Copertina
Autore Rawi Hage
Titolo Come la rabbia al vento
EdizioneGarzanti, Milano, 2008, Nuova biblioteca 59 , pag. 256, cop.ril.sov., dim. 15x22x2,7 cm , Isbn 978-88-11-68340-7
OriginaleDe Niro's Game [2006]
TraduttoreSerena Lauzi
LettoreAngela Razzini, 2008
Classe narrativa libanese , narrativa canadese
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Pagina 13

1.



Diecimila bombe erano cadute, e io stavo aspettando George.

Diecimila bombe erano cadute su Beirut, la città piena di gente, e io stavo sdraiato su un divano blu coperto da un telo bianco per tenere lontani la polvere e i piedi sporchi.

È ora di andarsene di qui, mi dicevo.

La radio di mia madre era accesa. Era accesa fin dall'inizio della guerra, quella radio con le batterie Rayovac che duravano diecimila anni. La radio di mia madre era racchiusa in un brutto involucro di plastica verde tutto bucherellato, reso opaco dall'unto delle sue dita sporche di cucina e dalla polvere penetrata nelle manopole, incollata alla sua superficie. Niente poteva fermare le malinconiche canzoni di Fairuz che ne uscivano.

Non stavo scappando dalla guerra: scappavo da Fairuz, la famosa cantante.

Era arrivata l'estate, e il caldo con lei. La terra bruciava sotto un sole troppo vicino che cuoceva il nostro appartamento e il tetto. Sotto la nostra finestra bianca i gatti cristiani camminavano impertutbabili nelle stradine strette, senza mai farsi il segno della croce o inginocchiarsi davanti ai preti nerovestiti. Le macchine erano parcheggiate su entrambi i lati della strada: macchine arrampicate sui marciapiedi a intralciare il passaggio di pedoni esausti e soffocati dal caldo che con i piedi, piedi stanchi, e con le facce, facce cupe, maledicevano l'America a ogni faticoso passo, a ogni spasmo della loro miserabile esistenza.

Scendeva il caldo, cadevano le bombe e i teppisti saltavano le code interminabili per il pane, rubavano il cibo ai più deboli, facevano i prepotenti con il fornaio e allungavano le mani su sua figlia. Mai che aspettino in coda, i teppisti.


George suonò il clacson.

I mefitici fumi neri della sua moto raggiunsero la mia finestra, il suo rumoroso scoppiettio penetrò nella mia stanza. Scesi di sotto e imprecai contro Fairuz mentre uscivo: quella lagna d'una cantante che mi rende la vita un inferno.

Mia madre scese dalla terrazza sul tetto con due secchi in mano: rubava l'acqua dalla cisterna dei vicini di casa.

«Non c'è acqua», disse. Arriva solo per due ore al giorno.

Disse anche qualcosa a proposito del mangiare, come al solito, ma io ero già per le scale e le feci un cenno di saluto con la mano.

Saltai sulla moto di George, in sella dietro di lui, e andammo per le strade dove cadevano le bombe, dove un tempo i diplomatici sauditi caricavano le prostitute francesi, dove nell'antichità i Greci danzavano e i Romani entravano da invasori, dove i Persiani avevano affilato le loro spade e i Mamelucchi razziato il cibo degli abitanti, dove i crociati mangiavano carne umana e dove i Turchi avevano fatto schiava mia nonna.

La guerra è per i teppisti. Anche le moto sono per i teppisti e per i teenager come noi, con i capelli lunghi, la pistola nella cintura, la benzina rubata nel serbatoio e nessuna meta particolare.

Ci fermammo sul litorale della città, sulla rampa di un ponte, e lì George disse: «C'è un mashkal».

«Racconta», gli dissi.

«C'è quest'uomo, Chafiq Al-Azrak mi pare si chiami, che parcheggia sempre sotto casa della zia Nabila e si tiene il posto per la sua macchina anche quando se ne va. Io ho spostato i due paletti che delimitano il suo spazio, così mia zia poteva parcheggiare. Lei parcheggia, e mentre siamo su da lei a berci un caffè bussa alla porta questo Chafiq e le dice di spostare la macchina. "È il mio posto", dice. Mia zia gli fa: "È uno spazio pubblico"... Al che lui la insulta... e allora lei si mette a gridare... insomma, ho tirato fuori la pistola, gliel'ho puntata sul muso e l'ho buttato fuori a calci. Quello si è fondato giù per le scale, minacciandomi da sotto. Ma noi gliela faremo vedere, vero o no, angioletto?»

Lo ascoltavo e annuivo. Saltammo di nuovo sulla moto, a scorazzare incoscienti sotto i proiettili che cadevano, nel frastuono delle marcette militari e delle mille stazioni radio che proclamavano tutte quante la vittoria. Lumavamo le gonne corte delle soldatesse, facevamo il pelo alle cosce delle studentesse. Senza una meta, eravamo mendicanti e ladri, arabi arrapati con la testa riccia, la camicia sbottonata sul petto e le Marlboro infilate nel rotolo della manica, nichilisti emarginati e feroci con la pistola, il fiato cattivo e i jeans americani.

«Ci vediamo stasera sul tardi», disse George lasciandomi sotto casa, e ripartì.


Venne mezzanotte. Il rombo della moto di George riempì tutto il quartiere. Scesi di sotto, nel vicolo dove gli uomini che guardavano il film egiziano del venerdì sera uscivano a fumare sui balconi, mandando giù sorsi di birra gelata e araq – il liquore all'anice – sgusciando mandorle verdi fresche, spegnendo sigarette americane in folkloristici portacenere con le loro dita sporche e ingiallite. Dentro quelle case le donne impratichite con la miseria stavano attente a non sprecare l'acqua, e la versavano dai secchi a piccole gocce sulla pelle scura, in vecchie vasche turche, per lavare via la polvere, gli odori, le incrostazioni sottili come sfoglia di baklava, i pettegolezzi e le malignità mattutine davanti alla tazzina di caffè, la povertà dei mariti e il sudore sotto le ascelle non depilate. Si lavavano come i gatti cristiani che si leccano meticolosi le zampe sotto i serbatoi di utilitarie europee che perdono benzina multinazionale, petrolio che operai nigeriani sfruttati estraggono dal sottosuolo dove vagano i diavoli e i vermi rodono le radici di alberi morti soffocati dai fumi degli impianti e dal respiro avido degli ingegneri di pelle bianca. Gatti pigri, che si accoccolano sotto le macchine non lavate a godersi il passaggio di scarpe italiane, unghie pitturate, risvolti di calzoni colorati e sfilacciati, e poi tacchi a spillo, ciabatte di plastica, piedi nudi e certe deliziose caviglie scoperte, che mani tozze circonderebbero per poi scivolare più su, a raggiungere quel rivolo tiepido che piano piano, generosamente, si tramuta in un piccolo lago che odora di anguilla, di scorfano e acqua di rose.

Andammo come schegge fino alla casa della zia Nabila, e arrivati lì George disse: «Questa è la macchina di Chafiq Al-Azrak». Tirò fuori la pistola mentre io davo gas alla moto facendo più baccano che potevo con il motore. Sparò alle gomme e l'aria che c'era dentro uscì tutta fuori; poi mirò più in alto e sparò ai fari, alla portiera, al parabrezza con il vetro fumé, ai sedili all'interno e al proprio riflesso nello specchietto. Sparò senza fare rumore, in una danza al rallentatore intorno alla macchina, poi puntò la pistola e sparò ancora. Nel metallo si aprirono dei micidiali forellini, presto e bene. Un atto di vendetta letale e divertente, che mi gustai fino in fondo.

A lavoro ultimato ci levammo di torno. Guidavo attraverso quartieri addormentati dove sfilavano all'infinito le porte di legno, sentendo la pistola di George che mi premeva contro la schiena. Quando sbucammo sui viali aperti, le nostre camicie sbottonate diedero il benvenuto al vento che titillava la pelle e indugiava nelle orecchie. Andavo forte, con impeto, il vento mi lisciava gli occhi e mi entrava nelle narici e nei polmoni. Percorremmo strade di lampioni rotti e di muri pieni di fori di pallottole, di pozze dì sangue che si seccavano in macchie nerastre sui marciapiedi abbandonati alla polvere. Andavo forte e sentivo la sete nelle vene, e un vento fresco, come convalescente, nel petto. Dietro di me George ansava come un cane rabbioso, ululando al cielo il trionfo di una risata demoniaca.

«Cocktail», mi urlò nell'orecchio. «Facciamoci un cocktail!» Sterzai di colpo, e come un cavaliere mongolo feci fare alla moto di George un mezzo giro sulla strada, con la ruota posteriore che pattinava schizzando in aria i sassolini. Da terra si alzò una nuvola grigia, e io svoltai puntando dritto al baracchino che rimaneva aperto tutta la notte sopra l'autostrada dalla parte opposta della città, nel quartiere armeno, lontano dai Turchi che avevano fatto schiava mia nonna. Passammo davanti al cinema Lucy, dove i ragazzetti e i cronici della masturbazione si godevano a tutto schermo donne americane tettute, scopate in fretta e furia da uomini con grossi cazzi, vestiti da cowboy o da professorini con le treccine afro e le pettinature anni Settanta, con un motivetto jazz in sottofondo, sul bordo di una piscina da favola, tra camerierine in grembiule bianco che dopo aver lasciato le minigonne dietro le quinte, sulla maniglia della porta del regista o sul sedile della macchina del cameraman, si aggiravano servendo cocktail rossi decorati con ombrellini di carta e dimenando i loro liberati culi anni Settanta contro gli schienali delle sdraio di plastica.


Al baracchino io e George ci bevemmo il succo di mango ricoperto di panna, miele e nocciole.

Ce ne stavamo seduti a sorseggiare i nostri cocktail, a leccarci le dita, a parlare della pistola e di come era stata silenziosa.

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L'indomani mi feci prestare la moto da George e andai all'appuntamento con Rana alla periferia del nostro quartiere, all'angolo di una casa piena di gente che non aveva mai visto la nostra faccia prima di allora. Montò in sella dietro di me, tenendosi con tutte e due le braccia intorno ai miei fianchi, e andammo su per le strade di montagna. Guidavo su stradine di ghiaia addentrandomi nel cuore delle colline. Quando ci fermammo le diedi la pistola, mi misi dietro di lei, posai le mani sulle sue e insieme tendemmo il braccio prendendo di mira le lattine arrugginite. Lei sparò e rise. A un certo punto si divincolò dalle mie braccia e spingendomi da parte impugnò la pistola da sola, prese la mira e sparò. Poi venne verso di me con il sorriso sulle labbra, dondolandosi sui fianchi e agitando in aria la pistola. La puntò contro il mio petto e battendo le lunghe ciglia con aria scherzosa disse: «Ora che ho una pistola ti seguirò a Roma. Se ti salta in testa di partire senza di me, ti sparo».

Da lontano Beirut sembrava una striscia di colline di cemento, case affastellate una sull'altra e niente strade, niente pali della luce, niente esseri umani.

«Guarda, quella è la parte musulmana», indicò con il dito. «Non ho mai conosciuto un musulmano. No, aspetta un momento: c'era una coppia di ragazze musulmane a scuola, ma sono scappate quando è scoppiata la guerra. Faten, si chiamava una, sì, Faten; l'altra non mi ricordo... non mi ricordo più.»

L'abbracciai e la baciai sul collo. La brezza leggera le induriva i capezzoli sotto la maglietta di cotone. Feci scivolare le mani sul petto, titillai il seno e succhiai i suoi capezzoli rossi e rotondi.

In ansia, Rana si guardava intorno per la paura che capitasse lì un passante, un amante della natura, un cacciatore di uccellini, e quando infilai la mano nei suoi jeans stretti disse: «Bassam, smettila. Non qui. Bassam, smettila!».

Non smisi. Respiravo come un segugio a caccia, mi imponevo con la forza. Rana si immobilizzò per un attimo, poi mi afferrò la mano e mi spinse via. Mi puntò contro la pistola.

«Quando ti dico di smettere la devi smettere. La smetti!» gridò con rabbia.

Mi avvicinai a lei. Le afferrai il polso e, ruotandolo in modo da avere di nuovo la canna puntata sul petto, dissi: «Premilo!».

«Mi fai male al polso», disse Rana.

Mi ripresi la pistola e restammo tutti e due in silenzio, ansimando.

Salimmo ancora più in alto. Ci fermammo un'altra volta a guardare la città. A Beirut ovest saliva da terra una lunga nuvola a forma di fungo.

«Una bomba», disse Rana. «Guarda, è appena caduta.»

«A me sembra più un'esplosione», dissi.

Scendendo sulla strada del ritorno le mani di Rana mi accarezzarono il petto. Conficcò le unghie nella carne e disse: «Avrei potuto spararti».


Mia madre arrivò dalle scale, strascicando i piedi, appesantita dalle borse di plastica: verdura, carne, pane.

Mi chiamò in cucina. «Cosa state combinando tu e Rana? Stamattina quando prendevamo il caffè sua madre mi ha chiesto di voi due.»

«Cosa ti ha chiesto?»

«Che lavoro fai, e se ti andrebbe di andarla a trovare insieme a me. Ha detto che Rana è nell'età giusta per fidanzarsi.»

«Siamo solo amici», dissi.

«Non raccontarmi storie. Bassam. Rana è come una figlia per me, e non è quel tipo di ragazza. Se non fai sul serio, non pregiudicare il suo futuro. La gente parla, qui. La gente parla.»

Uscii dalla stanza, con lei che mi gridava dietro: «Bravo, fai come tuo padre. Se ne andava sempre via, sempre pronto a girarti le spalle. Un buono a niente, ecco cos'era».

Udii la porta della cucina sbattere dietro di me.


Più di diecimila bombe erano cadute e io ero bloccato tra due muri davanti a mia madre che tremava. Si rifiutava di scendere al rifugio se non fossi andato con lei. E io mi rifiutavo di nascondermi sotto terra. Io, discendente di una gloriosa stirpe di guerrieri, sarei morto solo alla luce del sole, sopra questa terra fangosa battuta dal sibilo dei venti!

Mia madre sobbalzava a ogni esplosione. Invocava una santa dopo l'altra, ma mai che una di loro, occupatissime vergini, le rispondesse.

Petra, la bambina dei vicini, si arrampicò sugli sporchi gradini di marmo e bussò alla nostra porta; diede un'occhiata sospettosa alla mia spada luccicante e alla mia faccia da guerriero, poi si mise una mano davanti alla bocca e sussurrò qualcosa all'orecchio di mia madre. Mia madre si alzò e andò in bagno. Tornò con una scatola di Kotex e disse: «È vuota, habibti, tesoro, ma non ti preoccupare. Vieni con me».

Il piccolo corpo mestruato si alzò, la faccia rossa come il fuoco per la vergogna. Corse dentro, in camera di mia madre.

Scesi le scale, uscii dalla casa e attraversata la strada deserta andaii verso Abou-Dolly il droghiere. La bottega era chiusa ma Abou-Dolly viveva con i suoi nelle stanze sul retro. Bussai. Il droghiere aprì uno spiraglio. Quando mi vide aggrottò la fronte e mi chiese cosa volevo. «Kotex», dissi. «Adesso siamo chiusi», mi rispose secco

«È urgente!» dissi.

«Entra.»

Entrai in casa. Odorava di sapone fatto in campagna, di caffè macinato, di verdura marcia caduta sotto il frigorifero rumoroso, dei due gatti che si nutrivano di topi marroni e della figlia del verduraio, Dolly, che allattava il figlio appena nato a un seno tondo e bianco che mi fece venire sete. Quando entrai nella stanza, Dolly coprì sé stessa e il bambino con una copertina di lana rosa. Um-Dolly, la moglie del droghiere, stava in un angolo a sferruzzare; Elias, il genero, era in bretelle e fumava contemplando la parete. Erano tutti riuniti attorno a due miserevoli candele la cui fiamma, selvaggiamente scossa da un tremolio diabolico, proiettava la loro ombra sull'Ade e i suoi muri di fuoco.

Abou-Dolly, un uomo di mezza età che non aveva figli maschi e il cui soprannome derivava dal nome della maggiore delle figlie, mi mise davanti due diverse confezioni di Kotex. «Quale vuoi?» mi chiese.

Le misi tutte e due vicino alla candela e le annusai, cosa che fece rabbrividire, sbuffare e brontolare la moglie, contrariata. «A cosa ti serve annusarle?» disse Abou-Dolly precipitandosi a levarmele di mano. «Vattene, vattene.» Cominciò a spingermi. Io lo spinsi a mia volta. Il genero si armò di una scopa, minacciandomi con il manico. Strappai di mano ad Abou-Dolly una delle confezioni, infilai l'altra mano nella cintura e tirai fuori la pistola. La lasciai penzolare tra le dita, con la canna puntata verso il pavimento. Um-Dolly urlò: «Ha una pistola! Ha una pistola!». Dolly bloccò il rivolo di latte tiepido destinato alle labbra del bambino, facendolo piangere, e corse a rifugiarsi in un'altra stanza.

Tenendo ben stretta la scatola dei Kotex infilai la porta, uscii all'aria fresca e me ne andai. Dietro di me sentii Abou-Dolly che gridava: «Conoscevo tuo padre, lo conoscevo, era mio amico e si vergognerebbe a vedere cosa è diventato suo figlio. Un delinquente! Che vergogna, venire a insultarmi in casa mia, davanti alla mia famiglia! Un delinquente, ecco quello che sei, figlio mio, un delinquente». E sputò sul pavimento maledicendo la mia generazione e la mia razza.

Il delinquente camminò tra una casa e l'altra scansando le bombe che cadevano. Il delinquente attraversò torrenti di acque di fogna che sprizzavano dalle tubature rotte. Camminò con la pistola in una mano e una scatola di cotone morbido nell'altra.

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Io e George cenammo insieme quel giorno. Fumai una sigaretta per aiutarmi a digerire il cibo che avevo mangiato con lui.

Dopo cena lasciai il guerriero al suo riposo e scesi giù al porto con la sua moto. Lavorai tutta la notte. Al molo la brezza dal mare rinfrescava di spruzzi il mio sudore. Guidavo il muletto nel vento salato, alzavo e abbassavo il suo braccio e stoccavo le merci nei magazzini.

Al mattino, terminato il turno, andai nell'ufficio di Abou-Tariq, il caposquadra. Tutte le mattine un gruppetto di noi si radunava davanti al container che era stato trasformato nell'ufficio di Abou-Tariq. Ci sedevamo sulle seggiole di plastica e sulle casse di munizioni vuote a bere il caffè e chiacchierare. Abou-Tariq era un vecchio combattente che aveva partecipato alla battaglia di Tali el Zaatar ed era orgoglioso di conoscere personalmente il comandante in capo, Al-Rayess. Lisciandosi i baffi ci comunicò che la settimana seguente sarebbe arrivata una nave con un grosso carico.

«Abbiamo bisogno di gente in più per scaricare», disse. Agli uomini della sicurezza suggerì di andare a Dawra ad assoldare dei manovali egiziani o cingalesi per dare una mano.

Chahine, un giovane della sicurezza con la faccia magra e la carnagione scura che era sempre a fumare con l'aria annoiata, si alzò in piedi, accese l'ennesima sigaretta e disse calmo, senza alzare il tono di voce: «Quei poveracci di manovali stanno tutto il giorno al sole ad aspettare che qualcuno li ingaggi per andare in un cantiere edile o per qualche altro lavoro, ma quando vedono arrivare le nostre jeep della milizia scappano di corsa. Non vogliono lavorare gratis, e a volte le forze si dimenticano persino di dargli da mangiare. L'ultima volta che abbiamo avuto bisogno di braccia in più mi è toccato rincorrere un egiziano da Dawra fino a Burj Hammoud. Ve lo dico io, quello là aveva le ciabatte di gomma però correva come una gazzella. Alla fine mi mancava il fiato, così mi sono fermato, ho tirato fuori la pistola e ho cominciato a sparare dei colpi in aria, al che quello si è immobilizzato di colpo perché pensava che stessi sparando a lui. L'ho trascinato sulla jeep e abbiamo preso la strada per la montagna. Avevamo bisogno di riempire i sacchi di sabbia per una nuova postazione militare. Era aprile, qui sulla costa c'era una bella temperatura ma in montagna faceva freddo, soprattutto di notte. Quei manovali erano in manche corte, senza scarpe, senza una giacca. Sulla jeep si erano messi uno vicino all'altro per ripararsi dal freddo. Gli abbiamo fatto riempire i sacchi di sabbia, poi alla sera la temperatura si è abbassata ancora e al mattino ne abbiamo trovato uno morto assiderato. I suoi amici piangevano, tutti quanti. Uno di loro era in lacrime accanto al cadavere dell'amico. Chakir Ltaif, soprannominato Beretta, si è avvicinato e gli ha chiesto di dargli una sigaretta. Lui ha smesso di piangere e guardando Beretta negli occhi ha detto: "Danta, ya beh, mushayz iddik cravata harir kaman?". [Non vuole che le dia anche una cravatta di seta, sua altezza?] Ve lo dico io, da quel giorno mi rifiuto di obbligare questa gente a lavorare, e di corrergli dietro per prenderli. Hanno un'anima anche loro. Io non ci sto».

Said, un altro degli uomini che lavoravano al porto – era il responsabile dell'inventario delle merci e dell'amministrazione – guardò Chahine e disse: «Be', vorrei vedere come ti tratterebbero in Egitto se tu lavorassi lì. Tu sei cristiano. Guarda un po' i copti e gli altri cristiani: come sono trattati in quei paesi musulmani?».

Non so bene perché aprii la bocca, io che volevo soltanto finire di bermi il caffè, spegnere la sigaretta sotto la scarpa e imbarcarmi per non so dove. Ma con mia sorpresa, dissi: «Ci sono ancora tanti cristiani che abitano nella parte ovest di Beirut e nessun musulmano li ha mai disturbati».

«Sono tutti traditori, comunisti e socialisti», ribatté immediatamente Said. «E magari voi due dovreste passare dalla loro parte», soggiunse lanciando a me e a Chahine uno sguardo d'odio.

«A chi dai del comunista, tu che sei un ladro? Sappiamo tutti cosa fai», protestò Chahine, il fucile che si avvicinava quasi impercettibilmente al torace. «Mio fratello è uno shahid, un martire. Mio fratello è morto combattendo per la causa. Mio fratello si è buttato davanti a una granata a mano per salvare il suo plotone.»

«Sì, l'abbiamo già sentita mille volte questa storia», replicò Said. «Ma sappiamo anche che è stata colpa di tuo fratello: ha tolto la sicura alla granata e siccome non è riuscito a lanciarla gli è caduta ai piedi. Era maldestro, tutto qui. In questa guerra tutti pretendono di essere degli eroi.»

«Ars, adesso ti ammazzo, ruffiano», urlò Chahine. Caricò il suo AK-47, ma prima che avesse il tempo di mirare a Said, Abou-Tariq afferrò l'arma spingendo la canna in alto, verso il cielo, e si mise a dargli dei ceffoni dicendogli di mollare la presa.

Quando Chahine lasciò andare il fucile, Abou-Tariq dichiarò: «Nessuno alza il fucile contro qualcun altro in mia presenza o qui nel mio spazio. La prossima volta che qualcuno alza un fucile, indipendentemente da chi prende di mira, sarà come se lo puntasse contro di me personalmente, e io mi comporterò di conseguenza». S'infuriò con tutti noi e ci ordinò di sloggiare dal suo ufficio.

Mentre andavo verso la moto, Said mi si affiancò con la sua Mercedes ammaccata. Mi fissava, e mi girai a mia volta a guardarlo.

«Come hai detto che fai di cognome?» mi chiese.

Non gli risposi e non staccai gli occhi dal finestrino al suo fianco. Rimasi calmo perché vedevo che tutte e due le mani erano appoggiate sul volante.

Said chinò la testa annuendo lentamente, poi mise una mano fuori dal finestrino, lasciandola penzolare. «Ah sì, Al-Abyad, ora che mi viene in mente», disse in tono sarcastico. «Ne sono rimasti pochi di cognomi così ancora vivi dall'altra parte, scommetto», concluse prima di allontanarsi.

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Pagina 177

16.



Quando la nave entrò in porto un gruppetto di marinai mi condusse nella sala macchine. Rimasi dietro la caldaia, sudato e nascosto all'ispettore che stava facendo il giro di controllo delle cabine. Appena sbarcato l'ispettore, Mustafa e Mamadou vennero di corsa a portarmi dell'acqua e risero dei miei capelli e dei miei vestiti bagnati.

Quella sera io e Mustafa andammo a riva su un canotto. Scavalcammo una recinzione e delle rotaie, poi Mustafa sorrise e disse: «Sei a Marsiglia. Adesso vai per conto tuo».


Camminai.

Camminai per strade deserte, davanti a porte che si aprivano direttamente sulla strada. Dei cani abbaiarono al mio passaggio. La mia ombra era incollata a terra, si muoveva e cambiava forma a seconda della posizione degli alti pali ricurvi dei lampioni. Mi superò una macchina: una musica altissima mi perforò i timpani per poi affievolirsi dietro un angolo, non appena la macchina fece una brusca svolta. Continuai a camminare, in cerca del centro della città e di un posto dove fermarmi. Guardai il cielo: stava per spuntare l'alba in un chiarore violaceo che nasceva da sotto il mare. Udii avvicinarsi la stessa musica assordante di prima. Riconobbi il suono della macchina senza bisogno di voltarmi. Tolsi la borsa dalla schiena, me la misi davanti alla pancia, aprii il suo inutile lucchetto, ci infilai dentro tutte e due le mani e caricai la pistola al suo interno.

Indovinavo, dalla lunghezza delle luci proiettate dai fari sull'acciottolato, dal lento scorrere di una luce crepuscolare sulle porte delle case, che la macchina stava rallentando dietro di me. Continuai a camminare. La macchina mi affiancò. Dentro c'erano tre ragazzi, tutti che mi fissavano. La mano del guidatore penzolava indolente dal finestrino, come quelle dei tassisti di casa mia. I due passeggeri allungarono la testa per vedermi meglio.

Sentii che uno di loro diceva: «Une merde de beur ici chez nous».

«Ehi», gridò il guidatore in francese, «non li vogliamo qui gli schifosi come te.»

Lo guardai negli occhi e tirai dritto senza rispondere.

I ragazzi mi lanciarono degli insulti allontanandosi veloci. In fondo alla strada la macchina fece un'inversione a u. Avevo la luce dei fari in faccia. I ragazzi aprirono le portiere, scesero e, brandendo dei bastoni e dei pezzi di tubo, vennero lentamente verso di me. Le loro lunghe ombre cattive toccarono la punta delle mie scarpe.

Feci dietrofront e mi misi a correre nella direzione opposta, via dai fari che mi accecavano. Dietro di me sentii il rumore dei passi di corsa e le promesse di spaccarmi la testa, di calpestarmi sotto i tacchi delle scarpe.

Svoltato l'angolo mi fermai in mezzo a una strada stretta, tra due case. Sentivo i cani che abbaiavano all'orizzonte. Aspettai i miei inseguitori, i quali si fermarono di botto appena mi videro dietro l'angolo. Avevo infilato la pistola nella cintura, nascosta dietro la schiena. Quando si avvicinarono, battendo i bastoni sulpalmo della mano, lanciando sorrisetti di scherno e battute pesanti sul mio masochismo, la tirai fuori lentamente. Insultai gli inseguitori nella mia lingua e agitando la mano li sfidai ad accettare che i miei proiettili potessero baciare i loro scarponi militari, sbrindellargli le giacche di cuoio, illuminargli le teste rasate, ridisegnargli i tatuaggi, colonizzargli l'anima, attorcigliargli la pelle girandola come la manopola di un rubinetto, tappargli i buchi come dita di Tumas, facendogli cantare una canzoncina da coro di chiesa.

Il ragazzo più distante da me scappò via di corsa, lasciandomi con quei due che indietreggiavano per la paura, tubi e bastoni spioventi come fiori assetati.

Sorrisi sventolando la pistola davanti alle facce pallide. Imprecai contro la loro madre e i bisnonni e gli ordinai di buttare in terra i tubi e i bastoni. Li feci inginocchiare per terra e una volta inginocchiati gli dissi di togliersi le scarpe e i calzoni.

«Les pantalons aussi, sharmuta», urlai, e i cani abbaiarono dietro le porte delle case. Qualche luce si accese nelle cucine e sopra i portoni, e volti curiosi riempirono le finestrelle quadrate. Donne in camicie da notte semitrasparenti scostarono un poco le tende che parevano sipari, sbirciando la scena con l'apprensione dell'autore della commedia.

Li presi a calci nel sedere tutti e due, poi mi allontanai rapidamente con le loro scarpe in mano. Sbucato sulla strada di prima, buttai via le scarpe e mi infilai di corsa per viuzze e viali sconosciuti. Corsi fino all'alba, finché alla fine mi trovai un posto su una panchina sulla promenade e lì ascoltai il mare e guardai i colori del cielo che cambiavano a poco a poco.


A giorno fatto il sole splendeva forte, il che rendeva ancora più nere le ombre della città. Vidi muri manichei spaccati esattamente in due, foglie d'albero splendenti, panchine ombreggiate. I caffè aprivano uno dopo l'altro, la gente passeggiava sulla promenade. Gli passavo a fianco, gli passavo oltre, e poi rallentavo per tornare a camminare al loro fianco. Cercavo un posto dove cambiare i soldi, e alla fine ne trovai uno. Conclusa la mia transazione, entrai in un caffè. Sedetti a mangiare, a bere e a dare un'occhiata al giornale. Il vecchio padrone dietro il banco non sembrava sorpreso di vedermi. Mi misi di nuovo in cammino, questa volta deciso a cercare un posto dove stare.

Entrai nel primo ostello che vidi e la donna alla reception, un donnone con l'aria indifferente, o forse annoiata, mi chiese un documento di identità. Le dissi che andavo a prenderlo in macchina, uscii e non mi feci più vedere.

E così girovagai tutto il giorno, senza una meta precisa. Osservavo la gente, mi spostavo da un caffè all'altro. A un certo punto infilai la mano in tasca per cercare i fiammiferi e venne fuori il foglietto di carta che mi aveva dato Nabila. C'era scritto un nome: Claude Mani. C'era anche un numero di telefono, e in fondo al foglietto Nabila aveva scritto: Parigi.

Di colpo mi resi conto che ormai ero molto lontano da Nabila, che avevo lasciato Beirut, e quella consapevolezza mi diede la sensazione di avere uno scopo: decisi di chiamare quel numero, come avevo promesso. Trovai una cabina, composi il numero. Dall'altra parte della linea il telefono squillava ma non rispondeva nessuno, e però rimasi lo stesso dentro la cabina, guardando con occhi vuoti da dietro il vetro, con la sensazione di poterci vivere dentro, a quella cabina e ai suoi confini ben delimitati, desiderandola tutta per me. Facevo finta di parlare al telefono, ma in realtà volevo soltanto stare dentro a quella cabina. Volevo stare lì a guardare tutti quelli che passavano, volevo giustificare la mia esistenza e legittimare i miei piedi stranieri e osservare la gente che passava senza degnarsi di guardarmi o di farmi un cenno di saluto. Non un'anima che conoscessi, e così restai in attesa con il ricevitore incollato all'orecchio ad ascoltare quel lungo, monotono segnale di libero. Ascoltai finché si sentì una voce di donna registrata che diceva che potevo scegliere: rifare il numero o mettere giù il ricevitore.

Scelsi la prima possibilità e questa volta mi rispose una voce morbida di donna.

«Vorrei parlare con monsieur Mani», dissi in francese.

Dopo un attimo di silenzio, la donna disse: «Monsieur Mani è morto».

Restammo zitti entrambi.

«Con chi parlo?» domandò lei dopo un momento.

«Sono un amico di suo figlio, di George», dissi guardingo.

Ci fu un'altra pausa, poi la donna chiese: «Da dove sta chiamando?».

«Marsiglia.»

«Io sono la moglie di monsieur Mani», disse lei.

«Ho un messaggio per monsieur Mani», dissi. Non sapevo che altro dire.

«Vieni dal Libano?»

«Sì.»

Ci fu un'ultima pausa. «Potresti venire a Parigi? Io e mia figlia avremmo piacere di conoscerti.»

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