Autore Sergio Giuntini
CoautoreRubén Raul Ayala, Matteo Lunardini, Elvis Lucchese, Paolo Maggioni, Jacopo dalla Palma, Marco Pastonesi
Titolo che guevara, il rugby
Sottotitoloe altri scritti sulla palla ovale
Edizionesedizioni, Mergozzo, 2014 , pag. 120, cop.fle., dim. 10,5x21x0,7 cm , Isbn 978-88-89484-56-2
LettoreElisabetta Cavalli, 2018
Classe biografie , sport









 

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Indice


Il Che e lo Sport
    Sergio Giuntini                                   7

I giorni del rugby di Ernesto Guevara de la Serna
    Rubén Raul Ayala                                 26

Rugby e politica?
    Matteo Lunardini                                 51

Ernesto Guevara e il rugby: una storia argentina
    Elvis Lucchese                                   67

Gino, il partigiano che insegnò la guerra,
in mischia, al Che
    Paolo Maggioni                                   89

Norberto "cacho" Mastrocola guevarista
    Jacopo dalla Palma                              102

"Cabrio", che sarebbe piaciuto anche
al comandante Guevara
    Marco Pastonesi                                 110


 

 

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Pagina 7

Sergio Giuntini


Il Che e lo Sport


                                  Da qualche parte un giorno, dove non si saprà,
                                       dove non l'aspettate, il "Che" ritornerà.

                                             Francesco Guccini, "Stagioni", 2000



Le Olimpiadi del 2004, assegnate ad Atene ai danni di Roma in una sorta di tacito risarcimento per lo "scippo" che nel 1996 (in occasione del centenario della reinvenzione "decoubertiniana") la capitale ellenica aveva subito a opera della "Coca-Cola" made in Atlanta, sono state teatro non solo di memorabili imprese agonistiche, ma pure di un'ipocrita e fallimentare iniziativa del Comitato Internazionale Olimpico (CIO). Ossia il divieto da esso imposto, il 9 di agosto, all'esposizione, sulla facciata d'uno degli alloggi riservati alla rappresentativa di Cuba, d'un grande murale raffigurante Ernesto Che Guevara. Secondo i vertici del CIO, infatti, si mescolavano così politica e sport. Un connubio che, dalla lontana rinascita greca del 1896 a tutt'oggi, cioè sino a Pechino 2008 - le Olimpiadi della controversa questione tibetana - si è sempre profondamente intrecciato, connotando le diverse edizioni dei Giochi.

Una soluzione dimostratasi pertanto, da subito, tanto improvvida quanto dagli esiti mediaticamente disastrosi, dal momento che l'"inquietante" icona del Che non si può rimuovere tout court dal grande immaginario collettivo.

La sua è la modernità d'un mito che, paradossalmente e non senza qualche obiettivo sconcerto, pare esser addirittura divenuto trasversale, tagliando longitudinalmente le più acerrime contrapposizioni ideologiche. O almeno, questa è la singolare tesi "revisionista" avanzata da Mario La Ferla in un suo recente saggio, L'altro Che, nel quale si affronta l'innamoramento della destra "nazionalrivoluzionaria", i cosiddetti "fascisti rossi", per Ernesto Guevara ancor prima della sua morte. Una tesi tutta da dibattere/contestare animatamente, che convalida tuttavia lo straordinaria carisma, ormai "bipartisan", emanato dalla sua figura.

Tant'è, di lì a 24 ore dall'ostracismo e rimozione ateniesi, l'effige del comandante Guevara sarebbe tornata - su forte richiesta anche di numerosi atleti di svariate nazionalità che, evidentemente, non la temevano o disprezzavano affatto - a campeggiare, venendo semplicemente spostata su un altro lato della palazzina cubana. Una vittoria del buon senso che, già prima della risoluzione del caso, aveva trovato le sue spiegazioni in questo editoriale di Salvatore Cannavò sul quotidiano Liberazione:

Dovrebbero avere paura di sé, dei propri dirigenti, dei propri riti commerciali. Paura degli attentati terroristici che incombono sulle gare sportive; paura del doping, che imbriglia e toglie valore alle prestazioni. E invece, le Olimpiadi di Atene saranno ricordate per la paura dell'immagine del Che appesa alla palazzina che ospita la delegazione cubana, invitata dai burocrati del CIO a togliere l'indesiderato striscione (...). Un'algida decisione burocratica, e politica (...) a protezione d'uno "spirito olimpico" così ignobilmente calpestato dagli affari e dagli sponsor, dai profitti delle TV e da quelli delle multinazionali dello sport. vero, quell'immagine li denunciava con lo sguardo, meglio liberarsene. Solo che così facendo i dirigenti del CIO hanno avallato i loro stessi timori. Decidendo in forma solenne di togliere quella foto, hanno dovuto prendere atto che la barba del Che incute ancora timore e rispetto ai potenti, che il suo sigaro emette ancora sbuffi di rivolta, che il suo volto mette ancora in subbuglio i sacerdoti dell'esistente. E cancellandolo, l'hanno fatto rinascere, anche solo per un giorno.


Perduta di fronte al mondo intero la battaglia del murale guevariano, il CIO, in quello stesso frangente, ne perse un'altra forse anche più ingloriosa per un organismo con i suoi fini istituzionali. Ignorò, oppure finse d'ignorare, il notevole valore simbolico rivestito dal Che anche quale autentico, grande personaggio dello sport. Certo non di quello olimpico, ma dell'altro sport fatto da "tutti e per tutti", animato esclusivamente dalla passione e dall'entusiasmo più puri. questo indubbiamente un aspetto minore e meno conosciuto della sua ricchissima biografia, sul quale è opportuno soffermarsi, per coglierne meglio la multiforme personalità. Vale a dire che al Che-rivoluzionario-guerrigliero-medico-politico-ministro-banchiere-diplomatico, in una parola Mito, se ne affianca un altro molto più vicino a noi comuni mortali lo sportivo praticante e il semplice tifoso. Il Che-uomo che intendeva vivere la vita sino in fondo, godendone e sperimentandosi in tutte le sue manifestazioni più spontanee e popolari.

Tra queste lo sport, che costituirà una costante della sua infanzia e giovinezza argentina ad Alta Gracia, Cordoba e Buenos Aires, essendosi provato in quegli anni - amatorialmente e non - nelle più disparate discipline: dal nuoto al tennis, dal golf all'equitazione, dall'atletica leggera al ping-pong, dall'alpinismo al ciclismo, dal calcio al rugby. E in seguito, a Cuba, non potrà non lasciarsi contaminare da baseball e pugilato, proseguendo altresì a coltivarvi - e ad incrociare sovente i pezzi con Fidel Castro - l'accanito e insieme raffinato rapporto con gli scacchi. Scacchiera ritrovata, con qualche libro di Pablo Neruda, Nicolas Guillen e i suoi diari, anche nell'ultimo zaino che aveva con sé - l'8 ottobre 1967 - a La Higuera in Bolivia. Scacchiere che, prima di lui, avevano irretito diversi "padri" del movimento comunista internazionale: Marx, Trotzkij, Lenin, Krilenko, Lunaciarskij.


"Molte volte - ha ricordato la sua seconda moglie Aleida March -, quando all'una di notte ci si preparava per tornare a casa, arrivava Alberto Bayo per una partita a scacchi che poteva tranquillamente durare buona parte della notte. Sapevo quanto pochi erano gli attimi di svago che il Che si concedeva e per nessuna cosa al mondo gli avrei messo i bastoni fra le ruote. Anche se non sempre tali occasioni risultavano essere piacevoli, dal momento che il più delle volte s'arrivava a quell'ora letteralmente stremati. E questo, nonostante fosse un appassionato del gioco e tenesse in grande considerazione quelli che, come il campione cubano José Raul Capablanca, vi eccellevano. Non smise mai di cercare di diffondere il gioco degli scacchi nell'Isola e di coltivare le nuove leve".

Ma quale fu l'approccio originario di Guevara allo sport? Senz'altro esso deve esser ricondotto all'educazione familiare - ambedue i genitori avevano un proprio peculiare retroterra sportivo trasferito ai figli - e alla grave forma d'asma che lo colpì fin da bambino. Segnatamente per rafforzare l'organismo e combattere la malattia, il giovane Ernesto inizierà a misurarsi in tante, molteplici pratiche ludico-sportive. Farà del movimento e della vita all'aria aperta uno degli antidoti alle sue difficoltà respiratorie. Ragioni dunque prevalentemente salutistiche e di sfida ai propri limiti fisici, che si rintracciano in numerosi passaggi del suo avventuroso vissuto. Come ha osservato il biografo Jon Lee Anderson:

Quando era libero dagli attacchi di asma, Ernesto si dimostrava comprensibilmente impaziente di mettersi fisicamente alla prova. Fu il regno del corpo il campo in cui sentì, innanzitutto, il bisogno di confrontarsi. Si buttò nello sport.


Rispetto al nuoto, durante il secondo leggendario viaggio motociclistico sarà autore di un episodio nel quale, forse con un eccesso di improntitudine guascona, intese mettersi pericolosamente in gioco saggiando le proprie doti di coraggio e resistenza. Si allude all'attraversamento, il 17 giugno 1952, del Rio delle Amazzoni in Perù, nei dintorni del lebbrosario di San Pablo dove stava prestando un breve periodo di volontariato. A raccontarlo è l'amico fraterno Alberto Granado:

Ieri, martedì 17, il "Pelao" ha trasformato in realtà un altro dei suoi sogni: attraversare a nuoto il Rio delle Amazzoni. Insisté nel volerlo fare nonostante tutti gli avvertimenti sui pericoli di quell'avventura, non solo per i caimani, ma anche per i piranha che, come già sapevamo per esperienza diretta, non tardano ad arrivare quando c'è del sangue. Io, ovviamente, non persi tempo a cercare di dissuaderlo. Gli feci solo promettere che, se durante la traversata fosse stato ferito da uno dei centinaia di tronchi o rami trascinati dalla corrente, sarebbe immediatamente risalito sulla barca. Cominciammo verso le due del pomeriggio. Il fiume, in quel punto, ha un'ampiezza di circa 1200 metri; ma egli si lasciò portare dalla corrente e a metà tragitto fece una sosta di una decina di minuti. Poi riprese a nuotare e arrivò all'altra sponda, a qualcosa come quattro chilometri dalla colonia. Ansimante, ma contento salì sull'imbarcazione. Tornammo insieme al medico interno, Roger, il cognato del direttore e altri giovani che mi avevano accompagnato nella lancia e che non potevano nascondere la loro ammirazione per il coraggio di "Fuser". La sera si festeggiò l'impresa.


Eccellente nello stile a farfalla, tale passione natatoria gli era stata trasmessa dalla madre Celia de la Serna; viceversa, all'attività golfistica si accostò probabilmente per la vicinanza della sua abitazione di Alta Gracia al locale "Golf Club". D'altronde la famiglia Guevara Linch apparteneva alla buona borghesia argentina, ma da qui a fare di Ernesto, per simili trascorsi golfistici, uno snob prestato alla rivoluzione ne passa. Le celebri fotografie di Alberto Diaz Korda scattate a Cuba nel marzo 1961, che lo immortalano sul green con Fidel Castro, avevano solo un intento propagandistico, di provocazione "anticapitalistica" lanciata agli USA. Tanto è vero che il campo di "Colinas de Villareal", sul quale Ernesto e Fidel impugnavano scherzosamente i ferri in anfibi e mimetica, fu rapidamente riconvertito in base militare e l'élitario "Country Club" all'Avana divenne una Scuola di Musica e Belle Arti.

Sportivo polivalente alla continua ricerca di nuove esperienze, nel 1949 si cimentò nell'atletica leggera gareggiando nei campionati universitari di Tucumàn non in una specialità qualunque, bensì in una delle maggiormente tecniche e di più complessa esecuzione: il salto con l'asta; e più avanti si occuperà ancora di atletica, stavolta nelle vesti di fotoreporter. Nel 1955 Alfonso Pérez Vizcaino lo volle difatti quale inviato dell'"Agenzia Latina de Noticias", finanziata direttamente dal governo argentino, per realizzare una sintesi giornalistico-fotografica dei Giochi Panamericani tenuti a città del Messico dal 12 al 26 marzo. Centinaia di scatti, tra cui talune bellissime istantanee che fissano lo staffettista della 4x400 argentina Beckler, la vittoria di Miranda, i 4,50 saltati nell'asta dallo statunitense Bob Richards, divenuti una mostra itinerante approdata nel novembre-dicembre 2003 anche in Italia, a Milano.

Sfruttando la parentesi dei Panamericani, Guevara de la Serna poté anche dar sfogo alla sua vocazione alpinistica. Lo si evince da uno dei suoi diari di viaggio nel quale annotò:

Come avvenimento sportivo, devo segnalare la scalata del Popocatépetl, Iato inferiore, da parte di alcuni valenti andinisti improvvisati fra i quali c'ero io. meraviglioso e voglio rifarlo con una certa frequenza. Pasqual Lozano, il venezuelano, si è fermato un po' prima della cima nonostante l'avessimo rimorchiato per l'ultima tappa.

Detto fatto, a luglio ripeté la scalata senza però poterla ultimare per ragioni di forza maggiore:

Avvenimento sportivo: la nostra fallita scalata del "Popo", dato che ci siamo fermati a pochi metri dalla vetta per colpa di Margolles che non ha voluto continuare perché aveva i piedi gelati e si è spaventato.

E infine, al terzo tentativo, riuscì nell'impresa di violare il vulcano "Popo" (5452 m.). Una vittoria della sua incrollabile ostinazione, cui riservò queste compiaciute note diaristiche:

Non c'è molto da aggiungere, salvo che, finalmente, sono arrivato in vetta al "Popo". L'arrampicata è stata semplice, non ci sono stati problemi e siamo arrivati alle 6,30 fino al bordo inferiore (non siamo andati oltre) ma non ho potuto fare fotografie adeguate per la nebbia che ricopriva tutto.

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Nuoto, golf, atletica, alpinismo, ciclismo, calcio, pugilato, ecc. ma il più grande interesse sportivo di Ernesto Guevara de la Serna rimase sempre il rugby, lo sport nel quale si cimentò in modo più continuativo e agonistico. Il gioco attivamente praticato, cui si avvicinò tramite i fratelli Tomas, Gregorio e Alberto Granado, che copre circa un decennio della sua gioventù argentina. Le sue stagioni da studente medio e universitario, che lo videro militare in diverse società rugbistiche del Paese: nell"'Estudiantes" di Cordoba e, a Buenos Aires, nel "Club San Isidro", nell'"Yporà", nell'"Atalaya Polo Club" e nel "Mandarines".

Di più: insieme a un gruppo di amici e al fratello Roberto, Ernesto diede anche linfa per undici numeri, dal 5 maggio al 28 luglio 1951, a una rivista di rugby intitolata Tackle. Un settimanale nel quale si firmava con lo pseudonimo ironico di "Chang-Cho", forma cinesizzata del termine argentino "Chancho" (maialino).

Tackle non ebbe mai una facile esistenza, sia per le difficoltà finanziarie sia per i sospetti destati tra i tutori dell'ordine. "Una sera - ha riferito Hugo Condoleo - lavoravamo a un numero della rivista, quando dei poliziotti fecero irruzione nell'appartamento. Credevano che scrivessimo dei volantini di propaganda filocomunista!".

Senza insistere oltre su questi temi oltremodo suggestivi, rinviamo qui all'esaustivo I giorni del rugby di Ernesto Guevara de la Serna dell'argentino Rubén Raul Ayala (direttore del "Centro Studi di Storia del Rugby" (CEHR) fondato a Buenos Aires il 1 gennaio 2000); contenente fra l'altro un prezioso articolo scritto dal Che ("Chang-Cho") per Tackle il 19 maggio 1951 sulla partita Pucarà-Rosario.

Un testo, quello di Ayala, che funge da fondamentale "pilone centrale" al "pacchetto di mischia" italiano (Maggioni, Lucchese, Dalla Palma, Lunardini, Pastonesi) raccoltosi con assoluta libertà d'azione attorno a questo piccolo omaggio reso al Guevara rugbista a 360. Sui campi fangosi e oltre. Lungo ad esempio i percorsi fantastici di Marco Pastonesi che, con il suo Cabrio, pare inseguire per i diversi continenti del mondo, trovando infine quiete (si fa per dire) a Milano, il primo Che errabondo: quello motociclista e rugbista insieme. Il Che alla ricerca di se stesso e del suo futuro, sfrecciando su un campo a XV o una "carretera" latino-americana.

Se questo, quindi, è lo spirito aperto ed eclettico - dal racconto storico al racconto letterario - che vuole cifrare il nostro Che Guevara, il rugby e altri scritti sulla palla ovale, ricorrendo a qualche brano significativo, vale però cercar di capire in anticipo quale fosse la spinta profonda che animava il Che amante del tackle e della meta. Come primo e utile suggerimento si può attingere alla brillante biografia dedicatagli da Paco Ignacio Taibo II:

Correva per il terreno di gioco ululando: "Scansatevi, arriva il "Furibondo Serna"!". "Fu-ser", il suo futuro soprannome. Gioca come se ne andasse della sua vita, ma non dedica la vita al gioco. Continua a essere un adolescente che alterna la sua guerra contro l'asma, cercando di spingere il corpo al limite, con la passione per la lettura. Nei momenti liberi, prima di cominciare un allenamento, i suoi compagni lo vedono spesso aprire un libro e mettersi a leggere.


Retoricheggiando, sembrerebbe d'esser in presenza di un giovane animosamente energico e colto in lotta soprattutto con il proprio fisico, che nel rugby si realizzava raggiungendo l'armonia del classico adagio latino mens sana in corpore sano.

Un combattente nato che s'impegnava nella sua personale battaglia contro l'asma, temprando contemporaneamente fisicità e intellettualità; che col rugby allenava la capacità di soffrire nel corso della "battaglia" sul campo, restando però in ogni momento mentalmente lucido, presente e razionale. A comprovarlo viene in soccorso un'originale definizione che, da uomo di governo cubano, Ernesto Guevara diede delle attività motorie in genere: "Lo sport è un importante fattore di riabilitazione mentale". Detto ciò, è fuor di dubbio che il principale nemico, ben più del XV avversario, consisteva sempre e comunque, per l'inesorabile "placcatore" Guevara de la Serna, nel rischio di soffocamento. Quella terribile insidia asmatica, che rintracciamo in uno stralcio del libro di William Galvez Rodriguez Che deportista:

Nonostante le molte nubi grigie facciano prevedere un acquazzone, i giovani più entusiasti non hanno desistito dal giocare la partita prevista per quel pomeriggio in un modesto campo di Cordoba. Per Ernesto, che occupa la posizione di medio scrum, tutto va per il meglio e la sua squadra, anche se per poco, sta vincendo. Però poco prima della fine il clima si fa più freddo e un acquazzone, non fortissimo, impregna di acqua i giocatori. A poco a poco il fango copre [...] il numero 5 della sua uniforme. Siccome il regolamento prevede che si deve giocare anche sotto la pioggia, la partita non si arresta. L'acqua fredda gli prepara un sicuro attacco che non tarda ad apparire. Il sudore si mischia con l'acqua e il fango. Il caratteristico ansimare interrompe la sua respirazione, però continua a giocare e continua a incitare la sua squadra con il respiro affannoso. Tra poco finirà la partita. Sua sorella Maria osserva la partita e da lontano si rende conto che Ernesto ha un attacco di asma. Si dispera, ma non riesce a intervenire per farlo uscire dal campo, perché sa che lui non se andrà. La disperazione del fratello è ancora più grande e i pochi minuti che restano sembrano eterni. All'improvviso riceve la palla e decide di aprire verso destra. Un avversario cerca il tackle e lui lo evita agilmente. Lascia cadere la palla e senza sapere come, la calcia con tutte le sue forze osservando come la palla prende il volo. In quel preciso momento gli manca l'aria, perde i sensi e cade a terra. Più tardi si sveglia nel suo letto. Ai lati stanno il padre e la madre: "Guarda Ernesto: il dottore ha da poco finito di dire che sei arrivato vicino all'infarto e che non solo non puoi continuare a giocare a rugby, ma che devi lasciar perdere lo sport!" dice il padre con un'espressione accigliata. "Figlio, credo che almeno devi lasciare, per un periodo di tempo, gli sport che richiedono sforzi elevati" aggiunge la madre con un tono più tranquillo. "Desidero dirvi, a tutti e due, che finirò di praticare sport quando morirò, perché, se non lo faccio, veramente mi sento morire" rispose Ernesto disgustato.

Ecco: in una simile risposta ai genitori, così netta, definitiva, è legittimo intravedere ciò che secondo un suo vecchio compagno di squadra, Gerardo Enet, il rugby rappresentò certamente nel processo formativo del futuro Che Guevara:

Salvando le logiche distanze, vedo un rapporto tra lo sport che praticavamo e la vita successiva di Ernesto. Il rugby è una lotta che implica un costante contatto fisico. Per praticarlo ci vuoi un gran temperamento e uno spirito molto speciali.


Disciplina per lottatori indomiti, ma leale, altruistica, propria dei coraggiosi d'animo e d'ideali, nel quale l'individualismo egoistico deve cedere il passo al lavoro di gruppo, al collettivo. A una strategia solidaristica d'unità e coesione fra i reparti, imprescindibile per l'attacco e la difesa. E non un è caso, forse, che il Che, assurto con il tempo a grande stratega e teorico militare, provasse una siffatta passione giusto per gli scacchi e il rugby: due giochi spesso interpretati quali metafore della guerra. Una "scuola" ludica d'insegnamenti per l'avvenire, una "palestra" in cui consolidare il proprio carattere: questo, per Ernesto Guevara de la Serna e tutti coloro che ne hanno calcato i campi fangosi, fu ed è il rugby. E riesce difficile non immaginare che di quel patrimonio di vita rugbistica fisicamente rude, virile, il Che non abbia fatto tesoro anche durante le privazioni e le sofferenze della guerriglia sulla Sierra Maestra, nelle fatali giornate boliviane. Su un altro piano, la filosofia rigidamente collettivista del rugby richiama alcune delle categorie che informano la dottrina socialista. Ci rimanda dal Che-rugbista al Che-rivoluzionario. "Il socialismo - disse Guevara in un suo discorso a Cuba - lo stiamo costruendo per l'uomo integrale. L'uomo deve trasformare se stesso insieme alla produzione". In tale tensione a prefigurare quale orizzonte del socialismo la creazione dell'"hombre nuevo", si situa quindi, con buona probabilità, anche l'estrema attenzione denotata dalla rivoluzione cubana nei riguardi dello sport.

L'uomo integrale sognato dal Che doveva fondarsi su un adeguato sviluppo psico-fisico, una sana e diffusa partecipazione alle attività sportive. E se l'"hombre nuevo" da lui vagheggiato era quello del lavoro volontario (le "Zafras del Pueblo"), nel quale l'individuo, per concorrere al bene comune, avrebbe dovuto rinunciare consapevolmente alla smania d'incentivi materiali sostituendoli con altri più gratificanti di genere etico, patriottico, politico, analogamente il fine primario dello sport cubano post Fulgencio Batista diverrà, in sintonia con questi principi, quello di cancellare i mali e le contraddizioni del professionismo e della commercializzazione puntando sui benefici sociali dello sport di massa. Una pratica popolare estesa e ramificata - dalla scuola all'esercito, dalla fabbrica alla piantagione - nella quale ognuno avrebbe potuto/dovuto saper trovare in sé e per sé la propria soddisfazione e salute morale, oltre che fisica.

Questo, come ben sappiamo, è realmente avvenuto, inverando la parola d'ordine "tempo libero, tempo di rivoluzione". La quantità dei praticanti si è tradotta nell'alta qualità internazionale dello sport cubano. L'"utopia sportiva" del Che, dunque, ha vinto. E se tuttavia, purtroppo, il rugby a Cuba ha attecchito poco o nulla (impresa praticamente impossibile in un'isola monopolizzata dal baseball), non ottenendovi la fortuna che meritava, a consolarlo oggi provvede la sua forte Argentina. Quei "Pumas" nei quali chissà cosa avrebbe fatto - un'altra delle sue rivoluzioni? - per potervi almeno una volta giocare.

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