Copertina
Autore William Golding
Titolo Ai Confini della Terra
SottotitoloRiti di passaggio. Calma di vento. Fuoco sottocoperta.
EdizioneTEA, Milano, 2002 [1982], Teadue 1029 , pag. 652, dim. 128x198x35 mm , Isbn 978-88-502-0263-8
OriginaleRites of passages [1980]. Close Quarters [1987]. Fire Down Below [1989].
EdizioneFaber, London, 1980
TraduttorePier Francesco Paolini, Mario Biondi
LettoreRiccardo Terzi, 2002
Classe narrativa inglese , mare
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 7

(1)



RIVERITO PADRINO,

con queste parole do inizio al diario che mi sono impegnato a tenere per voi - e parole più adatte non potrebbero darsi.

Molto bene, dunque. Il luogo: a bordo della nave, finalmente. L'anno: voi lo sapete. La data? Ciò che conta è che sia il primo giorno del viaggio per mare che mi porterà dall'altra parte del mondo; ed è per questo che ho posto un «1» in cima a questo foglio. Quel che ora mi accingo a scrivere è, infatti, una cronaca della nostra prima giornata a bordo. Il mese e il giorno della settimana hanno ben poca importanza dal momento che, nel corso del nostro lungo viaggio dalla Vecchia Inghilterra agli Antipodi, passeremo attraverso tutt'e quattro le stagioni.

Stamani, prima della partenza, andai a salutare i miei fratelli minori, i quali misero a dura prova la vecchia Dobbie. Il giovane Lionel eseguì quella che per lui era una danza di guerra aborigena. Il giovane Percy, sdraiato sulla schiena e stropicciandosi la pancia, emetteva orrendi gemiti, idonei a rendere l'atroce effetto di avermi mangiato. Diedi scappellotti a entrambi, affinché si atteggiassero a decente afflizione; quindi scesi di nuovo da basso, dove attendevano i miei genitori. Mia madre versò due lacrimucce. Finte? Oh no, genuine direi; poiché a questo punto v'era nel mio petto un affanno da non potersi dire virile in verità. Mah, persino mio padre... Certo, su noi hanno influito più i sentimentali Goldsmith e Richardson che non gli ironici Fielding e Smollett! Vostra Signoria si sarebbe fatte chissà quali idee sul mio conto, se avesse udito le loro esclamazioni di commiato: quasi ch'io fossi un galeotto in ceppi, deportato in Australia, e non già un giovane gentiluomo che si recava laggiù per assistere il governatore nell'amministrazione di una colonia di Sua Maestà! Tuttavia l'evidente emozione dei miei genitori mi rincorò; e ancor più mi rincorarono i miei stessi sentimenti. Il vostro figlioccio è, in fondo, un bravo ragazzo. Non riuscì a riprendersi se non quando, varcati i cancelli, giunse alla prima svolta presso il mulino. Ebbene, per riassumere, eccomi a bordo. Vi arrivai scavalcando la murata di quello che certo era, ai suoi bei dì, uno dei più formidabili frangiflutti in legno della flotta britannica. Quindi varcai una sorta di boccaporto e mi ritrovai nella penombra di un ponte coperto dove, lì per lì, mi si mozzò il respiro. Gran Dio, che odori nauseabondi! C'era, in quel crepuscolo artificiale, un gran andirivieni, un tramestio. Un tale, dichiaratosi mio servitore, mi condusse in una specie di gabbiotto contro il fianco della nave - e disse che era la mia cabina. Costui è un vecchio zoppo, dalla faccia affilata con ciuffi di bianchi capelli ai due lati di essa. Tali ciocche fan corona a una lustra calvizie.

«Brav'uomo», diss'io, «che cos'è questa puzza?»

Egli sbirciò d'intorno, quasi avesse a vedere il fetore, piuttosto che annusarlo. «Puzza, signore? Quale puzza, signore?»

«Questa puzza», dissi, tappandomi il naso e ricacciando indietro conati di vomito, «questo puzzo, o fetore, o come volete chiamarlo.»

Buffo individuo, quel Wheeler. Mi sorrise illuminandosi, come se il basso soffitto si fosse aperto lasciando entrar un po' di luce, e disse:

«Vi ci abituerete presto, signore!»

«Non desidero affatto assuefarmici. Dov'è il comandante di questo vascello?»

Wheeler si rabbuiò tosto e mi apri la porta della cabina.

«Non potrebbe farci niente neanche il Capitano Anderson, signore», disse. «Si tratta di sabbia e ghiaia. Le navi moderne han zavorra di ferro, ma questa è vecchia. Se fosse di mezz'età, per così dire, l'avrebbero magari tolta via, quella zavorra. Sennonché questa nave è troppo vecchia. A nessuno gli va, signore, di andar a rimestare laggiù.»

«Si direbbe piuttosto un cimitero!»

Wheeler ci pensò su un momento.

«Quanto a questo, non saprei, non essendoci mai stato. Accomodatevi, intanto. Vi porto un brandy.»

Ciò detto s'eclissò, prima che mi azzardassi a replicare e a fare un'altra ingozzata di quell'aria putrida di sottocoperta. Eccomi dunque qua.

Vi descriverò ora quello che sarà il mio alloggio, fin tanto che non riesca a trovarne uno migliore. La cabina contiene una cuccetta, simile a un trogolo, addosso alla murata, con sotto due cassettoni. Da un lato, c'è un pannello che s'abbassa per servire da scrittoio; dall'altro, un catino di tela cerata con sotto un secchio. Debbo supporre che la nave non contenga un più comodo luogo per la soddisfazione dei bisogni naturali. C'è spazio per uno specchio sopra il bacile e vi son due scansie per i libri ai piedi della cuccetta. Una sedia di tela costituisce la mobilia mobile di questo lussuoso appartamento. La porta ha una finestrella attraverso cui filtra un po' di luce; la parete, ai due lati, è munita di ganci. Il pavimento - o ponte, come tocca chiamarlo - ha solchi profondi abbastanza per slogarvisi una caviglia. Tali solchi suppongo siano stati scavati dalle ruote ferrate degli affusti di cannone, ai tempi in cui la nave era sufficientemente giovane e balda per andar in giro con tutto il suo armamento. Il gabbiotto è nuovo, ma il soffitto e la murata sono logori, ruvidi di schegge e rabberciati. Immaginate me, costretto a vivere in una tale stia, o conigliera! Tuttavia, farò buon viso a cattiva sorte, finché non avrò sentito il capitano. Mi son già un po' assuefatto al cattivo odore, e il generoso bicchiere di brandy che Wheeler mi ha portato, mi ha riconciliato in parte con la vita.

Ma com'è rumoroso, questo mondo di legno! Il vento di sudovest (che ci costringe all'ancora) urla e sibila fra il sartiame e percuote le vele ammainate (son deciso a far buon uso di questo lungo viaggio per impadronirmi dei termini marinareschi). Raffiche di pioggia tambureggiano marziali ritirate sul fasciame. Come se non bastasse, si odono pecore belare e mucche muggire nella stiva, uomini gridare e, sì, donne strillare. C'è chiasso anche nei pressi. La mia cabina, o gabbiotto, o stia, è contigua ad altre simili: una dozzina circa da una parte, altrettante dirimpetto. Un nudo corridoio separa le due file di cabine; e al centro di esso si trova l'enorme, cilindrico piede dell'albero di mezzana. A poppavia - mi ha informato Wheeler abbiamo la sala da pranzo dei passeggeri con, ai due lati di essa, i servizi igienici. In questo scuro corridoio passano o sostano indistinte figure. I miei compagni di viaggio, devo supporre. E perché mai un'antica nave da guerra come questa sia stata trasformata in nave da trasporto, per merci e animali e persone, è cosa che può esser soltanto spiegata dai lord dell'Ammiragliato; so che hanno più di seicento vascelli da guerra pronti per salpare.

Wheeler mi ha detto, poco fa, che si pranza fra un'ora, alle quattro. Quando gli ho accennato che mi ripropongo di chiedere un alloggio più spazioso, lui ci ha riflettuto su un momento, poi mi ha risposto che la cosa non sarebbe affatto facile, e mi ha consigliato di attendere un poco. Avendogli io quindi espresso la mia indignazione per il fatto che un vascello tanto decrepito venisse usato per così lungo viaggio, lui, ritto sulla soglia del mio bugigattolo, con una salvietta sul braccio, mi ha impartito quel tanto di filosofia marinara di cui è capace, dicendo: «Signor mio, starà a galla finché non andrà a fondo» e «Signor mio, fu costruita per colare a picco»; sicché ho sentito il cuore sprofondare sempre più giù, fino a quella puzzolentissima zavorra. Wheeler si è anche pronunciato in favore dei sistemi antichi - come far affidamento su una gomena alla vecchia maniera piuttosto che su una catena che cigola simile a un cadavere appeso alla forca - e contrario alle chiglie di metallo. Mi fa capire che siamo semplicemente incatramati dentro e fuori, come il più vecchio di tutti i vascelli, e mi fa supporre che il suo primo comandante altri non fosse che Capitan Noè! A mo' di conforto nell'accomiatarsi, Wheeler mi ha detto di poter giurare che questa nave è «più sicura, in una tempesta, di tanti vascelli più solidi di essa». Più sicura! «Poiché», egli ha detto, «se incappiamo in una tempesta, lei cederà come una vecchia scarpa.» A dir il vero mi ha tolto gran parte di quella tranquillità che il brandy mi aveva donato. Dopo tutto questo riscontrai ch'era decisamente necessario ch'io togliessi dai bauli tutti quegli effetti d'uso che mi sarebbero occorsi durante il viaggio, prima che i bauli fossero sbattuti giù da basso! Tale è la confusione a bordo di questo vascello, che non trovo nessuno che abbia l'autorità di abrogare quest'ordine singolarmente folle. Mi son quindi rassegnato, ho usato Wheeler come aiutante per disfare i bagagli, ho tirato fuori per mio conto i miei libri, e poi ho guardato portar via i miei bauli. Dovrei essere arrabbiato, se la situazione non fosse così farsesca. Tuttavia qualcosa di quello che dicevano fra loro gli uomini che li hanno portati via mi ha procurato un certo diletto, dal momento che il loro eloquio era così saporitamente marinaresco. Ho posto il Marine Dictionary di Falconer accanto al guanciale; poiché son deciso a imparare il linguaggio dei lupi di mare e a parlarlo bene come tutti coloro che navigano.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 68

(Y)



M' VENUTO in un lampo! La tua intelligenza può marciare e marciare, in qua e in là, riguardo a un problema senza giungere gradualmente in vista della soluzione. Un momento non c'è. Quello successivo, eccola. Se non riesci a cambiare luogo, non ti resta che cambiare tempo! Quindi, quando Summers annunciò che l'equipaggio ci avrebbe offerto un intrattenimento, io meditai per un poco, poi vidi d'un tratto con occhio politico che la nave mi avrebbe fornito non un luogo bensì un'occasione! Sono lieto d'informarVi... No, non credo che si tratti di letizia, bensì di semplice dignità. Mio Signore, io ho emulato in mare una delle vittorie di Lord Nelson! Potrebbe la parte meramente civile del nostro Paese ottenere di più? In breve, feci sapere che una bazzecola come la festa dei marinai non aveva alcuna attrattiva per me, che avevo mal di testa e che avrei trascorso tutto il tempo in cabina. Mi premurai che Zenobia udisse ciò. Stavo quindi guardando dallo spioncino, mentre i nostri passeggeri si recavano sul ponte di poppa e sul cassero, chiassosa folla felicissima del diversivo, e ben presto il corridoio fu vuoto e silente come... come doveva essere. Attesi, ascoltando lo scalpiccio sopra il mio capo. E di lì a poco, manco a dirlo, Miss Zenobia ridiscese incespicando, per cercare forse uno scialle contro la notte tropicale! Io uscii dalla cabina, la ghermii per un polso e la trascinai dentro prima ancora che potesse fingere un gridolino di stupore! Ma di chiasso ce n'era abbastanza, da altri luoghi, e abbastanza fragore anche dal sangue che mi martellava nelle orecchie, sicché perorai la mia causa con estremo ardore. Colluttammo per un momento accanto alla cuccetta, lei opponendo una calcolata resistenza, che mancò per un pelo di resistermi, ed io con crescente passione. Spada in mano, le diedi l'arrembaggio. Lei si ritirò in disordine in fondo alla cabina dove la bacinella di tela l'attendeva, sul supporto di metallo. Io attaccai di nuovo e il supporto cadde in terra. La scansia s'inclinò. Moll Flanders cadde squinternandosi, Gil Blas le piovve addosso e il regalo di mia zia alla partenza, le Meditazioni fra le tombe (MDCCLX) di Hervey, tenne dietro. Li scansai, e così pure la vela-di-gabbia di Zenobia. Le intimai la resa, ma lei seguitò a opporre un'eroica ancorché inutile resistenza, che valse ad accendermi ancor più. Mi chinai sulla vela maestra. Fiammeggiammo contro le rovine della bacinella di tela e fra le pagine sconvolte della mia bibliotechina. Fiammeggiammo al1'impiedi. Ah, ella alfine si arrese alle mie forze d'invasione, fu sopraffatta, consegnò al vincitore le spoglie opime come bottino di guerra.

Tuttavia - se Vostra Signoria mi segue - quantunque sia nostro maschile privilegio debellare i superbos - le superbas se volete - è altresì nostro dovere, mi pare, parcere ai subjectis! Insomma, ottenuti i favori di Venere, non intendevo infliggere le pene di Lucina! Eppure il suo abbandono era completo e appassionato. Non pensavo che il calore femminile potesse aumentare... ma purtroppo in quel critico momento provenne dal ponte sopra di noi il rumore di una vera esplosione.

Ella mi s'aggrappò frenetica.

«Mister Talbot», ansimò. «Edmund! I francesi! Salvami!»

Vi fu mai qualcosa di più inopportuno e ridicolo? Al pari di tante belle donne passionali, ella è una sciocca; e l'esplosione (ch'io subito riconobbi) mise lei - se non me - a quel rischio dal quale intendevo, generosamente, proteggerla. Be', ecco fatto. La colpa era sua e lei avrebbe patito la pena delle sue follie, dopo averne goduto il piacere. Era - e ugualmente è - maledettamente provocante. Inoltre è costei, ritengo, una donna troppo esperta per non sapere quello che ha fatto!

«Calmati, mia cara», borbottai affannato mentre il mio troppo rapido parossismo si calmava a sua volta - accidenti a quella donna! « Mister Prettiman che ha alla fine avvistato un albatro. Gli ha sparato con l'archibugio di tuo padre, mancandolo manco a dirlo. Non saranno i francesi a farti la festa, ma i nostri marinai, se scoprono quel che cerca di fare l'amico.»

(In realtà soprii che Coleridge si era sbagliato. I marinai sono superstiziosi in verità, ma incuranti della vita, in qualsiasi direzione. L'unico motivo per cui non sparano agli uccelli marini è che non sono buoni da mangiare; e poi non possiedono armi da fuoco.)

Sopra di noi, c'era trepestio sul ponte e molto chiasso ovunque. Potevo solo supporre che la festa avesse un clamoroso successo per coloro cui piacciono certe cose o non hanno nulla di meglio in vista. «Ora mia cara», dissi, «dobbiamo farti tornare in società. Non sta bene che noi due si compaia insieme.»

«Edmund!»

Ciò con grandi sospiri e rossori. In realtà era in uno stato disgustoso.

«Mah... che c'è?»

«Non mi abbandonerai?»

Ristetti e riflettei.

«Pensi che possa trasbordare su una qualche altra nave?»

«Crudele!»

Ci trovavamo ormai, come Vostra Signoria può constatare, al terzo atto di un dramma di terz'ordine: lei, la vittima sedotta e abbandonata; io, il cattivo senza cuore.

«Sciocchezze, mia cara! Non far finta che queste siano circostanze... per quanto inelegante sia la nostra posizione... circostanze che ti sono affatto ignote!»

«Che debbo fare?»

«Corbezzoli, donna! Il pericolo è lieve, come sai molto bene. O aspetti...»

Mi trattenni. Persino far finta che ci fosse qualcosa in quel commercio che fosse commerciale sembrava un inutile insulto. A dire la verità trovai che c'erano molte cose irritanti frammiste al mio naturale senso di vittoria e di soddisfacimento e, sul momento, desideravo sopra ogni altra cosa che ella scomparisse come bolla di sapone, o qualcosa di altrettanto evanescente.

«Aspetto cosa, Edmund?»

«Il momento opportuno per sgattaiolare nella tua cabina e darti una rassettata.»

«Edmund!»

«Abbiamo pochissimo tempo, Miss Brocklebank!»

«Ma se... se ci fossero... spiacevoli conseguenze?»

«Be', mia cara, varcheremo quel ponte allorché vi giungeremo. Ora vai, va'! Do un'occhiata in corridoio... Sì, via libera!»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 206

Ieri vi è stata la stesura di parte di un cavo nella mezzeria, poi intregnato, bendato e fasciato ai fini di qualche misteriosa operazione marinaresca. Unica cosa di cui prendere nota, ma al tempo stesso visione di esecrabile tedio.

Che diavolo! Mi serve un eroe di cui poter seguire le gesta nel secondo volume. Il nostro cupo comandante Anderson, magari? Non credo. Nonostante tutta la sua uniforme, gli aleggia addosso un che di antieroico. Charles Summers, il mio amico primo ufficiale? il nostro Brav'Uomo, e tale dunque da apparire tragico soltanto nel caso in cui precipiti dal suo meschino stato di eminenza, cosa che non prevedo né desidero. Gli altri, il signor Smiles, remoto ufficiale di rotta, il signor Askew, cannoniere, il signor Gibbs, carpentiere... perché non il nostro bottegaio, si signor Jones, commissario di bordo? Oldmeadow, l'ufficiale dell'esercito, con la schiera dei suoi uomini in verde? Mi spremo le meningi, chiamo a consulto Smollett e Fielding, cui chiedo consiglio, ma scopro soltanto che non ne hanno alcuno da darmi.

Dovrei forse raccontare la storia di un giovane gentiluomo di grande intelligenza e sentimenti più alti di quanto egli stesso sapesse, che fa un viaggio agli Antipodi, dove, dato il suo indubbio talento per, per qualcosa insomma, fungerà da assistente per il governatore della nuova colonia. Costui, costui... che cosa? C'è una donna, nel castello, tra gli emigranti. Non potrebbe essere lei la nostra eroina, una principessa sotto mentite spoglie? E non potrebbe lui, il nostro eroe, salvarla da... ma da che cosa? Poi ci sono la signorina Brocklebank, della quale non desidero scrivere, e la moglie di suo padre, che al momento mi è quasi totalmente sconosciuta e inoltre è assolutamente troppo giovane e piacente per essere veramente la sposa del buon vecchio trippone.

Cercasi! Un eroe per il mio nuovo diario, una nuova eroina, un nuovo cattivo e una certa dose di specifico comico per alleviare la mia profonda, profonda noia.

Tutto considerato dovrà proprio essere Charles Summers. Se non altro parliamo, e con una certa regolarità. Dal momento che, nella sua qualità di primo ufficiale, è generalmente responsabile della nave, non monta di guardia. Sembra muoversi per il bastimento qualcosa come diciotto ore al giorno su ventiquattro, e a questo punto conosce per nome a uno a uno tutti gli effettivi di bordo, per non parlare degli emigranti e dei passeggeri. Credo che conosca anche la struttura della nave pollice per pollice. Il suo unico intervallo, per quanto mi è dato vedere, è costituito da un'ora in mattinata, direi tra le undici e le dodici, allorché percorre il ponte come una persona impegnata nella camminatina igienica. Alcuni dei passeggeri fanno altrettanto e sono felice e veramente piuttosto orgoglioso di poter dire che di norma Charles sceglie me come suo compagno di passeggiata! Un'abitudine che si è ormai strutturata in una certa norma. Lui e io percorriamo avanti e indietro in tutta la sua estensione il lato sinistro della nave, mentre il signor Prettiman e la sua fidanzata, signorina Granham, fanno lo stesso a dritta. Per comune consenso non procediamo in gruppo di quattro, ma per coppie. Di conseguenza, quando loro due stanno svoltando per tornare indietro dalla paratia frontale del castello di prua altrettanto noi stiamo facendo da quella del castello di poppa! E quando muoviamo alla volta del punto intermedio, la massa dell'albero di maestra nasconde alla vicendevole vista le nostre due coppie, di modo che non ci tocca levare il cappello o chinare il capo sorridendo a ogni passaggio! Non è, tutto ciò, futilmente assurdo? Soltanto il frapporsi di una bozzuta colonna di legno ci esime dal doverci produrre in tutti gli atti propri della condotta terraiola!

Quanto sopra dissi l'altro mattino a Charles, che si mise a ridere.

«Non avevo considerato la questione, ma penso sia proprio cosi, un'osservazione davvero acuta.»

«'Studio accurato dell'uomo', quanto mai necessario per chi intende abbracciare la vita politica.»

«Avete una carriera prefissata?»

«Certamente. E con maggior precisione della maggior parte dei miei coetanei.»

«Eccitate la mia curiosità.»

«Be'... passerò alcuni anni - pochissimi - nell'amministrazione della colonia.»

«Potessi essere là a vedere!»

«Credetemi, signor Summers, in questo secolo sono convinto che le nazioni civili si faranno sempre più carico dell'amministrazione delle zone arretrate del mondo.»

«E poi?»

«Il parlamento. Il mio padrino dispone di quello che si definisce un 'collegio elettorale infame'. Manda alla Camera dei comuni due deputati, pur avendo come unici elettori un pastore ubriaco e un contadino che passa le settimane seguenti alle elezioni in uno stato di indescrivibile depravazione.»

«E voi trarreste profitto da un simile eccesso?»

«Be', c'è qualche problema. Le nostre disgraziate proprietà sono pesantemente ipotecate, per cui, visto che un posto alla Camera può essere occupato soltanto da un uomo di mezzi, mi tocca rimpolparmi un po'.»

Charles scoppiò a ridere, smettendo poi bruscamente.

«Non dovrei, Edmund, eppure la trovo una cosa divertente. Rimpolparsi! E poi?»

«Be', il governo! Il ministero!»

«Quale ambizione!»

«Questo lato del mio carattere vi dispiace?»

Charles rimase in silenzio un attimo, poi in tono grave riprese: «Non ne ho alcun diritto. Sono io stesso una creatura simile».

«Voi? Oh, no!»

«In ogni caso, vi trovo profondamente interessante. Spero sinceramente che tale carriera possa prosperare, per la vostra soddisfazione personale e quella dei vostri amici. Ma il paese non comincia a fare la bocca storta per questa storia dei 'collegi infami'? Non fa infatti a pugni con ragione ed equità che un manipolo di inglesi elegga l'assemblea che governerà tutti?

«Via, Charles, penso che potrò fornirvi qualche lume. proprio tale apparente difetto a costituire l'autentica genialità del nostro sistema...»

«Oh, no! Non può essere!»

«Ma, mio caro amico, la democrazia non è mai e non può essere rappresentatività di ciascuno. E che, signor mio, dovremmo dunque dare il voto ai bambini, a chi non dispone di proprietà alcuna? Ai criminali associati alle comuni galere? Alle donne?»

« meglio che non vi facciate sentire dalla signorina Granham!»

«Per nulla al mondo invero denigrerei quella rispettabile dama. Concedo l'eccezione. Denigrazione? Non oserei mai!»

«Nemmeno io!»

Ci mettemmo a ridere insieme. Quindi ripresi la mia spiegazione.

«Nei giorni migliori della Grecia il voto era limitato a una frazione della popolazione. I barbari possono certamente eleggere i loro capi per acclamazione e facendo rimbombare le spade sugli scudi. Ma più un paese è civile, più limitato è il numero di persone adatte a capire le complessità della sua società! Una comunità civile troverà sempre il modo di limitare salutarmente l'elettorato a un corpo di bennati, beneducati e sofisticati elettori professionali ed ereditari, provenienti da una classe sociale che è nata per governare, lo pretende e sempre lo farà!»

Intanto Charles stava producendosi con le mani in una serie di gesti intesi a farmi abbassare la voce. Credo invero di averla alzata un po'. Quindi mi interruppe.

«Piano, Edmund! Non sono il parlamento, io. State tenendo una perorazione.» Quella volta, prima di scomparire dietro l'albero di maestra, il signor Prettiman stava arrossendo in volto.

Abbassai la voce.

«Modererò la voce, ma non il linguaggio. Quell'uomo è un teorico... se non peggio! Ed è errore comune di tali persone ritenere che sia possibile imporre una forma perfetta di governo al povero volto imperfetto dell'umanità! Niente affatto, signor Summers. Vi sono circostanze in cui funzionano soltanto le imperfezioni di un sistema contraddittorio e maldestro come il nostro. Quindi viva i collegi infami! Ma nelle mani giuste, naturalmente.»

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 220

«Che cosa ci è successo?»

«Quando, signore?»

«L'incidente, giovanotto, gli alberi spezzati... il mio mal di testa!»

E Phillips mi aveva raccontato ogni cosa.

Presa a collo. Io ero stato preso a collo, tu, lui, esso era stato preso a collo. Ricordo mia madre che diceva alla domestica: «ma quando ho sentito quanto voleva costui per una iarda di quella stoffa, per quanto splendida essa potesse essere, vi assicuro, Forbes, che sono stata presa totalmente a collo!» Tanto da parte della mia cara madre, che mi ha dato sì il permesso di viaggiare sul Continente durante l'ultima pace, ammonendomi tuttavia di non avvicinarmi troppo al recinto del bastimento! Che lingua è mai la nostra, quanto diversa, quanto diretta nella sua ambiguità, quanto completamente e, per così dire, inconsciamente metaforica! Mi erano tornati in mente gli anni passati a tradurre versi inglesi in latino o greco, e là necessità di trovare una semplice espressione che fosse capace di rendere il senso di ciò che il poeta inglese aveva avvolto nella luminosa oscurità delle figure retoriche! Di tutte le attività umane, quante e quante volte abbiamo scelto di volgerci alla nostra esperienza del mare! Andare controcorrente - come si direbbe in altra lingua -, con i fiocchi e i controfiocchi, con il vento in poppa, essere in alto mare, in mezzo al guado, alla deriva, arenato, incagliato, andato a fondo... buon Dio, si potrebbe riempire un intero libro con gli effetti esercitati sull'inglese dalle vicende marinare! Ed ecco lì una metafora tornata alla propria origine. Noi, la nostra nave, eravamo stati presi tutti a collo. Disteso nella mia cuccetta, avevo ricostruito ogni cosa. Deverel se l'era svignata sotto coperta per farsi un goccio, lasciando al mezzo scemo Willis la responsabilità della nave. Buon Dio, al ripensarci la testa aveva ripreso a pulsarmi. Il mio paese, avevo detto a me stesso, cercando di attingere uno stato di buon umore, il mio paese avrebbe potuto soffrire una rimarchevole privazione. Avrei potuto affogare! Così, con Willis di guardia, era sopravvenuto un cambiamento, una confusione delle onde a prua sottovento, un po' di schiuma, un turbine di vento, l'acqua aveva schiaffeggiato con due mani che si avvicinavano sempre più rapide... i due uomini alla ruota avevano gettato uno sguardo dalla vibrante colonna dell'albero di maestra alla bussola... forse uno circolare in cerca di Deverel, trovando tuttavia soltanto Willis a bocca spalancata... avevano cercato autorità, senza trovarne alcuna... se avessero virato, cambiando le mura per incontrare quel turbine di vento, avrebbero anche potuto rischiare la fustigazione... così che in conclusione non avevano fatto niente, perché Willis non aveva fatto niente, e la sventata si era abbattuta sul lato sbagliato delle nostre vele, le quali, tesate a segno, avevano fermato completamente la nave, schiacciandola poi all'indietro e giù, le vele pregne nella direzione sbagliata, i parapetti spinti all'ingiù finché il mare li aveva lambiti e superati, con il timone che lavorava a rovescio.

Così, mentre l'equipaggio faticava a disfare l'opera che Deverel e Willis erano riusciti tra loro a mettere insieme con pochi attimi di disattenzione, ero rimasto steso ad aspettare che il pulsare della mia testa cessasse, cosa che alla lunga era in parte effettivamente accaduta, ma soltanto quando mi ero messo a dormire. L'ultima cosa che ricordo di avere pensato prima di addormentarmi è stata quale tesoro di imprevista esperienza mi fosse venuto tramite quella semplice espressione: «presa a collo!»

| << |  <  |