Copertina
Autore Giorgio Giorgetti
Titolo L'Inter
Sottotitolocento anni di immagini mai viste
EdizioneMarsilio, Venezia, 2008 , ill., cop.fle., dim. 14,5x21x1,6 cm , Isbn 978-88-317-9530-2
CuratoreGiorgio Giorgetti
LettoreRiccardo Terzi, 2008
Classe sport
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Pagina 1

Il ritratto della grande squadra milanese che si vuoi dare in questo libro, pagina dopo pagina, non è soltanto quello che ogni buon appassionato di calcio conosce. Non è - e non vuol essere - la storia puntuale di ogni trionfo, di ogni amarezza, di ogni dolore e di ogni speranza. Non è neppure il registro preciso di ogni formazione o giocatore più o meno fondamentale per l'economia degli avvenimenti.

L'ambizione è un'altra: affrescare un sentimento che si sviluppa e si dipana nel tempo e che oggi costituisce una sorta di patrimonio genetico comune a tutti i veri nerazzurri. Cromosomi d'origine sconosciuta che si diffondono e si riproducono da tifoso a tifoso, come una sorta di imprinting.

Ciò che ho cercato, quindi, è stato di ricostruire il Dna che, attraverso un secolo d'evoluzione, ha prodotto il senso d'appartenza a questa bandiera. Poiché esser tifoso dell'Inter, me lo concedano milanisti, juventini e quant'altri, non è cosa da poco.


La storia di questa squadra, in qualche maniera, ha infatti toccato bisogni, speranze, desideri, gioie e dolori umanissimi e veri come nessun'altra. Ma chi pensa (e magari se ne illudono i più giovani) che ciò sia nato soltanto dal sofferto periodo d'insuccessi che ha preceduto questi ultimi due anni di trionfi, si sbaglia di grosso.

La vicenda ha radici più antiche ed è scolpita sui volti e nelle opere di tanti personaggi, che hanno saputo evidenziare il lato umano di questa compagine come di nessun'altra.


Per costruire questo libro ho incontrato, giocoforza, vari interisti. Qualcuno di vecchia data, qualcun altro appena svezzato ai piaceri e ai dispiaceri del pallone. Tutte persone che mi hanno fatto comprendere questo: non so come sia possibile, ma interisti si nasce, non si diventa. Occorre esserci portati. un dono o una maledizione innata: l'Inter pare trascinare nella sua orbita soltanto alcune persone e altre allontanarle.

Durante i periodi bui della squadra (e ce ne sono stati tanti, fin troppi), interista era addirittura sinonimo di masochista. Che senso - c'interrogava il resto del mondo - a perseverare nell'assurdo amore per una maglia che, a parte cocenti delusioni, altro non donava? Eppure, fra i tanti interisti conosciuti, nessuno - ripeto nessuno - ha mai mollato, ha mai tradito. Sempre lì se ne stavano, aggrappati con i denti e con le unghie a ogni partita, a ogni sussulto di riscatto, a ogni amarezza che poteva costruire una futura speranza...

Non so se tutti questi fedelissimi amici hanno coscienza di tale feroce attaccamento che ha dell'inumano, come sempre gli altri (tutti gli altri) vociferavano. Personalmente, credo di aver rinvenuto l'origine di questa condivisione proprio sceverando queste foto e tentando un veloce commento per ciascuna di esse: in questa squadra militarono e militano esseri umani che vissero e vivono il gioco del pallone come fosse in gioco la vita. Forse non tutti, ma molti sì. E quest'umanità, folle e donchisciottesca, s'avverte guardando i loro volti ancor più che giudicando a posteriori le loro azioni. Non soltanto scrutandoli sul campo, ma anche nella vita.


Così, proprio seguendo quest'ispirazione, ho frugato tra le centinaia di migliaia di foto che l'Archivio Storico Farabola di Milano conserva in centinaia e centinaia di fragili scatolette. Una Grande Muraglia di pellicole, lastre di vetro, negativi e diapositive, custoditi uno per uno con amore da persone altrettanto rare e meravigliose. Lì, potendo e sapendo curiosare, era racchiusa la vita dell'Inter fin dal suo primo manifestarsi. La potete vedere sui volti dei campioni più antichi, la vedete nelle immagini più familiari o più curiose, figlie di periodi in cui il fotografo poteva introdursi nei sacri penetrali degli spogliatoi, negli scherzi e nei lazzi prima e dopo gli allenamenti. La si vede in tutto ciò che di umano c'è in questo libro. E, credo, di umanità ce n'è parecchia.


La ricerca dei volti piuttosto che delle imprese ha portato a qualche sacrificio. Qualcosa è sfuggito ai valenti fotografi dell'agenzia che pur tantissimo hanno scattato. Gli anni precedenti all'attività dello studio, innanzi tutto. I momenti in cui gli alti e i bassi del mercato chiedevano a chi di immagini campava altri servizi e altre emozioni. Periodi e persone i cui documenti sono stati inghiottiti dal tempo e mai più restituiti. Anche Farabola, insomma, nei suoi tanti anni di storia, è stata ed è ancora agenzia molto umana, folle e tenerissima: aspetto che, in qualche maniera, l'accomuna nei sentimenti alle vicende della nostra grande squadra.


Ma se il lettore dovrà sopportare qualche rinuncia e qualche assenza (in verità piuttosto piccole, ma scartabellare in altri archivi non aveva senso o significato), guadegnerà senz'altro in conoscenza. Meazza, Lorenzi, gli eroi della Grande Inter... davvero il tifoso di oggi conosce i loro sguardi? Forse saprà ciò che hanno compiuto, forse si sarà costruito nella mente una sorta di monumento intoccabile e muto a questi miti del passato, ma non avrà mai potuto esperire in diretta una loro gioia, un loro entusiasmo, un loro dolore nelle smorfie di un insuccesso o di un infortunio. Ecco, questo è un libro "confidenziale" soprattutto per questo motivo. Così, sebbene non disdegni rappresentare momenti e gladiatori più attuali (per quanto inflazionati dagli infiniti media che li ritraggono a ogni piè sospinto), quest'album di ricordi fotografici ha preteso di scavare nel passato per estrarre il collante emozionale che costituisce il presente di questa Inter Beneamata, come la battezzò Gianni Brera. Non credo di essere immodesto (anche perché, in fin dei conti, il mio contributo è stato soltanto quello del catalogatore d'opere altrui) nel ritenere che, alla fine di questo libro, chi ama l'Inter scoprirà una consapevolezza maggiore di ciò che l'ha sempre spinto con testardaggine ad amarla.

L'aver preferito qualcosa al posto d'altro non ha però costretto questa storia fotografica a risultati soltanto emotivi. Tutt'altro. Qualche piccola, ignorata perla l'Archivio Farabola ha saputo donarla ugualmente.

L'esempio più eclatante riguarda il gravissimo infortunio occorso a Benito Lorenzi nel 1953. Oggi, la maggior parte delle fonti che espressamente lo citano (le altre sorvolano) si rifà a un'intervista rilasciata dal campione nel 2002, quando Lorenzi aveva 77 anni. In quell'occasione, Benito raccontò che la squadra contro cui giocava quel giorno funesto era la Pro Patria, nella partita del 22 febbraio. Durante l'incontro, racconta l'ex giocatore, un non ben identificato centravanti («non ne ricordo mai il nome», confessa, «eppure era un amico, che militava anche nel Palermo») lo colpì con violenza sul piede d'appoggio, spezzandogli il perone. Sbilanciato, cadde, tentando di ripararsi la faccia con le mani. Inutilmente, poiché finì per sbattere la testa contro i ferri della porta, ferendosi in maniera non indifferente, tanto che fu lì lì per abbandonare la carriera.

E chi siamo noi per smentire i ricordi del principale testimone? Infatti, sempre così è stato riportato l'infortunio, fino a che Farabola non vi ha messo lo zampino, resuscitando dalle sue lastre fotografiche come e dove realmente si svolsero i fatti. tutto lì (e perciò qui, tra queste pagine), letteralmente nero su bianco: l'incidente di Lorenzi non avvenne nello scontro con la Pro Patria, ma durante la successiva partita contro il Palermo il 3 maggio di quello stesso anno. Le foto non possono mentire.


Insomma, l'album di ricordi pubblici e privati che avete fra le mani non vi offrirà una cronaca giorno dopo giorno. Non vi narrerà oscuri misteri, retroscena inconfessabili o pettegolezzi indicibili. Vi regalerà invece volti che vivono, che vi confesseranno non soltanto ciò che fecero, ma soprattutto chi furono, nel bene e nel male. Vi mostrerà, infine, gli uomini e i cavalieri, le loro armi e i loro amori. La loro passione per il gioco più bello del mondo, che in un secolo di gioie e sofferenze s'è trasformata in una passione dilagante, incontrollabile, che unica cura trova e vuole nella fedeltà assoluta e adamantina alla grande maglia nerazzurra.

Cento di questi anni, Sempre Grande Inter.

Giorgio Giorgetti

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