Copertina
Autore Ge Fei
Titolo Il nemico
EdizioneNeri Pozza, Vicenza, 2001, Le tavole d'oro , pag. 256, dim. 140x215x24 mm , Isbn 978-88-7305-792-5
OriginaleDiren
TraduttoreNicoletta Pesaro
LettoreAngela Razzini, 2001
Classe narrativa cinese
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Pagina 5

Prologo



Il rogo era scoppiato alcuni decenni prima, durante le feste di Qingming. Tutti i vecchi del villaggio se lo ricordavano. Quel giorno, al calare del buio, la gente era indaffarata a bruciare incenso e a offrire sacrifici agli antenati. La riva del fiume e il boschetto in lontananza erano punteggiati dappertutto di fiammelle. Il vecchio monaco che, come di consueto, veniva lungo il fiume a prendere acqua, vide una fiamma altissima balzare sopra la massa scura di tegole di un tetto del villaggio e, rivolgendosi a una donna che stava lavando dei vestiti sul molo, disse: «Guarda, chi è che sta bruciando soldi?. Che fiamme gigantesche!» La donna non alzò neppure il capo: «E chi può essere, se non Zhao Boheng?» Un gelido filo di vento giunse fluttuando a pelo d'acqua, misto a una zaffata di zolfo bruciacchiato. Come ricordando qualcosa all'improvviso, la donna si asciugò le mani sulla gonna e drizzandosi guardò verso il villaggio: «Monaco, ma guarda quel fuoco...»

La figura vacillante di un uomo uscì di corsa dal viottolo buio all'ingresso del villaggio, si precipitò verso il fiume urlando come un pazzo e battendo su un bacile di rame; alle sue spalle, in direzione nord-ovest, metà del cielo era arrossata dai bagliori del fuoco in uno scenario da tramonto. Un denso fumo rosso-violaceo si levava rapido nel vento del nord che soffiava verso oriente e, di tanto in tanto, il rumore di uno o due scoppi innescati dalla polvere da sparo si confondeva con il suono raccapricciante dei colpi inferti al bacile di rame. C'era odore di zolfo dappertutto. Gli alti olmi e le frotte di persone che si precipitavano convulse a destra e a manca apparivano e sparivano a tratti fra le scintille. Dalle finestre spalancate ai piani superiori delle case del villaggio s'intravedeva una teoria di volti illuminati solo per metà. Alcuni giovanotti andarono a recuperare un idrante nel tempio degli antenati: il rozzo estintore, massiccio e pesante come un bue, mandò un cupo ululato. Da troppi anni ormai non scoppiava un incendio nel villaggio: il tubo della pompa in disuso sembrava ostruito e non vi fu verso di farne uscire una sola goccia d'acqua. Gli uomini si defilarono nel boschetto lungo il fiume, sospirando e guardando impotenti le fiamme avvolgere a uno a uno i tetti delle botteghe. Il rogo divampò dal crepuscolo fino all'alba del giorno segùente. Quando il sole mostrò nuovamente il suo volto dal boschetto di gelsi dietro il villaggio, alcuni abitanti dormivano ormai sul prato in riva al fiume. Nel piacevole tepore, tutto cominciò a rasserenarsi. Il sole era già alto quando la gente dei villaggi vicini o di luoghi ancora più distanti, avvertita dell'incendio, accorse sul posto. Quei forestieri dalle facce esauste arrivarono con manichette e secchi colmi d'acqua, fecero un paio di giri intorno alla distesa di rovine annerite dal fuoco e se ne tornarono indietro alla spicciolata seguendo le anse del fiume.

All'imbrunire, un vecchio alto ed emaciato giunse, appoggiandosi a un bastone, in mezzo a quella terra bruciata cosparsa di macerie. Uno dopo l'altro, aggirò a fatica i muri diroccati, fermandosi di tanto in tanto per sorreggersi ansimante alle macerie. Le travi, le imbottiture di cotone, i tavoli e le sedie non del tutto consumati dal fuoco mandavano ancora sbuffi di fumo nero; per terra, ceneri di carta e stoffa turbinavano sospinte dal vento. Il sole al tramonto faceva risaltare lo sfondo verde-giallo alle spalle del vecchio e allungava la sua ombra sul suolo. L'uomo si sedette su una pietra rossastra, estrasse di tasca la pipa ad acqua e rimase in silenzio, fissando il quieto orizzonte. A poca distanza, davanti a lui, c'era una staccionata di bambù, oltre la quale i fiori di colza in boccio erano d'un giallo intenso e alcune farfalle bianche fluttuavano rapide e lievi in mezzo a sciami d'api dorate. Più lontano c'era il Fiume Nero che scorreva tranquillo, e sulla sua superficie si allungava ad arco il ponte di pietra a volta. Sfocata sulla linea dell'orizzonte si scorgeva a malapena la catena dei monti, mentre il vento soffiava nella vasta campagna facendola increspare a ogni folata.

Il cielo andava oscurandosi, ma il vecchio continuava a rimanere seduto. Il suo aspetto calmo e severo stonava fortemente nella desolata distesa di macerie. La gente del villaggio, con l'avvicendarsi degli anni, aveva filtrato i sentimenti superflui eppure, nel vedere la faccia contorta dal dolore di Zhao Boheng, nessuno di loro riuscì a trattenere le lacrime. Per la terza volta, i servitori giunsero davanti a Zhao Boheng. Il vecchio scosse ancora la mano. Nessuno in quel momento poteva sapere cosa mai pensasse, forse stava calcolando quanto tempo ci sarebbe voluto per rimettere in piedi le officine, le botteghe e gli abbaini distrutti dalle fiamme. Quel vecchio volitivo, come la rispettata generazione che lo aveva preceduto, aveva edificato il patrimonio familiare sul lavoro e sulla saggezza: l'improvviso abbattersi della disgrazia lo aveva fatto diventare ancora più vecchio nel giro di una notte. La sua figura nel vento della sera appariva irreale come uno spaventapasseri ritto nei campi. Nei primi giorni dopo l'incendio, Zhao Boheng, volendo conservare l'ultimo bagliore di vita rimastogli, si esercitò ancora da solo al pugilato sotto il ginkgo davanti alla porta, ma quel bagliore, come la scintilla sullo stoppino di un lume rimasto ormai senza olio, dopo aver tremolato un po' nel vento, ben presto si spense. Quindici giorni dopo, Zhao Boheng giacque infine a letto per non rialzarsi più.

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Pagina 56

A poco a poco il cielo si tinse di scuro e in casa le candele furono accese con grande anticipo. Zhao Shaozhong fissava con espressione assente le loro scintille crepitanti, facendo roteare silenziosamente una tazza vuota. Neppure lui sapeva spiegarsene la ragione, ma da quando Houzi era venuto al mondo non aveva mai provato una gran simpatia per lui. Ora che il bambino era scomparso all'improvviso dalla casa dei Zhao - come una rondine che spicca il volo da una grondaia per non far più ritorno - non avvertiva affatto un dolore lancinante, ma solo una sottile e vacua sensazione che lo sfiorava casualmente in fondo al cuore. Soltanto le mezze parole pronunciate poco prima da padron Qian avevano suscitato qualche increspatura circolare nelle tranquille acque del suo animo.

Liuliu era appoggiata al muro, mortalmente pallida: la sua esile figura era scossa sovente da un brivido. Più volte ebbe l'intenzione d'aprir bocca per dire qualcosa, ma ogni volta improvvisamente cambiava idea. Meimei le stava vicinissima: la ciocca blu sulla punta delle sue trecce era ormai disfatta e i lunghi, soffici capelli scarmigliati dal vento le s'incollavano sulle gote umide.

«La tinozza è così alta, come ha fatto Houzi ad arrampicarsi fin lassù?» disse Zhao Hu.

In casa regnava un profondo silenzio. La figura di zia Cui, affaccendata nel cortile, si muoveva leggera qua e là, e di tanto in tanto giungeva il suono d'un sospiro. Il cadavere di Houzi era già stato deposto in cortile su una tavola di legno e un anziana donna lo stava vestendo. Addossato allo stipite della porta, il muto mugolava qualcosa.

«Vi avevo detto da un pezzo di portar via quella tinozza; qualche giorno fa c'era già affogato un gallo», sbottò all'improvviso Zhao Shaozhong, per poi ripiombare subito nel silenzio. Ogni angolo di quella vasta e silenziosa dimora era tappezzato da una accozzaglia di oggetti decisamente antiquati; una volta un rigattiere era passato di là per fare acquisti, ma nessuno aveva voluto dargli retta.

«La tinozza è così alta, come ha fatto Houzi ad arrampicarsi fin lassù? E poi, il bordo è sdrucciolevole per il ghiaccio, non potrebbe darsi che...» sussurrò Zhao Hu.

Tutti sapevano cosa voleva dire. A Zhao Shaozhong riaffiorò davanti agli occhi il setaccio colmo di doni ch'era rotolato molto lontano, come una ruota, sul terreno melmoso.

«Anche Houzi, però, era troppo disobbediente», disse Zhao Shaozhong. «L'ho visto tante volte correre da solo sul ponte di Ziwu e nessuno che badasse a lui».

Zhao Long, accovacciato presso un angolo dei muro, non fiatò.

Zia Cui, con l'espressione rabbuiata, entrò nel cortile. « arrivato il falegname del villaggio: ha chiesto con quale legname deve fare la bara».

«Accompagnalo nel cortile occidentale, che si scelga qualche asse di legno da mettere assieme», rispose insofferente Zhao Shaozhong.

«Quel legname è ormai tutto marcio, temo che sia inutilizzabiìe».

«Allora fai smontare il letto di legno che sta nell'abbaino dell'ala est», disse Zhao Shaozhong, avvertendo un brivido gelato lungo la spina dorsale, come se avesse davanti agli occhi quel letto di legno odoroso di fiori.

La bara fu ultimata solo all'ora di accendere i lumi a olio. Padron Qian mandò un commesso con due corone di fiori: nel cortile aleggiava ovunque l'odore dei trucioli di legno. Al momento di comporre il corpo nella bara, gli occhi di Houzi erano ancora socchiusi: l'anziana donna tese la mano e gli toccò lievemente le palpebre: «Houzi, è ora di dormire, vedi, è tardi ormai».

Il falegname, richiusa la bara, prese a battere i chiodi con un martello: forse per la tensione, Zhao Shaozhong vide che il martello colpiva di continuo il dorso della mano del falegname, il quale, nella fioca luce delle stelle, s'infilava la punta dei dito in bocca e la succhiava. Zia Cui diede fuoco a una catasta di legna sotto il ginkgo e i bagliori delle fiamme rivestirono d'un rosso vivo la cinta del cortile. Due ragazzi, sollevata la piccola e stretta bara, passarono accanto al braciere avanzando a lunghi passi. Si accodarono al corteo funebre anche i parenti che non avevano fatto in tempo a tornare a casa in giornata, poiché il cammino era troppo lungo. Sotto un grappolo di torce, la bara attraversò il ponte di Ziwu nel fitto buio della notte, dirigendosi verso il cimitero di famiglia dei Zhao. Zhao Shaozhong seguiva da lontano la processione funebre; nel cerchio di luce formato dalle torce sfavillanti, vide che Zhao Long e Zhao Hu avevano già scavato la fossa e aspettavano fra le tombe, simili a piccole protuberanze montuose.

Liuliu inciampò parecchie volte lungo la strada gelata.

In lontananza il monte Maji si celava nell'oscurità; fuochi fatui punteggiavano la pineta, ora illuminandosi ora spegnendosi.

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Pagina 82

La sera prima, Zhao Shaozhong aveva dormito pesantemente, complice un lieve stato d'ebbrezza, fino alla seconda metà della notte, quando era stato svegliato di soprassalto da un rumore secco. Alzatosi ad accendere la candela, aveva visto alcuni piccoli fagioli grigi sparsi sul tavolo accanto alla pietra per preparare l'inchiostro; sapeva che erano caduti dalle fessure tra le tegole del tetto. I suoi familiari avevano cominciato chi sa quando a piantare germogli di fagiolo sotto il fianco della casa e il rampicante si era inerpicato lungo il muro fin sul tetto formando tante file di baccelli: a cavallo tra estate e autunno, Zhao Shaozhong intravedeva sulle tegole una fioritura violacea. Alle soglie del lungo inverno, i fagioli fuoriuscivano uno a uno dai baccelli scoppiati sotto il sole e imputridivano poi sul tetto: spesso alcuni cadevano nella sua camera da letto attraverso le fessure fra le tegoe. Sembravano unghie, quei fagioli, quasi un portasfortuna, e il rumore che producevano spiaccicandosi, simile a un gocciolio d'acqua, lo svegliava spesso di soprassalto nel mezzo d'un sogno.

Due anni prima, una notte all'inizio dell'autunno, Zhao Shaozhong si era recato di nascosto dietro la casa per sradicare la pianta e l'aveva gettata nella vicina concimaia. Il giorno dopo aveva udito Liuliu sussurrare accanto al pozzo a zia Cui: «Chi avrà sradicato la pianta di fagioli dietro la casa?» Zia Cui le aveva lanciato un'occhiata: «Sono stata io: tu hai sempre paura di tutto, quei fagioli crescendo lì tutto l'anno toglievano luce alle finestre, e poi non ho mai visto nessuno andare a raccoglierli». Chissà perché zia Cui aveva parlato così, si era chiesto Zhao Shaozhong; comunque, pensando che da quel momento avrebbe potuto dormire sonni tranquilli, si era ben presto lasciato la cosa alle spalle. Dopo qualche giorno però, a notte fonda, aveva udito di nuovo qualcosa cadere sul tavolo: erano datteri rinsecchiti, ricordava. Alcuni rami del dattero dietro casa penzolavano davanti alla finestra e quando soffiava il vento si trasformavano in una massa vaga e confusa, creando l'impressione che qualcuno passasse sotto la finestra. Aveva chiesto più di una volta a Zhao Long di segare il dattero, ma questi l'aveva sempre guardato con aria interrogativa: «Perché vuoi segare un dattero in ottimo stato?» Zhao Shaozhong non si spiegava da dove fossero sbucati i fagioli della notte precedente; forse i semi maturati nell'anno passato erano germogliati sul terreno.

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Pagina 124

Un pomeriggio, Meimei tornò a casa da Dajiaozhuang. Zia Cui, che stava mettendo a essiccare i gambi di rapa già salati in precedenza, vide Meimei sorriderle con aria mesta e dirigersi subito verso il cortile posteriore. A zia Cui parve che nella sua espressione ci fosse qualcosa che non andava: sul suo viso erano ancora visibili tracce di lacrime e a giudicare dalla sua andatura vacillante sembrava aver contratto una grave malattia. Poco dopo, udì un flebile suono di pianto provenire dalla stanza di Meimei, nell'ala posteriore della casa.

Fatti pochi passi verso il cortile posteriore, zia Cui vide Liuliu scendere la scala dell'abbaino.

« tornata mia sorella?» chiese.

Zia Cui sporse in fuori le labbra a indicare la camera da letto.

In quel cortile accadevano ogni giorno cose sgradevoli. Ormai zia Cui covava un senso di nausea: un tempo avrebbe raccolto i suoi averi e se ne sarebbe andata da un pezzo; sarebbe stata disposta a fare la monaca sui monti pur di starsene in pace. Ma ora che le rughe della vecchiaia si arrampicavano ormai sulle sue tempie, si rendeva conto, poco a poco, che non avrebbe mai più potuto lasciare quella casa, alla quale si sentiva legata da qualcosa ch'era dentro di lei: l'ombra di ogni avvenimento l'avviluppava strettamente e lei stessa non avrebbe saputo spiegarne la ragione.

Girò più volte avanti e indietro nel cortile come una mosca impazzita; poi, arrivata sotto il colonnato, le giunse il suono soffocato di Meimei che piangeva mordendo la coperta. Entrò nella stanza e vide che si era denudata dalla cintola in su, rivelando chiazze bluastre di sangue rappreso.

Verso sera, zia Cui fece bollire rami di canfora in un secchio d'acqua e con un batuffolo di cotone le ripulì le ferite: vide sul collo di Meimei alcune impronte di morsi, che scendevano lungo il petto, l'addome e giù fino alle cosce, e in più punti sanguinavano ancora. Forte della propria esperienza sugli uomini, zia Cui non era molto stupita di quelle impronte di denti. Mentre con gemiti e sospiri tranquillizzava Meimei, i giorni della sua giovinezza ormai svanita le passavano di tanto in tanto davanti agli occhi come lampi. Nelle lunghe notti di Guantang, accompagnava quegli uomini famelici alla porta, uno dopo l'altro, mentre di giorno giaceva a letto dolorante aspettando con terrore il lento avvicinarsi della notte. Ascoltando il pianto di Meimei, versò anche lei lacrime copiose, e mentre Liuliu, seduta lì accanto, la fissava sbigottita, lei stessa non sapeva se quelle lacrime erano provocate dalle amarezze del passato o dal tempo irrimediabilmente perduto. Assorta nei suoi pensieri, non riuscì a cogliere neanche una parola delle accuse che Meimei inframmezzava ogni tanto ai singhiozzi, ma parve rendersi conto di qualcosa quando vide il volto di Liuliu arrossire di vergogna. Riprese allora a interrogare Meimei sui dettagli della vicenda.

«Quando?» chiese.

«Ieri sera, era già buio».

«Dove?»

«Nel giardino dei peschi», rispose Meimei. Zia Cui vide Liuliu rabbrividire di colpo.

«E chi se ne importa se è il secondo o il terzo fratello; non possono ridurti in questo stato», disse zia Cui.

«Prima è stato il secondo fratello, poi il terzo...»

«E il butterato?».

«Se ne stava in disparte a guardare senza dir nulla».

«Quel maledetto!» inveì zia Cui.

«Quando si è avvicinato il terzo fratello, non avevo più neanche un briciolo di forza, l'ho supplicato di riparlarne il giorno dopo...» La voce di Meimei fu strozzata dai singhiozzi, ma dopo un po' riprese a parlare: «Ma lui non era d'accordo... poi, qualcuno ha preso un secchio d'acqua dal ruscello e me l'ha rovesciato addosso...»

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