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Autore Antonio Gramsci
Titolo Scritti dalla libertà (1910-1926)
EdizioneEditori Riuniti, Roma, 2012, Navigazioni , pag. 640, cop.fle., dim. 14x21x3 cm , Isbn 978-88-359-9141-0
CuratoreAngelo d'Orsi, Francesca Chiarotto
LettoreGiorgia Pezzali, 2013
Classe politica , storia contemporanea , paesi: Italia: 1900 , paesi: Italia: 1920
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Indice


Premessa                                                 11

Elenco delle abbreviazioni degli scritti di Gramsci      15

      Introduzione

I     1911-1913. Nell'ex capitale di due Regni           17
II.   1913-1915. Il «garzonato universitario»            27
III.  1915-1917. La Pietrogrado d'Italia                 37
IV.   1917-1918. La rivoluzione contro il Capitale       47
V.    1918-1919. A scuola dalla classe operaia           57
VI.   1919-1920. L:avventura dell'«Ordine Nuovo»         67
VII.  1920-1921. Un partito per la rivoluzione           77
VIII. 1921-1922. Il biennio nero e l'addio a Torino      85
IX.   1922-1924. In Europa                               95
X.    1924-1926. «Capo della classe operaia»            105

     1910

  1. Oppressi ed oppressori                             115

     1913

  2. Per la verità                                      119
  3. I Futuristi                                        121

     1914

  4. Neutralità attiva ed operante                      125

     1915

  5. La luce che si è spenta                            131
  6. [Oltranzismo nazionalista]                         134
  7. Pietà per la scienza del Prof. Loria               135

     1916

  8. Capodanno                                          139
  9. Il capintesta                                      140
 10. Socialismo e cultura                               142
 11. La conferenza e la verità                          146
 12. Prodotti nazionali                                 147
 13. Voci d'oltretomba                                  149
 14. Leggi economiche                                   151
 15. Due assedi                                         152
 16. Omaggio a Toscanini                                154
 17. Per un mandarino dell'università                   155
 18. Preludio                                           157
 19. Bollettino del fronte interno                      159
 20. Vecchiezze                                         161
 21. Lotta di classe e guerra                           163
 22. La storia                                          165
 23. Il medioevo alle porte di Torino                   167
 24. La scuola e l'officina                             169
 25. Un giornale borghese cos'è                         171
 26. Uomini o macchine?                                 173
 27. L'università popolare                              176

     1917

 28. Piccoli proletari...                               181
 29. Cadaveri e idioti                                  183
 30. Profanazioni                                       185
 31. «La città futura»                                  187
 32. Tre prinicipii, tre ordini                         188
 33. Indifferenti                                       194
 34. La disciplina                                      196
 35. Margini                                            197
 36. Carattere                                          202
 37. Caratteri italiani                                 205
 38. Stenterello                                        207
 39. Serietà                                            210
 40. Per la libertà della scuola e
     per la libertà di essere asini                     211
 41. Note sulla Rivoluzione russa                       214
 42. Il Cottolengo e i clericali                        218
 43. I massimalisti russi                               220
 44. L'orologiaio                                       222
 45. Analogie e metafore                                225
 46. Il sindacato dei preti                             227
 47. Il socialismo e l'Italia                           229
 48. Un vandalo                                         232
 49. Elogio di Ponzio Pilato                            234
 50. Demagogia                                          236
 51. Il privilegio dell'ignoranza                       238
 52. Si domanda la censura                              239
 53. Letture                                            241
 54. La rivoluzione contro il "Capitale"                244

     1918

 55. Achille Loria                                      249
 56. Individualismo e collettivismo                     253
 57. Cavour e Marinetti                                 256
 58. La tua eredità                                     258
 59. Il nostro Marx                                     262
 60. Cocaina                                            266
 61. Cultura e lotta di classe                          269
 62. La libertà di divertirsi                           272
 63. Il regime dei pascià                               273
 64. Torino, città di provincia                         275
 65. Furore dionisiaco                                  278
 66. La censura                                         279
 67. Il giornale borghese                               281

     1919

 68. Carlo Liebknecht                                   283
 69. Un soviet locale                                   285
 70. Le astuzie della storia                            288
 71. Il crepuscolo degli dei                            290
 72. Maggioranza e minoranza nell'azione socialista.
     Postilla                                           293
 73. Einaudi o dell'utopia liberale                     295
 74. La sovranità della legge                           299
 75. La taglia della Storia                             302
 76. Valori                                             307
 77. L'Italia e la Russia                               308
 78. Walt Whitman                                       311
 79. Cronache dell'Ordine Nuovo                         313
 80. Democrazia operaia                                 315
 81. Il problema della scuola. Postilla                 319
 82. Il lavoro di propaganda                            321
 83. La conquista dello Stato                           322
 84. 1 nostri fratelli sardi                            328
 85. Operai e contadini                                 331
 86. Socialisti e anarchici                             336
 87. Sindacati e Consigli                               340
 88. I popolari                                         345
 89. Scuola di cultura                                  348

     1920

 90. Operai e contadini                                 351
 91. [L'«Humanité»]                                     354
 92. Torino e l'Italia                                  355
 93. Discorso agli anarchici                            358
 94. La forza della rivoluzione                         363
 95. Due rivoluzioni                                    366
 96. Il programma dell'«Ordine Nuovo»                   371
 97. Socialisti e cristiani                             380
 98. Domenica rossa                                     382
 99. È proprio solo stupidaggine?                       385
100. [I Consigli di fabbrica e il controllo operaio]    389
101. La compagnia di Gesù                               390
102. Franche parole ad un borghese                      393

     1921

103. Il popolo delle scimmie                            397
104. Bergsoniano!                                       400
105. Marinetti rivoluzionario?                          402
106. Russia e Internazionale                            405
107. Forza e prestigio                                  408
108. Un monito                                          411
109. Caporetto e Vittorio Veneto                        414
110. Il Congresso dei giovani                           416
111. La guerra è la guerra                              419
112. Responsabilità di governo                          424
113. Che fare?                                          427
114. Sangue freddo                                      430
115. Terrore e orrore                                   431
116. L'avvento della democrazia industriale             433
117. Le elezioni e la libertà                           436
118. Inganni                                            438
119. L'attacco a Torino                                 441
120. Uomini di carne e ossa                             444
121. Insurrezione di popolo                             447
122. I due fascismi                                     450

     1922

123. Perché si tace il nome del tenente Mariani?        453
124. Cristianucci...                                    455
125. Giolitti e i popolari                              458
126. Semplici riflessioni intorno a un processo         460
127. Insegnamenti                                       463
128. L'esperienza dei metallurgici a favore
     dell'azione generale                               466
129. Lettera a Lev D. Trockij sul futurismo italiano    469
130. Le origini del Gabinetto Mussolini                 472

     1923

131. Il nostro indirizzo sindacale                      477

     1924

132. «Capo»                                             483
133. Il Vaticano                                        487
134. Il Mezzogiorno e il fascismo                       491
135. Responsabilità e doveri                            495
136. La crisi della piccola borghesia                   498
137. Il destino di Matteotti                            501
138. La crisi italiana                                  505
139. Il nullismo dell'Aventino                          519

     1925

140. La funzione del riformismo in Italia               521
141. La crisi massimalista                              525
142. Mussolini o Albertini?                             528
143. [La legge contro le società segrete]               532
144. Massimalismo ed estremismo                         544
145. Il Partito si rafforza combattendo le deviazioni
     antileniniste                                      545
146. I capi e le masse                                  552
147. Critica sterile e negativa                         554
148. L'alibi degli intellettuali borghesi               557
149. [Le Tesi di Lione]                                 559

     1926

150. Alcuni temi della quistione meridionale            565


Schede                                                  593
Bibliografia                                            629
Indice dei nomi                                         633


 

 

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Premessa



Sarà paradossale ma nella lunga, felice Gramsci Renaissance cui stiamo assistendo ormai da molti anni, e che non sembra cessare, chi voglia accostarsi ai testi di questo gigante del pensiero, maestro di umanità, massimo esponente di un comunismo critico, "umanistico", ha difficoltà a reperirli.

Esistono i Quaderni del carcere, sia nell'edizione critica einaudiana di Valentino Gerratana (mentre cominciano a uscire quelli diretti da Gianni Francioni, per l'Edizione Nazionale degli Scritti, presieduta da Giuseppe Vacca, sotto l'egida della Fondazione Gramsci, per i tipi dell'Enciclopedia Italiana), sia ancora in qualche ristampa della canonica edizione tematica in sei volumi di Palmiro Togliatti, redazionalmente curata da Felice Platone (Einaudi, poi Editori Riuniti). Ma si tratta di opera che richiede una preparazione specifica per essere affrontata, per non parlare del prezzo di vendita, inesorabilmente alto; esistono numerose edizioni delle Lettere, soprattutto quelle carcerarie, nessuna, finora, completa; infine, si trovano in commercio volumetti che propongono frammenti, perlopiù dai Quaderni, raggruppati tematicamente (quale ad esempio Il Vaticano e l'Italia, pubblicato con mia Introduzione, presso questo medesimo Editore, nel 2011).

[...]

La scelta dei testi ovviamente è discutibile. Sono 150 pezzi in tutto, distribuiti lungo oltre tre lustri (dal 1910 al 1926, anno dell'arresto di Gramsci), sia pure in modo non omogeneo, seguendo l'andamento della produzione dell'autore, e cercando di riproporre gli scritti che sono parsi più rappresentativi, o dotati di maggiore capacità "seduttiva" sui lettori di oggi. Ai quali si è ritenuto opportuno fornire un ausilio con la redazione di schede relative ai personaggi, movimenti, periodici citati da Gramsci; non quelli universalmente noti, ma quelli su cui il reperimento di notizie pur minime è più complicato.

Il lavoro è infatti rivolto in primo luogo — ma non esclusivamente — ai giovani che si accostano a Gramsci, magari sulla base di suggestioni di attualità, buone e meno buone; e si chiedono, alla Don Abbondio, davanti al nome di Carneade, «chi era costui?». Gramsci è tutt'altro che un Carneade, naturalmente, e non mi stanco di ripetere come sia oggi fra gli autori italiani più studiati e tradotti nel mondo. Non un Carneade neppure questo Gramsci "prima del carcere" da molti considerato "minore". Senza entrare nel gioco di sciocche classifiche, personalmente mi sto battendo da anni per mostrare come il Gramsci "giovane" sia altrettanto degno di attenzione e di interesse del Gramsci "maturo": uno scrittore che fornisce spunti di straordinaria attualità; più in generale, dalla lettura di questi testi — giornalistici, o di riflessione, o di partito — provengono stimoli efficaci anche a chi non sia particolarmente interessato a questo autore. Ma dopo essersi immerso nella sua scrittura, di eccezionale vivacità e creatività, originale anche quando resa più rigida dal ruolo istituzionale di dirigente politico, sono certo che il lettore ne uscirà non soltanto persuaso della grandezza di Antonio Gramsci, ma della sua insostituibile centralità nella storia d'Italia.

Perciò appaiono fuori luogo, e stolte, da un canto talune sgangherate polemiche che contrappongono il "cattivo" comunista a qualche "buono" di turno (un giorno Rosselli, un altro Turati, un altro ancora Matteotti); ancor più grotteschi i tentativi di revisionismo "rovescistico", e di chiacchiericcio fondato su una pseudostoriografia "ipotetica" che si inventano via via un Gramsci convertito al cattolicesimo, un Gramsci che ripudia il comunismo e lo stesso marxismo, un Gramsci che si piega a Mussolini per impetrarne il perdono.

In verità, gli attacchi a Gramsci, come sono stati giustamente chiamati, o le "reinterpretazioni" revisionistiche, non fanno che confermare la statura intellettuale e morale di un autore e di un uomo al quale cerco di indirizzare le giovani generazioni perché ne traggano linfa vitale, considerandolo, come ho imparato a fare io fin da ragazzo, non soltanto un classico da leggere o studiare, bensì una vera guida spirituale. Per qualcuno, compreso il sottoscritto, anche un faro per orientarsi nella vita politica di un mondo che se non è più così «grande» come appariva a lui, ristretto nel carcere fascista, è altrettanto e forse ancor più «terribile».

[...]

Angelo d'Orsi

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Pagina 17

Introduzione



I. 1911-1913. Nell'ex capitale di due Regni



Che città è quella che accoglie il ventenne Antonio Gramsci, ai principi di ottobre del 1911? Pochi giorni prima, il 29 settembre, il governo italiano guidato da Giovanni Giolitti ha dato inizio alle operazioni militari per la conquista di due province dell'Impero Ottomano, ormai prossimo al collasso: la Cirenaica (con capitale Bengasi) e la Tripolitania (con capitale Tripoli). Torino, come tutte le città del Regno d'Italia, ha dato il suo contributo alla creazione di uno stato d'animo di esasperato patriottismo e di un bellicoso colonialismo. Ha guidato la lotta un pugno di uomini, dell'Associazione Nazionalista Italiana (Ani), capeggiati da Enrico Corradini, che proprio a Torino ha trovato in Mario Viana e nel periodico «Il Tricolore» un significativo precedente.

Nella città, il principale cantore del diritto politico e del dovere morale degli italiani a impadronirsi di un territorio già parte dell'Impero di Roma è il giornalista Giuseppe Bevione. Inviato a Tripoli come corrispondente, dipinge con una retorica ridondante fino al ridicolo la «Libia» (espressione che generalmente viene preferita, perché richiama la denominazione romana) nei termini di un paradiso terrestre, e gli arabi non aspetterebbero altro che giungano i "liberatori" italiani a sottrarli al giogo turco. Benché basata su clamorose menzogne, puntualmente smascherate su testate quali «La Voce» e «LUnità», in particolare da Gaetano Salvemini, uomo che all'epoca esercita un grande ascendente sui giovani socialisti, la campagna propagandistica di Bevione ottiene un notevole successo in città, al punto da aprirgli la strada al Parlamento, di lì a qualche anno.

[...]

Del resto il 1913, le elezioni generali, le prime a "suffragio universale" maschile, se da un canto segnano l'inizio della fine della stagione del socialismo dei professori, sono una tappa decisiva a Torino verso una più consistente presenza, in seno al Psi, dei ceti proletari, come dimostra la netta affermazione delle liste del partito nelle "barriere" operaie della città. Sul fronte opposto, si configura la linea della chiusura rigida, da parte imprenditoriale, e in specie dagli esponenti del Consorzio automobilistico e più in generale della Lega industriale, impersonata dal presidente, Louis Bonnefon-Craponne, il quale, tuttavia, viene costretto alle dimissioni da Giolitti, a seguito della vertenza dei metallurgici, conclusa con scarsi esiti pratici, ma con una vittoria politica delle maestranze.

Gramsci si inserirà in questa fase del socialismo torinese (e italiano), diventando parte attiva, con un ruolo crescente, del processo di rinnovamento. Arriva a Torino per tentare gli studi universitari, con l'auspicato ausilio di una borsa di studio, del Collegio Carlo Alberto, accanto ad altri giovani, tra i quali i fratelli Palmiro e Maria Cristina Togliatti. L'anno seguente, il 1912, fra gli aspiranti alla borsa di studio troviamo Giovanni Angelo Tasca. Tutti costoro, di età compresa fra i diciotto e i vent'anni, sono accomunati, oltre che dall'essere nati e residenti in territori già appartenenti a quello che era stato il Regno sardo, dalla modesta condizione sociale, e sono studenti meritevoli. Il meno brillante di tutti sembra il sardo, il quale, in effetti, si piazza quinto fra i sette studenti delle facoltà umanistiche e al nono posto fra i venti candidati approvati. Le prove d'esame per l'ammissione al sussidio dureranno, fra scritti e orali, diversi giorni, durante i quali Nino, come è chiamato in famiglia, fa anche le sue prove d'ambientamento a Torino, dove soprattutto egli è colpito dal clima, già decisamente più vicino all'inverno che all'autunno. Il giovane, inoltre, confesserà di sentirsi in forte disagio nella grande città, dove prova addirittura «ribrezzo a fare delle camminate», correndo continuamente il «rischio di andar sotto a non so quanti automobili e tram». Giorni difficili che segneranno profondamente quel ventenne, tanto che a distanza di molti anni egli evocherà la sua prima stagione torinese come un periodo terribile, in cui non solo era stato «gravemente ammalato», ma fantasticava «sempre di un immenso ragno che la notte stesse in agguato e scendesse per succhiarmi il cervello».

La borsa sarà guadagnata, ma non senza difficoltà: con lui vincono Palmiro e Maria Cristina Togliatti, Tasca e Augusto Rostagni, futuro filologo classico. Suo è il ricordo di quel compagno sardo, «piuttosto appartato e chiuso, a scuola, ma sempre attentissimo. [...] lui era diverso, si staccava nettamente dagli altri».

Ammontante a settanta lire mensili, il sussidio già di per sé insufficiente alle esigenze di un ventenne normale, non tarda a rivelarsi esiguo per quel giovinetto gracile e malaticcio, al quale la famiglia non fa giungere efficaci e tempestivi segnali del proprio interessamento. In una delle prime lettere, Nino, sistematosi alla bell'e meglio in una stanza a pensione nella Barriera di Milano, zona operaia sita alla periferia Nord della città, sulla Dora (esattamente in corso Firenze, 57), presenta i conti al padre:

Per quanto abbia girato non ho potuto trovare una camera per meno di 25 lire come quella dove sto: ora da 70 tolgo 25 e rimangono 45 lire, con le quali dovrei mangiare, pensare alla pulizia della biancheria (non meno di 5 lire tra lavatura, stiratura ecc.), al lucido per scarpe, alla luce per la stanza, alla carta, penne, inchiostro, per scuola, che sembra poco e pure bisogna pagarlo con 40 lire!

Per mangiare, vi dirò che un latte costa 10 centesimi, e per 5 cent. un panino di 25 grammi, seppure; per pranzare non meno di 2,00 alla più modesta trattoria, come era quella dove fino a pochi giorni fa mangiavo, e dove mi davano un piattino di maccheroni per 60 cent. e una bistecca sottile come una foglia per altrettanto, sì che dovevo mangiarmi 6 o 7 panini e avevo fame come prima: immagina con le 33 o 34 lire che mi avanzerebbero tolte le spese che sono indispensabili come la camera, la pulizia, il lume, e devo stare dalle 7 di sera a casa perché fuori c'è la nebbia e un freddo cane; e io non ho nemmeno da coprirmi; voi pensate chi sa che storie, ed io intanto sto qui a soffrire: e va bene: altro che trattorie e zuppe la sera.

La preoccupazione maggiore è che i documenti necessari gli giungano tardi: e quindi di perdere la borsa:

Perché qui non scherzano, e voi intanto a scaldarvi le gambe nel braciere, e poi il 16 dovrò necessariamente partire: il collegio non mi paga che il viaggio, e io non potendo pagare la padrona di casa delle 40 lire di pensione per 15 giorni, sarò portato in questura; perché voi credete che le cose vadano liscie come quando si è a casa, e io che sto qui debbo rimanere nella paura: ed evviva l'affetto per i cari genitori!'

Alla sopravvivenza non bastano le 20 lire, inviategli, irregolarmente, da quegli che a lui appare — in un giudizio forse un po' ingiusto, ma significativo — un genitore poco preoccupato del presente e del futuro dei suoi figli, nient'affatto sollecito, in particolare, nei confronti di quel figliolo mandato allo sbaraglio nella inospitale città del «continente»:

È inesplicabile il vostro modo di fare: più ci penso e più ci perdo la testa. [...] E non dire che non è colpa tua perché io in una lettera ti ho specificato tutti i documenti che erano necessari per l'esenzione delle tasse [...]: ma si sa con la solita caparbietà e il solito vaniloquio inconcludente vi sarete vicendevolmente convinti che non erano necessari, che sarebbe bastato questo solo, e poi si risparmiavano un paio di soldi per la posta, e così ti sei giuocato 100 lire: mi dispiace solo perché penso che è tanto pane in meno per quei di casa, non per altro davvero: che conosco che razza di gente siete: con voi ci vogliono cannonate per farvi fare ciò che deve essere fatto: bisogna che vediate la rovina per convincervi a fare ciò che deve essere [...] un padre che veramente pensa ai figli, e io ne ho conosciuto e so ora che ne esistono di questi uomini, avrebbe provveduto subito a fare i documenti necessari, perché si sa, io ero ignaro di tutto e non potevo sapere tante cose, e i padri non son padri per nulla: ma si sa che tu sei il padrone non il padre.

Anche senza soffermarsi sul difficile rapporto con una figura di padre-padrone, le lettere di questi primi anni (con tassa a carico del destinatario: «Non ho neanche un centesimo per affrancarle»), testimoniano una situazione difficilissima, con tratti drammatici, che porta il giovane sull'orlo della disperazione. A distanza di tempo, in una lettera dal carcere, Nino ricorderà, al fratello Carlo, quel primo biennio torinese come uno dei momenti più difficili della propria vita:

Partii per Torino come se fossi in istato di sonnambulismo. Avevo 55 lire in tasca; avevo speso 45 lire per il viaggio in terza delle 100 lire avute da casa. C'era l'Esposizione e dovevo pagare 3 lire al giorno solo per la stanza. Mi fu rimborsato il viaggio in seconda, un'ottantina di lire ma non c'era da ballare perché gli esami duravano circa 15 giorni e solo per la stanza dovevo spendere una cinquantina di lire. Non so come ho fatto a dar gli esami, perché sono svenuto due o tre volte. Riuscii ma incominciarono i guai. Da casa tardarono circa due mesi a inviarmi le carte per l'iscrizione all'università, e siccome l'iscrizione era sospesa, erano sospese anche le 70 lire mensili della borsa. Mi salvò un bidello che mi trovò una pensione di 70 lire, dove mi fecero credito; io ero così avvilito che volevo farmi rimpatriare dalla questura. Così ricevevo 70 lire e spendevo 70 lire per una pensione molto misera. E passai l'inverno senza soprabito, con un abitino da mezza stagione buono per Cagliari. Verso il marzo 1912 ero ridotto tanto male che non parlai più per qualche mese: nel parlare sbagliavo le parole. Per di più abitavo proprio sulle rive della Dora, e la nebbia gelata mi distruggeva.

Quella rievocazione non è uno sfogo, sia pure proiettato indietro nel tempo: ha una funzione pedagogica. Antonio vuol far capire al fratello, che attraversa un momento di scoramento, che le difficoltà rinsaldano il carattere: «Mi sono convinto che anche quando tutto è o pare perduto, bisogna rimettersi tranquillamente all'opera, ricominciando dall'inizio». Il confortatore Antonio, in realtà, avrebbe bisogno a sua volta di conforto, in prigione, in attesa di processo.

Naturalmente, nel tempo di cui parliamo, non è facile per il giovinetto venuto dall'Isola superare le difficoltà, che con lo scorrere degli anni non sembrano scemare: disturbi nervosi, acuiti dalla durezza delle condizioni di vita nonché dalla tensione per le continue richieste di aiuto (perlopiù inevase, o evase solo parzialmente e in ritardo dalla famiglia), e infine una solitudine dolorosa provocano il salto di intere sessioni d'esame, causando sospensioni nell'erogazione della borsa. L'esito di questo difficoltosissimo curriculum universitario è la sua interruzione ben prima della laurea.

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Pagina 115

1910



1. Oppressi ed oppressori



È davvero meravigliosa la lotta che l'umanità combatte da tempo immemorabile; lotta incessante, con cui essa tenta di strappare e lacerare tutti i vincoli che la libidine di dominio di un solo, di una classe, o anche di un intero popolo, tentano di imporle. È questa una epopea che ha avuto innumerevoli eroi ed è stata scritta dagli storici di tutto il mondo. L'uomo, che ad un certo tempo si sente forte, con la coscienza della propria responsabilità e del proprio valore, non vuole che alcun altro gli imponga la sua volontà e pretenda di controllare le sue azioni e il suo pensiero. Perché pare che sia un crudele destino per gli umani, questo istinto che li domina di volersi divorare l'un l'altro, invece di convergere le forze unite per lottare contro la natura e renderla sempre più utile ai bisogni degli uomini. Invece, un popolo quando si sente forte e agguerrito, subito pensa a aggredire i suoi vicini, per cacciarli ed opprimerli. Perché è chiaro che ogni vincitore vuol distruggere il vinto. Ma l'uomo che per natura è ipocrito e finto, non dice già «io voglio conquistare per distruggere», ma, «io voglio conquistare per incivilire». E tutti gli altri, che lo invidiano, ma aspettano la loro volta per fare lo stesso, fingono di crederci e lodano.

Così abbiamo avuto che la civiltà ha tardato di più ad espandersi e a progredire; abbiamo avuto che razze di uomini, nobili e intelligenti, sono state distrutte o sono in via di spegnersi. L'acquavite e l'oppio che i maestri di civiltà distribuivano loro abbondantemente, hanno compiuto la loro opera deleteria.

Poi un giorno si sparge la voce: uno studente ha ammazzato il governatore inglese delle Indie, oppure: gli italiani sono stati battuti a Dogali, oppure: i boxers hanno sterminato i missionari europei; e allora la vecchia Europa inorridita impreca contro i barbari, contro gli incivili, e una nuova crociata viene bandita contro quei popoli infelici.

E badate: i popoli europei hanno avuto i loro oppressori e hanno combattuto lotte sanguinose per liberarsene, ed ora innalzano statue e ricordi marmorei ai loro liberatori, ai loro eroi, e innalzano a religione nazionale il culto dei morti per la patria. Ma non andate a dire agli italiani, che gli austriaci erano venuti per portarci la civiltà: anche le colonne marmoree protesterebbero. Noi, sì, siamo andati per portare la civiltà ed infatti ora quei popoli ci sono affezionati e ringraziano il cielo della loro fortuna. Ma si sa; sic vos non vobis. La verità invece consiste in una brama insaziabile che tutti hanno di smungere i loro simili, di strappare loro quel po' che hanno potuto risparmiare con privazioni. Le guerre sono fatte per il commercio, non per la civiltà: gli inglesi hanno bombardato non so quante città della Cina perché i cinesi non volevano sapere del loro oppio. Altro che civiltà! E russi e giapponesi si sono massacrati per avere il commercio della Corea e della Manciuria. Si delapidano le sostanze dei soggetti, si toglie loro ogni personalità; non basta però ai moderni civilissimi: i romani si accontentavano di legare i vinti al loro carro trionfale, ma poi riducevano a provincia la terra conquistata: ora invece si vorrebbe che tutti gli abitanti delle colonie sparissero per lasciar largo ai nuovi venuti.

Se poi una voce di onesto uomo si leva a rimproverare queste prepotenze, questi abusi, che la morale sociale e la civiltà sanamente intesa dovrebbero impedire, gli si ride in faccia; perché è un ingenuo, e non sa tutti i machiavellici cavilli che reggono la vita politica. Noi italiani adoriamo Garibaldi; fin da piccoli ci hanno insegnato ad ammirarlo, il Carducci ci ha entusiasmato con la sua leggenda garibaldina: se si domandasse ai fanciulli italiani chi vorrebbero essere, la gran maggioranza certo sceglierebbe di essere il biondo eroe. Mi ricordo che a una dimostrazione per una commemorazione dell'indipendenza, un compagno mi disse: ma perché tutti gridano: «viva Garibaldi!» e nessuno: «viva il re?» ed io non seppi darne una spiegazione. Insomma, in Italia dai rossi ai verdi, ai gialli idolatrano Garibaldi, ma nessuno veramente ne sa apprezzare le alte idealità; e quando i marinai italiani sono mandati a Creta per abbassare la bandiera greca innalzata dagli insorti e rimettere la bandiera turca, nessuno levò un grido di protesta. Già: la colpa era dei candioti che volevano turbare l'equilibrio europeo. E nessuno degli italiani che in quello stesso giorno forse acclamavano l'eroe liberatore della Sicilia, pensò che Garibaldi se fosse stato vivo, avrebbe sostenuto anche l'urto di tutte le potenze europee, pur di fare acquistare la libertà a un popolo. E poi si protesta se qualcuno viene a dirci che siamo un popolo di rètori!

E chi sa per quanto tempo ancora durerà questo contrasto. Il Carducci si domandava: «Quando il lavoro sarà lieto? Quando sicuro sarà l'amore?». Ma ancora si aspetta una risposta, e chi sa chi saprà darla. Molti dicono che ormai l'uomo tutto ciò che doveva conquistare nella libertà, e nella civiltà, l'abbia già fatto, e che ormai non gli resta che godere il frutto delle sue lotte. Invece, io credo che ben altro da fare ci sia ancora: gli uomini non sono che verniciati di civiltà; ma se appena sono scalfiti, subito appare la pellaccia del lupo. Gli istinti sono ammansati, ma non distrutti, e il diritto del più forte è il solo riconosciuto. La Rivoluzione francese ha abbattuto molti privilegi, ha sollevato molti oppressi; ma non ha fatto che sostituire una classe ad un'altra nel dominio. Però ha lasciato un grande ammaestramento: che i privilegi e le differenze sociali, essendo prodotto della società e non della natura, possono essere sorpassate. L'umanità ha bisogno d'un altro lavacro di sangue per cancellare molte di queste ingiustizie: che i dominanti non si pentano allora d'aver lasciato le folle in uno stato di ignoranza e di ferocia quali sono adesso!

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Saggio scolastico, manoscritto, risalente all'ultimo anno del Liceo Dettori di Cagliari (novembre 1910?); pubblicato per la prima volta in SP, I, pp. 3-5.

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Pagina 131

1915



5. La luce che si è spenta



Ricordo un povero ragazzo che non aveva potuto frequentare i dotti banchi delle scuole del suo paese per la salute malferma, e si era da se stesso preparato per l'esame, ahimè quanto modesto, di proscioglimento. Ma quando sparuto si presentò al maestro, al rappresentante della scienza ufficiale, per consegnargli la domanda vergata, per far colpo, nella più bella calligrafia, questi, guardandolo attraverso i suoi scientifici occhiali, domandò arcigno: «Sì, va bene, ma credi che sia così facile l'esame? Conosci per esempio gli 84 articoli dello Statuto?». E il povero ragazzo, schiacciato da quella domanda, si mise a tremare, piangendo sconsolatamente ritornò a casa e per allora non volle dar l'esame.

Perché mi fiorisce nella memoria questo aneddoto ora che vorrei ricordare per i lettori del «Grido» la figura di Renato Serra? Perché troppi maestri mi pare ci siano come quello che ho ricordato, e ad essi il Serra ha dato una lezione di umanità; in ciò egli ha veramente continuato Francesco De Sanctis, il più grande critico che l'Europa abbia mai avuto.

Pensate a ciò che nel Medioevo rappresenta il movimento francescano di fronte al teologismo dottrinario della Scolastica. La teologia era pan degli angeli, non dei miseri mortali, eppure essa aveva invaso tutte le manifestazioni religiose, anche la predicazione al popolo: Dio spariva dietro i sillogismi, snebbiava lontano o gravava sulle coscienze come qualcosa di enorme, di schiacciante. L'intelletto aveva ammazzato il sentimento, la riflessione occhialuta aveva strangolato lo slancio della fede. Venne San Francesco, anima umile, dimessa. Spirito semplice, soffiò via tutti gli involucri cartacei, pergamenacei che avevano straniato Dio dagli uomini, e fece rinascere in ogni animo la divina ebbrezza. Così hanno fatto il De Sanctis e il Serra per la poesia. La poesia era diventata privativa dei professori: Dante per esempio era stato o trasumanato oppure i suoi libri si presentavano circondati da reticolati irti di spine erudite e di sentinelle che urlavano il "chi va là?" a ogni profano che osasse avvicinarsi troppo; così si è formata nei più la convinzione che Dante sia come una torre impenetrabile ai non iniziati. Il De Sanctis non è di questi: non domanda a uno che ha la buona volontà se conosce gli 84 articoli dello Statuto: anzi se vede una faccia sparuta, se vede un umile ritirarsi indietro quasi spaventato di troppo osare, gli si fa da presso, quasi direi lo prende a braccetto, con espansione tutta napoletana, lo guida lui, gli dice: «Vedi, ciò che credevi difficile non lo è, oppure non merita la pena d'essere letto; salta a piè pari queste siepi, lascia che altre mascelle si facciano sanguinare le gengive a rodere questi cardi». Renato Serra mostra che i professori, che i critici di professione hanno presa per arte ciò che era pura e semplice tappezzeria. Questi due uomini sono stati veramente maestri, come intendevano i greci, cioè mistagoghi, ma hanno iniziato ai misteri mostrando che questi misteri sono vane costruzioni di letterati, e che è tutto chiaro, limpido per chi ha l'occhio puro e vede la luce come colore e non come vibrazione di ioni ed elettroni. Essi sono collaboratori della poesia, lettori della poesia. Ogni loro saggio è una nuova luce che s'accende per noi. Ci sentiamo come assorbiti in un incanto. Il mondo che ci circonda non arriva più ai nostri sensi, non li stimola a reagire. Non esiste che l'opera d'arte, noi e il maestro che ci guida. La nostra umanità è tutta tesa al bello e solo questo sente. La presa di possesso è rapida, immediata. È un uomo che si avvicina ad un altro uomo e lo sente rivivere in sé come tale e poi come creatore di bellezza. La parola non è più elemento grammaticale, da casellare in regole e in ischemi libreschi; è un suono, è una nota di un periodo musicale che si snoda, si riprende, si amplia in volute leggere, aeree che ci conquistano lo spirito e lo fanno vibrare all'unisono con quello dell'autore. Le immagini vivono una loro vita propria, stimolano le nostre facoltà creative, agitano tutto il mondo delle nostre esperienze, destano echi lontani di cose passate che si rinnovano e si affermano vigorose nell'atto del nostro leggere. Noi vibriamo in tutte le fibre del nostro essere, ci sentiamo purificati da questa fusione con un altro essere che ci ha scossi, che ci ha fatto partecipare alla sua vita, che ci ha dato l'illusione di essere noi i creatori di quelle armonie, tanto le sentiamo nostre, e sentiamo che mai più cesseranno di far parte del nostro spirito.

Dopo una di queste letture ci sentiamo stanchi, quasi sazi di bellezza. Ma il mago ci riprende nelle sue reti. Un suo nuovo scritto ci rinnova, ci libera da ogni ricordo del passato, ci riconduce puri ad un'altra sorgente e si ripete in noi, ormai scaltriti, l'esperienza nuova. E il nostro gusto si raffina, i nostri nervi pare si assottiglino per cogliere anche le minime vibrazioni. Sentiamo che anche da soli, senza il maestro, possiamo accostarci all'opera d'arte con più freschezza, con più sincerità. Quanti veli sono caduti, quanti idoli infranti, quanti valori rovesciati. Verità che prima non eravamo riusciti a comprendere, ora senza accorgercene ci salgono spontaneamente alle labbra. Ricordiamo l'insegnamento di Leonardo ai suoi discepoli: «Che osservassero anche le macchie e le muffe dei muri perché in esse potevano essere accordi di colori e di luci più perfette di quelle che l'uomo stesso può creare», e ci pare dica cose che prima non sentivamo. Cessa la nostra adorazione per le opere macchinose, architettonicamente complesse, e badiamo più ai legami di suono che ci sono tra parola e parola, tra periodo e periodo. L'esclamazione di un carrettiere riveste talvolta per noi tanta poesia quanto un verso di Dante. Non cadiamo nell'esagerazione ridicola di affermare che quel carrettiere è tanto poeta quanto Dante, ma siamo contenti nel sentir in noi la possibilità di sentire la bellezza ovunque essa sia, nel sentirci liberati dai vieti pregiudizi scolastici che ci facevano misurare la poesia a metri cubi e a chilogrammi di carta stampata.

Ma ora non possiamo aspettarci più nulla da Renato Serra. La guerra l'ha maciullato, la guerra della quale egli aveva scritto con parole così pure, con concetti così ricchi di visioni nuove e di sensazioni nuove. Una nuova umanità vibrava in lui; era l'uomo nuovo dei nostri tempi, che tanto ancora avrebbe potuto dirci ed insegnarci. Ma la sua luce s'è spenta e noi non vediamo ancora chi per noi potrà sostituirla.

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«Il Grido del Popolo», n. 591, 20 novembre 1915 (firmato: Alfa Gamma).

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Pagina 139

1916



8. Capodanno



Ogni mattino, quando mi risveglio, ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.

Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un'azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito. Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.

Dicono che la cronologia è l'ossatura della storia; e si può ammettere. Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch'essi capodanni. Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell'età moderna. E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l'umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita. Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa la film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.

Perciò odio il capodanno. Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell'animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale. Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse. Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano. Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno di tripudio. Tutto ciò stomaca.

Aspetto il socialismo anche per questa ragione. Perché scaraventerà nell'immondezzaio tutte queste date che ormai non hanno più nessuna risonanza nel nostro spirito e, se ne creerà delle altre, saranno almeno nostre, e non quelle che dobbiamo accettare senza beneficio d'inventario dai nostri sciocchissimi antenati.

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«Avanti!», 1° gennaio 1916, "Cronache torinesi", nella rubrica "Sotto la mole".

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Pagina 336

86. Socialisti e anarchici [1919]



Viene spesso rimproverato agli anarchici di dedicare la loro attività di propaganda più alla lotta contro gli organismi politici e corporativi del proletariato, che non alla lotta contro la classe dominante. Obbiettivamente il fatto è inconfutabile. Il problema da studiare però è questo: gli anarchici possono fare diversamente? Potrebbero svolgere una qualsiasi attività permanente e organica se non esistesse l'organizzazione socialista e proletaria?


Esiste una dottrina anarchica? Esiste solo un complesso di aforismi, di sentenze generali, di affermazioni perentorie, che gli anarchici chiamano la loro «dottrina»: e il metodo che gli anarchici seguono nello svolgere la loro azione consiste nell'accettare, ecletticamente ed empiricamente, tutte le critiche all'ordinamento attuale che reputano capaci di promuovere uno stato di disagio e di malessere psicologico e su di esse fondare le loro affermazioni, i loro aforismi, le loro sentenze. Gli anarchici non hanno una concezione organica del mondo e della storia: vedono gli effetti, i fenomeni vistosi, non le cause, non la continuità del processo storico che si rivela, solo come mero indizio, in questi effetti e in questi fenomeni. Perciò hanno bisogno di inserirsi in una forza reale – l'organizzazione politica e corporativa dei lavoratori – che aderisce plasticamente al processo storico: da ciò traggono l'illusione di essere – e di essere una forza diffusa e organica, e questa illusione è la loro ragion d'essere.

La «dottrina» anarchica vale per tutti i tempi e per tutti i luoghi, essa è basata sulla «natura» umana, la quale dovrebbe essere governata da leggi fisse e immutabili, quali sono appunto le cosiddette «leggi della natura». La natura umana è lo spirito; la legge costante che governa lo spirito nella sua più alta manifestazione – il pensiero – determina una ricerca continua di libertà, una continua lotta contro i pregiudizi, contro le angustie, contro i limiti della tradizione, della religione, della mancanza di spirito critico. La «dottrina» anarchica è un riflesso cristallizzato e immiserito in formule dogmatiche e incoerenti di una tendenza filosofica non ancora giunta a una maturità e a una sistemazione organica.

Nel momento della sua maturità, questa dottrina filosofica ha dimostrato che la filosofia e la storia coincidono: nel fenomeno di simbiosi anarchico-socialista possiamo constatare la verità obbiettiva di questa dimostrazione. Nel regime di concorrenza determinata dalla proprietà privata, le correnti sociali tendono a impersonare una manifestazione storica generale: i socialisti si richiamano alle manifestazioni profonde della vita sociale, alla struttura economica che condiziona tutte le forme della vita sociale: gli anarchici si richiamano alle leggi costanti dello spirito, alla libertà, al pensiero («anarchico è il pensiero ecc. ecc.»); insieme dovrebbero tendere a realizzare obbiettivamente l'unità del pensiero e dell'azione, della storia e della filosofia.

Invece sono avversari, e lo sono in quanto gli anarchici sono avversari permanenti dei socialisti (i socialisti sono avversari del capitalismo e combattono gli anarchici solo quando essi si rivelano inconsci strumenti della forza capitalistica), sebbene si nutrano e vivano solo perché inseriti nel tessuto storico che i socialisti hanno organizzato pazientemente e tenacemente.


I socialisti, o comunisti critici, hanno invece una dottrina salda e organica e hanno un metodo, il metodo dialettico. Poiché hanno una dottrina, hanno una personalità ben distinta e un dominio proprio ben definito.

La legge essenziale dell'uomo è il ritmo della libertà, la storia del genere umano è un processo ininterrotto e indefinito di liberazione. Ma la libertà non è qualcosa di fisso, di immutabile nel tempo e nello spazio.

Individualmente la libertà è un rapporto di pensiero, condizionato dalla cultura dell'individuo: tanto più uno è libero quanto più è «ricco» di sapienza e di saggezza, quanto più è grande il «patrimonio» suo di esperienze storiche e spirituali, quanto maggior ordine esiste nei suoi pensieri, quanto più perfetta è la sua organizzazione interiore. Individualmente quindi il processo di sviluppo della libertà coincide col processo di sviluppo della cultura individuale, e in questo senso gli anarchici sono meno liberi di tutti i proletari appunto perché non hanno una concezione organica del mondo e della storia, appunto perché non hanno una dottrina coerente ma solo una mole incomposta e contraddittoria di massime, di sentenze, di assiomi. Essi sono schiavi del disordine loro spirituale, sono mancipii delle formule fisse: se la storia è sviluppo, è divenire, è dialettica continua, chi ha una «dottrina» basata sulla fissità non comprende la storia, è uno schiavo degli avvenimenti, non è un creatore, non è un uomo libero come invece è l'operaio socialista che vive una dottrina, che ha una concezione del mondo fondata sulla critica e sulla dialettica.

Nella convivenza umana, come rapporto tra individui, la libertà è un equilibrio di forze e si concreta in una organizzazione, in un ordine. In regime di proprietà privata la libertà politica (e in regime di proprietà privata la libertà può essere solo politica, perché il rapporto tra individui, tra cittadini e non tra comunità di produttori, tra associazioni, come sarà in regime comunista) è condizionata dal possesso dei beni materiali, o dall'essere al servizio di chi possiede i beni materiali. Non si può dire quindi che il regime borghese non sia un regime di libertà; tutta la storia è un succedersi di regimi di libertà, ma di libertà individuale o politica, cioè libertà formale per tutti e libertà effettiva per i possessori dei mezzi di produzione e di scambio. Quando lo Stato era «possesso» individuale, era libero solo il tiranno e i suoi sicofanti; quando lo Stato divenne possesso dei proprietari capitalistici e terrieri, divennero liberi i proprietari capitalistici e terrieri. Quando lo Stato sarà «posseduto» dai lavoratori, i lavoratori diventeranno liberi.


La parola «Stato» fa inalberare gli anarchici. Perché essi vedono nello Stato solo l'«immutabile» principio d'autorità. I socialisti distinguono nello Stato due aspetti. Lo Stato è per i socialisti l'apparato del potere politico, ma è anche un apparato di produzione e di scambio.

Come principio industriale di organizzazione della economia di un paese, lo Stato deve essere conservato e sviluppato: tutti gli strumenti di produzione e di scambio che il capitalismo lascerà al proletariato devono essere conservati e sviluppati per conservare e dare incremento al bene comune. Se l'accentramento è domandato dalla necessità della produzione industriale, esso deve essere mantenuto e sviluppato, fino a diventare mondiale; sarebbe pazzesco e criminoso distruggere uno strumento di produzione, sull'esistenza del quale si fonda il benessere e spesso l'elementare possibilità di vita della popolazione attuale del mondo, solo perché cinquanta anni fa un uomo, seppur grande come Bakunin, ha affermato che accentramento significa «morte dell'autonomia e della libertà». I socialisti sono «statali» quindi, solo in quanto il processo di sviluppo della produzione industriale ha creato apparati economici che coincidono con l'apparato del potere politico e ne formano l'intima struttura.

Come principio di potere politico, lo Stato si dissolverà tanto più rapidamente quanto più i lavoratori saranno compatti e disciplinati nell'ordinarsi socialmente, nel fondersi cioè in gruppo accomunati dal lavoro, coordinati e sistemati tra loro secondo i momenti della produzione: dal nucleo elementare del mestiere in un reparto, al reparto in una fabbrica, alla fabbrica in una città, in una regione, nelle unità sempre più vaste fino al mondo intero. L'Internazionale è lo «Stato» dei lavoratori, cioè la base vera e propria del progresso nella storia specificatamente comunista e proletaria.

Lo Stato rimarrà apparato di potere politico fin quando esisteranno le classi, fin quando cioè, i lavoratori armati non saranno riusciti – attraverso lo Stato politico (o Dittatura) attrezzato dai capitalisti come una bardatura dell'organismo economico – a dominare e possedere realmente l'apparato nazionale di produzione e a farne la condizione permanente della loro libertà.


Le parole «Stato», «legalità», «autoritarismo» ecc., con le quali gli anarchici si riempiono la bocca, hanno un determinato valore, fin quando sussistono i rapporti di proprietà individuale: hanno un valore politico. Ne acquistano un altro se concepiti come rapporti puramente industriali. Gli operai dell'industria conoscono questi rapporti per esperienza diretta, e perciò sono socialisti, hanno una psicologia dialettica; non sono anarchici, cioè cristallizzati in una formula.

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«L:Ordine Nuovo», I, n. 19, 20-27 settembre 1919 (editoriale).

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Pagina 363

94. La forza della rivoluzione [1920]



La celebrazione del Primo Maggio è avvenuta a Torino subito dopo che la totalità del proletariato industriale era uscita da un gigantesco sciopero generale durato dieci giorni e terminato in una sconfitta. Tutto il popolo lavoratore torinese volle dimostrare di non aver perduto la fiducia nella rivoluzione, tutto il popolo lavoratore torinese volle dimostrare che la forza della rivoluzione non è sminuita, ma anzi ha moltiplicato i suoi battaglioni e i suoi reggimenti.

Nello sciopero generale il capitalismo e il potere di Stato avevano sfoggiato tutte le loro armi. Lo Stato borghese aveva posto a disposizione degli industriali torinesi cinquantamila uomini in assetto di guerra, con autoblindate, lanciafiamme, batterie leggere; la città rimase per dieci giorni in balìa delle guardie regie, la classe operaia sembrò annientata, sembrò assorbita dalla oscurità e dal nulla. Gli industriali, raccolti dieci milioni, inondarono la città di manifesti e manifestini, assoldarono giornalisti e barabba, agenti provocatori e spezzatori di sciopero, pubblicarono un giornale che imitava nella veste tipografica il bollettino dello sciopero, diffusero notizie allarmistiche, notizie false, fecero scaturire associazioni, leghe, sindacati, partiti politici, fasci, da tutte le cloache della città; propalarono le infamie più atroci contro i dirigenti lo sciopero; a tutto questo scatenamento di forze capitalistiche la classe operaia non poté opporre null'altro che il mezzo foglio quotidiano del bollettino dello sciopero e la sua energia di resistenza e di sacrifizio. Gli operai metallurgici resistettero un mese, senza salario: soffrirono molti la fame, dovettero impegnare al Monte di Pietà i mobili, fin i materassi e le lenzuola; anche l'altra parte della popolazione lavoratrice subì stenti, miserie, desolazione: la città era come assediata, la popolazione lavoratrice dovette sopportare tutti i mali e i disagi di un assedio crudele e implacabile. Lo sciopero finì, con una sconfitta; l'idea che aveva sostenuto i lottatori fu schernita persino da una parte dei rappresentanti la classe operaia; l'energia e la fede dei dirigenti lo sciopero generale fu qualificata illusione, ingenuità, errore persino da una parte dei rappresentanti la classe operaia; rientrando nelle fabbriche il proletariato misurò subito il passo indietro dovuto fare per la stretta terribile delle immense forze della classe proprietaria e del potere di Stato: uno scoraggiamento, un piegarsi delle coscienze e delle volontà, un disfarsi dei sentimenti e delle energie di classe potevano essere giustificati, un prevalere di amarezze poteva essere naturale, un passo indietro dell'esercito rivoluzionario poteva essere preveduto.

Ebbene, no: gli affamati, gli immiseriti, i frustati a sangue dallo staffile capitalistico, i beffeggiati da una parte inconsapevole o infame degli stessi compagni (?) di lotta, non hanno perduto la fede nell'avvenire della classe operaia, non hanno perduto la fede nella rivoluzione comunista; tutto il proletariato torinese è uscito nelle strade e nelle piazze per dimostrare il suo attaccamento alla rivoluzione, per spiegare di contro ai milioni e ai miliardi di ricchezza della classe capitalista le forze umane della classe operaia, le centinaia di migliaia di cuori, di braccia, di cervelli della classe operaia, per contrapporre alle casseforti i ferrei battaglioni di militanti della rivoluzione operaia.

Dieci giorni di sciopero, la fame, la miseria, la desolazione, la sconfitta non sono riusciti a ottenere ciò che la classe capitalista e il potere di Stato erano sicuri di aver raggiunto: la disfatta del proletariato, la fuga dello spettro che preme come un incubo i palazzi e le casseforti. La classe capitalistica e il potere di Stato trasformano la giornata del Primo Maggio in un'orgia di terrore e di sangue. Il corteo viene aggredito da una scarica di fucileria: due morti e una cinquantina di feriti. L'episodio necessario per scatenare sulla città il terrore più cupo e feroce. Vengono diffuse le dicerie più infami: bombe, coltelli, complotti... Gli arresti si moltiplicano: le guardie regie danno la caccia ai garofani e alle coccarde; gli arrestati vengono massacrati coi calci dei moschetti, vengono sfregiati, vengono calpestati fino a dover vomitar sangue; le vie e le piazze risuonano di fucilate contro le finestre, contro i gruppi di passanti; camions di guardie regie, coi fucili spianati contro le finestre, contro le porte, contro i passanti, imperversano nella città; gruppi di guardie sogghignanti sbucano da ogni cloaca per puntare le baionette contro il petto di ognuno, senza più distinzione di classe, di sesso, di età, sia il passante un operaio, un ufficiale, un soldato, un prete, una signora, un bambino, tanta è la rabbia e la furia che gli ordini impartiti riescono a suscitare nella coscienza torbida e crepuscolare dei mercenari assoldati per la guerra civile.

Ma neppure questa prova generale del gran "giorno", neppure questa barbarica sarabanda di violenze inaudite riesce a smuovere di un pollice la posizione della classe operaia; i funerali dei due assassinati si trasformano in una dimostrazione indescrivibile di potenza e di disciplina; scaturiscono nuove forze popolari, nuove moltitudini si aggiungono all'esercito rivoluzionario che accompagna i suoi caduti al cimitero.


La forza della rivoluzione non piega dinanzi a nessuna sconfitta, a nessun dolore, a nessun ostacolo per immane che sia. Il popolo lavoratore ha superato la fase critica degli assestamenti, degli sbandamenti, delle disillusioni; esso è diventato una compagine omogenea e coesa, è diventato un esercito ordinato e disciplinato di volontà consapevoli di un fine reale, di coscienze che sanno di essere le energie storiche cui incombe una missione superiore a ogni forza umana; il popolo lavoratore, da materiale grezzo per la storia delle classi privilegiate, è diventato finalmente capace di creare la sua propria storia, di edificare la sua città.

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«L'Ordine Nuovo», II, n. I, 8 maggio 1920.

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Pagina 408

107. Forza e prestigio [1921]



La relazione con la quale l'attuale Direzione del Partito socialista italiano presenta al Congresso di Livorno, l'attività propria e di tutto il partito negli ultimi quindici mesi è degna, in realtà, nel suo arido schematismo burocratico, di quella che è stata in questi mesi la vita del partito e quasi sembra fatta apposta per concludere, senza variare di stile, un periodo che forse non sarà ricordato se non perché in esso è maturata nell'avanguardia rivoluzionaria del proletariato italiano la coscienza della necessità di spezzare l'unità formale e burocratica del Partito socialista per raggiungere nel Partito comunista una unità sostanziale di azione e di pensiero. Se ancora ve ne fosse bisogno, questa relazione fornisce un'ultima prova di questa necessità, e una volta ancora convince ad abbandonare senza rimpianti ciò che è diventato ormai peso vano e inutile ingombro. Se v'è ancora chi, al momento di separarsi e di far la sua via, in tono piagnucoloso commemori l'unità che più non esiste ed esalti insieme con l'unità il prestigio del «glorioso» passato, questa relazione è fatta per lui. Non mai in modo così evidente è apparso, come da questa relazione, la possibilità che un movimento di masse, passando attraverso agli organi di un partito, che dovrebbero servire a dargli una forma organica, ordinata, regolare e a renderlo in pari tempo più forte e travolgente, riesca invece a perdere quanto aveva di originalità, di spontaneità, di fervore, per esaurirsi in un seguito di pratiche burocratiche, di relazioni gerarchiche e di discussioni vuote e inconcludenti. In verità, a leggere queste pagine fredde, dove le agitazioni sono elencate, l'una dopo l'altra, e dell'una si dice che la Direzione non credette bene di svilupparla perché il momento non le sembrava maturo, e per l'altra si obbietta che la Direzione fu costretta ad assumerne le responsabilità quantunque non l'avesse iniziata, ma l'avesse veduta sorgere, spontaneamente, dal seno delle masse spinte all'azione dalla fede prestata alle parole che loro si erano dette, al leggere queste pagine vi è da chiedersi se il partito e la spontanea e quasi cieca fiducia che in esso le masse hanno avuto non siano stati un ostacolo allo sviluppo del pensiero e degli atti di queste masse in forme organiche e capaci di concludere a qualcosa di sostanziale e di concreto. Eppure, il prestigio del partito ha costituito, specialmente negli ultimi anni, dopo il periodo della guerra, un elemento fondamentale della psicologia delle masse italiane, costituisce forse tuttora un punto morto, che i comunisti debbono superare con uno sforzo lento di illuminazione, uno sforzo rivolto a educare nelle masse un più desto spirito di critica e di esame.

In fondo, se si esaminano attentamente l'azione del partito e la sua propaganda durante la guerra, l'origine cioè di questo prestigio, si riscontrano in esse gli stessi caratteri negativi che provocano oggi la critica dei comunisti all'atteggiamento tenuto negli ultimi due anni. Anche allora, come adesso, un programma di opposizione, anzi di eversione totale, era sostenuto sui giornali, diffuso tra le masse, adottato senza riserve e senza restrizioni. I lavoratori, istintivamente attratti e trascinati dalla sua evidente verità e dalla completa corrispondenza di esso con le loro aspirazioni e con il profondo loro modo di giudicare fatti e uomini seguivano, attendevano anzi, fiduciosi che alle parole fossero conformi i propositi, i progetti, i piani di azione. La assoluta opposizione alla guerra si presentava alle masse come la logica continuazione della lotta di classe. Tale era essa in principio, tale avrebbe dovuto essere anche nei fatti, nei fatti minuti della vita del partito e delle organizzazioni aderenti ad esso ed alla sua politica, nei fatti quotidiani della vita di tutta la massa. In realtà la lotta di classe di cui audacemente si proclamava la continuazione, nei fatti che riguardavano direttamente da vicino i lavoratori, nei fatti nei quali essa è solita prendere per i lavoratori una forma concreta, era spenta. Gli operai, nei quali lo spirito e la necessità di essa continuavano ad esistere come un bisogno imprescindibile della vita, erano costretti ad operare per vie traverse, al di fuori del controllo e dei quadri del partito e delle organizzazioni, in modo contrario anzi alla tattica da essi ufficialmente od ufficiosamente legittimata. A Torino vi è tra gli operai metallurgici chi ricorda di essere andato, come rappresentante di un embrionale organismo di officina, a trattare con gli organi governativi di controllo sull'industria, e di avere trovato in essi, accanto ai delegati dei padroni, «pariteticamente» sedenti a discutere, i compagni del partito, coloro che al di fuori proclamavano la impossibilità di troncare per la guerra lo sviluppo della lotta di classe e nella pratica sindacale rinunciavano invece ai più elementari principi dell'azione classista. Così il programma svaniva al contatto con la pratica, il partito si rivelava fin da allora impotente a mantenersi coerente coi suoi principi fin nei più minuti sviluppi della quotidiana azione da esso compiuta o da esso ispirata, a creare insomma, attorno al suo programma una reale e sostanziale unità, a non accontentarsi del fantasma di una parola. E da allora incominciava la sua forza a ridursi a quello che è stato nei due ultimi anni: un «prestigio», un semplice «prestigio», cioè la conseguenza di uno stato d'animo dei seguaci e degli avversari, e non di una organizzata capacità di azione. Ma il «prestigio» acquistato con l'opposizione alla guerra precipitava una prima volta, nel 1917, dopo Caporetto, quando il partito della disfatta rivelavasi incapace di sfruttare la disfatta e di trasformarla in una vittoria sua, quando la sua opposizione verbale pietosamente, con un discorso di Filippo Turati, si suicidava davanti al Monte Grappa.

Dopo la guerra, sono passati due anni di propaganda, di risoluzioni sempre decisamente estreme, di attese e di promesse, e dopo due anni, nuovamente la forza si è rivelata essere un semplice prestigio, uno stato d'animo collettivo che ormai un complesso di circostanze esteriori ed interne tende a far scomparire. La relazione che la Direzione presenta al Congresso di Livorno potrebbe essere presa come la documentazione della caduta di questo prestigio, attraverso i movimenti che i burocratici registrano vittoriosi perché hanno mandato in Parlamento 150 socialisti a fare il contrario di quanto avevano promesso, attraverso le agitazioni lasciate spegnere perché non «era il momento» e a quelle che ci si è preso la responsabilità di... seppellire, quantunque non fossero sorte per iniziativa dell'ufficio e dell'impiegato competente.

Dedichiamo quindi questa relazione ai compagni che ancora ragionano sul «prestigio» della unità e lamentosamente piagnucolano contro chi non sa più che fare di un nome vano; dedichiamola a chi vive di ombre; ai comunisti il compito di sostituire ad un'ombra una forza effettiva.

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«l'Ordine Nuovo», 14 gennaio 1921.

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Pagina 427

113. Che fare? [1921]



Il flagello della disoccupazione che infuria crudelmente sulla classe degli operai industriali, è un fenomeno che possa lasciare indifferenti le più larghe masse della popolazione? Il contadino, l'impiegato, il soldato, il marinaio, il pastore devono e possono vedere nel problema della disoccupazione industriale, della crisi di produzione industriale, una quistione puramente corporativa, una quistione puramente sindacale, che possa essere risolta attraverso un duello oratorio tra i delegati operai e i rappresentanti degli industriali, attraverso una discussione in contraddittorio su questo o quest'altro comma di un concordato?

La disoccupazione trova la sua origine essenziale in un conflitto di potere. Gli industriali vogliono fabbricare armi e munizioni; gli industriali vogliono riprendere, su grande scala, la produzione bellica; gli industriali sono anche disposti, per questo fine, ad allargare gli impianti, ad arruolare nuove maestranze, a largheggiare nei salari. Gli operai non vogliono lavorare per la preparazione di nuove guerre, gli operai vogliono che tutto l'apparato industriale sia rivolto alla produzione degli oggetti indispensabili per la ripresa della vita civile, per il soddisfacimento dei bisogni più urgenti della società. In questo conflitto trova la sua origine essenziale la crisi di disoccupazione che oggi infierisce sulla classe operaia. Ma questo conflitto sussiste solamente tra gli operai di una fabbrica e il proprietario della fabbrica stessa? Sussiste solo tra le maestranze di una città e gli imprenditori che eserciscono nella città stessa? Non si tratta appunto di una quistione che interessa tutto il popolo di un paese, che interessa tutto il popolo che non vuole nuove guerre, che non vuole siano sperperate materie prime disponibili in lavorazioni socialmente improduttive, mentre l'agricoltura langue per mancanza di macchine, mentre non si hanno abiti, non si hanno scarpe, non si ha combustibile, e tutta l'organizzazione civile va in pezzi e si decompone? Il contadino, il soldato, l'impiegato, il marinaio, il pastore sono tutti interessati alla quistione: chiunque non vuole che nuove guerre siano preparate (e perché si fabbricano le armi se non per fare nuove guerre?), chiunque vuole che le forze produttive nazionali siano dedicate alla produzione utile, a risanare le ferite profonde lasciate dalla guerra nel corpo sociale, a rimettere l'organizzazione della civiltà in grado di poter funzionare e di poter soddisfare le esigenze della vita degli uomini, tutti costoro sono interessati a sostenere la lotta degli operai industriali, tutti costoro devono poter intervenire nella discussione ed esprimere il loro parere.

In che modo possono le grandi masse intervenire nella quistione? Attraverso quale meccanismo? Basta porre queste domande per porre, nei suoi termini reali, il problema che più urge nel periodo attuale. Il popolo non ha, a sua disposizione, nessun istituto in cui si attui la sua volontà, attraverso il quale possa trovare una espressione sincera e immediata della sua volontà.

Il Parlamento non si preoccupa neppure del problema: esso ignora il problema. Grandi masse popolari soffrono disperatamente, e il Parlamento ignora queste sofferenze. La classe degli operai industriali lotta e si sacrifica per impedire che l'apparato industriale sia dedicato alla fabbricazione bellica, per impedire che le disponibilità in materie prime siano sperperate nella fabbricazione di ordigni di morte, la classe operaia vuole produrre aratri e non mitragliatrici, vuole produrre scarpe per la popolazione civile e non per i magazzini militari, vuole produrre trasporti utili e non carri d'assalto, e il Parlamento ignora questa volontà, e il Parlamento, che pretende essere la più alta espressione degli interessi vitali della nazione, ignora anche l'esistenza di questi problemi e di queste discussioni.

La Confederazione generale del lavoro pretende anch'essa di rappresentare gli interessi collettivi. Ma quale parola d'ordine hanno lanciato i capi confederali per dare alle grandi masse un indirizzo nella lotta? La Cgl si è rivelata nient'altro che una organizzazione burocratica, lontana dalle masse quanto il Parlamento. La quistione del controllo, la quistione del sapere se possa essere lasciata agli industriali libertà sconfinata di sperperare le forze produttive e le materie prime in fabbricazioni inutili e pericolose per la pace sociale, è stata posta dalla Confederazione, ma senza convinzione, senza un fine reale, senza un programma. Oggi che la quistione assume un carattere storico, oggi che appare in maniera evidente quanto sia necessario chiamare alla lotta le grandi masse per sostenere gli operai industriali che vogliono attuare il controllo nell'interesse appunto delle grandi masse, oggi la Confederazione tace, non vuole assumersi responsabilità, lascia senza assistenza gli operai.

Si presenta dunque, in tutta la sua urgenza, il problema del come le grandi masse popolari possano esprimere la loro volontà, del come le grandi masse popolari possano esprimere il loro parere sulla crisi industriale che non interessa solo l'operaio, ma interessa il contadino, l'impiegato, il soldato, il marinaio, il pastore, che interessa tutta la popolazione che lavora e che soffre. I capitalisti vorrebbero restringere il dibattito: anche i capi confederali vorrebbero restringere il dibattito. I capitalisti hanno tutto l'interesse a tenere in un campo limitato e angusto le discussioni che si riferiscono alla formazione del loro profitto. Gli operai hanno invece tutto l'interesse a generalizzare queste discussioni; gli operai possono sempre dimostrare che le loro lotte non sono egoistiche; gli operai possono sempre dimostrare che i loro interessi coincidono con gli interessi della maggioranza della popolazione. È necessario dunque, giacché gli industriali vogliono la lotta, giacché gli industriali vogliono, con la disoccupazione, cioè con la fame, costringere gli operai a fabbricare armi, è necessario trovare un campo di discussione nel quale possano intervenire tutte le classi lavoratrici. Vogliamo sapere cosa pensano i contadini, vogliamo sapere cosa pensano i soldati, vogliamo sapere cosa pensano gli impiegati, vogliamo sapere cosa pensano i marinai, vogliamo sapere cosa pensano tutte le categorie che non sono immediatamente occupate nell'industria. Intorno ai consigli di fabbrica, che organizzano le maestranze industriali, che sono l'espressione immediata degli interessi degli operai industriali, bisogna suscitare assemblee più vaste, nelle quali siano rappresentati tutti gli altri lavoratori, alle quali possano inviare il loro parere anche i soldati delle caserme. Bisogna che attraverso queste rappresentanze dirette, le grandi masse di popolazione che vivono e lavorano intorno alle grandi città industriali, rispondano a queste precise domande: Devono gli operai continuare nella fabbricazione di armi? Il rifiuto da parte degli operai di fabbricare armi può essere punito con la fame? Cosa intende fare la massa popolare per sostenere gli operai nella lotta, che può, da un momento all'altro, diventare asprissima?

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«l'Ordine Nuovo», 17 febbraio 1921.

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Pagina 471

130. Le origini del Gabinetto Mussolini. [1922]



La politica del Signor Giolitti — I contadini — Il partito socialista — L'offensiva capitalista del marzo 1920

Gli elementi della crisi italiana, che ha avuto una soluzione violenta con l'avvento del fascismo al potere, possono essere brevemente riassunti nel modo seguente.

La borghesia italiana è riuscita a organizzare il suo Stato non tanto mediante la propria forza intrinseca quanto per essere stata favorita nella sua vittoria sulle classi feudali e semi-feudali da tutta una serie di circostanze d'ordine internazionale (la politica di Napoleone III nel 1852-60, la guerra austro-prussiana del 1866, la sconfitta della Francia a Sedan e lo sviluppo che prese a seguito di questo avvenimento l'impero tedesco). Lo Stato borghese s'è così sviluppato più lentamente e seguendo un processo che non è dato osservare in molti paesi. Il regime italiano alla vigilia della guerra non oltrepassava i limiti del puro regime costituzionale; non si era ancora prodotta la divisione dei poteri; le prerogative parlamentari erano molto limitate; non esistevano grandi partiti politici parlamentari. In quel momento la borghesia italiana doveva difendere l'unità e l'integrità dello Stato contro gli attacchi ripetuti delle forze reazionarie, rappresentate soprattutto dall'alleanza dei grandi proprietari terrieri con il Vaticano. La grande borghesia industriale e commerciale, guidata da Giovanni Giolitti, cercò di risolvere il problema con una alleanza di tutte le classi urbane (la prima proposta di collaborazione governativa fu fatta a Turati nei primi anni del XX secolo) con la classe dei braccianti agricoli; non si trattava però di un progresso parlamentare; si trattava piuttosto di concessioni paternalistiche d'ordine immediato che il regime faceva alle masse lavoratrici organizzate in sindacati e cooperative agricole.

La guerra mondiale spazzò via tutti questi tentativi. Giolitti, d'accordo con la Corona, nel 1912 si era impegnato ad agire a fianco della Germania nella guerra del 1914 (la convenzione militare firmata a Milano nel 1912 dal generale Pollio, capo di Stato maggiore italiano, entrò in vigore esattamente il 2 agosto 1914; il generale si suicidò durante il periodo della neutralità italiana, non appena la Corona si dimostrò favorevole al nuovo orientamento politico pro Intesa). Giolitti fu violentemente messo in disparte dai nuovi gruppi dirigenti, rappresentanti l'industria pesante, la grande proprietà fondiaria e lo Stato maggiore, che arrivò persino a ordire una congiura per farlo assassinare. Le nuove forze politiche, che dovevano fare la loro comparsa dopo l'armistizio, si consolidarono durante la guerra. I contadini si raggrupparono in tre organizzazioni molto potenti: il Partito socialista, il Partito popolare (cattolico) e l'Associazione degli ex-combattenti. Il Partito socialista organizzava più di un milione di braccianti agricoli e di mezzadri nell'Italia centrale e settentrionale; il Partito popolare raggruppava altrettanti piccoli proprietari e contadini medi nelle stesse zone; le associazioni combattentistiche si svilupparono soprattutto nell'Italia meridionale e nelle ragioni arretrate che non avevano tradizioni politiche. La lotta contro i grandi agrari divenne rapidamente molto intensa su tutto il territorio italiano: le terre furono invase, i proprietari dovettero emigrare verso i capoluoghi delle regioni agricole, a Bologna, Firenze, Bari, Napoli: dal 1919 essi cominciarono a organizzare squadre di borghesi per lottare contro la «tirannia dei contadini» nelle campagne. Mancava a questo immenso sollevamento delle classi lavoratrici nelle campagne una parola d'ordine chiara e precisa, un orientamento unico, deciso e determinato, un programma politico concreto.

Il Partito socialista avrebbe dovuto dominare la situazione: ma se la lasciò sfuggire di mano. Il 60 per cento degli iscritti al Partito erano contadini; fra i 150 deputati socialisti al Parlamento, 110 erano stati eletti nelle campagne; su 2500 amministrazioni comunali conquistate dal Partito socialista italiano 2000 erano esclusivamente contadine; i quattro quinti delle cooperative amministrate dai socialisti erano cooperative agricole. Il Partito socialista nella sua ideologia e nel suo programma rifletteva il caos che regnava nelle campagne; tutta la sua attività si riduceva a declamazioni massimaliste, a dichiarazioni chiassose nel Parlamento, ad affiggere manifesti, a canti, a fanfare. Tutti i tentativi fatti dall'interno del Partito socialista per imporre le questioni operaie e l'ideologia proletaria furono combattute con accanimento con le armi più sleali; così nella sessione del Consiglio nazionale socialista tenuta a Milano nell'aprile 1920, Serrati giunse a dire che lo sciopero generale che era scoppiato in quel momento in Piemonte e che era appoggiato dagli operai di tutte le categorie, era stato provocato artificialmente da agenti irresponsabili di Mosca.

Nel Marzo 1920, le classi possidenti cominciarono a organizzare la controffensiva. Il 7 marzo fu convocata a Milano la prima Conferenza nazionale degli industriali, che creò la Confederazione generale dell'industria italiana. Nel corso di questa conferenza fu elaborato un piano preciso e completo d'azione capitalista unificata; tutto vi era previsto, dall'organizzazione disciplinata e metodica della classe dei fabbricanti e dei commercianti, fino allo studio minuto di tutti gli strumenti di lotta conto i sindacati operai, fino alla riabilitazione politica di Giovanni Giolitti. Nei primi giorni di aprile la nuova organizzazione otteneva già il suo primo successo politico: il Partito socialista dichiarava anarchico e irresponsabile il grande sciopero del Piemonte che era scoppiato in difesa dei Consigli di fabbrica e per ottenere il controllo operaio dell'industria; il partito minacciò di sciogliere la sezione di Torino, che aveva diretto lo sciopero. Il 15 giugno Giolitti formava il suo ministero di compromesso con gli agrari e con lo Stato maggiore, rappresentato da Bonomi, ministro della Guerra. Un lavorio febbrile d'organizzazione controrivoluzionaria cominciò allora di fronte alla minaccia dell'occupazione delle fabbriche, prevista persino dai dirigenti riformisti riuniti nella Conferenza della Federazione degli operai metallurgici (Fiom), che si tenne a Genova nello stesso anno. In luglio, il ministero della Guerra, Bonomi alla testa, cominciò la smobilitazione di circa 60000 ufficiali nel modo seguente: gli ufficiali smobilitati conservavano i quattro quinti della loro paga; per la maggior parte essi furono inviati nei centri politici più importanti, con l'obbligo di aderire ai «Fasci di combattimento»; questi ultimi erano rimasti fino a quel momento una piccola organizzazione di elementi socialisti, anarchici, sindacalisti e repubblicani, favorevoli alla partecipazione dell'Italia alla guerra a fianco dell'Intesa. Il Governo Giolitti fece sforzi immani per avvicinare la Confederazione dell'industria alle associazioni degli agrari, specie quelle dell'Italia centrale e settentrionale. Fu in questo periodo che apparvero le prime squadre armate di fascisti e che si ebbero i primi episodi terroristici. Ma l'occupazione delle fabbriche da parte degli operai metallurgici ebbe luogo in un momento in cui tutto questo lavoro era in gestazione; il Governo Giolitti fu costretto a prendere un atteggiamento conciliante e a ricorrere a una cura omeopatica piuttosto che a un'operazione chirurgica.

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«La Correspondance Internationale», n. 89, 20 novembre 1922 (firmato: A. Gramsci).

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148. L'alibi degli intellettuali borghesi [1925]



Il «caso Missiroli» è di quelli che occorre segnalare. Non è il «caso» raro, ma è un «caso» interessante. In Italia manca un ceto intellettuale indipendente e spregiudicato: alle indipendenze e spregiudicatezze, che sono sintomi di superiorità e di forza intellettuale, supplisce nei nostri intellettuali borghesi una strafottenza provincialesca verso l'indagine scientifica dei fatti sociali. I paradossi, le contraddizioni, le impressioni, le istorie letterarie simulano la indipendenza e la spregiudicatezza. Vedete Missiroli. Egli si è attaccato – con molti suoi amici – alla coda di un liberalismo filosofico, del quale è facile dare una mezza dozzina di definizioni e di intepretazioni, ma che non si sa quale contenuto sociale possa avvivarlo; e in tale posizione si permette il lusso delle analisi più cervellotiche e delle tesi più paradossali adducendo che egli fotografa e non parteggia, perché il suo liberalismo gli consente di strafottersene dei partiti.

Magnifica dimostrazione di coraggio! E la superiore posizione filosofica consente a Missiroli ed ai suoi amici di condurre praticamente una politica filoclericale l'altro ieri, filosocialista ieri, filofascista (filodemocratica) oggi. Leggete il suo «pezzo»: Monarchia e fascismo dettato per «[La] Rivoluzione Liberale». Si scopre facilmente — attraverso le più stravaganti contraddizioni — l'intellettuale grettamente borghese e conservatore che vuol dare ad intendere una indipendenza e una spregiudicatezza di giudizi che non possiede. I viziosi del problemismo possono restare a bocca aperta dinanzi alle bizzarrie di codesto scrittore borghese e conservatore: egli mostra, invero, di essere un pessimista senza coraggio nel suo ambiente borghese; egli mostra agli operai che credono alla «indipendenza» di certi scrittori borghesi, la placenta che lo lega alla sua classe. Missiroli è un oppositore del fascismo. Ma se deve dire del fascismo egli trova che questo è la conclusione del periodo socialista degli ultimi venti anni, nel senso che il fascismo è la rivoluzione che i socialisti non hanno potuto o voluto fare; che il fascismo rappresenta una rivoluzione agraria (ma dove mai saranno nascosti gli elementi di questa rivoluzione?); che il fascismo è un grande movimento popolare. Egli, l' oppositore spregiudicato, non si limita a dare una sua spiegazione del fascismo, ma ne dà una giustificazione storica, segnalandolo come uno sviluppo della rivoluzione popolare italiana. Noi abbiamo una spiegazione di classe del fascismo ben nota, e ci fanno sorridere gli arzigogoli degli intellettuali borghesi italiani spregiudicati ed indipendenti di fronte ai problemi politici e sociali. Ma vogliamo fissare l' alibi di cotesti oppositori intellettuali, di cotesti «caratteri» dell'intellettualismo nostrano i quali si pongono nelle condizioni mentali e pratiche propizie per aver ragione in qualunque condizione storica, e per trovare i motivi di stare a loro agio in qualunque situazione: esso è un insegnamento di non trascurabile importanza per il proletariato. Domani potremmo apprendere che... la rivoluzione operaia e contadina realizza il liberalismo filosofico di Mario Missiroli... Che meravigliosa disciplina cerebrale!

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«l'Unità», 10 ottobre 1925; ripubblicato, ivi, l'11 ottobre in seguito al sequestro del numero del 10 ottobre.

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149. [Le Tesi di Lione] [1925]



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IV Tesi politica; situazione italiana e bolscevizzazione del Pcd'I

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Il fascismo e la sua politica


15. Il fascismo, come movimento di reazione armata che si propone lo scopo di disgregare e di disorganizzare la classe lavoratrice per immobilizzarla, rientra nel quadro della politica tradizionale delle classi dirigenti italiane, e nella lotta del capitalismo contro la classe operaia. Esso è perciò favorito nelle sue origini, nella sua organizzazione e nel suo cammino da tutti indistintamente i vecchi gruppi dirigenti, a preferenza però dagli agrari i quali sentono più minacciosa la pressione delle plebi rurali. Socialmente però il fascismo trova la sua base nella piccola borghesia urbana e in una nuova borghesia agraria sorta da una trasformazione della proprietà rurale in alcune regioni (fenomeni di capitalismo agrario nell'Emilia, origine di una categoria di intermediari di campagna, "borse della terra", nuove ripartizioni di terreni). Questo fatto e il fatto di aver trovato una unità ideologica e organizzativa nelle formazioni militari in cui rivive la tradizione della guerra (arditismo) e che servono alla guerriglia contro i lavoratori, permettono ai fascismo di concepire ed attuare un piano di conquista dello Stato in contrapposizione ai vecchi ceti dirigenti.

Assurdo parlare di rivoluzione. Le nuove categorie che si raccolgono attorno al fascismo traggono però dalla loro origine una omogeneità e una comune mentalità di "capitalismo nascente". Ciò spiega come sia possibile la lotta contro gli uomini politici del passato e come esse possano giustificarla con una costruzione ideologica in contrasto con le teorie tradizionali dello Stato e dei suoi rapporti con i cittadini. Nella sostanza il fascismo modifica il programma di conservazione e di reazione che ha sempre dominato la politica italiana soltanto per un diverso modo di concepire il processo di unificazione delle forze reazionarie. Alla tattica degli accordi e dei compromessi esso sostituisce il proposito di realizzare una unità organica di tutte le forze della borghesia in un solo organismo politico sotto il controllo di una unica centrale che dovrebbe dirigere insieme il partito, il governo e lo Stato. Questo proposito corrisponde alla volontà di resistere a fondo ad ogni attacco rivoluzionario, il che permette al fascismo di raccogliere le adesioni della parte più decisamente reazionaria della borghesia industriale e degli agrari.


16. Il metodo fascista di difesa dell'ordine, della proprietà e dello Stato è, ancora più del sistema tradizionale dei compromessi e della politica di sinistra, disgregatore della compagine sociale e delle sue sovrastrutture politiche. Le reazioni che esso provoca devono essere esaminate in relazione alla sua applicazione sia nel campo economico che nel campo politico.

Nel campo politico, anzitutto, l'unità organica della borghesia nel fascismo non si realizza immediatamente dopo la conquista del potere. Al di fuori del fascismo rimangono i centri di una opposizione borghese al regime. Da una parte non viene assorbito il gruppo che tiene fede alla soluzione giolittiana del problema dello Stato. Questo gruppo si collega a una sezione della borghesia industriale e con un programma di "riformismo laburista", esercita influenza sopra strati di operai e piccoli borghesi. Dall'altra parte il programma di fondare lo Stato sopra una democrazia rurale del Mezzogiorno e sopra la parte "sana" della industria settentrionale («Corriere della Sera», liberismo, Nitti) tende a diventare programma di una organizzazione politica di opposizione al fascismo con basi di massa nel Mezzogiorno (Unione Nazionale).

Il fascismo è costretto a lottare contro questi gruppi superstiti molto vivacemente e a lottare con vivacità anche maggiore contro la massoneria che esso considera giustamente come centro di organizzazione di tutte le tradizionali forze di sostegno dello Stato. Questa lotta, che è, volere o no, l'indizio di una spezzatura nel blocco delle forze conservatrici e antiproletarie, può in determinate circostanze favorire lo sviluppo e l'affermazione del proletariato come terzo e decisivo fattore di una situazione politica.

Nel campo economico il fascismo agisce come strumento di una oligarchia industriale e agraria per accentrare nelle mani del capitalismo il controllo di tutte le ricchezze del paese. Ciò non può fare a meno di provocare un malcontento nella piccola borghesia la quale, con l'avvento del fascismo, credeva giunta l'era del suo dominio.

Tutta una serie di misure viene adottata dal fascismo per favorire una nuova concentrazione industriale (abolizione della imposta di successione, politica finanziaria e fiscale, inasprimento del protezionismo), e ad esse corrispondono altre misure a favore degli agrari e contro i piccoli e medi coltivatori (imposte, dazio sul grano, "battaglia del grano"). L'accumulazione che queste misure determinano non è un accrescimento di ricchezza nazionale, ma è spoliazione di una classe a favore di un'altra, e cioè delle classi lavoratrici e medie a favore della plutocrazia. Il disegno di favorire la plutocrazia appare sfacciatamente nel progetto di legalizzare nel nuovo codice di commercio il regime delle azioni privilegiate; un piccolo pugno di finanzieri viene, in questo modo, posto in condizioni di poter disporre senza controllo di ingenti masse di risparmio provenienti dalla media e piccola borghesia e queste categorie sono espropriate del diritto di disporre della loro ricchezza. Nello stesso piano, ma con conseguenze politiche più vaste, rientra il progetto di unificazione delle banche di emissione, cioè, in pratica, di soppressione delle due grandi banche meridionali. Queste due banche adempiono oggi la funzione di assorbire i risparmi del Mezzogiorno e le rimesse degli emigranti (600 milioni), cioè la funzione che nel passato adempivano lo Stato con la emissione di buoni del tesoro e la Banca di Sconto nell'interesse di una parte dell'industria pesante del Nord. Le banche meridionali sono state controllate fino ad ora dalle stesse classi dirigenti del Mezzogiorno, le quali hanno trovato in questo controllo una base reale del loro dominio politico. La soppressione delle banche meridionali come banche di emissione farà passare questa funzione alla grande industria del Nord che controlla, attraverso la Banca Commerciale, la Banca d'Italia e verrà in questo modo accentuato lo sfruttamento economico "coloniale" e l'impoverimento del Mezzogiorno, nonché accelerato il lento processo di distacco dallo Stato anche della piccola borghesia meridionale.

La politica economica del fascismo si completa con i provvedimenti intesi a rialzare il corso della moneta, a risanare il bilancio dello Stato, a pagare i debiti di guerra e a favorire l'intervento del capitale inglese americano in Italia. In tutti questi campi il fascismo attua il programma della plutocrazia (Nitti) e di una minoranza industriale agraria ai danni della grande maggioranza della popolazione le cui condizioni di vita sono progressivamente peggiorate.

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell'azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all'"imperialismo". Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l'espansione italiana ma nella quale in realtà l'Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il dominio del mondo.

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