Copertina
Autore Gianluigi Gasparri
Titolo Strafalciopoli
SottotitoloDove la cronaca si fa comica
EdizioneLa Lepre, Roma, 2012, Il giullare , pag. 168, cop.fle., dim. 13,5x21x1,4 cm , Isbn 978-88-96052-60-0
LettoreElisabetta Cavalli, 2012
Classe media , umorismo
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Indice


  7  Le donne scopano meglio
  9  Un dobermann razzista
 17  Anche gli elicotteri muoiono
 25  Tutti dovremmo imitare i vermi
 31  Arriva la regina e i membri si alzano
 37  L'eruzione di Ercolino e Pompino
 47  Lirica, Endimione canta col cannocchiale
 53  La doppietta innamorata
 61  Tre anni di carcere all'anziano petofilo
 67  Le foglie del carciofo si chiamano blatte
 75  Versa in gravi condizioni il conducente morto
 83  Cercasi impiegata con meno di due anni d'età
 91  Uccisa a coltellate da un cavallo
 99  I fan pendevano dalle orecchie di Albertazzi
105  Botte da orbi fra due sordomuti
111  Il coltello impazzito lo ha inseguito per cento metri
117  Il connubio che si mangia i bambini
123  Imbracciato un fucile, si è sparato alle spalle
129  La salma lavorava nell'impresa di sua madre
135  Spara senza attendere che si alzi l'uccello
143  Intera aula scolastica afflitta dai ricchioni
151  Il sindaco ha un'età molto signorile
157  Sesso al cimitero, i morti si voltano dall'altra parte


 

 

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Pagina 7

Le donne scopano meglio



«Le donne scopano meglio degli uomini, lo fanno con grande pignoleria e lasciano tutto perfettamente pulito, lustro come se ci avessero passato la cera sopra». Letteratura pornografica? Chat erotica di terz'ordine? No, cronaca d'una gazzetta locale che racconta la prova pratica per decidere l'assunzione di tre donne-netturbino.

Sono un cronista di provincia che ha sempre lavorato in piccole redazioni locali. I cronisti di provincia, per chi non lo sapesse, costituiscono una curiosa sottospecie professionale che i cronisti delle redazioni centrali chiamano merda. I progenitori dei cronisti di provincia erano corrispondenti di paese pagati un tot a riga e perciò capaci di sbrodolare tre cartelle fitte fitte su cose di nessuna importanza tipo una festa patronale, un tizio caduto dalla bici, il primo nato nella notte di capodanno. Poi con l'incremento dei mass media (dei mass media, mica dei lettori) alcuni di quei corrispondenti sono diventati cronisti portandosi appresso i pregi e qualcuno di loro soprattutto i difetti di quella particolare categoria.

Di tanto in tanto qualche cronista di provincia diventa direttore e allora va in giro a vantarsene dicendo che la provincia è un grande serbatoio di professionalità e di cultura. I suoi colleghi sanno perfettamente che lui pensa davvero alla provincia come a un grande serbatoio. Però di merda.

Oggi una redazione locale è una specie d'inferno abitato da pochi cronisti stressati, affaticati, affumicati di Marlboro fumate di nascosto, frustrati, che si odiano cordialmente e spesso scrivono come capita perché hanno sempre fretta, fretta di procurarsi le notizie, fretta di prepararle, fretta di rispettare i tempi della tipografia. E scrivendo come capita, ogni tanto a qualcuno capita di scrivere cose di un'irresistibile comicità involontaria.

Per esempio un giorno il cronista mandato a scrivere un pezzo su un convegno tornò ridendo a crepapancia perché il presidente degli artigiani aveva salutato gli ospiti e poi, introducendo il relatore che gli stava alle spalle, aveva detto: «Adesso lascio la parola al mio didietro». Il cronista si torceva dalle gran risate ma qualche ora più tardi, senza nemmeno l'ombra di un sorriso, lui stesso scriveva il pezzo su un povero diavolo ammazzato premendogli sulla gola un grosso portacenere: «Fumatore di pipa strangolato per vendetta da un posacenere». Già che ci si trovava, su un'altra pagina e su un altro argomento titolava così: «Cocaina, arrestato un ristorante».

In genere il cronista di provincia ritaglia gli strafalcioni dei suoi colleghi, li colleziona e pensa di ricavarne prima o poi un libro. Ma alla fine li butta via, sapendo che da qualche parte c'è un altro cronista che colleziona gli strafalcioni suoi e che lo aspetta al varco. Anch'io per anni ho raccolto a caso e poi buttato via montagne di ritagli sperando che anche gli altri abbiano fatto la stessa cosa con quelli che riguardavano me. Tuttavia bagatelle tipo Io speriamo che me la cavo e Anche le formiche nel loro piccolo s'incazzano hanno avuto una tale fortuna, che pure a me piacerebbe cavarmela nel mio piccolo grazie alle cazzatine mie e di quelli come me.

Così ci provo. Sperando che, alla fin della lettura, non vi venga voglia di spararvi per la depressione. E soprattutto non vi venga la voglia di sparare a me.

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Pagina 9

Un dobermann razzista



C'erano una volta i giornali scritti in perfetto italiano e se mettevi una virgola fuori posto il direttore ti sparava un gelido appunto: «La matematica non è un'opinione. La grammatica men che meno». All'epoca i giornali facevano scuola, nel senso che venivano consultati in classe come testimoni e protagonisti dell'inarrestabile evoluzione linguistica.

Poi è arrivata la tv con la sua corte dei miracoli, i talk show, i reality show, i conduttori approssimativi, i politici e chiunque non avesse niente da dire ma voleva assolutamente dirlo a modo suo. Risultato attuale: una massificazione linguistica verso livelli così deprimenti che i direttori dei giornali d'una volta, dopo aver sparato tutte le loro gelide cartucce, per disperazione si sarebbero sparati alla tempia un editoriale stampato in gigantesco corpo 72 magnum.

Forse temendo d'essere considerati vecchi bacucchi incollati alle regole dell'Accademia della Crusca, in alcuni giornali si diffonde questa buona novella: «Non è necessario che un giornalista sappia scrivere». Dopo un po', il concetto fa un salto di qualità evolvendosi a «un giornalista che sa scrivere non serve» perché, temendo che il contagio della buona scrittura possa ancora infettare qualcuno, il fine scrittore viene messo a fare il passacarte. Paradossale? No, very reality show. Del resto, talvolta la stessa cosa succedeva anche in tempi non sospetti, Stefano Benni e altri ne sanno qualcosa.

Visto che qualcosa bisognerà pur dare al lettore (oltre alle promozioni di libri, cd, dvd, corsi d'inglese, week-end a cinque stelle, appartamenti multiproprietà, acqua santa di Lourdes, elefanti impagliati) queste aziende si concentrano sulla grafica, cambiano ogni due mesi formato e impostazione in un tripudio di immense foto a colori e gaie raffinatezze tipografiche, così se per caso metti in pagina un filetto grigio anziché nero il direttore ti spara un gelido appunto: «Caro collega, ti prego di motivare per scritto la tua scelta».

Però se qualcuno scrive «Bisogna smettere di piangersi addosso e di rigirare il coltello nella piattola» nessuno gli spara.

Insomma, le parole scritte sono considerate tante cacatine di mosca da inserire fra una fotografia e una tabella, fra un incorniciato e un richiamo. Il direttore pretende un «giornale sorridente che dia del tu al lettore», osserva con orgoglio la sua rotativa sfornare migliaia di copie e poi sguinzaglia in missione gli ispettori per tastare il gradimento della nuova impostazione. L'ispettore va, si apposta accanto alle edicole, osserva, annota, scatta foto digitali, poi si chiude in albergo e stende una relazione che renderà felice il direttore e gli altri pezzi grossi: «Il gradimento è altissimo, i lettori aprono il giornale, sfogliano le pagine e sorridono». Ma l'ispettore mente sapendo di mentire. Infatti i lettori non sorridono. Digrignano i denti.

Gli effetti del teorema, secondo cui il giornalista deve saper fare tutto fuorché scrivere, saltano all'occhio con l'entusiasmo d'un misirizzi che salta fuori dalla sua scatoletta.

Come il buongiorno si vede dal mattino, così il buon giornale si vede dai titoli. Si dice che un bel titolo vale più di un bell'articolo, infatti nelle grandi redazioni esistono giornalisti che si occupano dei titoli e basta.

Nelle piccole redazioni invece il cronista deve prima procurarsi una ventina di notizie, poi (forse) controllarle, poi scriverle fra una telefonata e l'altra, poi correggerle, solo alla fine può mettere mano ai titoli. Ma a quel punto è talmente rintronato e ossessionato dalla fretta, che dal suo computer escono i testi più assurdi, malcombinati per errori di battuta, per necessità di sintesi, per arruffamento linguistico, per puro umorismo inconscio. Eccone qui un delicato florilegio.

Ai confini fra Marche e Abruzzo svetta una montagna che si chiama Monte Piselli; è una discreta stazione sciistica invernale, motivo per cui già a fine autunno il cronista la tiene d'occhio. E quando finalmente la neve è arrivata, il giornale Pubblica: «Prima neve sul Pisello». Povero pisello, con tutto quel freddo chissà quanto sarà rattrappito. E infatti il giorno seguente si svolge in zona una «Mostra patronale del toso piccolo».

A Tolentino un'azienda che produce cerini sta per chiudere, un possibile acquirente si tira indietro all'ultimo momento e il cronista esce con un titolo desolato: «Fabbrica di fiammiferi, l'interesse si è spento».

Sul finire dell'estate Rimini cerca di sfruttare al meglio gli ultimi spiccioli della stagione con iniziative d'ogni genere. Fra le tante, il redattore segnala l'iniziativa dei disc-jockey che vogliono attirare i clienti nelle discoteche con un'offerta assolutamente irresistibile: «Tre serate al prezzo di quattro».

In quello stesso periodo a San Benedetto del Tronto, centro balneare di caratura internazionale, l'azienda turistica e la giunta municipale si interrogano su una questione fondamentale: «Soccorso in spiaggia, cosa fare coi depliant». Coi depliant probabilmente nulla, magari si potrebbe provare con qualche salvagente.

Nemmeno i cronisti che si occupano di giudiziaria se la passano bene, come dimostrano questi tre titoli esemplari nel loro genere. Il primo sintetizza le difficoltà in cui versa l'apparato giudiziario: «Undicimila cause pendenti, il tribunale resta senza forze». E ti credo, lavorare stanca.

Il secondo titolo si riferisce alla sentenza d'un processo per violenza carnale di gruppo ed è meraviglioso nel suo candore assoluto: «Stupro, pene per cinquanta anni». Cinquant'anni di pene? Eh, troppa grazia sant'Antonio.

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Pagina 25

Tutti dovremmo imitare i vermi



Nonostante i suoi terrificanti litigi con la sintassi, il cronista di Strafalciopoli gode d'una certa reputazione, conosce tutti, sa molte cose della città, gli amici gli dicono: «Complimenti per quell'articolo»; oppure: «Sei una penna» e lui ci crede.

Il lettore medio dispone di quattro opzioni: a) ha letto il tuo articolo e gli è piaciuto; b) ha letto il tuo articolo e non gli è piaciuto, però non te lo dice; c) non ha letto l'articolo però qualcuno gliel'ha raccontato; d) non lo ha letto, non se l'è fatto raccontare, però si congratula lo stesso. Comunque un complimento fa sempre piacere e anche il più stralunato dei cronisti ha la sua corte di estimatori veri o fasulli, può persino capitare che i suoi sgangherati articoli vengano presi sul serio dagli amministratori locali, addirittura può succedere che se ne discuta in consiglio comunale. Lui va orgoglioso di questi piccoli grandi successi per cui una comica saccenteria traspare spesso dai suoi servizi.

Un cronista impegnato sui temi ambientali prende di petto gli smottamenti di terreno che affliggono un comunello abruzzese. Scrive: «La scarpata pericolante rappresenta il verificarsi di un pericolo per i pedoni. Il Comune non spiega il perché dell'ignavia del dolce far niente, il perché della cacalessi di fronte ai bisogni impellenti della popolazione». Cacalessi di fronte ai bisogni impellenti. Che il Comune se la sia fatta addosso?

Fierissimo della sua cacalessi, il redattore passa a occuparsi del caso d'un ingegnoso imprenditore che vorrebbe impiantare un allevamento di lombrichi per produrre terra fertilizzata da giardino. Ma questo allevamento dovrebbe sorgere in mezzo a pregiatissimi vigneti di Rosso Piceno Superiore, per cui le proteste si sprecano. Giustamente il cronista si schiera dalla parte dei vermi: «Sono animali da prendere a esempio, perché riciclano la natura morta e la trasformano in vita. Tutti dovremmo imitarli». Benone, allora comincia tu a imitarli, mangiali!

Un suo collega si avventa eroicamente contro l'eroina: «La prova che la ricettazione sia una costumanza fra í giovani, senza che il rischio d'incorrere in un reato non venga neppure preso in esame di fronte alla tentazione che costringe l'assuntore di droga disoccupato a gesti disperati, pur di trovare una calma artificiale». Anch'io dopo aver letto vorrei trovare una calma artificiale. Prego dottore, mi dia un chilo di valium.

Possibile che i reporter di Strafalciopoli siano così, diciamo, particolari? Anche peggio: «Cronisti locali scrive un'edizione maceratese senza arte ma con parte bene assegnata, inutilmente tiratardi, arruffoni e un po' plantigradi». Forse il reporter voleva definirli piedi piatti. Meglio i piedi piatti o la testa piatta? Al lettore l'ardua sentenza.

Un giorno che non sa cosa mettere in pagina, il cronista decide di affrontare un tema serio: nascono pochi bambini, ma vanno incoraggiate le giovani coppie a procreare in questa società dominata da una tv cattiva maestra di vita?

Lui ci si lancia a capofitto: «La soluzione potrebbe essere quella di buttare dalla finestra la tv con annessi e connessi. E comunque, poiché le nuove generazioni sono teledipendenti e dunque estremamente influenzabili, meglio essere molto prudenti nella scelta di procreare perché non si sa mai quel che ci si mette in casa». Un'altra soluzione ci sarebbe. Buttiamo dalla finestra il televisore e facciamo un figlio, stiamo a vedere come cresce, se poi viene su male buttiamo dalla finestra pure lui.

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Pagina 31

Arriva la regina e i membri si alzano



Menabò, una parola antica e buffa che deriva da "menare il bove", nel senso di condurre il bue dove il contadino vuole. Il termine sta a indicare il progetto della singola pagina di giornale, una sorta di mappa grafica su cui bisogna collocare pezzi, titoli, fotografie. Un tempo il menabò si disegnava a mano e i testi venivano battuti in tipografia sulla linotype, oggi è computerizzato e accoglie automaticamente tanto i titoli quanto gli articoli senza interventi del tipografo o del correttore di bozze. carino da vedere perché tutto colorato come in un flipper: se i pezzi o i titoli sono troppo lunghi (in questo caso l'articolo o il titolo si colorano di rosso) bisogna tagliarli, se i pezzi sono troppo corti (in questo caso si colorano di giallo) bisogna allungarli fino alla misura esatta prevista (e in questo caso si colorano d'un bel verde liberatorio).

A volte capita che il cronista frettoloso inserisca nel menabò un pezzo troppo corto e lo allunghi con parole messe lì a casaccio ripromettendosi di aggiustarlo più tardi. Ma più tardi se ne dimentica e il computer (al quale interessano solo le misure e non si scandalizza se le parole sono corrette oppure no) spedisce il menabò in tipografia.

Il giorno seguente, aprendo il giornale il lettore trova cose di questo genere: c'è la fotografia dell'onorevole Giulio Conti, ex sottosegretario alla Sanità, ripreso durante una riunione elettorale, la didascalia dice: «Ghasd hgashdg hjga asdasdj ast yuasyutsayt uytasd», giusto, bravo, ben detto.

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Pagina 123

Imbracciato un fucile, si è sparato alle spalle



Per alcuni anni ho avuto il privilegio di lavorare con il re di Strafalciopoli immortalato in questo libercolo. Cronista tranquillo, imperturbabile, passa la mattina e parte del pomeriggio a cercare notizie, purtroppo le trova e di conseguenza purtroppo le scrive.

A tarda sera, esausto per aver eroicamente quanto inutilmente tentato di scovare, schivare e correggere tutti i suoi fantastici nonsense, lo guardo mentre telefona in cerca dell'ultimo scoop. Lo invidio, penso che deve essere bellissimo avere una testa senza pensieri o forse pensieri senza una testa, immagino il suo cervello come un immenso salone vuoto, senza un mobile, senza uno spillo, senza un dubbio, senza niente, mi pare di vederlo aggirarsi tutto solo in quel vuoto, eppure nient'affatto dispiaciuto e men che meno preoccupato, seraficamente lieto (chissà come, anzi chissà per quale oscuro disegno del destino) d'essere diventato cronista.

Una cosa non quadra; non capisco come possano uscire da quel deserto dei tartari, svarioni e nonsense infinitamente più belli e divertenti di qualunque altra notizia, tanto che se avessi un briciolo di intelligenza farei molto meglio a pubblicare i suoi capolavori anziché distruggerli e distruggermi in uno stupido lavoro di editing.

Solo ora, diversi anni più tardi, comprendo quanto vero sia il paradosso degli estremi che si toccano: amore e odio, coraggio e paura, piacere e dolore ecc. Quell'uomo, che giudicavo pieno di vuoto, in realtà è un genio incompreso (e, per la verità, qualche volta incomprensibile), il suo cervello non è un salone adorno di niente, il suo cervello è un meraviglioso groviglio di pensieri, un rovo di idee bislacche, un intrico di sinapsi, un dedalo indecifrabile dentro cui nemmeno lui riesce a raccapezzarsi. Eppure ci vive felice, batte sul computer il primo pensiero che gli si para davanti e lo rifila al collega di turno sperando che non lo legga e lo pubblichi pari pari nella sua grandiosa, serafica assurdità. Cosa che succede troppe, o forse troppe poche, volte.

Comunque, sui gradini che conducono al trono di Strafalciopoli siedono in pompa magna altri reporter che si danno un gran da fare per non sfigurare al suo cospetto.

Uno di questi, decano dei cronisti, racconta telegraficamente la vita di una ragazzona picena assurta agli onori della ribalta canora di Sanremo. Con sapienti pennellate descrive la sua bellezza, la sua simpatia, la sua voce scura da stella del jazz e infine la sua congenita passione per il canto: «Lara aveva tre anni e già emetteva i primi vagiti». Il cronista ha ottant'anni e ancora emette le ultime cavolate.

Poi un'adolescente carinissima partecipa a un concorso su internet per la più bella modella on-line, un altro cronista specializzato in moda e spettacoli si accorge della cosa e giustamente ne scrive sul suo giornale: «Lei risulta attualmente prima in classifica, ora punta a confermare i consensi ottenuti grazie ai suoi lineamenti sensuali e a un'altezza vertiginosa che supera i 175 centimetri». Miracolosamente scampato alle perigliose vertigini di quel balzo da 1 metro e 75 centimetri, il cronista entra nei dettagli: «Strepitose sono le sue misure di 85-90-60 centimetri». In effetti le misure canoniche della bellezza femminile sono tre e codificate in una sequenza immutabile: la misura del seno, la misura della vita, la misura dei fianchi. Dunque, secondo il cronista la deliziosa adolescente avrebbe 85 di seno, 90 di vita, 60 di fianchi. Più che una modella, una pera messa a testa in giù.

Naturalmente, queste bellissime ragazze marchigiane che ambiscono a diventare regine dello spettacolo lavorano sodo: frequentano corsi di dizione, ballano, cantano, suonano, fanno stretching, fanno equitazione. Un pomeriggio d'estate in un club ippico, una di loro cade da cavallo e batte pesantemente il bacino sull'erba. Saputa la cosa, un terzo cronista lancia il suo scoop: «Vedendola precipitare in così malo modo, le sue amiche hanno temuto che potesse diventare eunuca». Grazie al cielo, nonostante la caduta la stellina non è diventata eunuca. Il cronista non è mai stato buttato giù da cavallo, però sarebbe bello se almeno una volta il suo caporedattore lo avesse eunucato buttandolo giù dalla scrivania.

Alla sterminata collezione di nonsense appartengono chicche rare, anzi preziose, di questo tipo: «La paura gli ha fatto accappottare la pelle»; oppure «senza spaventarsi per la mole di lavoro, si è rimboccato le mani»; e poi «ha ricoperto per due mesi le sanzioni di direttore»; e ancora «il monastero è arricchito da un chiosco del milleduecento»; nonché «il semaforo era intasato da auto impazienti»; e quindi «siamo felici perché più si è compatti nella lotta alla solidarietà e più si ottengono risultati validi», ma sì, abbasso la solidarietà. E anche «non si può tirare troppo una corda che pende verso tutte le contraddizioni»; nonché «il satanismo è una malattia che colpisce chi maneggia il piombo» malattia che invece si chiama saturnismo ma che, tutto sommato, sempre in «ismo» finisce. E poi «il problema sommerso dell'incontinenza urinaria femminile»; «la facoltà di architettura incrocia le dita» o «la pranoterapia è a cavallo tra la scienza e qualcosa che ci è ancora ignoto». E infine «si dà notizia che l'Ufficio elettorale ha disposto l'affissione dei candidati» cosa, quest'ultima, che anziché una notizia sembrerebbe una bellissima idea.

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Pagina 129

La salma lavorava nell'impresa di sua madre



Durante una notte passata in bianco aspettando i risultati elettorali, la tv trasmette in sequenza Il pianeta delle scimmie, Bonzo la scimmia sapiente e la replica d'una puntata di Piero Angela sulle affinità fra l'uomo, gli scimpanzé e le scimmie bonobo. Questi ultimi somigliano terribilmente agli umani perché fanno l'amore nella posizione del missionario e soprattutto lo fanno in qualunque momento e con qualunque cosa pelosa capiti a portata del loro pisello.

Angela dice cose risapute, ma sempre interessanti: le scimmie hanno il 99% del DNA identico a quello dell'homo sapiens. Poi si diletta con il paradosso statistico che da oltre un secolo imperversa sugli scimmiotti: se uno scimpanzé pestasse a casaccio i tasti d'una macchina per scrivere, entro diecimila milioni di anni potrebbe azzeccare senza troppi errori una terzina della Divina Commedia.

Io sono ancora rintronato, perché da poco ho finito di correggere due articoli scritti dal mio cronista preferito, uno comincia così: «Auto impazzita, muore a ventisei anni dopo essere sfuggita al controllo della mamma»; l'altro racconta le mirabolanti disavventure d'un sorcio infiltratosi in un palazzo finché «a fatica il topo è riuscito a essere scacciato dai condomini».

Mi viene in mente un pensiero sconsolato: se in diecimila milioni di anni, pestando a casaccio i tasti della macchina per scrivere, uno scimpanzé riuscirebbe una sola volta a comporre una terzina della Divina Commedia, come diavolo fa questo qui pestando casualmente sui tasti a comporre tutti i giorni le sue mirabili cazzate?

E improvviso ecco insinuarsi, subdolo e maligno, un altro pensiero paradossale: si dà per certo che il novantanove per cento del DNA degli scimpanzé sia identico a quello dell'homo sapiens, e se invece fosse il novantanove per cento del mio amico cronista a essere identico a quello delle scimmie? Cerco di allontanare il pensieraccio, ma quello seguita a gironzolarmi nella testa. Sperando che serva a distrarmi, pesco a casaccio un foglio nella cartella del suo materiale in giacenza: «Domani, in Comune, cerimonia commemorativa dell'assessore XY che ha compiuto tre anni dalla sua morte». Novantanove per cento del DNA identico a quello degli scimpanzé? Niente affatto: cento per cento.

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