  Le leggi non sono                              285
X.   I signori della politica                       321
XI.  Il futuro non è ancora cominciato              361
 

 

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Pagina 39

Capitolo secondo

Il problema di fondo: pluripartitismo e bipartitismo imperfetto


Churchill affermava, come è noto, che la democrazia parlamentare è il peggior governo che ci sia, ad eccezione di tutti gli altri. una valutazione la cui contingente validità è stata confermata, almeno fino al sesto decennio di questo secolo e limitatamente all'area industriale occidentale dove la democrazia rappresentativa ha potuto svilupparsi.

La critica piú sistematica e piú seria alla democrazia parlamentare, che è una democrazia rappresentativa e che può anche essere definita «borghese» per le sue origini e per il tipo di società nella quale si è sviluppata, è stata formulata dal pensiero marxista. Questa critica si sostanzia nell'asserzione che il carattere di classe della società capitalistica, il fatto che i mezzi di produzione e di scambio siano di proprietà, o gestiti, o controllati solo da un gruppo sociale determinato e non dall'intera collettività, colloca tutti gli altri gruppi sociali in una posizione di inferiorità. L'eguaglianza giuridica non corrisponde ad una condizione di pariteticità in fatto di potere decisionale.

Questo giudizio, nelle sue linee fondamentali, rimane esatto. Per quanto si siano evolute, soprattutto in alcuni paesi, le istituzioni rappresentative dalla metà dell'Ottocento ad oggi, la differenza fondamentale tra chi controlla le principali fonti di ricchezza, di benessere e di sviluppo della società industriale e chi non le controlla, permane sostanziale. Rispetto alla situazione di un secolo fa od anche di mezzo secolo fa, le differenze percepibili dal pensiero politico sono, tuttavia, due: e molto importanti.

In primo luogo, le società capitalistiche, rette prevalentemente a democrazia rappresentativa, si sono sviluppate, in termini non solo di accumulazione del benessere, ma anche di accumulazione culturale, secondo un ritmo che non ha precedenti nella storia umana. La rivoluzione industriale capitalistica che Marx, alla metà dell'Ottocento, credeva di studiare mentre si avviava all'apogeo, era in realtà appena agli inizi. Di conseguenza la democrazia rappresentativa si è trovata a reggere un sistema economico-sociale non già al culmine di una ascesa che precede il declino, ma un sistema in piena fase espansiva. Ne deriva che i limiti della democrazia rappresentativa descritti dal pensiero marxista nella seconda metà dell'Ottocento, anziché accentuarsi, si sono ridotti. Oggi l'occidente capitalistico, pur entro i limiti della democrazia rappresentativa e «borghese», è non già meno democratico di quanto fosse ai tempi di Marx, di Engels, di Kautsky, di Rosa Luxemburg, di Lenin, bensi piú democratico. Il diritto di voto vi è meglio tutelato; le istituzioni operaie piú garantite; le libertà fondamentali (di stampa, di opinione, di religione, di parola, ecc.) piú solidamente radicate.

Questa, ripeto, è una constatazione che vale per il corso storico sino ad oggi; non significa che la democrazia parlamentare sia diventata qualcosa di diverso da quello che la giudicava il pensiero marxista. Significa che si è organizzata meglio, piú razionalmente, in un arco di tempo di marcato sviluppo capitalistico. I limiti rimangono, ma si sono, per ora, ridotti; e quindi sono meno avvertibili.

In secondo luogo, le alternative alla democrazia parlamentare, «borghese», ed ai suoi limiti, quali sono derivate dall'applicazione in sede politica del pensiero marxista (anche se questo pensiero ha subito una volgarizzazione generalizzata e le interpretazioni piú disparate), non sono riuscite, di fatto, a superare i limiti della democrazia parlamentare; ma anzi tali alternative si sono trovate di fronte, allorché questo tentativo è stato esperito, a problemi sin qui insuperabili tanto dal punto di vista teorico quanto sul piano pratico.

I limiti della democrazia borghese risiedono nella struttura economico-proprietaria della società. La rivoluzione socialista deve rimuovere questi limiti per realizzare una democrazia non piú formale, ma sostanziale. La rimozione di questi limiti richiede fondamentalmente l'appropriazione collettiva dei mezzi di produzione e di scambio. Il superamento della resistenza della classe borghese di fronte al proletariato che si pone quell'obbiettivo, richiede l'adozione di misure transitorie, che limitino l'esercizio delle libertà democratiche da parte delle classi borghesi. Questo periodo di transizione, definito di dittatura del proletariato, consente però all'insieme della classe operaia ed alla maggioranza della popolazione un livello di democraticità e di libertà già piú elevato di quello ad essi consentito dalla democrazia rappresentativa «borghese». Superato il periodo di transizione con la definitiva sconfitta della borghesia, tutti i cittadini potranno fruire di un grado di libertà e di democraticità nemmeno immaginabile nella limitata democrazia rappresentativa, parlamentare, «borghese». Questo il nucleo dello sviluppo politico teorizzato da Marx (soprattutto nella Critica al programma di Gotha, 1875) sino a Lenin (soprattutto in Stato e rivoluzione, 1917). Che cosa sia avvenuto di questa concezione nei paesi governati dai partiti comunisti che si proclamano eredi e continuatori del pensiero di Marx e di Lenin, è troppo noto per dover essere qui ricordato. In questi paesi non soltanto non sono state conquistate nuove libertà sostanziali, ma sono andate perdute o non sono ancora state raggiunte quelle libertà formali che la democrazia rappresentativa garantisce e in certa misura è andata ampliando.

Questi due sviluppi paralleli - riduzione dei limiti della democrazia rappresentativa, da un lato; dall'altro impossibilità per coloro che si proclamano traduttori politici del pensiero marxista di indicare un concreto modello alternativo, in atto, che contenga piú democraticità di quanta sia propria alla democrazia rappresentativa - hanno posto l'odierno pensiero politico in una situazione che si potrebbe definire di «sospensione del giudizio» di tipo cartesiano. I limiti della democrazia rappresentativa ci sono e sono avvertibili. Il pensiero marxista li ha individuati meglio di ogni altra corrente di pensiero. Il massimo di democraticità oggi raggiunto in alcuni paesi (pensiamo alla Svezia), non è certamente il massimo di democraticità ipotizzabile e proponibile in un sistema politico. Ma il corso storico di ormai un secolo non ha posto in essere alcuna esperienza piú valida, piú efficace, meglio funzionante della pur limitata democrazia rappresentativa espressa dalle rivoluzioni borghesi nelle società di capitalismo maturo. I traguardi posti dal pensiero marxista (erede in questo della tradizione e dello slancio del pensiero moderno dal Rinascimento in poi) rimangono validi; ma la strada da percorrere per raggiungerli è piú lunga e piú irta di ostacoli di quanto non fosse ipotizzabile un secolo o mezzo secolo fa.

in questo senso che in questa fase di sospensione del giudizio il pensiero politico piú avanzato può oggi accettare la brillante espressione di Churchill che citavo all'inizio. in questo senso che si può proporre come interessante e attuale il problema di come e perché funzionano adeguatamente alle esigenze della società le democrazie rappresentative piú evolute del nostro secolo. So perfettamente che i ceti intellettuali italiani dimostrano un certo disprezzo per i modelli anglo-sassoni o scandinavi e apprezzano un marxismo al tempo stesso schematizzato ed idealizzato che o non pone problemi o si risolve in un sincretismo generico. Ma per analizzare il sistema parlamentare rappresentativo italiano come attualmente funziona, Marx, Lenin e Gramsci possono servire soltanto come suggestione culturale. Per studiare i fatti e per interpretarli, il solo possibile confronto per un sistema parlamentare a basso rendimento che si voglia migliorare è quello con sistemi parlamentari a rendimento piú elevato.

Perché il parlamento italiano legifera poco e legifera male? Perché non si occupa della «grande» legislazione (che soddisfi le esigenze indicate nel primo capitolo), mentre dedica quasi tutto il suo tempo a sfornare «leggine» che soddisfano (talvolta solo temporaneamente) ristretti interessi settoriali? Quali rapporti ci sono tra un sistema parlamentare che funziona in questo modo e il sistema politico nel suo complesso (partiti, comportamento elettorale, amministrazioni locali, associazioni para-politiche)? Che cosa, in questo sistema politico, orienta e induce il parlamento a funzionare in quel modo? Queste sono le domande aIle quali questo libro si propone di rispondere. E per rispondervi è necessario confrontare la democrazia parlamentare rappresentativa italiana, che funziona tanto mediocremente, con le democrazie parlamentari rappresentative che funzionano meglio. Non possiamo soltanto andare continuamente a rintracciare le cause delle nostre difficoltà nella mancata riforma protestante, nel Concilio di Trento o nel «Risorgimento tradito». Dobbiamo anche vedere perché un meccanismo creato per l'adozione tempestiva delle leggi non riesce ad adempiere a questa funzione.

In questo quadro, se osserviamo le condizioni di funzionamento delle democrazie rappresentative efficienti, vediamo che tutte sono caratterizzate da due elementi: una maggioranza parlamentare sufficientemente omogenea e in grado di governare per un periodo di tempo abbastanza lungo (solitamente l'intera legislatura) per tentare di attuare il proprio programma ed i propri indirizzi legislativi; e una minoranza in grado di presentarsi come alternativa a una successiva scadenza elettorale.

Possiamo anche ritenere, con Marx, che questo significhi semplicemente, per l'elettore, scegliere da quali rappresentanti della classe borghese sarà governato per il successivo quinquennio. Ma attraverso questo meccanismo possono essere emanate le leggi che fanno sorgere le scuole, adeguano gli ospedali ai progressi della medicina, attuano una distribuzione delle imposte in relazione ai guadagni dei cittadini.

Perché il meccanismo funzioni quando esistano quelle due condizioni, è facilmente comprensibile e una serie di accurati studi lo ha posto chiaramente in luce. Una maggioranza non omogenea, divisa al suo interno, dedica alla composizione dei disaccordi e al raggiungimento di compromessi (sovente precari) un tempo che viene sottratto alla messa a punto ed al varo di provvedimenti legislativi. Questi, a loro volta, per essere adottati tempestivamente e in un quadro organico, richiedono che la maggioranza possa predisporli in modo sistematico e attraverso la fissazione di priorità; e per fare questo occorre che l'esecutivo possa lavorare con tranquillità per un periodo di tempo sufficientemente lungo. Ciò è tanto piú vero quanto piú sono aumentati per numero e per importanza i provvedimenti che debbono essere adottati in una società non piú agraria, a lenti ritmi di sviluppi, ma industriale, che si muove con grande dinamismo. In questa società, ciò che non si fa per tempo non può essere rinviato: semplicemente non lo si può piú fare. E l'accumulo dei ritardi finisce per paralizzare le possibilità di intervento.

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