Copertina
Autore Diego Giachetti
Titolo Venti dell'Est
SottotitoloIl 1968 nei paesi del socialismo reale
Edizionemanifestolibri, Roma, 2008, Esplorazioni , pag. 120, cop.fle., dim. 14,5x21x0,9 cm , Isbn 978-88-7285-539-3
LettoreElisabetta Cavalli, 2008
Classe storia contemporanea , storia: Europa , movimenti
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Indice


INTRODUZIONE                              7


SESSANTOTTO MANCATO                      25

    Unione Sovietica                     27
    Repubblica Democratica Tedesca       52
    Bulgaria, Romania e Ungheria         59

SESSANTOTTO INCOMPIUTO                   69

    Polonia                              70
    Cecoslovacchia                       86
    Jugoslavia                          110


 

 

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Pagina 7

Introduzione



                                I giovani attaccano l'esprit sérieux
                                         anche nel campo socialista:
                                   minigonne contro gli apparatchik,
                          rock and roll contro il realismo sovietico
                                                  (Herbert Marcusel)



L'immagine dei paesi a "socialismo reale" dell'Europa Orientale secondo la quale, a cominciare dall'Urss, essi costituirono un mondo a sé, separato politicamente, culturalmente ed economicamente dall'Occidente, è vera e falsa allo stesso tempo. Vera per quanto riguarda le relazioni col sistema economico capitalistico mondiale, che furono sempre scarse: "solo il 4% delle esportazioni delle economie di mercato dei paesi sviluppati finiva nelle economie centralmente pianificate", all'incirca quanto questi paesi esportavano fuori dal loro blocco economico e politico, in quanto i "due terzi del loro commercio internazionale negli anni Sessanta avveniva all'interno del loro settore". I regimi al potere, inoltre, impedivano gli spostamenti interni ed esterni della loro popolazione e solo con cautela e parsimonia accettavano visite turistiche provenienti dall'occidente. "L'emigrazione dei paesi socialisti verso i paesi occidentali, come pure i viaggi temporanei, erano severamente controllati e talvolta di fatto impossibili". Solo a partire dalla metà degli anni Settanta le cose cominciarono a cambiare. La recessione economica generalizzata che colpì i paesi capitalistici nel 1974, li spinse a cercare all'Est un nuovo sbocco di mercato alle esportazioni per limitare il peso di quella che si rivelava essere una vera e propria crisi di sovrapproduzione. D'altro canto, i governi dei paesi a economia pianificata avevano sempre più bisogno della tecnologia e dei mezzi di produzione occidentali per accrescere la produzione dei beni di consumo, settore tradizionalmente carente. Per tutta la metà degli anni Settanta l'espansione dei rapporti commerciali tra i due blocchi fu rapida e la vendita delle merci dell'Ovest superò ben presto quella dei paesi dell'Est verso gli stati occidentali determinando un indebitamento dei paesi "socialisti" verso quelli capitalisti. All'inizio degli anni Ottanta l'indebitamento pubblico dei paesi dell'Europa dell'Est, dovuto alle spese per l'acquisto di merci dai paesi capitalisti, assorbiva ormai il "20% delle spese; esso era passato dai sette miliardi di dollari del 1975 ai settanta miliardi del 1980, con una previsione fino a 123-140 miliardi di dollari per il 1985".

Se le merci e i flussi migratori e turistici non erano riusciti a scalfire il blocco orientale, la musica jazz, rock e beat, proveniente dall'occidente capitalistico – con tutti gli stili di vita giovanili nuovi connessi a questi fenomeni musicali e comportamentali –, si diffuse nelle società dell'Est europeo e nell'Urss a partire dagli anni Cinquanta e Sessanta, creando le premesse alla formazione di un mondo giovanile per molti versi simile a quello occidentale. Per questa ragione la rivolta mondiale, giovanile e studentesca del '68 poté così attraversare "gli oceani e i confini dei sistemi sociali, e produrre simultaneamente movimenti di protesta nelle società più diverse, dalla California al Messico, alla Polonia, alla Jugoslavia e alla Cecoslovacchia". In questi ultimi tre paesi la protesta giovanile si trasformò, come nell'occidente, da moda e contrasto generazionale sugli stili di vita, in critica politica, cioè in richieste di riforme innovative e profonde dei sistemi di potere. Negli altri paesi, invece, la protesta rimase confinata nel campo comportamentale e culturale e si scontrò – spesso duramente – col potere, con le istituzioni, col partito e le organizzazioni giovanili ad esso collegate, ma non divenne movimento politico organizzato. In questo senso il Sessantotto non ci fu, non venne, mancò, malgrado si registrasse la presenza di un vivace movimento giovanile già sul finire degli anni Cinquanta e per tutto il decennio dei Sessanta. Casi evidenti di "sessantotti" non esplosi si verificano nella Repubblica Democratica Tedesca, in Urss e, in misura minore, in Bulgaria e in Romania.

Osservando quel mondo nel suo insieme, alla luce della categoria generazionale, colpisce la scoperta di stili di vita, di atteggiamenti, di sensibilità proprie dei movimenti giovanili dei paesi dell'Est, condivisi con quelli dei loro coetanei occidentali. Gli studenti polacchi e cecoslovacchi

assomigliano a quelli occidentali e vestono come loro. Quando si incontrano, si riconoscono: per il modo in cui si manifesta, le comuni in cui si vive assieme, i sit-in, le discussioni, le assemblee nelle Università, e soprattutto l'atteggiamento nei confronti del potere. Un potere che viene contestato, prima ancora di ritenerlo ingiusto o dannoso, perché non gli si dà legittimità, una legittimità morale prima che politica; è una classe dirigente che viene disprezzata perché rappresenta il coagulo degli adulti, cioè di quel mondo che è considerato nel suo insieme una controparte.

Quella generazione, la prima, escludendo l'Urss, cresciuta e formatasi in una società "socialista", viveva negli anni Sessanta e Settanta all'interno di processi strutturali che, pur nella diversità dei sistemi politici e ideologici, erano simili a quelli dei paesi del blocco occidentale. L'industrializzazione del secondo dopoguerra aveva trasformato società ancora prevalentemente agricole in società industriali, dando luogo a passaggi di forza lavoro dalla campagna alle officine delle grandi industrie, alle migrazioni, all'inurbamento, alla crescita della scolarizzazione di massa e al sorgere di un conflitto generazionale a partire dai comportamenti e dagli stili di vita adottati dai giovani per evidenziare le differenze con gli adulti. Un grande rivolgimento, come dimostrano i dati, che riguardò in particolare i paesi meno industrializzati, quelli dell'area balcanica, rispetto a quelli dell'Europa centrale che già possedevano una forte base industriale. La percentuale di lavoratori salariati dell'industria, rispetto alla popolazione attiva, aumentò, negli anni che vanno dal 1960 al 1977 passando, in Romania dal 20% al 31%, in Jugoslavia dal 23 al 34%, in Bulgaria dal 25 al 38%, in Cecoslovacchia dal 46 al 49%, in Germania orientale dal 48 al 51%, in Urss dal 29 al 46%, in Ungheria dal 35 al 48%; conseguentemente si verificarono fenomeni di urbanizzazione con relativo spopolamento delle campagne: nel 1970 la percentuale della popolazione urbana era del 73,8% nella Repubblica Democratica Tedesca, del 62,3% in Cecoslovacchia, del 52,3% in Polonia, del 53% in Bulgaria, del 48,9% in Ungheria, del 40,9% in Romania, del 40,2% in Jugoslavia, del 33,5% in Albania.

Alla fine degli anni Sessanta l'Urss e i paesi del blocco sovietico, ma anche quelli che non ne facevano parte, come la Jugoslavia e l'Albania, "si trovarono all'apogeo del loro processo di sviluppo e modernizzazione" nel campo della produzione, della scolarizzazione e dello sviluppo dei sistemi socio-sanitari. Si misuravano gli effetti positivi "del boom economico, che anche l'Europa dell'Est stava sperimentando", e che apportava alcuni significativi miglioramenti nella vita familiare e quotidiana introducendo, in modo limitato, l'accesso ai prodotti del benessere grazie anche all'aumento dei salari, che crebbero, in media, da una percentuale massima del 5,3% in Romania a una minima del 2,8% in Polonia. Come nell'occidente capitalistico si erano sviluppati i sistemi universitari, legati alla ricerca tecnologica e scientifica; si era quindi formata una popolazione studentesca e universitaria di notevoli dimensioni e, sul piano politico, l'avvio, seppur contraddittorio, del disgelo poststaliniano e della politica riformista krusceviana contribuirono a rilassare il clima politico e sociale, allentando, almeno nei suoi aspetti più brutali e totalitari, la morsa che il Partito-Stato esercitava sulla società. In questo clima:

Decine di migliaia di giovani, sfornati da ottime università, che riempivano nuovi centri di ricerca e di analisi, che trovavano spazio in un sistema industriale ancora modificabile, auspicavano un sistema più flessibile, più creativo, più libero nelle sue capacità espressive, ma pur sempre socialista: erano gli shestidesyatniki, la generazione degli anni Sessanta. Questa generazione, la prima ad affacciarsi in un ambiente europeo-orientale moderno e urbano, aspirava, riassunto in uno slogan, alla costruzione di un socialismo dal volto umano. Si fece espressione politica di tale mutamento la Cecoslovacchia di Dubcek, punta di diamante dello sviluppo e della modernizzazione del campo sovietico.

Un conflitto generazionale, originariamente esistenziale e impolitico, si accese anche nelle società dell'Est europeo, costruì i suoi stili di vita, guardò con interesse e condivisione alle mode e alle culture giovanili del mondo Occidentale, produsse dei movimenti giovanili su basi controculturali che pretendevano il cambiamento di mentalità, abitudini, tradizioni, aspirazioni di vita, comportamenti quotidiani e relazioni interindividuali, scontrandosi con forme e contenuti tradizionali, con le norme statali e con istituzioni che avevano come compito quello di educare e modellare una sana gioventù socialista. Negli anni Sessanta in particolare, il 'rock and roll' e il 'beat', Elvis Presley, i Beatles e i Rolling Stones, furono i veicoli attorno ai quali si catalizzò l'interesse di quella che fu definita la prima generazione socialista, nata e cresciuta cioè dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la costituzione delle democrazie popolari, e che si formò, come è stato sarcasticamente osservato, fra "leninismo e lennonismo", fra l'ortodossia marxista-leninista messa in campo dalle istituzioni educative statali e gli echi di una rivolta generazionale, proveniente da Ovest, sull'onda della beatlemania che interessò i paesi del blocco sovietico a partire dal 1964. Questa ondata musicale e di stile di vita, che si coagulò attorno ad un amore esageratamente appassionato per i Beatles, unificò e diede risonanza a malesseri giovanili che già esistevano, seppure in forma meno evidente e diffusa.

Già sul finire degli anni Cinquanta diverse riviste politiche e culturali e i rapporti sui giovani, curati dalle varie organizzazioni giovanili comuniste, legate ai partiti al potere, segnalavano casi di disaffezione alla politica, di apatia e indifferenza verso la politica, la società, lo Stato. Anche all'Est, come all'Ovest, sembrava crescere una generazione "silenziosa", che non partecipava o partecipava senza entusiasmo alle manifestazioni pubbliche e alle iniziative del partito e delle istituzioni statali, una generazione cioè che dimostrava indifferenza e, in qualche caso, anche insofferenza verso le mobilitazioni di massa suscitate dalla propaganda a supporto del consenso di cui doveva godere il sistema socialista tra i giovani nei vari paesi. In clima di destalinizzazione, questi fenomeni erano trattati alla stregua di una devianza, di una malattia sociale, da curare con interventi sociali, culturali e politici specifici, ricorrendo alla repressione solo nel caso di manifestazioni teppistiche e violente praticate da gruppi giovanili. In Unione Sovietica si era trattato del fenomeno degli Stiljagi, tipico di alcune città sovietiche sul finire degli anni Cinquanta. Fenomeni simili si erano verificati in Cecoslovacchia con i Pasek, con i Bikiniarze in Polonia, i Jampec in Ungheria. Bande giovanili affascinate dall'americanismo – in parte ancora dovuto all'influenza esercitata sui sovietici dall'incontro con gli americani nel corso della Seconda guerra mondiale e, maggiormente, all'esplosione del fenomeno rock legato a musicisti e figure mitiche quali erano diventate Bill Haley e Elvis Presley – che amavano ostentare in pubblico le sigarette americane, bene ambitissimo, i loro cappotti tagliati artigianalmente sullo stile di quelli americani indossati dagli attori nei film e, infine, il "vizio" di masticare la "gomma".

L'esplosione della beatlemania, dopo il 1964, coinvolse maggiormente i giovani e si presentò subito come un fenomeno interclassista e transnazionale. Furono coinvolti i soggetti giovanili, indipendentemente dalla loro collocazione sociale, e il loro "sentirsi giovani" superò le distinzioni nazionali che esistevano anche tra i paesi del blocco socialista. Come in Occidente, più dell'ideologia, della collocazione di classe, dell'identità nazionale o etnica, poté tra i giovani dell'Est il beat-look. Dall'Urss, dove i fans dei Beatles erano detti bitlovka, alla Polonia, dove venivano chiamati bitel, agli altri paesi Euro-orientali, fu un diffondersi di giacche senza risvolto, di cappotti tagliati e colorati come quelli del gruppo inglese; di capelli lunghi tagliati a caschetto, di stivaletti a punta e col tacco, di bottoni vistosi e lucenti. I Beatles offrirono per molti un modello, il primo che si contrapponesse così vistosamente, nello stile di vita ma non nell'ideologia, a quello proposto dalle organizzazioni giovanili legate ai partiti comunisti e socialisti al potere e alle istituzioni statali. E offrirono anche, come stava avvenendo ad esempio in Italia proprio in quel periodo, ispirazione per tanti giovanissimi musicisti rock e beat, molti dei quali iniziarono la loro carriera imitandoli.

I canali di penetrazione della moda giovanile furono molti e diversi. Nel campo prettamente musicale molto forte fu l'influenza delle trasmissioni radiofoniche occidentali dirette ai paesi oltre cortina, prime fra tutte Radio Free Europe che trasmetteva da Monaco, in Germania occidentale, e raggiungeva la Polonia, la Cecoslovacchia, l'Ungheria, la Romania e la Bulgaria, seguita dalla stazione Voce dell'America libera, dalla Bbc, dalla Radio in the American Sector, impiantata a Berlino Ovest e, infine, Radio Luxemburg, che in quegli anni riceveva sacchi di lettere provenienti dall'Urss con la richiesta di mandare in onda questa o quella canzone beat del momento. Si scatenò in quegli anni una vera e propria guerra tra i due blocchi a colpi di trasmissioni radio e televisive, infatti l'offensiva occidentale costrinse i governi dell'Est a rispondere onda su onda introducendo programmi che rispondevano alle richieste dei giovani, aprendosi quindi alla messa in onda di quelle che erano le realtà del beat autoctono che andava formandosi attorno alla nascita di una miriade di band giovanili.

Altri canali di penetrazione furono, soprattutto per i giovani romeni e bulgari, le prime ondate di turismo occidentale (inglesi, tedeschi, svedesi) che cercavano le coste del Mar Nero portandovi prodotti e merci di consumo occidentali: dischi, jeans, minigonne e una vita sessuale e di coppia già più spregiudicata e, infine, i pacchi dono di parenti o di amici provenienti dall'Ovest.

Se in Occidente i movimenti di contestazione studenteschi e operai criticavano in quegli anni la democrazia borghese, giudicata formale e non sostanziale, nei paesi dell'Est la rivendicazione più condivisa, comune ai movimenti giovanili, studenteschi o operai, era quella di libertà e democrazia. Libertà di espressione, di organizzazione, pluralismo politico, ideologico, partitico innestati però su un terreno economico e sociale che, si riteneva, non dovesse rinunciare a quelle caratteristiche che definivano un'economia di tipo socialista: niente richieste di privatizzazioni, di ritorno della proprietà privata, del mercato e della concorrenza. Si può dire, per sintetizzare, che le rivendicazioni, quando furono poste nel campo dell'azione politica, riguardavano più il sistema politico che quello economico-sociale.

L'ispirazione di coloro che parteciparono al movimento non era affatto quella di sostituire il capitalismo al socialismo, bensì quella di liberare l'idea del socialismo da tutte quelle caratteristiche negative — soprattutto la negazione di tutte le libertà fondamentali dell'uomo, definite sprezzantemente dalla propaganda di regime "libertà borghesi" — che ne avevano sfigurato l'immagine e compromesso il prestigio agli occhi di quasi tutto il mondo.

Similmente, Hannah Arendt aveva osservato, a proposito delle rivolte che scoppiavano nei paesi dell'Est, che i protagonisti chiedevano "libertà di parola e di pensiero come condizioni preliminari dell'azione politica [mentre] i ribelli dell'occidente vivevano in condizioni in cui queste premesse non aprivano più i canali dell'azione, di significativo esercizio della libertà".

Un terreno ancora tutto da indagare resta quello dello studio dei testi prodotti dai movimenti di protesta e di contestazione nei paesi dell'Est che sembrerebbero dimostrare, per quel poco che se ne sa, "l'esistenza di tratti culturali e di mentalità profondamente e originalmente comuni"" a quelli prodotti dai loro coetanei occidentali. Così pure restano da approfondire i legami, i rapporti e le diffidenze che ci furono in occidente rispetto a quello che accadeva all'Est:

Se la rivolta di Varsavia fu oggetto di istintiva simpatia, nell'insieme le agitazioni studentesche in Cecoslovacchia, soprattutto dopo il loro confluire nel più ampio movimento politico di riforma, erano viste con un atteggiamento di diffidenza, e si potrebbe dire di imbarazzo. Non era universale, né dominante l'attenzione di alcuni esponenti del movimento, come Rudi Dutschke [...] contribuì a quell'atteggiamento di diffidenza, a tratti di ostilità, il timore di cadere nell'anticomunismo o forse, come qualcuno ha osservato a distanza di anni, l'istintiva tendenza dei militanti della nuova sinistra ad assumere un atteggiamento opposto a quello dominante nella stampa occidentale "indipendente".

In generale il tema del '68 all'Est, a parte il cenno obbligatorio alla Primavera di Praga, nell'economia delle pubblicazioni e delle ricerche su questo movimento ha avuto uno spazio limitato rispetto a quello dato alle sue origini e ai suoi sviluppi nelle società occidentali. Il crollo del Muro di Berlino nel 1989, la conseguente fine delle democrazie popolari, seguita due anni dopo dal disfacimento dell'Urss, hanno riacceso un po' d'attenzione intorno al tema del rapporto tra evento '68 e evento '89. Ma non ne sono scaturite grandi ricerche sui movimenti giovanili e di contestazione nei paesi socialisti negli anni Sessanta e Settanta. Piuttosto sono sorti parallelismi tra i due eventi, ipotesi di correlazione e di effetti dell'onda lunga del '68 sull'89, alla luce di una rilettura fatta dopo gli sconvolgimenti provocati dalle "rivoluzioni democratiche" nei paesi dell'Est senza peritarsi di ricordare, come saggezza avrebbe voluto, che i protagonisti del '68 non avrebbero potuto includere nella loro prospettiva accadimenti come quelli dell'89:

Alla luce delle rivoluzioni democratiche dell'89, le rivolte studentesche degli anni intorno al '68 cominciarono a sembrare, improvvisamente e retrospettivamente, un po' diverse da come erano sembrate in passato [...] Apparve scontato che l'autentica rivoluzione politica della nostra epoca fosse adesso, non allora, liberale e democratica, non estremista e sessantottina, reale non immaginaria [...] nuovamente la storia sembrò procedere in una certa direzione. E di nuovo, proprio com'era accaduto dopo le insorgenze intorno al 1968 in diverse parti del mondo, arrivò l'ondata dei disastri colossali, dei massacri etnici e delle tirannie gangsteristiche [...] Noi, rivoluzionari due volte, abbiamo assistito all'ascesa e alla caduta di speranze politiche di dimensioni mondiali, due volte nel breve respiro di una generazione.

Secondo Berman la generazione del '68 ha creduto in due utopie ed entrambe non si sono realizzate: il '68 è fallito, la rivoluzione democratica e liberale anche. È certo che – pure la cabala sembrerebbe confermarlo - l'89 rappresenta il rovesciamento del '68 e in quelle due date sono racchiusi i due decenni finali dell'esperienza storica comunista del '900 in Europa. Ma, al di là dell'aspetto simbolico, si tratta per l'appunto di un rapporto di rovesciamento più che di continuità. La sconfitta del '68 nei suoi progetti di rivoluzione sociale e politica all'Est e all'Ovest pone le premesse dell'esito dell'89. Si tenga presente che, come è stato a suo tempo osservato, "l'invasione di Praga sottrae all'internazionalismo del Sessantotto una parte decisiva del mondo". In un movimento che nutriva "sentimenti" e legami internazionali, la drastica chiusura del "caso cecoslovacco" con la forza delle armi, rappresentò un indebolimento per i movimenti di contestazione nei paesi occidentali e divenne, per i paesi orientali, la premessa di una deriva che avrebbe condotto all'89. Il '68 era stato un movimento sostanzialmente anticapitalista in Occidente e per un socialismo democratico e rinnovato alle sue radici in Oriente. L'89, invece, si presentò come un movimento sostanzialmente filocapitalista che misurava, nel darsi questo obiettivo, il venir meno della speranza di una via d'uscita socialista dal socialismo reale; e la conclusione della primavera di Praga, repressa tragicamente, diede un contributo probabilmente determinante alla fine di ogni speranza in un rinnovamento socialista di quelle società, distruggendo "le speranze non solo in Cecoslovacchia, ma ovunque nel campo socialista, inclusa l'Urss". Più che un'esplosione improvvisa e senza preavviso, la Primavera di Praga e, per analogia e concomitanza storica stretta, il Maggio francese, furono un boato preparato dall'accumulo di tensioni sociali e generazionali nel corso degli anni Sessanta. In questo senso si trattò di due processi che giunsero a compimento e che scatenarono, naturalmente, una risposta del potere chiamato in causa, diversa nei due paesi.

Risulta abbastanza difficile sostenere che "il 1968 è stato l'araldo del 1989, e che dunque il 1989 sia stato per molti aspetti una continuazione del '68", a meno di voler chiamare continuità quelle che sono invece rotture. Se dobbiamo tener conto dell'impatto di lunga durata dei movimenti sociali, e della loro influenza "carsica", che può manifestarsi anche decenni dopo nella struttura sociale, parimenti però non dobbiamo dimenticare il tipo di risposta che il potere economico e statuale dà all'esplosione dei movimenti. Se la risposta è la repressione armata, come avvenne con l'invasione della Cecoslovacchia, questo fatto avrà pure un significato e delle conseguenze. La storia non è un procedere diretto lungo una linea già tracciata, è piuttosto una linea indefinita che può variare nel tracciato e nelle conseguenze a ceconda di come si evolvono gli eventi. In Cecoslovacchia si chiuse un'esperienza, un tentativo di riforma del sistema, una speranza che andava genericamente sotto il nome di "socialismo dal volto umano".

Nel lungo periodo fu lo stesso sistema socialista che risultò sconfitto, ma solo nel 1989, dall'incapacità di introdurre riforme nel sistema aprendosi alle esigenze poste dalla Primavera di Praga. Nell'immediato, quel movimento scomparve, schiacciato e cancellato, costretto al silenzio. Prova definitiva che quel sistema era irriformabile e che all'Est non c'era speranza. Ma non è solo il caso cecoslovacco a richiamare analogie storiche forti, anche la Polonia invita a comparazioni e similitudini. In quel paese, come in Italia, vista la scesa in campo prima degli studenti e poi degli operai negli anni 1968-1970, si è avuto un Sessantotto "lungo" o "strisciante". In Italia si è parlato di "maggio strisciante" contrapposto alla breve fiammata del Maggio francese, in Polonia si può parlare di "primavera strisciante", in contrapposizione alla corta primavera praghese, che si esaurì, bruciata dai tank sovietici, nell'agosto del '68:

La primavera di Praga, come il maggio francese, è stato un movimento esplosivo ma di breve durata. [...] nel '68 in Italia e in Polonia ci sono state esperienze analoghe a quelle che avevano dato origine al Maggio francese e alla Primavera di Praga, ma fin dall'inizio in nessuno dei due paesi i movimenti erano riusciti ad acquisire lo slancio necessario. Eppure, dopo un breve arco di tempo (in Italia nel 1969 e in Polonia nel 1970), è emerso un nuovo tipo di movimento che è durato molto più a lungo, e che si è rivelato molto più difficile da reprimere o da addomesticare rispetto ai precedenti movimenti sociali.

La "primavera strisciante" polacca avrebbe rappresentato l'elemento costitutivo di un "movimento sindacale, durato un ventennio", che stabilirebbe "un legame pressoché ininterrotto fra il 1968 e il 1989". Credo, tuttavia, che ci voglia maggior cautela nel tratteggiare accostamenti e relazioni tra eventi che sono abbastanza dissimili, a cominciare dagli esiti. Oltre all'accostamento di due eventi, andrebbero prese in considerazione le speranze e le piattaforme che agitarono i due movimenti, quello del 1968-1970 e quello dell'89, (quest'ultimo, avendo vinto, possiamo anche valutarlo nei suoi esiti); poi, imprescindibile ci sembra il passaggio legato alla nascita del movimento di Solidarnosc e alla grande stagione di lotte operaie del 1980 e, ancora una volta, la reazione, irricevibile, palesatasi col colpo di stato del generale Jaruzelski del 13 dicembre 1981. Credo che, anche in questo caso, quel tipo di risposta abbia condizionato poi l'esito dell'89.

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