Copertina
Autore David Grossman
Titolo Con gli occhi del nemico
SottotitoloRaccontare la pace in un paese in guerra
EdizioneMondadori, Milano, 2007, Frecce , pag. 116, cop.ril.sov., dim. 12,5x19,5x1,8 cm , Isbn 978-88-04-57006-6
TraduttoreElena Loewenthal, Alessandra Shromroni
LettoreRiccardo Terzi, 2007
Classe paesi: Israele , scrittura-lettura , guerra-pace
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Indice


  3 Conoscere l'altro dall'interno,
    ovvero la voglia di essere Gisele

 39 L'arte di scrivere nelle tenebre della guerra

 55 Meditazioni su una pace che sfugge

 99 Il dovere di Israele è scegliere la pace


 

 

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Pagina 7

Oggi, però, vorrei parlare di un ulteriore movente dello scrivere. Esso è certamente legato, in un modo o nell'altro, a tutto quello che ho appena menzionato; dirò anche che, per quanto mi riguarda, è una motivazione che si va facendo sempre più forte a mano a mano che gli anni - quelli della vita e quelli del mestiere - aumentano, a mano a mano che cresce in me, è questo che scopro, la necessità dell'atto creativo, della scrittura in quanto stile di vita, in quanto mio modo di stare al mondo.

Il movente di cui parlo è l'aspirazione a rimuovere, volontariamente, ciò che mi difende dall'altro. L'aspirazione ad abbattere quella parete divisoria, per lo più invisibile, che separa me dal prossimo (chiunque egli sia), verso il quale provo un interesse fondamentale, profondo; l'aspirazione a espormi in tutto e per tutto, senza alcuna difesa, in quanto individuo e non soltanto scrittore, di fronte alla personalità e alla vita di un altro individuo, alla sua interiorità più segreta e autentica, primordiale.

Ma dinanzi a tale aspirazione si pone subito un grosso ostacolo: gia, perché più osservo me stesso, più osservo l'umanità in generale, vicina e lontana, più giungo a una conclusione che a prima vista mi sorprende e mi delude, e che respingo immediatamente, dicendomi che è soltanto una regola infondata. Tuttavia, essa torna di continuo a insinuarsi dentro di me, in innumerevoli forme e sfumature, e perciò qui la espongo, ma voi siete assolutamente autorizzati a liquidarla e a dire che non ha nemmeno un grano di verità.

Ecco, ho l'impressione che sotto molti aspetti noi esseri umani - creature sociali per eccellenza, che tanto investiamo nel rapporto affettivo ed empatico con la nostra famiglia, i nostri amici, il nostro pubblico - siamo in realtà sulle difensive, asserragliati in modo assai efficace, non solo di fronte a un nemico: in un certo senso siamo sulle difensive - cioè difendiamo noi stessi - dal prossimo, chiunque esso sia. Dalla radiazione della sua interiorità dentro di noi, da ciò che la sua interiorità esige da noi e che si riversa incessantemente su di noi. Da quella cosa che qui chiamerò il caos che risiede dentro l'altro.

«L'inferno è l'altro» ha detto Jean-Paul Sartre, e forse proprio per questo, per la paura di quell'inferno che esiste nel prossimo, il sottile strato d'epidermide che ci avvolge, che separa noi dal prossimo, a volte è spesso e coriaceo come il muro di cinta di una fortezza, nella sua duplice funzione di confine e di ostacolo che separa.

Guardiamoci intorno per un momento. Non di rado si riscontra, anche in una coppia che vive insieme magari da decenni - una vita più o meno felice, fatta di reciproco amore e di buona spartizione dei ruoli come genitori e membri di una famiglia -, la presenza, istintiva e inconsapevole, di un tacito accordo (che esige, fra l'altro, una collaborazione sottile, limata!) i cui princìpi si riassumono così: meglio non conoscere il partner fino in fondo. Meglio non scoprire tutto quello che accade in lui. Non conoscere, non chiamare per nome, perché in tale contesto di rapporti coniugali questa «vicenda» interiore non trova posto; e anzi, potrebbe determinare una spaccatura, un collasso che nessuno dei due vuole.

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Pagina 24

Qui giungiamo a una questione ulteriore che si dipana da quanto ho appena detto, che vi è strettamente legata. Vorrei dire infatti qualche parola sul senso della scrittura letteraria per chi, come noi, vive ormai da un secolo in una regione che, senza tema di smentite, si può definire «disgraziata».

Lo dico sin d'ora: non intendo parlare di politica in senso stretto e riduttivo, ma dei processi intimi e profondi che avvengono dentro chi vive in una regione come questa. E del ruolo della letteratura e della scrittura in un clima catastrofico come il nostro.

Vivere in una regione disgraziata significa, prima di tutto, essere contratti, tanto fisicamente quanto mentalmente. I muscoli del corpo e della psiche sono tesi, sempre un po' contratti, pronti ad assorbire il colpo ma anche a balzare via in fuga. Chiunque viva in una situazione del genere lo sa bene: non solo il corpo, anche la psiche si concentra, si prepara per il boato della prossima esplosione o per la prossima edizione del notiziario. «Colui che ride probabilmente non ha ancora ricevuto la terribile notizia» ha scritto Bertolt Brecht anche lui esperto cittadino di una regione disgraziata - nella poesia A quelli nati dopo di noi. Già, quando vivi in una zona di tragica emergenza, scopri che sei sempre sul chivalà. Sei sempre pronto e teso con tutto te stesso al dolore che verrà, al prossimo scoramento.

Difficile dire quando comincia esattamente la crudele metamorfosi: da quando, insomma, non ha più senso chiedersi se il dolore e lo scoramento verranno o meno, visto che comunque ci sei già dentro anche se tutto per il momento rimane ancora nell'ambito del possibile. In sostanza, tu già crei tutto dentro di te. Stabilisci ormai una normalità di vita già tutta impregnata di disperazione, a causa della perenne paura di questa disperazione. E non ti accorgi nemmeno più quanto la tua vita, come quella di tutti gli altri, scorra per lo più dentro la paura della paura, quanto il terrore distorca ormai il tuo carattere, quanto ti rubi la gioia di vivere e il senso della vita.

Così, se è vera quella sensazione di pancia secondo cui in una situazione di minaccia come questa «chi sente di più, soffre di più», allora a questo stadio la cosa si traduce più o meno così: «Chi sente, soffre», punto e basta. In altre parole, il timore costante e assai fondato di una lesione, della morte o di una perdita insopportabile fa sì che ciascuno di noi riduca la propria vitalità, la propria tonalità interiore, spirituale e di coscienza.

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Pagina 32

Scrivere del nemico significa prima di tutto pensare al nemico. Cosa cui è ovviamente tenuto chiunque abbia un nemico, anche se si ha perfettamente chiaro di essere dalla parte della ragione, anche se si è sicuri della cattiveria, della crudeltà e dell'errore di quel nemico. Pensare (o scrivere) il nemico non significa in alcun modo giustificarlo. Non posso nemmeno immaginare, per esempio, di scrivere sul personaggio di un nazista e trovarmi a giustificarlo, benché abbia sentito l'impulso - persino il dovere - di mettere in Vedi alla voce: amore un ufficiale nazista, per poter capire come un uomo comune e normale abbia potuto trasformarsi in un nazista, giustificare a se stesso quel che fa e quel che passa, facendo ciò che fa.

A questo proposito sono belle le parole di Sartre contenute nel suo esemplare saggio Perché si scive?: «Nessuno avanzerebbe mai l'ipotesi che si possa scrivere un buon romanzo facendo l'elogio dell'antisemitismo. Perché non si può esigere da me, nel momento in cui provo che la mia libertà è indissolubilmente legata a quella di tutti gli altri uomini, che usi questa libertà per approvare l'asservimento di alcuni di questi uomini. Così lo scrittore, sia saggista, libellista, satirico o romanziere, sia che parli soltanto delle passioni individuali oppure prenda di mira il regime sociale, in quanto uomo libero che si rivolge a uomini liberi, ha un solo tema: la libertà».

Sartre è un po' ingenuo quando scrive che «nessuno potrebbe mai pensare, foss'anche per un solo istante, che sia ammissibile scrivere in favore dell'antisemitismo»: libri in proposito ne sono stati scritti eccome, e tutto fa pensare che se ne scriveranno ancora. Ma egli ha perfettamente ragione quando parla dell'unico argomento che sta alla base dello scrivere, che è l'anima stessa dell'opera letteraria: la libertà. La libertà di pensare diversamente, di guardare in modo nuovo a situazioni e persone, anche se sono i nostri nemici.

Pensare il nemico, dunque. Pensarlo con rispetto e profonda attenzione. Non solo odiarlo o temerlo. Pensarlo come una persona, una società o un popolo, distinti da noi e dalle nostre paure, dalle nostre speranze, dalle nostre fedi e prospettive, dai nostri interessi e dalle nostre ferite. Permettere al nemico di essere «prossimo» foss'anche per un solo momento con tutto ciò che questo comporta. Potrebbe risultare utile anche dal punto di vista della condotta bellica, dell'acquisizione di informazioni essenziali, questo principio del «conoscere il nemico dall'interno», ma può servirci anche per cambiare la realtà, cosicché questo nemico cessi gradualmente di essere tale per noi.

Voglio chiarire che non sto affatto invitando ad «amare il nemico». A tale proposito non posso dire di essere stato dotato di una così nobile longanimità (che considero sempre un po' sospetta, peraltro, quando mi capita di incontrarla negli altri). Per parte mia, intendo unicamente lo sforzo di tentare di capire il nemico, i suoi impulsi, la sua logica interiore, la sua visione del mondo, la storia che narra a se stesso.

Ovviamente non è una cosa facile né semplice quella di leggere la realtà attraverso gli occhi del nemico. spaventosamente difficile rinunciare ai nostri sofisticati meccanismi di difesa, esporci ai sentimenti vissuti dal nemico nel conflitto con noi, nella lotta contro di noi, a ciò che prova nei nostri confronti. un'ardua sfida alla nostra fi- ducia in noi stessi e nelle nostre ragioni. Contiene il rischio di sconvolgere la «versione ufficiale», che è per lo più anche l'unica lecita, «legittima», che un popolo disorientato, un popolo in guerra, racconta costantemente a se stesso.

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Pagina 48

Io scrivo. Il mondo non mi si chiude addosso, non diventa più angusto. Mi si apre davanti, verso un futuro, verso altre possibilità. Io immagino. L'atto stesso di immaginare mi ridà vita. Non sono pietrificato, paralizzato dinanzi alla follia. Creo personaggi. Talora ho l'impressione di estrarli dal ghiaccio in cui li ha imprigionati la realtà. Ma forse, più di tutto, sto estraendo me stesso da quel ghiaccio.

Io scrivo. Percepisco le innumerevoli opportunità presenti in ogni situazione umana e la possibilità che ho di scegliere fra di esse, la dolcezza della libertà che pensavo di avere ormai perso. Mi compiaccio della ricchezza di un linguaggio vero, personale, intimo, al di fuori dei cliché. Riprovo il piacere di respirare nel modo giusto, totale, quando riesco a sfuggire alla claustrofobia degli slogan, dei luoghi comuni. Improvvisamente comincio a respirare a pieni polmoni.

Io scrivo. E mi rendo conto di come un uso appropriato e preciso delle parole sia talvolta una sorta di medicina che cura una malattia. Uno strumento per purificare l'aria che respiro dalle prevaricazioni e dalle manipolazioni dei malfattori della lingua, dai suoi vari stupratori.

Io scrivo. Sento che la sensibilità e l'intimità che ho con la lingua, con i suoi diversi substrati, con l'erotismo, con l'umorismo e con l'anima che essa possiede, mi riportano a quello che ero, a me stesso, prima che questo «io» fosse ridotto al silenzio dal conflitto, dal governo, dall'esercito, dalla disperazione e dalla tragedia.

Io scrivo. Mi libero da una delle vocazioni ambigue e caratteristiche dello stato di guerra in cui vivo, quella di essere un nemico, solo ed esclusivamente un nemico. Io scrivo, e mi sforzo di non proteggere me stesso dalle sofferenze del nemico, dalle sue ragioni, dalla tragicità e dalla complessità della sua vita, dai suoi errori, dai suoi crimini. E nemmeno dalla consapevolezza di quello che io faccio a lui, né dai sorprendenti tratti di somiglianza che scopro tra lui e me.

Io scrivo. A un tratto non sono più condannato a una dicotomia totale, fasulla e soffocante: la scelta brutale fra «essere vittima o aggressore» senza che mi sia concessa una terza possibilità, più umana. Quando scrivo riesco a essere un uomo nel senso pieno del termine, un uomo che si sposta con naturalezza tra le varie parti di cui è composto; che ha momenti in cui si sente vicino alla sofferenza e alle ragioni dei suoi nemici senza rinunciare minimamente alla propria identità.

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Pagina 78

Parlerò anche del prezzo di una vita senza speranza. Dell'oppressione esercitata dal fatalismo, dal disfattismo, per colpa del quale così tanti israeliani vivono con la sensazione che le cose non andranno mai meglio di così, che le armi avranno sempre pane per i loro denti, e che esiste una specie di «dannazione dal cielo» inflitta su di noi: uccidere ed essere uccisi per l'eternità. Io penso che sessanta, cinquant'anni fa la società ebraica nella giovane terra di Israele era pronta a qualunque sacrificio perché sentiva di avere uno scopo perfettamente giusto. Oggi invece, per parti non indifferenti della popolazione questo scopo non sembra più così giusto, e non di rado si fa persino fatica a comprendere quale sia l'obiettivo. Questa mancanza di senso e di fiducia nella leadership rode gradualmente anche il cuore della questione, la convinzione cioè della legittimità dello Stato ebraico, del suo diritto all'esistenza, e rafforza in alcuni particolari contesti quelle posizioni secondo cui tutto lo Stato di Israele - e non soltanto i suoi insediamenti nei Territori occupati - sarebbe un torto colonialista, capitalista, un regime d'apartheid, estraneo a qualsivoglia motivazioni storiche, nazionali e culturali, e pertanto senza legittimità né diritto all'esistenza.

La fine dell'occupazione potrà condurre alla guarigione di alcune di queste lesioni interne. Non credo che un cambiamento tanto drastico possa avvenire in tempi brevi, ma se anche ciò dovesse verificarsi nel giro di una o due generazioni, potrebbe contribuire a sanare la «deformazione» che ha portato Israele lontano dal suo stesso ethos. Se questo dovesse succedere, si svilupperebbe forse qui anche una nuova potenzialità di interessante sintesi fra i due modelli fondamentali del popolo ebraico: da un lato il modello ebraico israeliano, che vive nella propria nazione sopra il suolo e nel paesaggio che gli appartengono, con una sua lingua e cultura, un corpo radicato dentro una quotidianità e una concretezza, in tutti gli aspetti e con tutte le contraddizioni che ciò comporta; dall'altro il modello dell'ebreo universale, cosmopolita, che aspira a compiere una missione intellettuale e morale, a esprimere la voce dei deboli e degli oppressi d'ogni dove, a rappresentare un sistema morale chiaro, deciso, radicato nella forza intellettuale e filosofica, in quella mobilitazione etica che fa di ogni individuo una grande creazione, unica e irripetibile, come hanno detto tanto il profeta Isaia quanto pensatori moderni quali Franz Rosenzweig e Martin Buber.

Pensate per un momento alla possibile combinazione di questi due modelli! Pensate a un Israele che riesca a crearsi un posto nuovo, unico nel suo genere, nella famiglia dei popoli: Israele come nazione sovrana, sicura, nel cui patrimonio culturale trovino spazio l'impegno umanistico universale, il coinvolgimento nelle avversità del mondo, la voce morale su questioni sociali, politiche ed economiche, il sostegno umanitario ovunque ce ne sia bisogno. In altre parole, uno Stato di Israele che torni a svolgere questa volta da un posto nuovo, sovrano, integro, sicuro il ruolo e il compito storico, morale, del popolo ebraico nella storia umana.

Talvolta un pensiero solletica la coscienza: che cosa sarebbe successo e come sarebbero andate le cose se Israele fosse riuscito a crearsi come un'entità nazionale e sociale unica nel suo genere, invece di diventare, con una rapidità sorprendente, una parodia un po' grottesca degli Stati arabi? Che cosa sarebbe successo se Israele avesse optato sin dall'inizio per una scelta nazionale e sociale ardita, assai distante da quella su cui si è cristallizzata ora? Una scelta capace di conciliare i valori ebraici universalistici con un sistema economico e sociale veramente umanistico, centrato sull'uomo, invece dell'utilitarismo e della forza e di una competitività aggressiva; una scelta che avesse un che di unico, particolare e financo geniale, come è stata, per esempio, l'idea del kibbutz all'inizio, prima che si guastasse, e quale si è manifestata nell'apporto ebraico a molti e diversi ambiti dell'esperienza umana, nella scienza e nell'economia, nell'arte e nella filosofia, negli studi politici e sociali.

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