Copertina
Autore Edmond de Goncourt
CoautoreJules de Goncourt
Titolo Germinie Lacerteux
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2009 , pag. 354, cop.fle., dim. 12x19x2,6 cm , Isbn 978-88-02-08115-1
OriginaleGerminie Lacerteux [1865]
TraduttoreMaria Chiara Balocco, Grazia Geminiani
LettoreSara Allodi, 2010
Classe classici francesi
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Pagina IX

Prefazione alla prima edizione


Dobbiamo chiedere scusa ai lettori per il libro che offriamo e avvertirli di ciò che vi troveranno.

Il pubblico ama i romanzi falsi: questo è un romanzo vero.

Ama i libri che gli danno l'illusione di frequentare il gran mondo: questo libro viene dalla strada.

Ama i romanzetti pruriginosi, le memorie di donne di vita, le confessioni d'alcova, le sudicerie erotiche, lo scandalo che ammicca dalle vetrine delle librerie: quella che sta per leggere è un'opera severa e pura. Che non si aspetti di trovarci una fotografia scollacciata del piacere: noi proponiamo un'analisi clinica dell'amore.

Il pubblico ama anche le letture anodine e consolatorie, le avventure a lieto fine, le finzioni che non disturbano la sua digestione o la sua serenità: questo libro costituisce un diversivo triste e violento, fatto per contrariare le sue abitudini e turbare il suo benessere.

Ma allora perché l'abbiamo scritto? Soltanto per traumatizzare i lettori e offenderne il gusto?

No.

Dato che viviamo nel XIX secolo, in un'epoca di suffragio universale, democrazia, liberalismo, ci siamo chiesti se le cosiddette «classi inferiori» non avessero diritto al Romanzo; se questo mondo al di sotto del mondo, il popolo, dovesse continuare a subire l'interdetto letterario e il disprezzo di autori che sinora non hanno mai parlato dell'anima e del cuore che può avere. Ci siamo chiesti se vi siano ancora, per lo scrittore e per il lettore, nei tempi di uguaglianza in cui viviamo, delle classi indegne, delle disgrazie troppo vili, dei drammi troppo sboccati, delle catastrofi che ispirano terrori troppo poco nobili. Ci è venuta la curiosità di scoprire se questa forma convenzionale di una letteratura dimenticata e di una civiltà scomparsa, la Tragedia, fosse definitivamente morta; se in un paese dove non ci sono caste né aristocrazia legittima, le sofferenze degli umili e dei poveri avrebbero saputo suscitare interesse, commozione e pietà quanto le sofferenze dei grandi e dei ricchi; in breve, se le lacrime versate sui gradini più bassi potevano far piangere come quelle versate in alto.

Queste riflessioni ci avevano già spinti a osare l'umile romanzo di Suor Filomena nel 1861 e ci spingono oggi a pubblicare Germinie Lacerteux.

Ora, che questo libro venga pure calunniato: non importa. Oggi che il Romanzo cresce e si espande, che incomincia a essere la grande forma appassionata e viva di studio letterario e d'indagine sociale; che, grazie all'analisi e alla ricerca psicologica, diventa la Storia morale contemporanea; oggi, che si è imposto gli studi e i doveri propri della Scienza, oggi, il Romanzo può rivendicarne le libertà e le franchigie. Ricerchi pertanto l'Arte e la Verità; mostri miserie tali da imporsi all'attenzione dei benestanti di Parigi; faccia vedere alla gente dell'alta società quel che le dame di carità hanno il coraggio di vedere, quel che le regine di un tempo facevano sfiorare con gli occhi ai loro figli negli ospizi: la sofferenza umana, presente e vivissima, che insegna la carità. Che il Romanzo abbia come sua religione ciò che il secolo passato chiamava con il grande e vasto nome di Umanità; tale consapevolezza gli basterà: in ciò sta il suo diritto!

Parigi, ottobre 1864

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Pagina 3

I



Salva, siete salva signorina! proruppe in un grido di gioia la domestica, dopo aver chiuso la porta alle spalle del dottore e, precipitandosi verso il letto della padrona, da sopra le coperte si mise con felicità frenetica ad abbracciare e a tempestare di carezze il povero corpo della vecchia, così magro che sembrava perdersi nel letto troppo grande, come quello di un bimbo.

L'anziana signora le prese silenziosamente la testa fra le mani, se la strinse al cuore, emise un sospiro e mormorò: «E sia, mi tocca continuare a vivere!».

La scena aveva luogo all'interno di una piccola stanza, dalla cui finestra si scorgevano un esiguo ritaglio di cielo attraversato da tre tubi di lamiera nera, le linee dei tetti, e, in lontananza, fra due case che quasi si toccavano, il ramo spoglio di un albero, per il resto invisibile.

Sulla mensola del camino era posato un orologio a pendolo in una cassa quadrata di mogano, con il quadrante largo, le cifre grosse, la suoneria pesante; di fianco, due candelabri sotto vetro, con un motivo di tre cigni argentati che allungavano il collo verso una faretra dorata; vicino al camino, una poltrona alla Voltaire, coperta con una di quelle tappezzerie a scacchi che ricamano di solito le ragazzine o le signore anziane, protendeva i braccioli nudi. Alle pareti, due piccole vedute d'Italia, nel gusto di Bertin, un acquerello floreale con in basso una data scritta in inchiostro rosso, alcune miniature. Sul cassettone di mogano in stile Impero, una statuetta in bronzo raffigurava il Tempo in corsa, con la falce protesa, e serviva come portaorologio per un orologio con i numeri di brillanti su sfondo in smalto blu contornato di perle. Sul pavimento, un tappeto a motivi geometrici allungava le sue strisce nere e verdi. Le tende della finestra e del letto erano di un'antica tela di Persia a disegni rossi su sfondo color cioccolato. A capo del letto, un ritratto si inclinava sulla malata, e sembrava pesare su di lei con lo sguardo. L'immagine era quella di un uomo, dai tratti duri, con la faccia che usciva dal colletto alto di una giacca di raso verde e da una di quelle cravatte morbide e fluttuanti, quelle sciarpe di mussola mollemente avvolte intorno al collo secondo la moda dei primi anni della Rivoluzione. L'anziana donna coricata nel letto mostrava una notevole somiglianza con questa immagine. Aveva le stesse sopracciglia folte, nere, imperiose, lo stesso naso aquilino, gli stessi lineamenti decisi, indicanti volontà, risolutezza, energia. Il ritratto pareva riflettersi in lei come il volto di un padre su quello di una figlia. In lei, tuttavia, la durezza dei tratti era addolcita da un raggio di ruvida bontà, da una sorta di fiamma di mascolina devozione e di carità virile.

La luce che rischiarava la stanza era quella tipica del tardo pomeriggio a primavera incipiente: chiara come cristallo e bianca come argento, fredda, virginale e dolce, una luce come di limbo, che impallidisce spegnendosi nel rosa del sole. Il cielo era colmo di questa luce di vita nuova, adorabilmente triste come la terra ancora spoglia e al tempo stesso così tenera da suscitare lacrime di felicità.

«E allora cosa c'è? Ma cosa piangerà mai questa stupidina di Germinie!» disse dopo un po' l'anziana donna ritirando le mani umide per i baci della domestica.

«Ah, signorina cara, vorrei piangere così tutti i giorni! Fa tanto bene! Mi ricorda la mia povera madre... e tutto quel che è successo... se voi sapeste!».

«Su, dai... le disse la padrona chiudendo gli occhi per ascoltare , raccontami...».

«Ah, la mia povera mamma!...» la cameriera si interruppe. Poi, con un fiotto di parole che sgorgò da quelle lacrime felici, riprese, come se, nell'emozione e nell'effusione della gioia, tutta la sua infanzia le rifluisse nel cuore. «Poveretta! La rivedo l'ultima volta che è uscita... per portarmi alla messa... era il 21 di gennaio, mi ricordo... Erano i giorni in cui si leggeva il testamento del re... Ah! Quanto male ha sofferto per me, povera mamma mia! Dovette mettermi al mondo che aveva quarantadue anni... papà l'ha fatta tanto piangere! Eravamo già in tre, e non c'era molto pane da mangiare in casa... E poi lui era tanto, troppo orgoglioso... Anche se avessimo avuto solo una manciata di fagioli non si sarebbe mai piegato ad accettare un aiuto dal curato... Ah no!, di sicuro in casa nostra non si mangiava lardo tutti i giorni... Ma poco importava: per tutto questo, mamma mi voleva ancor più bene e trovava sempre un po' di burro o di formaggio da mettere sul mio pane. morta che non avevo ancora compiuto cinque anni. Fu la disgrazia di tutti noi, Avevo un fratello maggiore che era pallido come un cencio lavato, con una barba tutta gialla... ma così buono! non avete l'idea... Gli volevano bene tutti. Gli avevano dato dei soprannomi... Ce n'era che lo chiamavano Bodda, non so perché... Altri Gesù Cristo. Ah! Era un gran lavoratore! Anche se la sua salute era così cagionevole... non faceva ancora giorno che già stava al telaio.., dovete sapere che eravamo tessitori... e non mollava mai la spola fino a sera... E com'era onesto, poi, se sapeste! La gente veniva dappertutto a portargli il filo da tessere, e sempre senza pesarlo... Era molto amico del maestro della scuola, ed era lui a fare le sentenze, a carnevale. Mio padre, invece, era di un'altra pasta: lavorava per un po', un'ora, così... e poi se ne andava per i campi... e poi quando rientrava ci picchiava, e forte... Sembrava pazzo... Dicevano che dipendeva dalla malattia di petto. Per fortuna c'era lì mio fratello: impediva alla mia seconda sorella di tirarmi i capelli, di farmi male... perché lei era gelosa. Mio fratellone mi prendeva sempre per mano e mi portava a veder giocare ai birilli... Insomma era lui a sostenere da solo la casa... Per la mia prima comunione, quanto ha sfacchinato al telaio! Eh sì! Ha lavorato come un matto perché io potessi essere come le altre, con un vestitino bianco tutto a piegoline e una borsettina a mano... allora si portava così. Non avevo la cuffia: mi ricordo che mi ero fatta una coroncina molto graziosa con dei nastrini e quel midollino bianco che si ottiene scortecciando le canne: ce ne sono molte da noi, nei posti dove si mette a macerare la canapa... Quello fu uno dei giorni più belli per me... insieme alle estrazioni a sorte dei maiali a Natale... e alle volte che andavo ad aiutare a legare le viti... si fa nel mese di giugno, sapete. Avevamo una piccola vigna sopra Saint-Hilaire. In quei tempi capitò un'annata molto dura... ve ne ricordate, signorina?... la grandine del 1828 che mandò a male tutti i raccolti... arrivò fino a Digione, e anche più in là... abbiamo dovuto fare il pane con la crusca... Mio fratello si sfinì di lavoro... Mio padre, che a quell'epoca passava tutto il suo tempo fuori a correre per i campi, qualche volta ci portava dei funghi... Era una miseria in tutti i modi... avevamo fame, sempre fame... Io, quando andavo in giro per la campagna, controllavo che nessuno mi vedesse, poi mi lasciavo cadere piano in ginocchio e cercavo di spostarmi sotto una mucca, mi toglievo uno dei miei zoccoletti e mi mettevo a mungerla... Perbacco! Ci mancava anche che mi acchiappassero!... Mia sorella maggiore era a servizio dal sindaco di Lenclos e mandava a casa i suoi ottanta franchi di salario... ma cambiava poco. La seconda sorella lavorava di cucito presso una famiglia, ma i prezzi di allora non erano mica quelli di adesso: si iniziava alle sei del mattino e si andava avanti fino a notte per otto soldi. E con quelli voleva pure mettere da parte il necessario per vestirsi a festa il giorno di Saint-Rémi. Ah! Ecco come siamo, da noi: ce n'è che mangiano solo due patate al giorno per sei mesi per avere un vestito nuovo da mettersi per quel giorno lì. Le disgrazie ci cadevano addosso da tutte le parti... Arrivò un giorno che mio padre morì... Si dovette vendere un campicello e un pezzo di vigna che tutti gli anni ci rendeva una botte di vino... I notai, si sa, costano... Quando mio fratello si ammalò, in casa non c'era altro da dargli da bere se non un vinello che annacquavamo da un anno... E poi non c'era più biancheria per cambiarlo: tutte le lenzuola del nostro armadio, con sopra una croce dorata, dai tempi della mamma, erano andate... e la croce pure... Oltre a tutto questo, quando mio fratello non era ancora malato, un giorno se ne va alla festa di Clefmont. Lì sente dire che mia sorella è caduta in fallo con il sindaco dove prestava servizio: piomba su quelli che stavano parlando... ma non era un uomo forte. Loro, invece, erano parecchi. Lo buttarono in terra e quando fu in terra lo presero a calci nello stomaco, con gli zoccoli... ce lo riportarono come morto... Il medico, tuttavia, riuscì a rimetterlo in piedi e ci disse che era guarito. Ma da allora fu capace soltanto di trascinarsi... Io, quando mi abbracciava, capivo che se ne stava andando. E quando morì, il mio povero caro pallidone, Cadet Ballard dovette usare tutta la sua forza per staccarmi dal suo corpo. Il paese al completo, con il sindaco e tutti, venne al funerale. Mia sorella, non avendo potuto conservare il posto dal sindaco a causa delle proposte che quello le faceva, se ne era andata a lavorare a Parigi e l'altra sorella l'aveva seguita... Così io sono rimasta tutta sola... Una cugina della mamma, allora, mi ha presa con sé a Damblin; ma io là mi sentivo troppo spaesata e passavo tutta la notte a piangere e, appena potevo, tornavo sempre nella nostra casa. Solo la vista dall'inizio della strada della vecchia vigna davanti alla porta, bastava a farmi effetto! Le gambe si mettevano a correre da sole... Le brave persone che avevano acquistato la casa mi tenevano con loro finché non veniva qualcuno a cercarmi: erano sempre sicuri di trovarmi là. Alla fine, scrissero a mia sorella, a Parigi, dicendo che se non mi prendeva con lei era certo che non sarei campata molto a lungo. Ero proprio come di cera... Così mi affidarono al conducente di una piccola diligenza che andava tutti i mesi da Langres a Parigi; ed ecco come sono arrivata a Parigi. Avevo quattordici anni allora... Mi ricordo che, durante l'intero viaggio, dormii sempre tutta vestita, perché mi facevano coricare nella camerata comune. Quando sono arrivata a destinazione ero piena di pidocchi...».

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Pagina 11

II



La vecchia signora rimase in silenzio: confrontava la sua vita e quella della sua domestica.

Mademoiselle de Varandeuil era nata nel 1782. Venne al mondo in un palazzo della rue Royale, e le figlie di Luigi XV la tennero a battesimo. Suo padre era intimo del conte d'Artois, faceva parte del suo seguito e vi ricopriva un incarico. Partecipava alle sue cacce ed era fra quei gentiluomini che assistevano alla messa precedente la caccia, e davanti ai quali il futuro Carlo X incalzava l'officiante bisbigliandogli: «Psst! Psst! Curato, spicciati a inghiottire il tuo Buon Dio!».

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Pagina 69

VII



Fu a quell'epoca che la piccola latteria in fondo alla strada cambiò proprietario per vendita forzata dell'esercizio a seguito delle passività della vecchia gestione. Il locale venne rinnovato e ridecorato. Sui vetri della facciata comparvero iscrizioni a lettere gialle, sulle mensole della vetrina decorazioni fatte di piramidi di cioccolato della Compagnia coloniale e tazze da caffè a fiori alternate a bicchierini da liquore. Infine sulla porta venne applicata l'insegna di un recipiente da latte in rame, tagliato a metà e tirato a lucido.

La donna impegnata a riavviare l'attività, cioè la nuova lattaia, aveva una cinquantina d'anni, forme rigogliose, e conservava ancora qualche resto di bellezza semisommerso nel grasso. Nel quartiere dicevano si fosse stabilita lì con i soldi avuti da un vecchio signore che aveva servito fino alla morte al suo paese, nei pressi di Langres; e si scoprì anche che era compaesana di Germinie, non proprio dello stesso paese, ma di un villaggio vicino; pur senza essersi mai incontrate prima, lei e la cameriera di mademoiselle si conoscevano di nome ed erano legate da comuni conoscenze e dai ricordi degli stessi luoghi. La grassona era cerimoniosa, sdolcinata, carezzevole. Chiamava tutte le donne «tesoro mio», con una vocina infantile e bamboleggiava con un languore sospiroso da persona corpulenta. Detestava le parolacce, arrossiva, si turbava per un nonnulla. Adorava i segreti, per lei tutto era detto in confidenza, faceva un sacco di storie, parlava sempre nell'orecchio. Passava la vita a chiacchierare e a lamentarsi. Compiangeva gli altri, compiangeva se stessa; si lamentava di mille mali, in particolar modo dei dolori allo stomaco. Se aveva mangiato troppo esclamava enfaticamente «sto male da morire!», e non c'era nulla di più drammatico delle sue indigestioni. Era una natura perpetuamente commossa e lacrimosa: piangeva indistintamente per un cavallo frustato, per qualcuno che era morto, per del latte andato a male; piangeva sui fatti di cronaca riportati dai giornali, piangeva così, a vedere i passanti... che passavano.

Germinie fu ben presto sedotta e intenerita da questa lattaia leziosa, pettegola, sempre eccitata, che era capace di attrarre le confidenze altrui e appariva così tenera. Nel giro di tre mesi a casa di mademoiselle non entrò più nulla che non provenisse dalla bottega della Jupillon. Germinie si riforniva da lei di tutto o quasi. Passava ore e ore nella bottega. Una volta là dentro, faceva fatica ad andarsene e si attardava senza mai riuscire ad alzarsi: una specie di automatica fiacchezza la tratteneva. Giunta finalmente alla porta, continuava ancora a parlare, per non sentire che si stava allontanando. Era legata alla latteria dall'invisibile magia dei luoghi frequentati assiduamente, e che finiscono per stringerci come se fossero loro stessi ad amarci. E poi, la bottega, per lei era i tre cani, tre brutti cagnetti della Jupillon; le stavano sempre sulle ginocchia, e lei li sgridava, li baciava, parlava con loro; riscaldarsi al loro calore, le faceva sentire in fondo al cuore lo stesso piacere di un animale che si strofina contro le proprie creature. La bottega significava per lei anche tutti i fatti del quartiere, il ritrovo dei pettegolezzi, la notizia del conto non pagato da una, della vagonata di fiori consegnati a un'altra, un luogo insomma dove nulla sfuggiva e dove ogni cosa entrava, perfino la veste da camera di pizzo che andava in città in braccio a una domestica.

Tutto, insomma, la legava a quel posto. La sua intimità con la lattaia si rinsaldava con tutti i legami misteriosi delle amicizie tra donne del popolo, il pettegolezzo continuo, lo scambio quotidiano delle banalità della vita, le conversazioni fatte tanto per parlare, il ripetersi dello stesso buongiorno e della stessa buonasera, le carezze fatte alle stesse bestie, pisolini fianco a fianco, sedia contro sedia. Quella bottega finì per diventare un covo dove lasciarsi andare alla pigrizia, un luogo dove il suo pensiero, la sua parola, le sue stesse membra e il suo corpo si trovavano meravigliosamente a proprio agio. E per lei la felicità diventò il momento della sera in cui, seduta e assonnata in una poltrona di paglia, accanto alla Jupillon addormentata con gli occhiali sul naso, cullava i cani raggomitolati nella sottana; e mentre la lampada a olio, sul punto di spegnersi, s'affievoliva sul banco, lei rimaneva lì, lasciando che anche il suo sguardo si perdesse e si spegnesse dolcemente, insieme con i suoi pensieri, verso il fondo della bottega, verso l'arco di trionfo di gusci di lumaca tenuti insieme dal muschio secco, intorno al piccolo Napoleone di bronzo.

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