Copertina
Autore Carlo Giorgi
CoautoreStefano Turconi [illustrazioni]
Titolo Vado in Senegal!
SottotitoloDakar, i parchi naturali, il Lago Rosa, la Casamance: guida-racconto in 16 itinerari di turismo responsabile
EdizioneTerre di mezzo, Milano, 2008 , pag. 142, ill., cop.fle., dim. 13,7x18x1 cm , Isbn 978-88-6189-022-0
LettoreSara Allodi, 2008
Classe viaggi
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Indice


    Racconto

  4 Africa "on the road" sto arrivando
 11 All'università con Leopardi e Max Pezzati
 20 Un Paese a due velocità
 31 Modou, Amed e gli altri: quando lo sviluppo
    arriva "dal basso"
 39 Convivenza in nome di Dio
 48 Sul treno per Tambacounda
 61 Il mistero del leone senegalese
 73 In viaggio tra "Médicos" e carcerati
 84 Un tuffo nell'oceano e poi a casa


    Itinerari

 98 Zaini in spalla!
105 A nord del Gambia
116 Casamance
125 Ecoturismo
132 Viaggi di conoscenza
138 Onits. Organizzazione nazionale per il turismo
    integrato in Senegal
139 Prezzi medi senegalesi


 

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 4

Africa "on the road" Sto arrivando


"Las Palmas? Come, Las Palmas? Questo aereo non andava a Dakar, Senegal?". Scoprire di aver sbagliato destinazione quando ormai non c'è più niente da fare è un brivido freddo lungo la schiena. Una cosa simile mi era già capitata qualche anno fa. Narcotizzato dal caldo estivo, alla stazione di Genova Brignole salgo su quello che credo essere il treno per Imperia e, solo dopo mezz'ora, mi rendo conto che sto inesorabilmente marciando in direzione opposta, verso La Spezia. Essere distratti è un vero guaio, ma accorgersene su di un treno locale italiano è una cosa, a bordo di un volo intercontinentale un'altra.

Dopo cinque tragici minuti di improperi a 6mila metri d'altezza, mi rendo però conto dell'equivoco. In realtà è tutto a posto, sono solo salito su un "torpedone del cielo": senza alcun nreavvico ai viaggiatori il volo IB6970 della compagnia di bandiera spagnola, tratta Madrid-Dakar, si ferma a metà strada per una sosta di servizio: scarica a Las Palmas, Canarie, un po' di giocondi turisti comunitari in bermuda, e carica altrettanti immigrati extracomunitari, senegalesi, pieni di regali e voglia di casa. L'aereo cambia colore, letteralmente. E io mi sento già in Africa.


DESTINAZIONE SENEGAL, DUNQUE. OBIETTIVO: UN VIAGGIO DI TURISMO RESPONSABILE CHE DIVENTERÀ UNA GUIDA—RACCONTO PER TURISTI CURIOSI,
un itinerario da copiare, a pezzi o in toto, per conoscere un'Africa "on the road"; l'esatto contrario di un safari di plastica, insomma, stile "leoni pettinati e culturisti masai". Un viaggio mille miglia distante dai cataloghi patinati che trovate nelle grandi agenzie turistiche. Un'Africa diversa, fatta anche delle storie di chi scappa perché non ce la fa più, e delle vite di chi al contrario rimane contro ogni logica, ma per cambiare le cose. Inshallah, se Dio vuole, ovviamente.

E poi per me questo è un viaggio speciale, perché io con il Senegal ho un debito personale: per più di dieci anni ho lavorato come giornalista prima, e direttore poi, di "Terre di mezzo", il giornale di strada, a stretto contatto con gli "strilloni" senegalesi che preferivano vendere legalmente il giornale in strada anziché borse contraffatte, cd o accendini.


ALL'AEROPORTO DI MADRID ASPETTO TRE ORE LA COINCIDENZA.
Pioggia e lampi là fuori. Sulla pista i jet in decollo alzano enormi ventagli d'acqua e io mi incollo alle vetrate ad ammirarli, come un bambino. Tanti pensieri in testa. Cerco di immaginarmi la faccia di Boutout, l'amico di Paola che mi ospiterà per le prime notti. Non l'ho mai visto e ci siamo scritti solo qualche e-mail. Spero fino nel midollo che si presenti all'aeroporto di Dakar come ha promesso: io non so il francese e arrivo a notte fonda, mi spiacerebbe venire subito derubato di tutto...

Per ingannare l'attesa sfoglio le guide che mi sono portato appresso, da bravo turista; il Senegal, scopro, è come la Pianura Padana: piatto. Massimo picco, i 417 metri del monte Goumbati, nell'estremo sudest. I senegalesi sono pochi: 11 milioni su un territorio che è due terzi di quello italiano. Una cosa che ovviamente la guida non mi dice è che dal Senegal la forza lavoro, quella più giovane e valida, continua a scappare. Qui, come in molti altri Paesi dell'Africa occidentale, l'economia è asfittica, le arachidi e la pesca, prime fonti di reddito, non bastano a fare la ricchezza di tutti; la stagione delle piogge dura quattro mesi all'anno e l'agricoltura nei restanti otto è in ginocchio; il Paese non ha risorse naturali significative (niente petrolio, gas, diamanti, oro). Così per decine di migliaia di giovani l'unica speranza è l'emigrazione. Quella illegale. Perché le quote di quella legale per l'Europa bastano solo a soddisfare le attese di pochi eletti. "El País", il principale quotidiano spagnolo, dedica proprio oggi una pagina intera a "quelli delle piroghe": sono i senegalesi che tentano la sorte, si imbarcano clandestinamente su grandi e inadatti barconi da pesca, e sfidano l'oceano anche per 2mila chilometri di navigazione, sperando di approdare alle isole Canarie, che stanno vicine all'Africa ma sono territorio spagnolo. Al momento cinque navi delle marine militari europee (tra cui anche una della nostra Guardia di finanza) incrociano al largo delle Canarie per impedire gli sbarchi, ma possono fare ben poco, perché il territorio da pattugliare è troppo vasto. D'altra parte oggi, dopo la firma degli accordi bilaterali tra Paesi europei e magrebini che sanciscono controlli pressanti sulle coste, raggiungere l'Europa dal Mediterraneo diventa sempre più difficile. E così per molti africani il viaggio via mare dal Senegal sembra l'unica speranza per entrare nel Vecchio Continente.

In Italia siamo ossessionati dall'invasione di Lampedusa. A me i 200 chilometri che separano la Tunisia dal suolo italico sono sempre parsi una distanza spaventosamente grande, ma rispetto a questi 2mila chilometri di oceano aperto, adesso mi sembrano un'inezia. Non riesco a immaginare quanta disperazione deve avere dentro uno che si mette su una piroga di legno per attraversare l'oceano. Partire, in questo caso, è una questione di coraggio o forse, in fondo, solo il fatto di non avere uno straccio di alternativa?

Il servizio di "El País" quest'oggi parla delle correnti oceaniche: all'altezza di Cabo Bianco, Mauritania, 800 chilometri a nord di Dakar, le correnti equatoriali (calde) provenienti da sud, si scontrano con le acque (fredde) sospinte dai venti Alisei che soffiano da nord. L'impatto tra le masse d'acqua provoca spaventose correnti che portano le imbarcazioni violentemente al largo, verso l'America. Risultato: soltanto nel 2006 almeno 1.035 giovani senegalesi sono annegati cercando di raggiungere l'Europa, e 410 di questi non sono mai stati ritrovati.


QUANDO IL "TORPEDONE DEL CIELO" RIPARTE DA LAS PALMAS ALLA VOLTA DI DAKAR NON RIESCO A
non pensare a quelli che in questo stesso momento stanno sfidando l'oceano sulle piroghe. Cerco di distrarmi. Sfilo dalla tasca del sedile "Ronda Magazine", la rivista omaggio per i passeggeri dell'Iberia: ha uno speciale dedicato alle isole Canarie. Pare che l'arcipelago si stia affermando come "leader mondiale del turismo della salute e del benessere": 9 milioni mezzo di turisti nel 2006. Per il 2007 si sfondano i 10 milioni. Ci sono le foto delle terme di Tenerife, del parco acquatico di Lanzarote; si può fare windsurf, snorkeling e mountain-bike; ci sono 20 campi da golf e 10 palazzi di congressi; qui, spiega la rivista, vengono a passare le vacanze Mariah Carey, Jennifer Lopez, Kimi Raikkonen e anche Bill Clinton. Il mondo è diviso irreparabilmente in due, penso.


DOPO MENO DI UN'ORA DI VOLO IL PILOTA PUNTA DECISAMENTE VERSO TERRA E LE LUCI DI DAKAR NEL BUIO DELLA SERA APPAIONO ALL'IMPROVVISO LÌ SOTTO.
Si atterra sfiorando un quartiere di case basse, tutte squadrate allo stesso modo. Quando il portellone finalmente si apre, penso: ecco l'Africa! E l'aria fresca dell'oceano mi riempie la camicia. Ma chi l'ha detto che in Africa fa caldo. Tagliamo la pista a piedi fino all'ingresso di una struttura semplice, a un piano: l'aeroporto internazionale dedicato a Léopold Senghor, primo presidente del Senegal, mito nazionale. Dopo 20 minuti i bagagli incominciano a scorrere sul nastro trasportatore: meglio che a Malpensa. Prima notizia positiva: il mio zaino compare quasi subito. Lo agguanto, passo la frontiera e affronto la folla vociante e disordinata di tassisti, fattorini e parenti in attesa.

La seconda buona notizia è il viso di Boutout che ho provato a immaginare per tutto il viaggio: sotto un sorriso interrogativo ("Sei tu?", mi chiede il suo sopracciglio alzato) tiene in mano un cartello con il mio cognome a lettere cubitali. Benvenuto in Africa, Carlo. E finalmente, usciti dall'aeroporto, inizia il viaggio.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 61

Il mistero del leone senegalese


Ma ci stanno o no, questi benedetti leoni, in Senegal?!? Esotiche definizioni, ripetute dai locali: "Noi siamo il Paese dei leoni; i leoni della Teranga; la nazionale dei leoni..." La retorica senegalese è infarcita del re della foresta, ma la cosa è equivoca: dal punto di vista naturalistico il Senegal dovrebbe essere famoso per tutt'altro; le vere perle, davvero da non perdere se siete amanti della natura, sono i parchi ornitologici, dove vivono pellicani, pappagalli, volatili di tutte le taglie, forme e colori. Strepitosi sono il parco del Djoudj, a nord, al confine con la Mauritania, e il parco nazionale del delta del Saloum, 100 chilometri a sud di Dakar, vicino al Gambia. Enormi incontaminati autogrill per volatili, tappa forzata in occasione delle loro grandi migrazioni da e per l'Europa.

Io, invece, in questo viaggio voglio risolvere il mistero del leone senegalese. Perché gli autoctoni ne sono ossessionati? Esiste? Non me ne vado via finché non ne vedo uno. Tambacounda, dove sono arrivato ieri con il treno, è a 70 chilometri dal parco del Niokolo Koba, dichiarato riserva della biosfera dall'Unesco. Qui, dicono, ci stanno i leoni. E io ci vado.

Quando a Dakar raccontavo le tappe del mio viaggio, alla parola "Tambacounda" tutti si producevano nella stessa smorfia di paura, con gli angoli della bocca tirati e gli occhi sgranati, per poi avvisarmi: là fa caldo! Confermo: a Tambacounda incominci a sentire seriamente il forno dell'Africa continentale. Si superano in scioltezza i 40 gradi e il vento fresco dell'oceano è davvero un lontano ricordo. Crocevia stradale e stazione ferroviaria, provvista anche di un piccolo aeroporto, "Tamba", come la chiamano tutti, è però una città viva. La sua spina dorsale è Ave Léopold Senghor, una lunga brulicante via commerciale asfaltata. Strade sterrate si snodano come costole, a destra e a sinistra. Rido sotto i baffi guardando Babacar alle prese con i locali. Qui, in qualche modo, è straniero anche lui: la gente più semplice parla solo mandingo e non wolof, così anche Baba, quando gli rivolgono la parola, li guarda interdetto e chiede di ripetere. Mattinata di commissioni: mi fermo in un Internet café, finché non salta la luce, per mandare qualche mail; vado in banca (aria condizionata!); fotografo divertito uno striscione che annuncia per sabato sera l'elezione di Miss Tambacounda. Soprattutto, a Tamba, mi reco alla direzione del parco del Niokolo Koba: una caserma della guardia forestale affacciata su di un piazzale rovente, per chiedere a Samuel Dieme, ufficiale e direttore del parco, alcune informazioni utili.

Per terra, lungo il corridoio che porta al suo ufficio, una processione di ossa tra cui, giganteschi, un teschio e un femore di elefante, allineati e provvisti di cartellino scritto a macchina. Il signor Dieme è gentile ma un po' troppo burocratico per i miei gusti: prima mi chiede impassibile se ho l'autorizzazione per entrare nel parco come giornalista (autorizzazione che, ahimè, non ho!); quando, sudando e arrampicandomi sugli specchi, gli spiego che, è vero che sono un giornalista, ma in effetti nel parco ci entro da turista, si rilassa e mi riempie di informazioni. Valli a capire, 'sti burocrati.


USCITI DALLA CASERMA DELLA FORESTALE, FACCIO UNO DEGLI INCONTRI PIÙ ASSURDI DEL MIO VIAGGIO:
sotto un albero a consultare la carta stradale "Freytag & Berndt" (in scala uno a 500mila) ecco Gael il normanno. È un eroe dei nostri giorni: si sta facendo il giro del mondo in bicicletta! Viaggia su un trabiccolo a tre ruote, una specie di "bicicletta sdraio", con un carrello a rimorchio sormontato da una cassa cubica di metallo in cui tiene tutto: tenda, vestiti, acqua, cibo, attrezzi, pezzi meccanici e copertoni di scorta. Ha mollato il lavoro ed è partito. Semplicemente. Si è messo in sella a gennaio: Francia, Spagna, Marocco, deserto della Mauritania e adesso Senegal. Problemi? "I soldi. Qui non accettano la mia carta di credito - mi spiega -. Me li devo fare inviare con il money transfer". Per fare il giro del pianeta ci metterà tre anni, dice. Biondo nordico, berretto calcato in testa e maniche abbottonate fino ai polsi, combatte la sua battaglia quotidiana con il sole africano: viso e labbra sono visibilmente strappati dal sole. Ci facciamo una foto insieme. Pensare a uno che si fa il giro del mondo in bici quasi mi commuove. Ma io vado a "motore".


PER UN TURISTA DA MEZZI PUBBLICI COME ME,
il primo luogo con cui familiarizzare in una città senegalese non è la medina, la moschea o il municipio, ma la gare routière, la stazione dei pullman. Se non sapete arrivarci, siete nei guai: è lì che si concentrano i taxi collettivi e i pullman piccoli e grandi da e per tutte le città dello Stato e dei Paesi confinanti. Solitamente la gare routière è un'ampia tettoia sotto cui si contrattano vivacemente i prezzi dei biglietti e ci si rifornisce dei generi di sussistenza. Tutt'intorno, il rattoppato ma sempre ruspante parco macchine. Andiamo a Dialokoto, nostro campo base per i prossimi giorni, alle porte del parco del Niokolo Koba. Per pranzo ci procuriamo due bottiglie d'acqua (1.000 cfa), manghi e banane (500 cfa) un coltello che è sempre utile (200 cfa), spicchi di cocco e sigarette (500 cfa). E poi ci mettiamo ad aspettare. Qui il principio in base al quale partono i pullman non è il rispetto di un orario, ma il sold ou: l'esaurimento di tutti i biglietti a disposizione. Questa volta, però, siamo fortunati: dopo soli 40 minuti l'equipaggio per Dialokoto è al completo e si può partire! Allo start sono presenti nell'abitacolo: 13 adulti, 4 bambini, una ruota. Sul tetto i bagagli di tutti e alcuni enormi sacchi di riso "L'elefante d'Africa", che a dispetto del nome è tailandese al 100%. Note salienti della corsa: al villaggio di Missina tamponiamo una pecora in velocità, ma non ci fermiamo; una passeggera con gonna batik e divisa della nazionale francese si alza la maglia di Trezeguet e allatta il suo bimbo; sale un'anziana sprovvista dei soldi per il biglietto e Babacar, prima che sia scaricata malamente a bordo strada, mi chiede di offrirle la corsa. Dopo due ore nel caldo torrido del primo pomeriggio, siamo noi a scendere. A un uomo che passa di lì chiediamo di accompagnarci e raggiungiamo la meta annunciati dal "Toubab, toubab! È arrivato l'uomo bianco!" di uno stormo di bambini.

Dialokoto è un villaggio di 2mila anime, a 10 chilometri dall'entrata del grande parco. Per un turista responsabile che si attardi nel Senegal centrale è un posto da non perdere, almeno per due motivi: per la vicinanza al Niokolo Koba, ma, soprattutto, perché qui sorge un campement speciale, gestito dall'associazione ecologista senegalese "Amici della natura". Questo campement funziona dalla metà del 2005, e nel 2006 ha contato un centinaio di presenze turistiche. La struttura vanta una decina di capanne, ciascuna con due letti provvisti di zanzariera, per una abitabilità massima di 19 posti. Il sito è davvero meraviglioso. Sorge su un lieve dosso, ai margini del villaggio. Non c'è ancora l'energia elettrica e la sera, sulla soglia di ogni capanna, viene posata una lampada a olio accesa, ad uso di ciascun ospite. E poi se, come me, viaggiate con una scheda telefonica Orange, non c'è campo! Così passo due splendidi giorni senza nessun tipo di comunicazione con il mondo. Se avete scelto Tigo, antagonista di Orange, invece siete coperti e siete fregati. Mentre ci ristoriamo dal viaggio con una birra ghiacciata, incontriamo Mady Ndiaye, guida ufficiale del parco, responsabile del campement nonché presidente degli "Amici della natura" locali: "L'associazione è stata creata nell'83, nella città di Mbour - racconta Mady -. Poi nel '92 ho fondato la sezione di Tambacounda. I soci sono tutti senegalesi e la quota d'iscrizione è di 500 cfa. In ogni villaggio, nei paraggi del parco, ci sono piccoli gruppi di volontari che animano attività di sensibilizzazione: di solito si tratta di conferenze all'aperto, oppure proiezioni di film sull'ambiente, in piazza, nei giorni di festa. Viene tutto il paese a vederli". L'inquinamento a queste latitudini è un problema relativo. Sono altri i fronti delle battaglie ecologiche: "Innanzitutto il fuoco nella brousse - spiega Mady -: i cacciatori che bruciano il territorio, spesso per incoscienza, causano disastri. Noi spieghiamo alla gente come si può accendere un fuoco senza rischiare, e anche come si spegne... E poi sensibilizziamo contro il bracconaggio, spiegando che se i bracconieri uccidono tutto, per gli altri non rimane più nulla. La prima domenica di luglio invece è la giornata del rimboschimento: piccoli e grandi sono impegnati a piantumare, privilegiando gli alberi locali. Ogni anno l'associazione 'Amici della natura' apre nel parco decine di chilometri di nuove piste, ma lo fa a proprie spese, perché lo Stato non ha soldi". Per la sensibilizzazione, uno strumento fenomenale in Africa la radio. "Sulla radio nazionale, tutti i martedì dalle 16 alle 17, conduco una trasmissione sulla protezione e la conservazione della natura", spiega.

| << |  <  |