Autore Fabrizia Giuliani
CoautoreSara Fortuna, Monica Pasquino
Titolo Storie di femministe, filosofe rumorose
Edizionemanifestolibri, Roma, 2003, La talpa di biblioteca 50 , pag. 180, dim. 110x180x12 mm , Isbn 978-88-7285-348-1
LettoreGiovanna Bacci, 2003
Classe filosofia , femminismo












 

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Indice

Con baldanza (per introdurre)       7

Volti, burga, vamp. Tra segni d'esclusione
    e simboli sessuati                       13

    I. Filosofie femministe:
       dalle antinomie al rumore             19
    II. Percepire la differenza di genere    45
di Sara Fortuna

Peter Pan al gabinetto: la mia versione      71

di Monica Pasquino

Forme di libertà                            113

di Fabrizia Giuliani

...e una rumorosa bibliografia              165

 

 

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Pagina 7

CON BALDANZA
(PER INTRODURRE)



Storie di femministe, filosofe rumorose è la trascrizione infedele di un rumoroso e baldanzoso pomeriggio calabrese in cui abbiamo cercato di raccontare agli studenti e alle studentesse ciò che per noi è la filosofia femminista. In un racconto trasversale, abbiamo affrontato alcune questioni variamente connesse al tema del linguaggio e dell'identità. Cosa fa della percezione di altri volti l'origine della simbolizzazione umana? Quando questa diventa norma sociale, come incide sul nostro diventare persone? E in questo processo, quale forma assume una libertà che fa della sessuazione il momento fondante?

Abbiamo parlato delle femministe come di filosofie rumorose. Parafrasando con poco ossequio una celebre formulazione aristotelica diremmo che il rumore si produce, e s'intende, in molti modi che qui proviamo a descrivere. Esso viene anzitutto dall'inevitabile dissonanza rispetto alla tradizione filosofica neutra: è un rumore di natura politica, che assume la tonalità del conflitto.

Sappiamo tuttavia che il crinale più difficile per le donne è quello della ricerca di pratiche nuove, nelle quali il riconoscimento reciproco sia capace di creare un linguaggio condiviso. Per questo anche il rumore generato dallo scarto tra i nostri scritti non si fa mai stridente. Piuttosto va inteso come una polifonia, che aiuta a comprendere le diverse tonalità della voce di ognuna. La certezza di un orizzonte comune e di un codice riconosciuto hanno consentito alla nostra passione filosofica di orientarsi lungo direzioni diverse tra loro - e per questo parleremo d'ora in poi di femminismi. Fabrizia e Sara da studentesse avevano conosciuto il silenzio che l'accademia spesso ha riservato al femminismo. Eravamo tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta a Roma. Per Sara l'incontro con la filosofia femminista era avvenuto, con l'ingresso in un gruppo di studentesse e docenti della facoltà di filosofia La Sapienza, che si riuniva per leggere e discutere insieme testi femministi. Da quel gruppo è nata, nel 1993, la rivista «Sofia», che ha poi cambiato un po' le cose nel piccolo ambito accademico di Villa Mirafiori1. Quando Monica si è iscritta all'università alla fine degli anni Novanta, era finalmente possibile concordare esami e frequentare seminari su questioni femministe: con poche e pochi docenti certo, ma che già fornivano una differenza significativa. Monica entrava a far parte di «Sofia» nel 2000, mentre Sara ne era uscita nel 1996. Dal 1999 alcuni anni di soggiorno a Berlino hanno prodotto per Sara una sospensione della riflessione femminista. Il progressivo ampliarsi della sua ricerca su percezione, fisiognomica e origine del linguaggio umano sembrava riconfermare quella separazione tra femminismo e filosofia che tante studiose conoscono. E invece dall'autunno del 2000 qualcosa è cambiato e sotto lo sguardo coinvolgente e allegro di Fabrizia e Monica è stato inaspettatamente facile tracciare le linee in grado di congiungere i due piani, cancellando i confini del passato. Per Fabrizia gli anni del passaggio dalla formazione alla didattica - anni fortunatamente itineranti - sono stati segnati da una ricerca e da una pratica orientate su un doppio binario; da un lato la ricerca 'neutra': studi sul linguaggio politico, sul rapporto tra eticità e linguaggio in Croce; dall' altra il femminismo, percorso individuale di studi, letture, racconti, ma soprattutto relazioni stabilite, anche nel corso dell'attività politica. Se, per un verso, questo parallelismo mostrava chiaramente l'impossibilità di una sia pur lontana convergenza, gli spostamenti imposti dal periodo di ricerca, la concretezza delle prime esperienze didattiche e last but not least, un anno negli Stati Uniti, hanno maturato una riflessione specifica sul rapporto tra ricerca, pratica femminista e istituzioni. La fatica del doppio binario non sembra esaurirsi con le generazioni più giovani e il rapporto con le studentesse e gli studenti, considerato con responsabilità, apre questioni difficilmente eludibili o rinviabili, Ancora diversa l'esperienza della più giovane tra noi, Monica, per lei l'attività politica che ruotava intorno all'università è'stata occasione di incontro di coetanee che mostravano a loro volta il desi-

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LA FALSA PROPORZIONE: FEMMINISMO NON STA A MASCHILISMO COME MISANDRIA STA A MISOGINIA


"Non sono femministra però..." (dicono spesso le donne)


Sì, femminismo non sta a maschilismo come misandria sta a misoginia. E non tanto perché, come apprendiamo dal dizionario, il termine «misandria», è sempre rimasto ai limiti della lingua italiana. Nella nostra proporzione sarebbe infatti un'incognita concettualmente di facile identificazione, per quanto lessicalmente poco conosciuta. Il fatto che, almeno inconsciamente, una tale equivalenza di termini venga stabilita, ha prodotto un fraintendimento che ha pesato fortemente sul termine femminismo, alienandogli le simpatie delle donne, che, come è stato osservato, in più occasioni cominciano spesso discorsi femministi con la difensiva affermazione: «Non sono femminista, però...». Come se fosse necessario chiarire che non si vuole cadere nell'errore di segno opposto di cui si è macchiato per millenni il maschilismo. Ma che si tratti di un malinteso, frutto di un procedimento analogico malaccorto, lo rivela già il confronto tra l'apparizione temporale dei due termini: contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare il termine maschilismo non è precedente rispetto a quello di «femminismo». Il femminismo ha puntato decisamente sui diritti delle donne e sull'obiettivo dell'eguaglianza sociale e giuridica tra i sessi e non su una (vendicativa) discriminazione degli uomini. Il maschilismo rappresenta invece la normalità e rimane quindi invisibile e non bisognoso di essere espresso e definito: in questo senso il femminismo è stato condizione indispensabile perché si potesse arrivare alla nozione di maschilismo, che, una volta esplicitamente concettualizzato, perdeva ovviamente il suo carattere di normalità e diveniva una degenerazione sociale da superare.

Si può anche osservare che il femminismo, ossia lo sviluppo del movimento politico delle donne, ha talvolta assunto anche una curvatura di quel tipo, una curvatura che si avvicina a una forma di misandria per la violenza dell'attacco sferrato all'ordine patriarcale. inoltre significativo che spesso quell'attacco sia collegato alla denuncia dei limiti di una politica emancipazionista. Lo smascheramento delle trappole dell'eguaglianza è consistito anzitutto nel mostrare quanto, dietro alla categoria neutra che domina gli apparati sociali, politici, filosofici del mondo patriarcale moderno, si nasconda un'espulsione che è del femminile, come matrice di simbolizzazione.

Non è un caso perciò che proprio il femminismo abbia identificato i trabocchetti che si nascondono dietro il concetto di eguaglianza: infatti, se si pensa la differenza, la sessuazione dei soggetti come dato primario, che non può essere trasceso, diventa evidente che anche i diritti civili devono essere articolati a partire dagli aspetti simbolici che appaiono più adeguati a determinati soggetti. Ciò significa ovviamente svelare sotto l'apparente carattere ugualitario di certa politica progressista un annullamento di un genere grazie a una costruzione pseudouniversalistica a favore di un sesso solo. Carla Lonzi è stata una delle femministe italiane che, negli anni Settanta, ha insistito di più su questi temi:

La donna è l'altro rispetto all'uomo. L'uomo è l'altro rispetto alla donna. L'uguaglianza è un tentativo ideologico per asservire la donna a più alti livelli. Identificare la donna all'uomo significa annullare l'ultima via di liberazione.

Liberarsi per la donna non vuol dire accettare la stessa vita dell'uomo perché è invivibile, ma esprimere il suo senso dell'esistenza.

La donna che nella coppia si dichiara priva di risorse e di fiducia in se stessa e intanto fa una vita da cani per potenziare le risorse e la fiducia in se stessa del marito, deve capire che è stata abituata ad operare un trasfert a cui ogni donna è sollecitata da ogni uomo. Provi a ritirare il transfert: tutte le sue energie confluiranno di nuovo su di lei.

Carla Lonzi 1974: 11 sgg.

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L'ARGOMENTAZIONE DA WC


la passione a comandarci e solo di rado come vorremmo. (I. Winterson, Passione)


Il più potente apparato simbolico, nelle culture occidentali, è rappresentato dal paradigma eterosessuale, che produce tanto il dominio maschile quanto la subordinazione femminile. Rende stabili le posizioni sessuate, ossia definisce il maschile e il femminile rispetto ad una norma, e determina l'esclusione/abiezione dell'omosessuale, della lesbica e soprattutto del transgender e del transessuale:

[...] la presunzione di eterosessualità è comunque implicita non solo nelle istituzioni civili (famiglia, lavoro, maternità), ma anche in tutti gli altri meccanismi del dominio maschile; è un asse portante della struttura sociale e un a priori ideologico, non detto, occultato o inconscio, di tutte le formazioni culturali dominanti. in questo senso che l'eterosessualità è obbligatoria: è istituzionalizzata, ha assunto il carattere normativo, sistematico e astratto (ossia estraibile dall'agire dei singoli individui) proprio delle istituzioni. Può dunque essere analizzata come istituzione, anzi come macroistituzione che sottende e su cui si fondano altre istituzioni e tecnologie sociali. (T. De Lauretis 1999, pp. 68-69)

L'eterosessualità normativa è la paneterosessualità, l'eterosessualità data per normale ed universale: l'eterosessualità nelle riviste, in televisione, nelle pubblicità e nei testi delle canzoni. Siamo costantemente bombardati/e da immagini e messaggi che trasmettono un modello preciso di relazioni d'amore, che producono la percezione della eterosessualità come normalità. Questa è la radice da cui è scaturico il dominio degli uomini. Dominio oggi meno forte, grazie al "rumore" delle donne. Ma altre differenze sono ancora lontane dall'aver trovato riconoscimento e legittimazione istituzionale. Mi riferisco alla differenza gay, a quella transgender e a quella transessuale, alle difficoltà che incontrano nell'acquisire diritto di cittadinanza. Più che dare un giudizio sulle lotte "riformiste", mi interessa questo punto per sollevare una discussione sull'isolamento politico: perché, in Italia, non è ancora riuscito a decollare un confronto politico reale fra le femministe, i gay e i trans in carne ed ossa? Perché non si va oltre l'adesione pubblica e la sfilata in cortei comuni? Non so quante ragioni possano esserci, ma una almeno mi sembra di poterla rintracciare: quella che ha origine nella diffidenza che il femminismo tradizionale nutre nei confronti degli uomini che si vestono da donna. Diffidenza prodotta dall'oggettivazione del corpo che alcune/i trans innescano e che rimanda alle immagini della femminilità che rifiutano. Un rimando forse apparente... potremmo sbagliare a interpretare una soggettività diversa, che sceglie di attraversare un sesso e un genere, con i parametri della nostra soggettività che si è costituita intorno ad un sesso e un genere, in un'economia di pensiero e di valutazione eterosessuale.

«Le donne e le checche», ricordate quella parte di Elementi di critica omosessuale?

Cercare una relazione fra femministe, lesbiche, omosessuali e trans. Ciò che rende Mieli meno efficace delle produzioni teoriche queer è il fatto che Mieli non aveva letto Foucault. Mieli non aveva elaborato fino in fondo l'idea che la sessualità fosse prodotta da pratiche discorsive, anche se aveva la rappresentazione della natura istituzionale dell'eterosessualità normativa. Distingueva fra eterosessualità normativa ed eterosessualità come scelta personale di comportamento, quella che il movimento omosessuale italiano chiama eterosessualità liberata. L'eterosessualità normativa è l'eterosessualità come unica opzione lecita, l'eterosessualità liberata è l'eterosessualità come scelta di una opzione fra tante. Eterosessuale liberato/a è chiunque si è orientato verso comportamenti eterosessuali, chi li ha scelti senza pretese autofondative.

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CORPI CHE PARLANO


La vera potenza dello spettacolo è il corpo di Hartke. A volte riesce a rendere così misteriosa e forte la femminilità da portarla a comprendere entrambi i sessi, più una serie di stati indefinibili [...] Ma in quest'opera la sua arte è oscura, lenta, difficile, a volte tormentosa. E non è mai il tormento grandioso di nobili immagini e ambienti. E' un tormento che ha a che fare con me e con voi. Quello che inizia come solitaria alterità diventa familiare e addirittura personale. Ha a che fare con chi siamo quando non stiamo recitando chi siamo. (Don Delillo, Body art)


La lingua ritrovata

Se si assume la centralità del piano simbolico, posta in gioco del cambiamento e della costruzione delle individualità nella direzione che sopra ho provato ad illustrare, un'attenzione particolare deve essere rivolta al percorso della psicoanalisi. Verso di essa, molte studiose lo hanno sottolineato, le donne hanno contratto un debito profondo. Io credo, però, che il rapporto sia da intendersi in maniera circolare: il cammino per la libertà femminile deve indubbiamente molto al lavoro sull'inconscio, ma è altrettanto innegabile che, a loro volta, le donne abbiano dato allo sviluppo della psicanalisi un contributo determinante: come pazienti, studiose, terapeute.

Proverò ad illustrare uno degli aspetti più interessanti di questo «scambio», fecondo certamente, ma anche segnato da numerose controversie: la considerazione del corpo nella costruzione dell'identità. Questo versante, se vogliamo tra i più battuti, ma sempre in un'ottica troppo interessata o soggiacente a correnti passeggere, rappresenta forse uno tra i contributi più ricchi e produttivi del pensiero femminista. Non a caso è anche il crinale rispetto al quale ora si articolano posizioni diverse al suo interno: credo sia utile assumerlo come bussola interpretativa per richiamare alcuni momenti importanti di questo rapporto.

Per cominciare il racconto, non si può che partire dalla vicenda della cura dell'isteria, ossia da come il femminismo ha letto uno dei capitoli fondanti della psicoanalisi. Nei sintomi espressi dalle pazienti diagnosticate come «isteriche», nelle modalità di rapporto che esse instaurarono con chi le ebbe in cura, a cominciare da Freud, parte del pensiero femminista ha riconosciuto, giustamente, un tornante essenziale del proprio percorso.

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Posta al centro della riflessione, la maternità, se da un lato si affranca da un limite simbolico nel quale sino ad ora è stata costretta, recuperando una valenza cognitiva, etica e politica dall'altro si chiude, appunto, dentro il «cerchio magico». Il rischio di una deriva sostanzialista, secondo la quale le donne, proprio grazie a questa potenziale, o già realizzata, esperienza siano per natura portatici di certi valori o contenuti morali, e per la stessa via, capaci di affermare e sostenere equilibri civili più umani, non riesce ad essere evitato. L'elaborazione della propria soggettività, da parte femminile, risulta schiacciata su tratti qualitativi più che sull'esercizio positivo del proprio, libero agire. E in ultimo, ma certo non in ordine di importanza: pur facendo riferimento ad un piano simbolico e morale, non è certo sottaciuto il richiamo alla concretezza naturale di questa esperienza. Ma allora «che ne è delle donne che, per scelta o per altra ragioni, non sono madri? Il grande valore cognitivo della maternità è loro negato o no?»

Passiamo a osservare ora, le teorie di segno opposto, che promuovono il congedo dalla corporeità. Nella tradizione anglosassone l'esigenza di mostrare l'artificio culturale che lega il femminile al vincolo naturalistico e lo dichiara estraneo alla passione per la conoscenza - specie sul piano scientifico-tecnologico -, è un tratto comune che nel tempo, declinandosi via via in forme diverse, attraversa testi e autrici molto diverse tra loro per ambito e stili, fin dai tempi del suffragismo.

Prendo due momenti particolarmente emblematici di questo percorso, rappresentati dai lavori di Ursula Le Guin e Donna J. Haraway.

Nel celebre Left hand of darkness, sembra affermarsi un'idea secondo la quale il solo modo per rendere equamente libere le creature umane sia la cancellazione dei sessi. La capacità procreativa rende le donne ineliminabilmente legate al loro destino biologico: nascità, accudimento e cura sono intesi solo come compiti che impediscono l'esercizio della libertà. Dividere quest'onere, e parallelamente, il privilegio di venirne sollevati, è la sola via per diventare fino in fondo, «esseri umani». La fine dell'assoggettamento sembra dunque affidata ad un mondo nel quale, indistintamente, le creature possono farsi carico di questa parte dell'esperienza umana che, se asimmetricamente distribuita, rende per natura liberi o vincolati: [...]

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