Copertina
Autore Luciano Gallino
Titolo Con i soldi degli altri
SottotitoloIl capitalismo per procura contro l'economia
EdizioneEinaudi, Torino, 2009, Passaggi 1 , pag. 198, cop.fle., dim. 14x21,7x1,2 cm , Isbn 978-88-06-18599-2
LettoreRiccardo Terzi, 2009
Classe economia , economia finanziaria , sociologia , paesi: USA
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Indice



  5 Introduzione

    I fallimenti dell'economia mondo e i soldi degli altri

 27 I.    La concentrazione del risparmio nel capitale degli
          investitori istituzionali

 49 II.   Le strategie degli investitori istituzionali

 81 III.  Creazione di denaro per mezzo del debito. La finanza ombra

105 IV.   L'impresa finanziarizzata

123 V.    La classe capitalistica transnazionale. Gruppi principali

141 VI.   Politica, leggi & mercati: come governa la classe transnazionale

159 VII.  Accumulazione del risparmio e insicurezza socio-economica

177 VIII. Uno spiraglio per impiegare meglio il risparmio globale


 

 

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Introduzione

I fallimenti dell'economia mondo e i soldi degli altri


Tra il settembre 2008 e i primi mesi del 2009 sono fallite o sono state salvate all'ultimo momento dallo Stato, in rapida sequenza, decine di istituzioni finanziarie di peso mondiale. Il maggior numero di crac si è registrato negli Stati Uniti, seguiti da Regno Unito, Germania, Francia, Belgio, Olanda, Svizzera. Banche d'affari o di investimento, banche commerciali, compagnie private e semi-pubbliche di assicurazioni e riassicurazioni: potenti e venerabili enti finanziari considerati una roccia ancora pochi giorni prima, all'improvviso presentavano istanza di fallimento, o venivano assorbiti da altri a prezzo irrisorio, oppure nazionalizzati mediante l'esborso complessivo, a opera della mano pubblica, di migliaia di miliardi di dollari o di euro. Al tempo stesso le borse mondiali perdevano quasi la metà del loro valore, «bruciando capitali» - cosí si esprimono i media - per trilioni di euro. Dinanzi a simili disastri i commentatori hanno parlato di possibile fallimento dell'intero sistema finanziario, e delle ricadute negative che la crisi avrebbe comunque avuto sull'economia reale.

Ciò che in pochi hanno rilevato è che la cosiddetta economia reale da tempo conosceva fallimenti assai piú gravi per i destini umani che non quelli del sistema finanziario, e che alla fonte di tali fallimenti si ritrovano precisamente gli sviluppi giudicati all'unanimità o quasi, negli ultimi vent'anni, come indubitabili successi del sistema stesso. Dopotutto lo scopo sostanziale dell'economia consiste nel provvedere alla sussistenza dell'uomo al piú alto livello di civiltà storicamente possibile, usando insieme con altri mezzi a esso subordinati - il lavoro, la terra, la conoscenza - anche lo strumento finanziario, il denaro. Al contrario, per quasi una generazione si è affermata una credenza e una prassi per cui qualità e quantità della sussistenza, scalzata dalla sua posizione di scopo ultimo, potevano derivare soltanto dall'ascesa al potere della finanza.

Nel corso della storia, a seconda di come sono state organizzate le azioni umane rivolte allo scopo di assicurare al maggior numero di individui una «sussistenza civile», tale scopo è stato raggiunto in differenti paesi del mondo in misura maggiore o minore, dando origine al susseguirsi di successi e fallimenti di durata pluridecennale. L'interdipendenza delle economie nazionali, in sviluppo da secoli ma fortemente acceleratasi alla nostra epoca, di recente ha condotto a ragionare sull'insieme di queste come se formassero un unico sistema economico, un'economia mondo. I successi e i fallimenti delle economie nazionali dipendono in misura crescente dalla loro posizione in tale sistema. Per spiegare ciò che avviene in ciascuna di esse, Italia compresa, appare oggi indispensabile comprendere lo stato e il funzionamento del sistema nel suo insieme.


Se ci chiediamo quale sia lo stato dell'economia mondo nel primo decennio del XXI secolo, il sistema che dovrebbe provvedere alla sussistenza civile di tutta la popolazione vivente, la risposta che forniscono alcuni dati di fondo non è positiva. In tema di occupazione e livelli retributivi, l'Organizzazione Internazionale del Lavoro (Oil) stima che tre miliardi di persone abbiano un lavoro, su una popolazione totale di 6,5 miliardi. Ma di esse ben cinque su dieci, ossia 1,5 miliardi, fanno parte dell'economia informale, ovvero sono coadiuvanti in aziende familiari o lavoratori in proprio privi dei diritti e delle sicurezze del normale lavoro salariato. Inoltre 1,3 miliardi di lavoratori, compresa una quota rilevante inclusa nell'economia formale o regolare, non guadagnano abbastanza per sollevare sé stessi e i loro familiari al disopra della linea della povertà fissata in 2 dollari al giorno di reddito (a parità di potere d'acquisto), per un totale di circa 3 miliardi di persone.

La stessa Oil calcola che ogni anno muoiano nel mondo per cause correlate al lavoro 2,2 milioni di persone. Gli incidenti non fatali ammontano a 270 milioni, da cui derivano milioni di casi di invalidità permanente. Sono 160 milioni le persone che si ammalano ogni anno a causa del lavoro che svolgono. Sul totale dei decessi annui, oltre 350000 sono dovuti a incidenti; i rimanenti 1,75 milioni sono invece causati da malattie contratte per via dell'esposizione a sostanze nocive, inalate o assorbite attraverso la pelle, o a radiazioni. La cifra totale delle morti correlate al lavoro è in aumento da anni in forza dell'industrializzazione dei paesi emergenti, dove le misure a favore di sicurezza e salute sui luoghi di lavoro sono in genere carenti. D'altra parte in un'area che si considera altamente sviluppata come l'Europa occidentale, agenzie internazionali per l'ambiente e riviste mediche stimano che entro il 2035 i decessi provocati dall'amianto con cui milioni di persone sono venute a contatto negli ambienti di lavoro, prima e dopo il divieto di impiegarlo emanato dalla Ue nel 1998, potrebbero arrivare a 500000.

Se si guarda a quel fondamentale elemento della qualità della vita che è la qualità dell'abitazione, si constata che quasi un sesto dell'umanità, oltre un miliardo di persone, vive in slums, il termine internazionale per designare i luoghi urbani dove le persone abitano in edifici degradati dei centri storici, o in baracche di lamiera e cartone della periferia, talora in spazi ricavati nelle discariche che le intemperie hanno compattato. Nei diversi paesi gli slums, che per definizione sono privi di servizi di base come acqua, elettricità, fognature, vengono anche chiamati favelas, baraccopoli, bidonvilles, tugurios. Ammontano a 2,6 miliardi le persone le cui abitazioni sono prive di servizi igienico-sanitari di base; un numero stimato, si noti, utilizzando una definizione che si riferisce ai gradini piú bassi della qualità di tali servizi. Se il riferimento fosse lo standard dell'Occidente sviluppato, il loro numero salirebbe a 4 miliardi. Circa 1,1 miliardi di persone, indicano i rapporti Onu, vivono a piú di un chilometro da una qualsiasi fonte d'acqua, e dato che trasportare acqua pesa, l'impiego idrico giornaliero pro capite si aggira per loro sui 5 litri di acqua non sicura. Per contro gli abitanti dell'Europa occidentale consumano in media 300 litri di acqua potabile pro capite al giorno; gli americani, 575.

A circa un miliardo si stima arrivino le persone che soffrono la fame, sia nel senso immediato di provarne quotidianamente i morsi, sia nel senso piú tecnico che dalla loro dieta sono assenti i micronutrienti essenziali per vivere in salute. Il loro numero è aumentato d'un centinaio di milioni solo tra il 2007 e il 2008, a causa dell'enorme aumento del prezzo di alimenti di base come mais (+ 72% in dodici mesi), grano (+ 68%), riso (+ 80%), soia (+ 80%). Senza una ricostruzione dei sistemi agricoli locali, tali da mettere nuovamente le popolazioni di gran parte dell'Africa, dell'Asia sud-orientale e dell'America Latina in condizione di produrre i loro stessi alimenti, si rischia che tale numero salga a 1,2 miliardi verso il 2017. Tra le conseguenze della fame nel mondo vanno inclusi anche i 25 000 bambini che muoiono ogni giorno per malattie che sono innocue per i bimbi ben nutriti.

Lo stato precario di tre quarti della popolazione mondiale è correlato alle immense disuguaglianze di reddito e di ricchezza che si osservano a livello internazionale e nazionale. Si stima che la disuguaglianza di reddito tra il 20% piú benestante e il 20% piú povero della popolazione mondiale sia di 90:1. Se invece degli strati di popolazione si considerano i 20 paesi piú ricchi, e i 20 piú poveri, la disuguaglianza sale a 120:1. I venti (20) uomini piú ricchi del mondo posseggono una ricchezza complessiva pari a quella del miliardo (1000 000 000) piú povero. Entro paesi che il Pil pro capite fa apparire uniformemente benestanti, come gli Stati Uniti e la stessa Italia, le disuguaglianze di reddito e ricchezza, sia reale che finanziaria, tra il 10% piú ricco della popolazione e il 10% piú povero sono cospicue e crescenti. Per arrivare a guadagnare quanto i top manager delle grandi imprese industriali e finanziarie percepiscono in soli dodici mesi, tra stipendio, gratifiche di fine anno, plusvalenze di azioni ricevute in dono od opzionate, un lavoratore italiano, francese, britannico, statunitense, con un salario medio lordo di 25 000 euro (equivalente a 23 000 sterline o 32 000 dollari in moneta 2008), dovrebbe lavorare tra i 400 e i 1000 anni. Nel 1960 gli sarebbero bastati, per cosí dire, quarant'anni.

Tra la forza lavoro che alimenta l'economia mondo vanno contati anche 220 milioni di bambini tra i 5 e i 14 anni, quasi uno su sei di questa fascia d'età. Almeno 2,5 milioni di essi, in maggioranza figli di immigrati, lavorano nei paesi ricchi dell'Occidente, e altrettanti nelle economie in transizione dell'Europa orientale. Il 70% è occupato in agricoltura; oltre il 10% nell'industria, tra cui primeggia la logorante fabbricazione di mattoni per l'edilizia; il resto nei servizi. Il lavoro dei bambini, spesso lodato da economisti dello sviluppo perché fornisce comunque un aiuto economico alle famiglie povere, mette a rischio - si legge in un altro rapporto dell'Oil - la loro educazione, la loro salute, il normale sviluppo verso l'età adulta. E anche la loro vita, poiché in milioni di casi si svolge in condizioni nocive o pericolose.

Si può aggiungere che per miliardi di persone, in quantità crescente anche nei paesi sviluppati, l'economia mondo degli anni 2000 genera insicurezza oggettiva e ansia per il futuro in ordine a elementi essenziali per la propria sussistenza: cibo, lavoro, abitazione, istruzione per i figli, pensione per la terza età, protezione per sé e i familiari in caso di malattia, incidente, disastro ambientale. In molti paesi i sistemi pubblici che provvedevano alla sicurezza sociale sono stati smantellati a partire dagli anni Settanta-Ottanta, senza sostituti di alcun genere - è il caso di Russia, Cina e vari paesi del Sud America, dall'Argentina al Cile -, mentre in altri, Italia inclusa, le loro prestazioni sono state ridotte. Perfino in paesi considerati al vertice dello sviluppo, come gli Stati Uniti, si possono registrare a un tempo un 15% di popolazione privo di assistenza sanitaria, che nel caso corrisponde a 46 milioni di persone; milioni di famiglie che perdono da un giorno all'altro la casa perché il suo valore crolla mentre il costo dei mutui sale enormemente; un livello di protezione dai disastri ambientali paurosamente inefficace, come ha dimostrato nel 2005 quanto è successo a New Orleans prima e dopo l'uragano Katrina.

Simili dati, un campione minimo rispetto a quelli disponibili, attestano che quanto a capacità di provvedere alla sussistenza umana l'economia mondo ha fatto registrare negli ultimi trent'anni una serie di cospicui fallimenti. Varie obiezioni sono solitamente opposte a tale argomento. Di norma si fa rilevare che pur tra ripetute crisi globali e locali, il Pil, il reddito reale pro capite, la speranza di vita media, il livello di istruzione, i tassi di occupazione, sono aumentati nello stesso periodo in almeno 150 Stati su 200. In Cina, India e molti altri paesi detti «emergenti» centinaia di milioni di persone sono uscite dalla povertà, entrando in notevole parte nella classe media del mondo. A onta di ripetute crisi, sino a quella esplosa nel 2008, l'economia mondiale, ricordano altresí gli obiettori, ha continuato a crescere a un tasso medio vicino al 4%, con valori piú che doppi nei suddetti paesi. Né si dovrebbe dimenticare che i cittadini della Ue godono d'un livello di benessere ch'è il piú alto della loro storia, compresi i paesi che hanno patito per decenni i fallimenti economici del comunismo reale.

Va tuttavia osservato che le suddette obiezioni si ritorcono contro sé medesime non appena si guardi ai presupposti su cui si fondano. Anzitutto il termine «medio», sia esso applicato al reddito, alla speranza di vita o a qualsiasi altro indicatore, maschera le inconciliabili distanze esistenti quasi ovunque tra gli opposti della scala di cui si richiama la media. Esso occulta le sofferenze, le ingiustizie, l'impotenza economica e politica, la totale privazione di libertà reale che ricadono sulle masse di popolazione che occupano la parte bassa della scala, formando in totale piú di due terzi sia della popolazione mondiale sia di quella dei singoli paesi. Il benessere che in effetti è stato raggiunto di recente da una quota importante di essa non può legittimamente andare a comporre alcuna sorta di medietà con la quota ben maggiore di coloro la cui vita, per dirla con Hobbes, rimane misera, brutale e breve; una vita peggiore, per molti, di quella della generazione precedente.

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Capitolo primo

La concentrazione del risparmio nel capitale degli investitori istituzionali


Per ragionare intorno al capitale gestito in piena autonomia dagli investitori istituzionali e all'enorme peso che esercita sull'economia mondo, occorre usare una grandezza fino a tempi recenti poco comune nell'indagine economica: il trilione (i trilione, nell'uso italiano, corrisponde a 1000 miliardi). Anche per non perdersi tra numeri incomprensibili a causa dell'eccesso di zeri. Le cifre da porre in relazione tra loro sono infatti di quest'ordine: il Pil del mondo ha superato a fine 2007 i 54 trilioni di dollari americani. La capitalizzazione delle borse mondiali ammontava lo stesso anno a 61 trilioni. Le obbligazioni pubbliche e private - titoli che rappresentano crediti per chi le ha acquistate, ma sono debiti di bilanci pubblici e di società - superavano i 60 trilioni. A giugno 2008 il valore nominale della quota di derivati - titoli di scambio o contratti a termine il cui valore è legato all'andamento sui mercati d'una qualsiasi entità numerica sottostante - trattati nelle borse toccava gli 80 trilioni di dollari, mentre il totale di quelli «scambiati al banco», ossia circolanti al di fuori di esse, sfiorava i 684 trilioni. Infine la stima corrente del capitale totale gestito dalle classi piú note di investitori istituzionali, formato in prevalenza da azioni e obbligazioni, si aggirava pure - con alcune incertezze di cui dirò subito - su una cifra prossima a quella del Pil mondiale, ossia sui 53 trilioni di dollari. Si immagini, a mo' di esercizio, che il mondo smetta di produrre anche un solo dollaro di ricchezza per un intero anno: il capitale nel portafoglio degli investitori istituzionali sarebbe sufficiente a finanziare per un anno intero consumi e investimenti globali senza rinunce o tagli per nessuno. Ma prima di procedere a ragionare intorno a simili cifre sarà bene soffermarsi su alcune definizioni.

Gli investitori istituzionali sono società di intermediazione finanziaria che raccolgono i soldi dei risparmiatori del mondo da un lato per farli fruttare a beneficio dei loro sottoscrittori, dall'altro per investirli prevalentemente nelle imprese quotate in borsa. Tra di essi vengono abitualmente inclusi i fondi pensione; i fondi d'investimento detti comuni o aperti perché sono accessibili a tutti i risparmiatori; le compagnie di assicurazione. Meno di frequente compaiono nell'elenco le banche d'affari o di investimento, e le fondazioni. Forse precisa a sufficienza quando fu coniata, decenni fa, tale classificazione risulta al presente sfocata quanto incompleta, poiché non arriva piú a distinguere, come invece si dovrebbe, né tra soggetti finanziari che svolgono attività differenti, né tra le tipologie di capitali che essi gestiscono, che secondo la classificazione tradizionale dovrebbero essere chiaramente individuabili quanto a grandezza, titolarità e destinazione. Innanzitutto occorre considerare che un buon numero di fondi è stato costituito da banche commerciali e da esse vengono controllati anche quando abbiano lo statuto giuridico di società autonome. In secondo luogo, accanto ai suddetti fondi sono giunti a occupare un largo spazio economico i fondi cosiddetti di copertura del rischio (hedge funds), che diversamente dai fondi comuni accolgono un numero ridotto di sottoscrittori, richiedono quote di ingresso dell'ordine di milioni di euro e hanno una vocazione marcatamente speculativa; i fondi che acquistano imprese private non quotate (da cui il nome di private equity funds) allo scopo di ristrutturarle e rivenderle poi in borsa - di regola dopo averle suddivise in vari pezzi; i fondi sovrani costituiti a fini sia speculativi che previdenziali dai governi.

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Premesse queste ambivalenti distinzioni e interrelazioni, le grandezze in gioco tra i diversi soggetti del capitalismo finanziario sono cosí valutabili:

- nel 2007 si contavano al mondo 66 000 fondi comuni di investimento. I capitali da loro gestiti erano stimati in 26,2 trilioni di dollari.

- Alla stessa data i fondi pensione autonomi aventi quali sottoscrittori dipendenti pubblici e privati, in base alla categoria professionale cui appartengono o alle organizzazioni in cui lavorano o hanno lavorato, si suppone fossero almeno 30 000, e gestivano un capitale di 17,5 trilioni.

- I contratti di tipo previdenziale (pensioni in senso stretto o vitalizi) gestiti da compagnie di assicurazioni ammontavano a 3,4 trilioni, ma la cifra si riferisce soltanto a nove paesi.

- Le banche e le società che amministrano patrimoni e investimenti avevano in portafoglio, per lo piú sotto forma di contratti di pensione personali, 5 trilioni netti in 11 paesi.

- I fondi speculativi (i piú volte citati hedge funds), che superano nel mondo i 12 000, di cui circa 9000 hanno sede in Usa e oltre 2000 nella Ue, con un tasso elevatissimo di natimortalità, e i fondi specializzati nella compravendita di imprese in origine private, si stima avessero in portafoglio 3,5 trilioni di dollari. Il 60% di questi attivi è controllato dai primi 100 fondi per capitale gestito.

- I fondi sovrani avevano un capitale stimato di 2-3 trilioni di dollari.

- Non trascurabili quali investitori istituzionali sono le fondazioni, dizione generica per designare una varietà di enti che amministrano donazioni, dotazioni, lasciti, fondi fiduciari. Le prime cinque università americane, ad esempio - prime per patrimonio -, cioè Harvard, Yale, Stanford, Princeton, Texas, hanno un capitale derivante da endowments o dotazioni che supera i 100 miliardi di dollari ed è investito per la maggior parte in titoli. In Italia, tra il 5 e il 10% del capitale di grandi banche sta nel portafoglio di fondazioni istituite in origine, talora secoli addietro, con finalità filantropiche.

- I derivati in circolazione, tradizionali come i futures o complessi come i contratti che assicurano un soggetto contro il rischio di insolvenza d'una controparte, ovvero contro la mancata riscossione d'un credito alla data di scadenza (credit default swaps, Cds), a metà 2008 ammontavano a 765 trilioni di dollari, pari a 14 volte il Pil del mondo, stando al loro valore nominale. Di questi solamente 80 trilioni erano scambiati tramite le borse, mentre i restanti 680 e oltre, come si è anticipato, erano scambiati esclusivamente «al banco» (Otc, ossia over the counter) senza intermediazione tra i contraenti. Il solo mercato dei Cds si calcola ammontasse a 62 trilioni di dollari. Tuttavia, essendo soggetti a una regolazione affatto blanda in quanto considerati contratti fra privati, non è possibile stabilirne né l'esatto ammontare, né quanti di essi siano effettivamente gestiti da investitori istituzionali. Formano un mercato ombra. Per la loro entità e l'assenza di regolazione, uno dei maggiori finanzieri del mondo, Warren Buffet, ebbe a definire già nel 2003 i derivati «gli equivalenti finanziari delle armi di distruzione di massa». Va ricordato al riguardo che il tracollo dei derivati del credito è stato una delle cause principali della crisi finanziaria del 2008. Però è bene precisare che il valore lordo di mercato d'un derivato è di solito assai inferiore al suo valore nozionale o nominale. Il primo si riferisce alle somme che si possono guadagnare o perdere in funzione dell'andamento dell'entità sottostante; il secondo rappresenta la quantità di questa che al termine del contratto dovrebbe venire scambiata. La Banca dei Regolamenti Internazionali stima, ad esempio, che a metà 2008 tutti i tipi di derivati Otc valessero sul mercato 20,4 trilioni di dollari. Cifra lontana dai 680 trilioni e piú di valore nominale, ma pur sempre equivalente a quasi il 40% del Pil mondiale. D'altra parte, la prima cifra non è insignificante; difatti, quanto piú alto è il valore del sottostante, maggiore è il rischio che alla scadenza del contratto chi dovrebbe versarlo risulti insolvente.

- Fino all'80% del volume di titoli scambiati giornalmente sulle borse mondiali è da attribuire agli investitori istituzionali. Ma si stima che il 30-50% degli scambi sia imputabile ai soli fondi speculativi.


In base alle cifre sopra indicate il totale aritmetico dei capitali gestiti formalmente o «in chiaro» da investitori istituzionali sfiorava dunque, a fine 2007, i 53 trilioni di dollari, da paragonare a un Pil del mondo di 54 trilioni. Come ordine di grandezza idoneo ad attestare il peso planetario degli investitori istituzionali, la cifra indicata, ricavata dalla stima dei loro portafogli combinati, è abbastanza attendibile.

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Le cifre sopra riportate suggeriscono due considerazioni. In primo luogo la elevata quota di azioni detenuta nei loro portafogli, unitamente alla entità complessiva dei capitali da essi gestiti, fa degli investitori istituzionali i veri padroni delle imprese quotate, in quasi tutti i settori dell'economia reale dei principali paesi sviluppati: industria manifatturiera, costruzioni, industrie estrattive, servizi alle imprese, grande distribuzione, servizi alberghieri e ristorazione, alimentare, trasporti, comunicazioni. Sono loro i nuovi proprietari universali (universal owners).

In secondo luogo va sottolineato quanto sia ristretta la potentissima frazione di classe dei direttori e dei manager degli investitori istituzionali. Mettendo insieme a) i direttori dei consigli di amministrazione (boards) dei primi 300 fondi pensione del mondo; b) i manager delle poche migliaia di fondi comuni che fanno capo alle prime 25 famiglie di essi; c) i manager dei primi 100 fondi speculativi, e accogliendo le stime correnti per cui ciascun consiglio ha da sei a dodici componenti, si arriva a una cifra che si colloca tra le 20 000 e le 40 000 persone. Si aggiungano i manager che muovono giorno per giorno il denaro dei fondi da un impiego all'altro, oppure consigliano come farlo, un gruppo le cui dimensioni sono presumibilmente simili a quello dei direttori. Sommiamo a questi due gruppi ancora un terzo: i direttori e i manager delle principali banche mondiali e delle compagnie di assicurazione che hanno istituito dei fondi e a vario titolo li controllano, oppure che gestiscono contratti individuali. In totale si arriva a una stima complessiva che si colloca per le 60 000 e le 120 000 persone in tutto il mondo. Una cifra che corrisponde sí e no alla popolazione d'un quartiere in una città di medie dimensioni. Inserendo nel conto anche i manager dei fondi minori, si arriva a una stima che non supera le 500 000 - 600 000 persone.

La ristretta frazione di classe dei manager degli investitori istituzionali, che fruisce della piena collaborazione di un'altra frazione, i manager delle imprese quotate, muove liberamente da una parte all'altra del mondo decine di trilioni di dollari e di euro, senza in realtà rispondere in concreto a nessun portatore di interesse; nemmeno agli investitori di prima istanza, i piccoli risparmiatori. Mai tanto potere economico è stato concentrato, per vie legali e istituzionali, nelle mani di cose pochi individui, come sono i capitalisti per procura; e mai esso è stato esercitato in modo altrettanto poco visibile e comprensibile per le popolazioni del mondo su cui ricadono le conseguenze delle loro strategie: conseguenze che appaiono positive in una prospettiva ravvicinata e per determinati strati di popolazione, mentre risultano sovente inefficienti o dannose se le si valuta in una prospettiva piú ampia e si considerano anche altri strati sociali. Dissociate, in ogni caso, dalle effettive necessità di investimento dell'economia mondo.

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Capitolo quinto

La classe capitalistica transnazionale. Gruppi principali


Chi governa l'economia mondo? Ossia chi decide sul piano globale quali e quanti investimenti effettuare, quali beni e servizi produrre, in che quantità, in quali paesi e regioni, con quali e quante forze di lavoro, organizzate e retribuite in che modo e misura, per poi distribuirli a chi, dove, quando e a che prezzo? Fino alla crisi esplosa nel 2008, la risposta canonica si poteva trovarla nei manuali delle discipline economiche deputate a fornirla: nel sistema capitalistico che ormai si estende all'intero pianeta, sono i mercati a governare l'economia. Naturalmente, precisano i manuali, riuscendovi piú o meno bene a seconda del contesto istituzionale proprio di ogni paese, delle politiche dei governi, delle relazioni internazionali, dell'andamento climatico e di altri fattori. Precisazione cui segue di solito un corollario: se i mercati a volte producono fallimenti, tipo quelli menzionati nella prima parte di questo saggio, è necessario ulteriormente de-regolarli, liberalizzarli, porli in condizioni di autocorreggersi; in tal modo essi porranno rimedio anche ai propri insuccessi. A partire dal 2008, la risposta e il suo corollario sono apparsi in verità un po' meno convincenti, anche agli occhi di molti che li davano per acquisizioni scontate della modernità. I mercati finanziari non hanno tradito soltanto l'economia reale; hanno finito per tradire anche sé stessi. Come entità cui delegare il governo dell'economia mondo, dovrebbero, al minimo, venire totalmente ridisegnati.

Nondimeno è lecito sostenere che l'economia mondo è stata pur governata, negli ultimi trent'anni, come forse mai è accaduto nella storia precedente. Ma è stata governata non dai presunti processi automatici dei mercati, bensí da individui concreti che hanno strutturato e pilotato abilmente i mercati in direzione delle particolari finalità delle organizzazioni che dirigono, posto che queste finalità coincidano totalmente con le proprie. possibile che nonostante le batoste del 2008 gli stessi individui cercheranno in ogni modo di continuare a svolgere tale attività, semmai con circoscritti mutamenti. Ne posseggono tutti i mezzi. Infatti dai mercati globali che essi hanno concepito, posto in opera e governato hanno tratto immensi vantaggi, non solo in termini di potere economico ma anche di potere politico; ciò implica che al presente i rischi che corrono di dover cedere la loro posizione dominante sono assai ridotti. Siamo in presenza della classe capitalistica transnazionale, i cui membri risiedono a Londra e a Washington ma anche a Parigi e Milano, Berlino e Mosca, Shanghai e Nuova Delhi; si incontrano regolarmente a Davos (da cui l'accusa di essere il «partito di Davos») e sui superyacht di Montecarlo; hanno l'ufficio nelle torri di cristallo tipo New York e Francoforte che ogni città del mondo ambisce a replicare; provvedono anche, tramite i media, i centri di ricerca e i «pensatoi» da loro sponsorizzati a spiegare ogni giorno ai politici che cosa dovrebbero fare per salvare l'economia e la finanza che loro per primi hanno compromesso.

Questa classe senza confini nazionali è composta da quattro gruppi o frazioni principali, che da un punto di vista analitico è necessario distinguere, sebbene nella realtà si sovrappongano in varia misura: a) individui che dispongono di attivi finanziari cospicui - dai milione di dollari a testa in su - e puntano a farli crescere mediante qualsiasi genere di investimento che prometta rendimenti elevati, anche a fronte di considerevoli rischi; b) esponenti del capitalismo familiare, formato soprattutto da famiglie che da generazioni sono titolari di grandi imprese private, o ne posseggono pacchetti di controllo, ma anche da imprenditori diventati eminenti con le proprie forze; c) alti dirigenti delle corporation transnazionali: presidenti e amministratori delegati, direttori generali, direttori finanziari; d) dirigenti o manager dei diversi tipi di investitori istituzionali, o a essi collegati, non compresi nelle tre frazioni precedenti. La seconda e la terza frazione sono oggetto di studio da diversi lustri; la prima e l'ultima sono praticamente sconosciute, quanto a origine e composizione, sebbene controllino capitali di un ordine di grandezza pari se non superiore a quello delle altre due sommati. Vediamo da chi sono formate queste diverse frazioni o gruppi principali, e come ciascuna interagisce con le altre.

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Ove ci si attenga alla suddetta distinzione tra coloro che detengono realmente il potere, e coloro che lo sostengono, la classe capitalistica transnazionale che appare governare l'economia del mondo risulta composta da 9-10 milioni di persone. Di essa appena il 6-7% risulta formato dai potenti capitalisti per procura che sono a capo degli investitori istituzionali. L'intera classe, va rilevato, costituisce solamente lo 0,15% della popolazione mondiale; nondimeno le decisioni che la prima assume concorrono robustamente a influenzare il destino della seconda.

L'affermazione che una classe sociale governi l'economia del mondo implica che essa sia in condizione di agire, almeno in determinate situazioni, e per periodi non effimeri, come un soggetto relativamente unitario. Implica cioè, per richiamare una distinzione che risale a Marx, che essa non sia soltanto una classe «in sé», delimitata esteriormente da uno o piú criteri di definizione, ma sia altresí una classe «per sé». Ciò significa che i suoi componenti sono coscienti di appartenervi; sentono di avere una solida base di interessi comuni; si impegnano collettivamente per affermare questi in ogni settore dell'organizzazione sociale. Senza che ciò escluda il periodico verificarsi di conflitti interni e di lotte per l'egemonia e la distribuzione delle risorse tra le diverse frazioni.

Al riguardo si danno comprensibilmente voci discordanti, posto che in ogni paese le destre e i loro intellettuali organici amano ripetere, seppure con qualche eccezione, che le classi sociali non esistono, e meno che mai una classe dominante o governante. Per altro l'evidenza disponibile risulta in misura debordante a favore dell'ipotesi che la classe capitalistica transnazionale sia per sé, non meno che in sé, una realtà materialmente e ideologicamente operativa su scala globale. L'evidenza viene anzitutto dalla storia. Agli inizi del Novecento i capitalisti in proprio non meno che i capitalisti per procura di Berlino, Londra, Parigi e New York già agivano come una classe unitaria, intrattenendo tra loro intense relazioni, in presenza come a distanza. Poi v'è l'evidenza della nostra epoca. Il processo di globalizzazione, promosso e guidato dalla classe in oggetto, ha ricompreso in sé anche l'adozione da parte delle corporation industriali e finanziarie, investitori istituzionali compresi, di paradigmi di riferimento, modelli organizzativi, forme di divisione internazionale della produzione, tipi di organizzazione del lavoro, codici linguistici e comportamentali che sono nella sostanza identici in tutti i paesi del mondo. Ne deriva che il manager il quale venga trasferito da Milano a Shanghai, o da Phoenix a Madrid, quanto ai fondamentali non ha niente da imparare; può mettersi proficuamente al lavoro il giorno dopo. Questo processo di transnazionalizzazione ha contribuito a diffondere tra centinaia di migliaia di manager la consapevolezza di appartenere a un'unica classe sociale.

Non da ultimo vanno ricordate per un verso le ricerche sul campo, che attestano di una unitarietà della classe che travalica le generazioni e i continenti; per un altro, l'alto numero di fondazioni, club, commissioni, istituti, società, consigli, fori, camere di commercio internazionali, che forniscono alle varie frazioni della classe un flusso ininterrotto di analisi, rapporti, occasioni di incontro pubbliche e private. Non si tratta soltanto d'una documentazione messa a disposizione dei dirigenti delle corporation e degli investitori istituzionali che vogliano farne uso. Sono piuttosto specifiche indicazioni di policy, ovvero di politiche economiche e sociali che contribuiscono a unificare l'ideologia della classe di cui trattiamo, a integrare socialmente i suoi componenti, e a coordinarne operativamente i comportamenti.

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Capitolo sesto

Politica, leggi & mercati: come governa la classe transnazionale


La finanziarizzazione del mondo, definibile come la trasmutazione concettuale e pratica di ogni aspetto della vita, ben al di là dell'attività produttiva, in entità da valutare esclusivamente in base a una metrica finanziaria, è stata l'opera somma, il grande muro eretto con il denaro altrui che la classe capitalistica transnazionale ha realizzato tra gli anni Ottanta del XX secolo e il primo decennio del XXI. I crolli verificatisi in esso a partire dall'estate 2007 e divenuti catastrofici nell'autunno-inverno 2008, insieme con la rivelazione che eran dovuti a fondamenta inverosimilmente fragili, non sminuiscono la portata della costruzione. Tantomeno assicurano che la classe in oggetto non sia in condizione di dimostrare nel prossimo futuro che, con poche appropriate riparazioni, il muro potrà presto riprendere la funzione per cui è stato costruito - impedire alla politica di regolare l'economia a fini metaeconomici.

Allo scopo di predisporre, insieme con la costruzione permanente, tanto la difesa quanto la manutenzione del suddetto muro di denaro, la classe transnazionale ha intrapreso da decenni e compie ogni giorno una serie ininterrotta di azioni mirate nel campo della politica, della produzione di leggi e norme relative all'economia, e dei mercati d'ogni genere, a partire da quelli dei prodotti finanziari. Le azioni in campo politico e legislativo sono compiute affinché si sviluppino strutture e dinamiche di mercato favorevoli ai suoi interessi; i mercati per tal via creati vengono utilizzati per accrescere il proprio peso in campo politico e legislativo. Come ognuno sa, essa agisce anche massicciamente nel campo dei media, ma date le circoscritte finalità di questo saggio toccheremo solo brevemente questo punto.

Le leggi le fanno i politici che siedono nei parlamenti nazionali, mentre le normative di rilevanza economica nascono vuoi da accordi internazionali - da Bretton Woods a Basilea 1 e 2, dal GATS (l'Accordo generale Ue su tariffe e servizi) al WTO (l'Organizzazione mondiale per il Commercio) - vuoi da organismi sovranazionali come la Commissione Europea. Il problema per le corporation finanziarie o finanziarizzate e per le entità che esse controllano, quali i fondi di investimento comuni, i fondi speculativi e non pochi fondi pensione, sta nel far sí che le prime come le seconde nascano conformate in modo tale da favorire i loro specifici interessi in questo ambito; ovvero, al peggio, che siano tali da non nuocervi. Gli strumenti utilizzati allo scopo di ottenere che politici nazionali e funzionari delle organizzazioni internazionali emanino leggi e normative cosí ritagliate sono costituiti principalmente dallo sviluppo di massicce forme di lobbying palesi e occulte; dai contributi finanziari pur essi palesi e occulti elargiti a partiti e uomini politici; dall'impiego di potenti uffici legali capaci di predisporre il disegno di fondo delle leggi e delle norme che si vorrebbe far approvare nelle relative sedi.

L'intreccio tra denaro, corporation, banche, politica, uffici legali, pubblicità, mass media, «pensatoi», ciascuno dei quali rappresentato o sostenuto da determinate frazioni e sub-frazioni di classe, è stato efficacemente descritto in un noto libro di Ferdinand Lundberg risalente agli anni Sessanta, dedicato a Ricchi e straricchi (quelli che oggi, per evitare denominazioni cosí rozze, vengono chiamati come detto in precedenza «individui ad alto - o altissimo - valore netto»):

Un tale il cui patrimonio consista per intero nel 5% del capitale azionario di una società con un pacchetto di due miliardi di dollari, non vale personalmente piú di centomila dollari. Ma questo 5% [...] conferisce a quel tale il controllo sicuro dell'azienda e quindi il suo reale potere operativo si può valutare dell'ordine dei due miliardi di dollari. Sul piano politico il nostro uomo può quindi fare la voce grossa, non soltanto per l'enorme contributo che è in grado di assicurare a questa o quella campagna elettorale, ma anche e soprattutto per l'attività svolta dai vari uffici di consulenza legislativa che ogni grossa azienda ha in ogni stato dell'Unione e che influiscono in modo determinante sul potere legislativo della nazione, sia a livello locale che a livello centrale. Si devono poi fare i conti con tutta la pubblicità che l'azienda può distribuire tra i vari mass media come voce di bilancio esente da tasse; bisogna fare i conti con gli intrallazzatori sguinzagliati per ogni dove dal nostro uomo e dalla società da lui controllata; si devono infine fare i conti con le fondazioni culturali e assistenziali opportunamente finanziate e manovrate.

Ecco quindi come un uomo, il cui patrimonio non supera il valore netto di centomila dollari, esercita nel paese un potere occulto, derivante da una ricchezza effettiva moltiplicata a dismisura grazie al fatto che egli controlla, oltre al proprio, anche il patrimonio altrui.


L'autore si riferiva ovviamente alla situazione esistente a metà Novecento negli Usa. Ma sarebbe arduo negare che simili intrecci e processi non si ritrovino anche oggi, con caratteristiche pressoché immutate se non in fatto di complessità e scala di grandezza, nella Unione Europea non meno che in America. Da essi derivano routinariamente le leggi e le normative che assicurano alla classe capitalistica transnazionale, di qua e di là dell'Atlantico, una vigorosa e capillare tutela dei suoi interessi.

Ai nostri giorni, il permanere e anzi lo sviluppo su scala piú vasta dell'intreccio tra politica, leggi e mercati cosí efficacemente descritto da Lundberg può essere illustrato da alcuni casi empirici. Le cause della crisi dell'anno 2008 e - c'è da temere - successivi, sono insite nelle leggi che sono state introdotte allo scopo di attuare la maggior de-regolazione possibile dei movimenti di capitale, compresa la produzione e diffusione in sempre nuovi ambiti di strumenti finanziari sempre piú sofisticati. Codeste leggi hanno favorito, incentivato, premiato il comportamento di decine di migliaia di dirigenti di istituzioni finanziarie, i quali a loro volta si sono adoperati intensamente per applicarle oltre che, è dato supporre, per sfruttarne ogni remota piega; sino al punto di commettere, in numerosi casi, clamorose irregolarità quando non vere e proprie frodi. La bancarotta per 50 miliardi di dollari dei fondi di investimento di Bernard Madoff, ex presidente della borsa tecnologica Nasdaq, che secondo gli accusatori federali i quali lo hanno arrestato a dicembre 2008 è stata causata da suoi intenti consapevolmente illeciti, difficilmente avrebbe potuto verificarsi in presenza di un tessuto legislativo meno condiscendente verso il genere di attività finanziarie che codesti fondi praticavano pubblicamente da almeno un decennio.

Si può obbiettare che ad aver innescato la crisi sono in primo luogo leggi Usa, ben diverse dalle nostre, per cui poco ci insegnano. Tuttavia, visto che perfino il presidente Bush ha ammesso, poco prima di lasciare la carica, che la crisi della finanza globale è partita dagli Stati Uniti, per investire tra gli altri anche l'Italia, su di esse sarà pure per noi istruttivo soffermarsi. Non foss'altro per allontanare la tentazione di continuare a imitarle. In Usa il cammino verso la crisi odierna è stato tracciato dalle concessioni in tema di normative de-regolatrici esemplarmente fatte, oltre un decennio fa, a una singola società, la Enron, e da due principali leggi. Sia nella fase di elaborazione che nell'approvazione delle une e delle altre da parte del governo e del Congresso degli Stati Uniti, l'influenza su politici e parlamentari dei capitalisti in proprio, di quelli da loro nominati per dirigere le corporation, e dei capitalisti per procura, è stata determinante.

Sul caso Enron, gigante dei servizi energetici fallito scandalosamente nel dicembre 2001, sono stati scritti migliaia di saggi da parte di giuristi, docenti di scienze manageriali ed economisti. Della Enron colpirono allora la imprevedibilità e subitaneità del crollo, visto che poche settimane prima del fallimento era ancora considerata un'impresa estremamente redditizia; poi le dimensioni delle perdite, oltre 10 miliardi di dollari, senza considerare l'azzeramento della capitalizzazione in borsa e del fondo pensionistico dei dipendenti; infine la scoperta della disonestà dei suoi massimi dirigenti, a cominciare dal Ceo Kenneth Lay, in carica al momento del crollo, e Jeffrey Skilling, ch'era stato sua volta Ceo e poi Coo, ossia Chief Operating Officer. Ambedue sono stati riconosciuti colpevoli, in complesso, di 29 reati penali e condannati nel maggio 2006 a pesanti pene detentive.

A mano a mano che il caso veniva indagato, al di là dei reati commessi dai vertici del management vennero in luce le cause propriamente strutturali del crollo. In tal modo la Enron è diventata, sul piano internazionale, il riferimento d'obbligo per comprendere il nesso tra l'influenza delle grandi imprese sulla politica, la confezione di leggi che ne favoriscono le attività finanziariamente piú spregiudicate, e la estrema vulnerabilità delle strutture societarie e organizzative che esse creano per poter perseguire tali attività nei cinque continenti (anche se la Enron, per l'esattezza, operava soltanto in quattro).

Le fortune della Enron ebbero inizio nel 1992. Su richiesta di quest'ultima, la economista Wendy Gramm, presidente della Commissione per il commercio dei contratti a termine (leggasi futures) sulle merci, un organismo federale, faceva esentare i derivati (di cui i futures sono una specie) attinenti all'energia dalla sorveglianza della Commissione stessa. In tal modo la Enron aveva via libera per moltiplicare l'emissione di tali tipi di contratto. Sebbene fosse notoriamente abile e potente, non fu la Gramm da sola a far passare tale normativa, che sarebbe poi stata estesa e generalizzata nel corso del decennio. Allo scopo di promuovere tra i membri del governo e del Congresso la de-regolazione del commercio dei contratti a termine, la società in parola spese in quel periodo 3,5 milioni di dollari per attività di lobbying, distribuiti tra repubblicani e democratici. Grazie alla suddetta esenzione e al suo successivo allargamento, la Enron era pervenuta a offrire al pubblico, verso la fine del decennio, oltre 3000 tipi di contratti a termine o futures, insieme con altri tipi di derivati. Quasi nessuno di essi, va sottolineato, aveva a che fare con l'energia. I «sottostanti», ossia l'entità di riferimento sul cui andamento futuro i contraenti fanno scommesse di segno opposto, andavano dalla capacità delle fibre ottiche ai bollettini meteorologici. Il valore di tali contratti derivati è evaporato, insieme con quello delle azioni e delle obbligazioni di tutta la società, nonché con il fondo pensione dei suoi dipendenti - investito per la massima parte, per disposizione della direzione, in azioni della medesima - nel momento in cui la Enron fallisce a fine 2001.

La professoressa Gramm era stata posta a capo della commissione sui futures dal presidente Reagan nel 1988. Il «New York Times» ebbe a definirla, qualche anno dopo, «uno dei piú vigorosi de-regolatori del governo Reagan». Sei giorni dopo aver concesso alla Enron la suaccennata esenzione, Wendy Gramm si dimise. Cinque settimane piú tardi, nel marzo 1993, la professoressa Gramm venne nominata membro del Consiglio di Direzione di una grande società: la Enron. Tra il 1993 e il 2001 Wendy Gramm ricevette a vario titolo da questa società, si stima, tra 1 e 2 milioni di dollari. Il caso vuole che negli stessi anni la Enron fosse la maggior fonte di contributi a fini elettorali di Phil Gramm, marito di Wendy, il quale ambiva a un seggio senatoriale. Una volta divenuto senatore, Phil Gramm fece passare al Congresso, nel dicembre 2000, una leggina che provvedeva alla de-regolazione anche delle aste per l'energia. Grazie a essa i redditi della Enron derivanti dal solo commercio energetico si moltiplicarono per quattro in un solo anno, passando da 12 miliardi di dollari nel primo trimestre 2000 a oltre 48 miliardi nello stesso trimestre del 2001 - meno di nove mesi prima del crollo.

Wendy Gramm non era il solo accademico a far parte dei massimi organi della Enron. C'era anche, nel ruolo di membro del Comitato consultivo, Paul Krugman, un economista che a fine 2008 sarebbe stato indicato a ragione come uno dei pochi studiosi ad aver previsto la crisi finanziaria e ad aver segnalato criticamente i malfermi fondamenti della finanza globale. Nel 1999 la pensava, sembrerebbe, in modo diverso. In un articolo pubblicato su «Fortune» nel maggio 1999, Krugman apprezzava la dinamicità innovativa della Enron, prototipo dell'impresa trasformata in mero nesso di contratti, totalmente finanziarizzata. Il tratto veramente innovativo, sottolineava l'autore, era che essa in realtà non produceva niente. Comprava e vendeva gas sia ai pozzi di estrazione che ai punti di destinazione; prendeva in affitto oleodotti e linee di trasmissione elettriche da altre società e li affittava a terzi: comprava e rivendeva elettricità. In generale, agiva piú da intermediaria e creatrice di mercati che non come una corporation tradizionale. Concludeva al proposito Krugman:

la stessa differenza che c'è tra la banca di vostro padre, che prendeva soldi dai soliti depositanti e li prestava ai soliti clienti, e Goldman Sachs.

Quando si dice la capacità anticipatrice. Infatti è stata proprio tale differenza a cancellare nel 2008 dal gotha delle banche d'investimento americane - che vuol dire del mondo - quattro banche di investimento (Bear Stearns, Merrill Lynch, Lehman Brothers, Morgan Stanley) su cinque, mentre si è salvata proprio Goldman Sachs.

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Nel caso uno voglia individuare degli strumenti idonei a riformare il sistema finanziario entro il quale gli investitori istituzionali operano, perché soltanto per questa via si può ipotizzare di orientarne piú produttivamente le politiche d'investimento, è quindi costretto a rivolgersi ad altre fonti. Ad esempio, alle proposte della Fondazione già citata per una nuova scienza economica (sigla Nef). La maggior parte dei suoi «primi venti passi» suggeriti dalla nuova scienza economica (economics) per ricostruire un'economia (economy) migliore, pubblicati nell'ottobre 2008, sono singolarmente realistici quanto innovativi: il che porta a dubitare che un qualsiasi governo dei G20 (né, temo, alcun partito d'opposizione) vi riserbi la minima attenzione. A onta di questa prospettiva sfavorevole, vediamone alcuni.

Se è vero che troppe banche, attraverso successive ondate di consolidamento, sono diventate troppo grandi per fallire, si dovrebbero trarne le conseguenze. La piú ovvia di esse dice che, qualora si vogliano realmente contenere i rischi di collassi sistemici, bisognerebbe farle ridiventare piú piccole, a costo di sciogliere i patti pregressi di fusione e acquisizione. Le mega-banche fanno mega-errori che ci coinvolgono tutti. In luogo di istituzioni TGPF, abbiamo bisogno di istituzioni abbastanza piccole da poter fallire senza creare problemi ai depositanti, che lo Stato deve comunque garantire. Inoltre le diverse tipologie di attività finanziarie che fanno capo alle banche e ad altre istituzioni dovrebbero venir nuovamente separate, una situazione in essere fino agli anni Novanta del secolo scorso che fu cancellata in nome della liberalizzazione dei movimenti di capitale.

A ciò servirebbe riprendere le disposizioni base d'una legge quale la Glass-Steagall del 1933, rimodellata per tener conto dei mutamenti intervenuti nell'economia mondiale, che vanno dal ruolo dei paesi emergenti all'impiego estensivo dell'informatica in ogni genere di transazioni. In forza di disposizioni analoghe a quelle pre-1990, le istituzioni finanziarie dovrebbero nuovamente specializzarsi nelle funzioni che sanno svolgere meglio, anziché moltiplicare entro la propria struttura organizzativa le divisioni che inseguono ogni sorta di attività speculativa, dal mercato delle imprese a quello delle divise, dagli hedge funds alla creazione e commercio di titoli e derivati, semplici o complessi che siano.

Un altro passo, dei venti prospettati dalla Nef, dovrebbe consistere nell'obbligare le banche a includere nel loro bilancio tutti gli strumenti finanziari che hanno emesso o creato e sono da loro gestiti; una clausola categorica che dovrebbe proibire la possibilità di eluderla perché le circostanze non convengono, come viene adombrato invece dalla Dichiarazione del G20. Infine un mezzo per ridurre la propagazione di incidenti sistemici andrebbe ricercato nella creazione e potenziamento di sistemi di banche locali. Lo scopo ultimo che questo insieme organico di proposte dichiara di perseguire è quello di ridurre il peso spropositato che il sistema finanziario ha acquisito sul resto dell'economia, riconducendolo alla sua condizione originaria di mezzo a fine.

Sottolineato l'interesse generale che presentano per una riforma complessiva del sistema finanziario, va notato che diversi di questi Primi venti passi potrebbero venir applicati specificamente agli investitori istituzionali e alle loro politiche. In tema di previdenza, ad esempio, a fronte della crisi dei fondi privati connessa all'eccessivo peso delle azioni in portafoglio (che raggiungono il 70% nel Regno Unito), la Nef propone di costituire dei fondi di genere interamente nuovo, rivolti in specie ad assicurare un'adeguata pensione integrativa. Essi sarebbero impegnati per statuto a investire in progetti infrastrutturali quali scuole e università; ospedali e sanità in genere; sistemi di trasporto urbani; case popolari; sistemi energetici sostenibili. Veicoli di investimento e risparmio sicuro potrebbero essere rappresentati da diversi tipi di obbligazioni locali, create allo scopo di contribuire alla transizione verso un'economia meno dipendente dal petrolio e dal carbone: un prodotto finanziario che potrebbe interessare i fondi comuni.

Considerati gli astronomici investimenti decisi durante il solo 2008 dai governi occidentali per stabilizzare il sistema bancario, giustificati affermando che il costo del non far nulla sarebbe stato ben maggiore, si potrebbe applicare - è un altro passo suggerito dal documento Nef - la medesima logica ai servizi pubblici, quando si stima che il costo sociale della loro mancata o carente erogazione sia assai superiore al costo di provvederli. A fronte di quanto sta accadendo, l'obiezione che il costo sociale non è calcolabile in termini economici, per cui non può essere preso a paragone di alcun tipo di investimento, non regge.

Banche i cui bilanci sei mesi fa sembravano in piena salute ai regolatori e alle agenzie di valutazione sono arrivate sull'orlo della bancarotta, o l'hanno superato. Certi «attivi» han perduto ogni valore. [...] Occorre adottare una metodologia che sappia comparare il valore creato da un dato investimento in termini sociali, ambientali e finanziari.

Infine appare attagliarsi particolarmente bene agli investitori istituzionali il passo n. 15 del documento Nef. Occorre scoraggiare, esso dice, la movimentazione di attivi cartacei a breve termine e a fini speculativi, per incoraggiare invece l'investimento sostenibile a lungo termine.

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