Autore Elizabeth George
Titolo Scuola omicidi
EdizioneTea, Milano, 2015 [1991], Best , pag. 410, cop.fle., dim. 12,8x19,8x2,4 cm , Isbn 978-88-502-3840-8
OriginaleWell-Schooled in Murder [1990]
TraduttoreSofia Mohamed
LettoreAngela Razzini, 2015
Classe gialli












 

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Pagina 9

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Il giardino sul retro del cottage di Lower Mall a Hammersmith era predisposto per favorire il lavoro di un artista. Tre tavole di pino nodoso poggiate su sei cavalletti malridotti fungevano da banco di lavoro. Sopra erano disposte almeno una dozzina di sculture in pietra non ancora terminate. Un ammaccato armadietto di metallo vicino al muro conteneva gli attrezzi dell'artista: trapani, scalpelli, lime, sgorbie, smeriglio e una gran quantità di carta vetrata di diverso spessore. Una tela di protezione chiazzata di colori — che emanava un forte odore di acquaragia — giaceva appallottolata sotto una sedia a sdraio mezza rotta.

Era un giardino che non permetteva alcun tipo di distrazioni. I muri alti lo proteggevano dalla curiosità dei vicini e di conseguenza dal rumoroso traffico fluviale, di Great West Road, di Hammersmith Bridge. In effetti, la posizione del cottage era stata così ben scelta, i muri così ben costruiti, che solo il passaggio di qualche sporadico uccello acquatico rompeva l'incredibile pace di quel luogo.

Tale protezione però comportava uno svantaggio. Dato che era impossibile per la brezza del fiume penetrare attraverso i muri, uno strato di polvere copriva ogni cosa; dall'agonizzante piccolo prato rettangolare, alle violacciocche purpuree che lo circondavano, dalle pietre lastricate che fungevano da sentiero ai davanzali delle finestre e al tetto spiovente. Uno strato di polvere grigia ricopriva come una seconda pelle persino lo scultore.

Ma Kevin Whateley non era minimamente infastidito dalla sporcizia che lo circondava. Nel corso degli anni si era abituato a lavorare in mezzo a una nuvola di polvere mista a sabbia. E anche se non fosse stato così, non vi avrebbe comunque fatto caso. Quel giardino era il suo rifugio, un luogo di estasi creativa dove comodità e pulizia non erano necessarie. Kevin non avvertiva alcun disagio, una volta che si lasciava catturare dalla propria arte.

Come in quel momento: era assorto a levigare la sua ultima creatura, a darle il tocco finale. Amava in modo particolare quell'opera. Il nudo di una fanciulla distesa scolpito nel marmo: il capo posato su un cuscino, il torso piegato in modo da appoggiare la gamba destra sulla sinistra, il fianco e la coscia a formare una mezzaluna perfetta. Fece scorrere la mano sul braccio, intorno alle natiche, lungo la coscia in cerca di qualche imperfezione, poi annuì soddisfatto, sentendo la pietra scorrere sotto le sue dita come fredda seta.

«Hai davvero un'espressione un po' sciocca, Kev. Credo di non averti mai visto una sola volta sorridermi a quel modo.»

Kevin ridacchiò, raddrizzandosi, e guardò la moglie, ferma nel vano della porta del cottage. Stava asciugandosi le mani su uno strofinaccio scolorito: il riso trattenuto accentuava le rughe intorno agli occhi. «Allora vieni qui e mettimi alla prova, donna. Evidentemente eri distratta, l'ultima volta.»

«Sei proprio matto, Kev», replicò Patsy Whateley, con un cenno scherzoso della mano, ma al marito non sfuggì il rossore che le accese le guance.

«Matto, eh?» ripeté. «Non ricordo di averti sentito pronunciare questa parola stamani. Non eri tu quella che si strusciava contro una certa persona di mia conoscenza questa mattina alle sei?»

«Kev!»

Scoppiò a ridere, e Kevin le sorrise, studiando quei lineamenti che amava così tanto, riconoscendo che, anche se da un po' si tingeva i capelli di nascosto per avere un aspetto più giovanile, il volto e il corpo erano decisamente quelli di una donna di mezza età. Sul primo le rughe erano evidenti, e il mento e le guance non erano più sodi come una volta; íl secondo si era ingrossato nei punti dove una volta c'erano delle deliziose curve.

«A cosa stai pensando, adesso, Kev? Che succede?»

«Pensieri sconvenienti, donna. Abbastanza sconvenienti da farti arrossire.»

«Sono queste sculture a ispirarteli, vero? Guardare delle signore nude la domenica mattina! È indecente, non trovo una definizione più appropriata!»

«Quel che sento per te in questo momento è indecente, tesoro, te lo assicuro. Vieni qui. Non mi far perdere tempo... ti conosco, io!»

«È completamente impazzito», esclamò Patsy, alzando gli occhi al cielo.

«Nel modo che più ti piace.» Kev attraversò il giardino e raggiunse la moglie, ancora ferma sulla porta del cottage, la prese fra le braccia e la baciò con passione.

«Ma Kevin, sai di polvere!» protestò Patsy quando lui la lasciò andare. Uno strato di polvere grigia le era rimasto stampato sul petto. Si pulì, borbottando, ma quando alzò gli occhi e vide il ghigno del marito, il suo volto si addolcì e mormorò: «Mezzo matto. Come sempre, del resto».

Lui le strizzò l'occhio e tornò al suo lavoro. Patsy, immobile sulla soglia, lo seguì con lo sguardo.

Kevin tirò fuori dall'armadietto di metallo la pomice in polvere che utilizzava per condizionare il marmo prima di apportare la propria firma a un'opera terminata. La mescolò a un po' d'acqua, imbrattò la statua e passò a strofinare íl composto contro la pietra. Levigò gambe e addome, seni e piedi e, con cura particolare, i delicati lineamenti del volto. Sentì la moglie muoversi irrequieta nel vano della porta. Notò che si stava girando a guardare l'orologio appeso sopra la stufa, in cucina.

«Le dieci e mezzo», disse pensosa.

Voleva farla sembrare una riflessione a voce alta, ma Kevin non si lasciò ingannare da quel tono di finto distacco. «Dai, Pats», cercò di tranquillizzarla, «sono sicuro che ti stai preoccupando inutilmente. Non pensarci, d'accordo? Chiamerà non appena gli sarà possibile.»

«Le dieci e mezzo», ripeté lei, ignorandolo. «Matt ha detto che sarebbero tornati dopo la messa, Kev. La messa deve essere sicuramente finita alle dieci. Ora sono le dieci e mezzo. Perché non telefona?»

«Sarà troppo occupato a disfare le valigie e a raccontare il fine settimana con i compagni, si sarà dimenticato di telefonare alla sua mammina. Poi andrà a pranzo. Ma vedrai che all'una ti chiamerà. Non ti preoccupare, tesoro.»

Kevin sapeva che dire a sua moglie di non preoccuparsi per il figlio era come chiedere al Tamigi di non infrangere le proprie onde sulla riva a pochi passi dalla loro porta d'ingresso. Negli ultimi dodici anni e mezzo aveva cercato in tutti i modi di correggere questa sua tendenza, ma era stato del tutto inutile. Patsy si preoccupava della vita di Matthew sin nei minimi dettagli: se i vestiti che indossava erano abbinati nel modo giusto; di chi gli tagliava i capelli o gli curava i denti; se aveva le scarpe lucidate e i pantaloni della lunghezza giusta; degli amici che frequentava o degli hobby che praticava. Leggeva le lettere che le mandava da scuola fino a impararle a memoria e, se non lo sentiva una volta alla settimana, entrava in uno stato di agitazione tale che niente poteva calmarla, eccetto Matthew. E lui di solito chiamava, il che rendeva ancora più incomprensibile il fatto che non avesse telefonato dopo l'escursione a Cotswolds, durante il fine settimana. Ma si sarebbe ben guardato dal condividere con la moglie questo pensiero.

Gli adolescenti, pensò. È arrivato il nostro turno, Pats. Il ragazzo sta crescendo.

«So a che cosa stai pensando, Kev. Matt sta diventando grande e non vuole che la sua mammina gli soffi sul collo tutto il tempo. E ha ragione, lo so.» La risposta di Patsy colse di sorpresa il marito, il quale si riteneva una persona cui non era facile leggere dentro.

«E allora...?» la incoraggiò.

«E allora aspetterò ancora un po' prima di telefonare alla scuola.»

Era, Kevin lo sapeva, il massimo del compromesso a cui poteva giungere. «Adesso sì che ti riconosco», replicò, e si concentrò nuovamente sulla sua scultura.

Nell'ora successiva si lasciò catturare dalle delizie della propria arte, perdendo completamente la cognizione del tempo. Come accadeva sempre in questi casi, tutto quello che lo circondava non aveva più alcun significato, e il sapore dell'esistenza si riduceva all'immediata sensazione del marmo che prendeva vita sotto le sue mani.

La moglie dovette chiamarlo un paio di volte per strapparlo al mondo ovattato in cui si ritirava ogni volta che una musa ispiratrice lo chiamava.

Era di nuovo sulla soglia, ma questa volta, al posto dello strofinaccio, teneva una borsetta di vinile nera e indossava le scarpe nere nuove e il miglior cappotto che avesse, quello di lana blu. Sul risvolto risplendeva una spilla di diamanti falsi appuntata a casaccio: una leonessa con la zampa alzata, pronta a colpire. Gli occhi erano due minuscoli puntini verdi.

«È in infermeria.» Il tono acuto con cui pronunciò questa parola annunciava il panico imminente.

Kevin sbatté le palpebre, gli occhi catturati dalla rifrazione della luce che scaturiva dalla leonessa. «Infermeria?» ripeté.

«Il nostro Matt è in infermeria, Kev! È rimasto lì per tutto il fine settimana. Ho appena chiamato la scuola. Non è neanche andato dai Morant. È in infermeria ammalato! Quel suo compagno, Morant, non sa neanche che cos'ha. Non lo vede da venerdì dopo pranzo!»

«Che cos'hai in mente, donna?» domandò Kevin. Intendeva solo fare il furbo; sapeva esattamente quale sarebbe stata la risposta, ma voleva guadagnare un po' di tempo, tanto da escogitare qualcosa di convincente per fermarla.

«Mattie è ammalato! Il nostro ragazzo! Dio solo sa che cos'ha. Allora, mi accompagni alla scuola o hai intenzione di startene lì con le mani fra le gambe di quella dannata statua per il resto della giornata?»

Kevin tolse immediatamente le mani dalla scultura. Se le pulì lungo i jeans, e la cremosa sostanza abrasiva andò ad aggiungersi alla polvere e alla sporcizia che si erano accumulate sulle cuciture.

«Calmati, Pats», disse. «Rifletti un attimo.»

«Riflettere? Mattie è malato! Vorrà vicino la sua mamma.»

«Ne sei proprio sicura, tesoro?»

Patsy rimuginò su questa possibilità, le labbra serrate con fermezza come a volersi impedire di parlare ulteriormente. Le dita a spatola strinsero con forza la borsetta, aprendola e richiudendola di continuo con uno scatto nervoso. Da quel che Kevin poteva capire, la borsetta era vuota. Nella fretta di uscire, Patsy non vi aveva messo dentro niente: né una sterlina, né un pettine, né un portacipria, niente di niente.

Kevin tirò fuori uno straccio dalla tasca dei jeans e lo strofinò amorevolmente lungo la scultura. «Rifletti, Pats», la rabbonì. «A nessun ragazzo farebbe piacere vedere sua madre precipitarsi a scuola solo perché ha un po' di influenza. Non ci sarebbe da stupirsi se ne fosse seccato, non è così? Lui rosso come un pomodoro, con la madre che gli saltella intorno, come se avesse bisogno di un cambio di pannolini e lei fosse l'unica in grado di farlo.»

«Stai dicendo che dovrei far finta di niente?» Patsy gli sventolò la borsetta sotto il naso come per dare enfasi alle proprie parole. «Far finta di disinteressarmi dello stato di salute di mio figlio?»

«Non ho detto questo.»

«Allora che cosa?»

Kevin piegò lo straccio fino a formare un piccolo quadrato. «Vediamo un po'. Che cosa ti ha detto esattamente l'infermiera? »

Patsy abbassò gli occhi. Kevin sapeva il significato di quella reazione. «Patsy, vuoi dire che non hai neanche telefonato all'infermeria della scuola? Mattie ha sbattuto un piede e la sua mammina si precipita nel West Sussex senza neanche prendersi la briga di telefonare prima per sapere quello che gli è successo realmente! Che cosa ne sarà di quelli come te, donna?» la canzonò affettuosamente.

Patsy avvampò, imbarazzata. «Chiamo subito», riuscì a mormorare con una certa dignità, e andò in cucina a telefonare.

La sentì comporre íl numero. Un attimo dopo udì la sua voce. E un momento dopo ancora sentì il telefono che cadeva a terra. Ci fu un grido, un gemito straziante in cui riconobbe il suo nome, pronunciato in un lamentoso suono di supplica. Gettò lo straccio in un angolo e volò nel cottage.

In un primo momento pensò che la moglie stesse avendo un malore. Aveva il volto cinereo, e il pugno premuto contro le labbra indicava che si stava trattenendo per non urlare di dolore. Aveva gli occhi fuori delle orbite.

«Non c'è. Mattie è scomparso, Kevin. Non è in infermeria. Non è neanche a scuola!»

Gli ci volle un enorme sforzo per comprendere il dramma che comportavano quelle poche parole. «Mattie? Scomparso?» ripeté, rendendosi conto di non riuscire a dire altro.

Patsy sembrava incollata al pavimento. «Da venerdì a mezzogiorno.»

Improvvisamente quell'interminabile arco di tempo fra venerdì e domenica divenne il gigantesco schermo dove ogni genitore vede scorrere le immagini più spaventose, non appena viene a conoscenza della sparizione della propria amata creatura. Rapimento, molestie, sette religiose, tratta delle bianche, sadismo, omicidio. Patsy, incapace di parlare, rabbrividì. Il sudore le imperlava la pelle, rendendola lucida.

Temendo che potesse svenire, avere un infarto o morire lì, sul colpo, Kevin l'afferrò per le spalle, dandole l'unico conforto che poteva offrirle in quel momento.

«Andiamo subito alla scuola, tesoro», disse. «Ci prenderemo cura del nostro ragazzo, te lo prometto. Ci andiamo immediatamente.»

«Mattie!» Quel nome si levò come una preghiera.

Kevin si disse che le preghiere non erano necessarie, che Matthew aveva solo marinato la scuola, che la sua assenza aveva una spiegazione più che logica, tanto logica che in seguito ne avrebbero riso tutti insieme. Ma proprio mentre pensava questo, un violento tremore scosse Patsy. Ancora una volta invocò il nome del figlio in tono di supplica. Mettendo da parte ogni razionalità, Kevin si augurò che un Dio, da qualche parte, stesse ascoltando le preghiere di sua moglie.




Sfogliando il rapporto che aveva steso, il sergente Barbara Havers si ritenne soddisfatta del lavoro svolto in quel fine settimana. Fermò le quindici pagine con le graffette, sospinse la sedia all'indietro e partì alla ricerca del suo diretto superiore, l'ispettore Thomas Lynley.

Era solo nel suo ufficio, esattamente dove l'aveva lasciato poco dopo mezzogiorno, la testa bionda appoggiata a una mano, totalmente assorto sui fogli sparpagliati sulla scrivania, la sua parte del rapporto. Il sole del tardo pomeriggio domenicale proiettava ombre allungate lungo le pareti e il pavimento, rendendo ormai impossibile leggere le pagine dattiloscritte senza l'ausilio della luce artificiale. Vedendo che gli occhiali gli erano scivolati sulla punta del naso, Barbara entrò nella stanza in silenzio, sicura che fosse profondamente addormentato.

Non che ne fosse sorpresa. Negli ultimi due mesi Lynley aveva più che abusato delle proprie forze. L'onnipresenza di Lynley a Scotland Yard – che in genere richiedeva anche la riluttante collaborazione di lei – era ormai diventata tale che i colleghi della divisione lo avevano ormai scherzosamente soprannominato Mister Ubiquità.

«Vattene a casa, ragazzo», gli urlava l'ispettore MacPherson ogni volta che lo incontrava nei corridoi, a una riunione o alla mensa degli ufficiali. «Stai facendo passare noialtri per dei pivelli. Miri a una promozione? Non potrai godertela se sarai morto.»

Lynley rideva nel suo caratteristico modo affabile ed eludeva l'argomento, adducendo come pretesto i sessanta giorni di incessante, duro lavoro. Ma Barbara sapeva perché lavorava fino a tarda notte, perché si offriva volontario per le reperibilità, perché accettava prontamente di sostituire un collega. Il motivo era tutto nella cartolina che in quel momento giaceva sul bordo della sua scrivania. La prese.

Era di cinque giorni prima, e il duro viaggio dal mar Ionio attraverso l'Europa ne aveva sciupato i contorni. Ritraeva una curiosa processione di portatori di incenso e barbuti preti ortodossi in vesti color oro che trasportavano una teca sorretta da una portantina adorna di gioielli. All'interno, con la testa avvolta in un sudario poggiata contro il vetro, come se dormisse invece di essere morto da più di mille anni, vi erano i resti di san Spiridione. Barbara girò la cartolina e la lesse senza farsi il minimo scrupolo. Avrebbe potuto intuirne il contenuto ancora prima di leggerla.

Caro Tom, immagina i tuoi poveri resti portati per le vie di Corfù quattro volte all'anno! Dio santo, c'è di che riflettere prima di dedicare la propria vita alla santità, non credi? Ti farà piacere sapere che ho pagato il mio tributo alla terra natale della filosofia con un pellegrinaggio al tempio di Giove a Cassiope. Oso dire che apprezzeresti questi sforzi degni di Chaucer.

Barbara sapeva che quella era la decima cartolina del genere che Lynley aveva ricevuto negli ultimi due mesi da Lady Helen Clyde. Il contenuto delle precedenti era esattamente lo stesso: amichevoli e divertenti commenti su un aspetto o l'altro della vita greca nel corso dello spensierato e apparentemente interminabile viaggio attraverso quel paese, viaggio iniziato in gennaio dopo soli pochi giorni che Lynley le aveva chiesto di sposarlo. La risposta di Lady Helen era stata un no definitivo, e le cartoline – tutte spedite a Scotland Yard e non a casa di Lynley a Eaton Terrace – sottolineavano la sua determinazione a non voler cedere ai richiami del cuore.

Lynley pensava ogni giorno, se non ogni ora, a Helen Clyde, la voleva, nutriva per lei un amore profondo e sincero e, Barbara lo sapeva, era proprio questa la ragione per cui accettava ogni incarico senza protestare. Qualunque cosa pur di ricacciare indietro l'incombente solitudine, pensò Barbara. Qualunque cosa pur di impedire al dolore di consumarlo come un lento ma inesorabile tumore.

Barbara posò la cartolina, indietreggiò di qualche passo e lanciò con provata abilità la sua parte del rapporto sulla scrivania. Il movimento dell'aria e il fruscio dei fogli svegliarono Lynley, il quale trasalì e fece una smorfia disarmante che tradiva il suo disagio per essere stato sorpreso a dormire. Si massaggiò la nuca e tolse gli occhiali.

Barbara si lasciò cadere sulla sedia accanto alla scrivania, sospirò e si arruffò i corti capelli con eccessiva energia, tanto che le si rizzarono quasi tutti da un lato. Infine si decise a parlare. «Le sente quelle festose campane di Scozia che la chiamano? Spero proprio di sì.»

«Scozia? Havers, di che diamine...» Uno sbadiglio soffocato gli impedì di terminare la frase.

«Le festose campane che la richiamano a casa, nella terra del malto. Quel liquido di fuoco dal caratteristico aroma affumicato...»

Lynley si stiracchiò e si mise a radunare i fogli. «Ah, la Scozia», replicò. «Devo dedurre da queste reminiscenze sentimentali che non ha avuto la sua dose settimanale di alcol, sergente?»

Barbara sorrise e lasciò stare le citazioni di Robert Burns. «Facciamo un salto al King's Arms, ispettore. Offre lei. Un paio di MacAllan e ci ritroveremo tutti e due a cantare Coming Through the Rye. Non vorrà di sicuro perdere una simile occasione. Ho una splendida voce da mezzo soprano che farà venire le lacrime ai suoi dolci occhi castani.»

Lynley pulì gli occhiali, li rimise e cominciò a esaminare il proprio lavoro. «Sono molto lusingato per questo invito. Davvero. Solo l'idea di poter sentire i suoi gorgheggi mi commuove profondamente, sergente Havers. Ma sono certo che c'è qualcun altro qui che non ha mai tirato fuori il portafogli quanto me per offrirle da bere. Che ne dice dell'agente Nkata? Mi pare di averlo visto nei paraggi, questo pomeriggio.»

«È fuori, in servizio.»

«Che peccato. Temo che questo non sia il suo giorno fortunato. Ho promesso a Webberly di consegnargli questo rapporto in mattinata.»

Barbara si stizzì. Era stato più abile lui a rifiutare il suo invito che lei a formularlo. Ma aveva altri assi nella manica, e non ci pensò due volte a tirarli fuori. «Ha promesso a Webberly di consegnargli il rapporto in mattinata, ma io e lei sappiamo che non ne ha bisogno per almeno una settimana. Andiamo, ispettore. Non crede sia arrivato il momento di tornare tra i vivi?»

«Havers...» Lynley non cambiò posizione, non alzò neanche lo sguardo dai fogli. Il tono della voce era già abbastanza esplicito. Era un avvertimento a non superare i limiti, per ricordarle che era íl suo superiore. Barbara lavorava da abbastanza tempo con lui per capire l'antifona, quando il suo nome veniva pronunciato con tale studiata indifferenza. Stava inoltrandosi in una zona in cui era vietato l'accesso. La sua compagnia non era gradita, e non sarebbe riuscita a imporla se non con la forza.

Bene, pensò rassegnata. Ma non resistette alla tentazione di lanciargli una frecciata che sapeva avrebbe trafitto la corazza che ben proteggeva la sua vita privata.

Indicò con un cenno del capo la cartolina. «La nostra Helen non le sta dando molto su cui sperare, non è così?»

Lynley alzò di scatto la testa. Lasciò cadere il rapporto. Ma lo squillo acuto del telefono sulla scrivania non gli diede il tempo di replicare.




Lynley alzò la cornetta per rispondere a una delle ragazze che lavoravano alla poco accogliente reception di marmo grigio nero di Scotland Yard. «C'è qui un tale di nome John Corntel che chiede dell'ispettore Asherton», annunciò la voce nasale senza preamboli. «Suppongo che sia lei. Per quanto non si possa pretendere che uno ricordi ogni nome... soprattutto quando qualcuno mette insieme tanti di quei nomi come fanno gli aristocratici e poi ci si aspetta che quelli della reception li sappiano tutti a memoria nel caso arrivi qualche vecchio compagno di scuola...»

Lynley interruppe quella sequela di lamenti. «Corntel? Verrà giù il sergente Havers a prenderlo.»

Riappese mentre la voce in tono vittimistico gli domandava come pensava di essere chiamato la settimana prossima. Sarebbe rimasto Lynley, o Asherton, oppure pensava di rispolverare qualche vecchio titolo di famiglia? Havers, che evidentemente, avendo ascoltato la conversazione, sapeva quel che le avrebbe chiesto, stava già uscendo dall'ufficio per dirigersi all'ascensore.

Lynley la seguì con lo sguardo: i pantaloni di lana sbattevano contro le sue gambe tozze e un pezzetto di carta stava appiccicato come un insetto al gomito del consunto maglione. Stava riflettendo sull'inaspettata visita di Corntel, un vero e proprio fantasma del passato.

Erano stati compagni di scuola a Eton. Corntel, che apparteneva all'élite, era titolare di una borsa di studio reale. Era il personaggio di spicco tra gli studenti dell'ultimo anno, un giovanotto alto dall'aria malinconica e riflessiva, con i capelli neri come l'ebano e lineamenti aristocratici che ricordavano quelli di Napoleone dipinti sulle tele di Antoine-Jean Gros. Come se volesse tener fede al personaggio, Corntel studiava per ottenere i migliori voti in letteratura, musica e arte. Lynley non aveva saputo più niente di lui, una volta terminati gli studi a Eton.

Ma, con sua grande sorpresa, il John Corntel che ricordava non aveva nulla a che vedere con l'uomo che il sergente Havers introdusse nel suo ufficio cinque minuti dopo. Solo l'altezza era rimasta tale e quale. Superava di poco il metro e ottanta, come Lynley. Ma colui che una volta era così imponente e sicuro di se stesso, un promettente studente nel privilegiato mondo di Eton, aveva ora le spalle curve, come a volersi proteggere da un eventuale contatto fisico. E questo non era l'unico cambiamento.

I folti riccioli avevano lasciato il posto a capelli radi prematuramente spruzzati di grigio. Il volto colorito dai lineamenti perfetti, dall'espressione intelligente e sensuale nel contempo, era di un pallore quasi cadaverico, e la pelle pareva essere stata tirata. Gli occhi scuri erano iniettati di sangue.

Doveva pur esserci una spiegazione a quella trasformazione avvenuta nei diciassette anni in cui Lynley non aveva visto Corntel. Le persone non cambiano così drasticamente senza un motivo. Nel caso di Corntel era come se una lingua di fuoco, dopo averlo consumato dentro, avanzasse per distruggere il resto.

«Lynley. Asherton. Non sapevo che nome usare», attaccò Corntel in tono timoroso. Ma la timidezza pareva studiata, una frase di esordio preparata in anticipo. Lynley strinse la mano tesa. Era calda, come se avesse la febbre.

«Lynley. Praticamente non uso più il mio titolo nobiliare.»

«Una cosa utile, un titolo nobiliare. Non ti chiamavamo il Visconte Vacillante, a scuola? Non ricordo neanche il perché di questo soprannome.»

Lynley avrebbe preferito relegare certe cose al passato. Riportavano a galla troppi ricordi. Ricordi che intaccavano aree ben protette della sua psiche. «Un gioco di parole con visconte di Vacennes.»

«Già. Il secondo titolo. Uno dei privilegi di essere il figlio maggiore di un conte.»

«Un privilegio discutibile, nella migliore delle ipotesi.»

«Può darsi.»

Lynley vide gli occhi dell'uomo percorrere l'ufficio, osservare i mobili, gli scaffali ricolmi di libri, il disordine che regnava sulla scrivania, le due stampe appese alla parete. Poi si posarono sulla sola fotografia nella stanza, e Lynley aspettò il commento dell'uomo sull'unico soggetto che ritraeva. Simon Allcourt-St. James era stato loro compagno a Eton e, poiché la fotografia risaliva a poco più di tredici anni prima, Corntel avrebbe indubbiamente riconosciuto il volto gioioso di quel giovane giocatore di cricket dai capelli scompigliati. Il fotografo lo aveva colto in un momento di spensierata gaiezza giovanile, con indosso un paio di pantaloni strappati e imbrattati, un maglione con le maniche tirate fino ai gomiti, e una striscia di fango sul braccio. Era appoggiato a una mazza da cricket, e rideva estasiato. Tre anni prima che Lynley lo rendesse invalido.

«St. James.» Corntel annuì. «Sono secoli che non penso a lui. Dio, certo che il tempo passa.»

«Già.» Lynley continuò a studiare con curiosità il suo vecchio compagno di scuola, notando i suoi brevi sorrisi, il modo in cui appoggiava le mani sulle tasche della giacca, battendo leggeri colpi, come se volesse accertarsi di essere ancora in possesso di qualcosa che intendeva mostrare.

Il sergente Havers accese la luce per disperdere l'oscurità del tardo pomeriggio. Guardò Lynley. Devo rimanere o andarmene? domandò con gli occhi. Lynley le indicò con un cenno del capo una delle sedie nell'ufficio. Havers si sedette, infilò una mano nella tasca dei pantaloni, tirò fuori un pacchetto di sigarette.

«Ne vuole una?» disse a Corntel. «L'ispettore, qui, ha deciso di rinunciare a un altro vizio — accidenti a lui e al suo santissimo desiderio di non inquinare più l'aria — e io odio fumare da sola.»

Corntel sembrò sorpreso di vedere il sergente Havers ancora nella stanza, ma accettò la sigaretta e tirò fuori un accendino.

«Grazie.» Lanciò un'occhiata a Lynley e poi distolse lo sguardo. Con la mano destra rollò la sigaretta sul palmo sinistro. Si morse per un attimo il labbro inferiore. «Sono venuto a chiederti aiuto», disse in fretta. «Ti prego di darmi una mano, Tommy. Sono veramente nei guai.»

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