Copertina
Autore Mohsin Hamid
Titolo Il fondamentalista riluttante
EdizioneEinaudi, Torino, 2007, Supercoralli , pag. 138, cop.ril.sov., dim. 14x22x1,5 cm , Isbn 978-88-06-18710-1
OriginaleThe Reluctant Fundamentalist [2007]
TraduttoreNorman Gobetti
LettoreRenato di Stefano, 2007
Classe narrativa pakistana
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Pagina 3

Capitolo primo


Chiedo scusa, signore, posso esserle d'aiuto? Ah, vedo che l'ho allarmata. Non si faccia spaventare dalla mia barba: io amo l'America. Mi sembrava che lei stesse cercando qualcosa; anzi, piú che cercando, lei pareva in missione, e dato che io sono nativo di questa città e parlo la sua lingua, ho pensato di offrirle i miei servigi.

Come ho fatto a capire che lei è americano? No, non dal colore della pelle; in questo paese abbiamo un ampio spettro di coloriti, e il suo non è raro tra le popolazioni alla nostra frontiera nordoccidentale. E non è stato nemmeno l'abito a tradirla; un turista europeo avrebbe potuto facilmente acquistare a Des Moines il suo stesso abito con lo spacco singolo e la sua camicia button-down. Certo, i capelli rasati e l'ampio torace - il torace, direi, di un uomo che fa regolarmente palestra, e ai manubri solleva senza sforzo duecento chili - sono tipici di un certo tipo di americano; ma di nuovo, gli sportivi e i soldati di ogni dove tendono a somigliarsi tutti. stato piuttosto il suo contegno a permettermi di identificarla, e non lo prenda come un insulto, vedo che la sua espressione si è indurita, ma come una semplice osservazione.

Allora, mi dica, cosa stava cercando? Di certo a quest'ora del giorno solo una cosa può averla condotta al vecchio bazar di Anarkali, cosí chiamato, come forse sa, in onore di una cortigiana murata viva per aver amato un principe, ed è la ricerca della perfetta tazza di tè. Ho indovinato? Mi permetta dunque, signore, di consigliarle il mio locale preferito. Ecco, è questo. Le sedie di metallo non sono granché imbottite, i tavoli di legno sono altrettanto grezzi, ed è, al pari degli altri, a cielo aperto. Ma le assicuro che la qualità del tè è ineguagliabile.

Preferisce sedersi qui, con le spalle rivolte al muro? Benissimo, anche se cosí trarrà meno beneficio dalla brezza intermittente che, quando soffia, rende piú gradevoli questi pomeriggi caldi. Non si toglie la giacca? Cosí formale? Be', questo non è tipico degli americani, almeno non nella mia esperienza. E la mia esperienza è notevole: ho trascorso quattro anni e mezzo nel vostro paese. Dove? Ho lavorato a New York, e prima ho frequentato il college in New Jersey. Sí, ha indovinato: a Princeton. Che intuito!

Cosa pensavo di Princeton? Be', per rispondere a questa domanda devo raccontarle una storia. Appena arrivato mi guardai intorno e osservando gli edifici gotici, piú recenti, scoprii in seguito, di molte moschee di questa città, ma antichizzati dai trattamenti a base di acidi e dal sapiente lavoro degli scalpellini, pensai, questo è un sogno diventato realtà. Princeton mi dava la sensazione che la mia vita fosse un film di cui io ero la star, e che tutto fosse possibile. Ho accesso a questo splendido campus, pensavo, a professori che sono titani nel proprio campo e a studenti che sono principi della filosofia in gestazione.

Ero stato, devo ammetterlo, esageratamente generoso nelle mie idee sullo standard degli studenti. Erano quasi tutti intelligenti, questo sí, e molti erano anche brillanti, ma mentre io ero uno dei due soli pakistani del mio corso, due su una popolazione di piú di cento milioni di anime, badi bene, gli americani erano il frutto di una scrematura condotta su percentuali molto meno clamorose. Erano un migliaio i suoi compatrioti le cui iscrizioni erano state accettate, cinquecento volte i miei, pur essendo la popolazione del vostro paese soltanto il doppio di quella del mio. Di conseguenza i non americani tra noi tendevano in media a far meglio degli americani, e nel mio caso giunsi all'ultimo anno senza aver ricevuto un solo voto al di sotto del massimo.

Col senno di poi capisco bene la potenza di quel sistema, pragmatico ed efficace come molte altre cose negli Stati Uniti. Noi studenti internazionali venivamo da ogni angolo del globo, ed eravamo vagliati non solo attraverso i severi test standardizzati, ma anche attraverso ulteriori selezioni minuziosamente personalizzate: colloqui, prove scritte, raccomandazioni, che permettevano di identificare i migliori e i piú promettenti tra noi. Agli esami in Pakistan ero stato tra i migliori, inoltre ero un giocatore di calcio abbastanza bravo da competere nella squadra universitaria, cosa che feci prima di infortunarmi al ginocchio nel corso del secondo anno. Agli studenti come me venivano concessi visti e borse di studio, un totale sostegno finanziario, ed eravamo, badi bene, ammessi nei ranghi della meritocrazia. In cambio ci si aspettava che ponessimo i nostri talenti al servizio della vostra società, la società di cui entravamo a far parte. E perlopiú eravamo ben lieti di farlo. Io certamente, almeno all'inizio.

Ogni autunno Princeton si sollevava la gonna per i reclutatori delle grandi aziende che arrivavano al campus e, come dite voi negli Stati Uniti, mostrava un po' di pelle. La pelle mostrata da Princeton era una bella pelle, naturalmente, giovane, eloquente e quanto mai invitante, ma anche in mezzo a tutta quella pelle, nel corso dell'ultimo anno mi resi conto di essere qualcosa di speciale. Ero un seno perfetto, se vuole, un seno abbronzato, succulento, apparentemente ignaro della forza di gravità, e confidavo di poter ottenere qualunque lavoro desiderassi.

Eccetto uno: Underwood Samson & Companv. Mai sentiti nominare? Erano una società di consulenza. Stabilivano per i loro clienti il valore di un'azienda da acquisire, e lo facevano, si diceva, con una precisione inquietante. Erano piccoli, in pratica una bottega che impiegava un numero ristrettissimo di persone, e pagavano bene, offrivano al neolaureato un salario di partenza di piú di ottantamila dollari. Ma soprattutto garantivano a chi ci lavorava un robusto set di competenze e un'esperienza lavorativa di prim'ordine, tanto che dopo due o tre anni trascorsi lí come analista, ti era praticamente garantita l'ammissione alla Harvard Business School. Per questo nel 2001 piú di cento tra i laureati di Princeton avevano mandato i propri voti e curriculum alla Underwood Samson. Otto vennero selezionati - per un colloquio, ovviamente, non per un lavoro - e uno di loro ero io.

Lei mi sembra preoccupato. Non tema; questo tipo corpulento è solo il nostro cameriere, e non c'è bisogno di armeggiare sotto la giacca, immagino per tirar fuori il portafoglio; pagheremo dopo, quando avremo finito. Preferisce tè normale, con latte e zucchero, o tè verde, o magari la loro piú squisita specialità, il tè del Kashmir? Ottima scelta. Prendo anch'io lo stesso, magari insieme a un piatto di jalebi. Ecco. Se n'è andato. Devo ammettere che ha un'aria un po' minacciosa. Ma è di una cortesia irreprensibile: resterebbe sorpreso dal suo linguaggio forbito, se solo lei capisse l'urdu.

Dove eravamo? Ah sí, Underwood Samson. Il giorno del mio colloquio ero insolitamente nervoso. Avevano mandato un'unica persona, che ci ricevette in una stanza del Nassau Inn, una stanza normale, badi bene, non una suite; sapevano che eravamo già abbastanza impressionati dalla loro fama. Quando venne il mio turno, entrai e trovai un uomo fisicamente non molto diverso da lei; anche lui aveva l'aspetto di uno stagionato ufficiale dell'esercito. «Changez? - disse, e io annuii, perché in effetti è il mio nome. - Venga, si accomodi».

Lui si chiamava Jim, mi disse, e io avevo a disposizione esattamente cinquanta minuti per convincerlo a offrire a me il lavoro. «Si venda. Cos'è che la rende speciale?» Cominciai dal mio libretto universitario, sottolineando che ero in procinto di laurearmi summa cum laude, e che, come ho già accennato, non avevo mai preso un voto al di sotto del massimo. «Non dubito della sua intelligenza, - disse lui, - ma nessuna delle persone che vedo oggi ha mai preso meno del massimo». Quella per me fu una rivelazione disturbante. Gli dissi che ero tenace, che dopo essermi fatto male al ginocchio avevo finito la fisioterapia in metà del tempo previsto dai medici, e anche se non potevo piú giocare a calcio, riuscivo ancora a correre un miglio in meno di sei minuti. «Bene, - disse lui, e mi sembrava di avergli finalmente fatto una qualche impressione, quando aggiunse: - E poi?»

Ammutolii. Di solito, come lei può vedere, parlo volentieri, ma in quel momento non sapevo cosa dire. Lo guardai guardarmi, tentando di capire cosa stava cercando. Lui abbassò gli occhi sul mio libretto, posato sul tavolo tra noi, e poi alzò di nuovo lo sguardo. I suoi occhi erano freddi, azzurri e sentenziosi, non nel senso in cui viene solitamente usata la parola, ma nel senso di qualcuno abituato per mestiere a giudicare, come un gioielliere quando esamina per curiosità un diamante che non intende né comprare né vendere. Infine, dopo un certo lasso di tempo, non poteva essere stato piú di un minuto, ma era sembrato piú lungo, insistette: «Mi dica qualcosa. Da dove viene?»

Dissi che ero di Lahore, la seconda maggiore città del Pakistan, l'antica capitale del Punjab, abitata da quasi altrettante persone di New York, stratificata come una pianura sedimentaria dalla storia accumulata dei suoi invasori, dagli ariani ai mongoli ai britannici. Lui si limitò ad annuire. Poi disse: «E riceve un sostegno finanziario?»

Non risposi subito. Sapevo che c'erano argomenti che nei colloqui non era lecito affrontare, la religione, ad esempio, o l'orientamento sessuale, e sospettavo che il sostegno finanziario fosse uno di quelli. Ma non è questa la ragione per cui esitai; esitai perché la sua domanda mi aveva messo a disagio. Poi dissi: «Si». E lui: «E non è piú difficile, per gli studenti internazionali, essere ammessi se richiedono una borsa?» Dissi di nuovo: «Sí». E lui: «Perciò deve aver avuto davvero bisogno di quei soldi». E per la terza volta io dissi: «Sí».

Jim si appoggiò allo schienale e accavallò le gambe, proprio come sta facendo lei adesso. Poi disse: «Lei è distinto, ben vestito. Ha questo accento sofisticato. Immagino che la gente pensi che lei sia ricco, a casa sua». Non era una domanda, perciò non replicai. «I suoi amici qui sanno - continuò - che la sua famiglia non avrebbe potuto mandarla a Princeton senza una borsa di studio?»

Quello era, come ho detto, il piú importante dei miei colloqui, e io sapevo benissimo che non avrei dovuto perdere la calma, ma ero infastidito, e ne avevo abbastanza di quel genere di domande. Perciò dissi: «Mi scusi, Jim, ma dove vuole arrivare?» Quelle parole suonarono piú aggressive di quanto intendessi, avevo parlato in tono alto e irritato. «Dunque non lo sanno, - Jim sorrise, e continuò: - Lei ha tempra. Questo mi piace. Anch'io sono andato a Princeton. Classe 1981. Summa cum laude». Mi strizzò l'occhio: «Ero il primo della mia famiglia ad andare al college. Facevo il turno di notte a Trenton per pagarmelo, abbastanza lontano dal campus perché nessuno venisse a saperlo. Perciò comprendo la sua situazione, Changez. Lei ha fame, e questa dal mio punto di vista è una buona cosa».

Devo confessare che mi colse alla sprovvista. Non sapevo come reagire. Ma sapevo di essere rimasto impressionato da Jim; dopotutto nel giro di pochi minuti aveva letto dentro di me con piú chiarezza di molte persone che mi conoscevano da anni. Mi rendevo conto della sua bravura come analista e del perché, di conseguenza, l'azienda si era fatta quella buona reputazione nel proprio campo. Mi faceva anche piacere che avesse trovato in me qualcosa che apprezzava, e la mia fiducia in me stesso, fino a quel momento scossa dal nostro incontro, cominciava a rifiorire.

Sarebbe opportuno, se me lo permette, concederci a questo punto una piccola digressione. Io non sono povero, affatto: il mio bisnonno, ad esempio, era un avvocato con i mezzi per finanziare la scuola per i musulmani del Punjab. Come lui, anche mio nonno e mio padre hanno fatto l'università in Inghilterra. La nostra casa di famiglia circondata da un acro di terreno si trova a Gulberg, uno dei piú lussuosi quartieri di questa città. Abbiamo parecchi domestici, nonché un autista e un giardiniere, il che, negli Stati Uniti, sarebbe segno di una famiglia alquanto benestante.

Ma non siamo ricchi. Gli uomini e le donne, sí, anche le donne della mia famiglia sono gente che lavora, professionisti. E il mezzo secolo trascorso dalla morte del mio bisnonno non è stato di prosperità per i professionisti in Pakistan. I salari non hanno tenuto il passo dell'inflazione, la rupia ha continuato a perdere valore nei confronti del dollaro, e quelli di noi che una volta avevano patrimoni familiari considerevoli li hanno visti frazionarsi sempre piú a ogni successiva, e sempre piú estesa, generazione. Perciò mio nonno non ha potuto permettersi ciò che poteva permettersi suo padre, e mio padre non ha potuto permettersi ciò che poteva permettersi suo padre, e quando è venuto il momento di mandarmi al college, semplicemente i soldi non c'erano.

Ma lo status, come in ogni società tradizionale e classista, declina piú lentamente della ricchezza. Perciò abbiamo mantenuto la tessera del Punjab Club. Continuiamo a essere invitati alle funzioni e ai matrimoni e alle feste dell'élite cittadina. E guardiamo con un misto di disprezzo e di invidia alla classe emergente degli affaristi, proprietari di imprese legali e illegali, che sfrecciano per le strade con i loro Suv Bmw. Forse la nostra situazione non è molto diversa da quella della vecchia aristocrazia europea nel diciannovesimo secolo di fronte all'ascesa della borghesia. Se non che, ovviamente, noi siamo parte di un piú generale malessere che affligge non solo gli ex ricchi ma anche gran parte della ex classe media: una crescente impossibilità di acquistare quel che potevamo acquistare prima.

Di fronte a una simile realtà si hanno due scelte: fingere che tutto vada bene oppure darsi da fare per ripristinare le cose. Io ho scelto entrambe le vie. A Princeton, in pubblico mi atteggiavo a principino, ero prodigo e spensierato. Però facevo anche, nel modo piú discreto possibile, tre lavori nel campus, in angoli poco frequentati, come la biblioteca del Programma di studi sul Vicino Oriente, e studiavo di notte. La maggior parte delle persone che conoscevo abboccavano al mio personaggio. Jim no. Ma per fortuna, là dove io vedevo un motivo di vergogna, lui vedeva un'opportunità. E aveva ragione, ma solo in parte, come in seguito avrei capito.

Ah, è arrivato il nostro tè! Non abbia quell'aria diffidente. Le assicuro, signore, che non corre alcun rischio, neanche quello di uno stomaco in subbuglio. Dopotutto non è mica avvelenato. Andiamo, se la fa sentire meglio posso scambiare la mia tazza con la sua. Ecco. Quanto zucchero? Niente? Molto insolito, ma non insisto. Assaggi questi appiccicosi dolci arancioni, jalebi, ma attenzione, scottano! Vedo che non le dispiacciono. Sí, sono deliziosi. curioso come una tazza di tè possa essere rinfrescante anche in una giornata calda come questa, è davvero un mistero, ma prego, si serva.

Le stavo raccontando del mio colloquio con la Underwood Samson, e di come Jim avesse percepito la mia, come diceva lui, fame. Aspettai di sentire il seguito, e ciò che disse fu: «Bene, Changez, adesso la metto alla prova. Le darò il caso di un'impresa, una società che voglio che lei valuti. Mi può chiedere tutto cio che ha bisogno di sapere, pensi a Venti Domande, e può usare quella penna e quel foglio per i suoi calcoli. Pronto?» Dissi di sí, e lui continuò: «Le sto per lanciare una palla a effetto. Avrà bisogno di tutta la sua creatività. La società è semplice. Ha un'unica linea di servizi: viaggi istantanei. Si entra nel suo terminal a New York e immediatamente si sbuca nel terminal di Londra. Come il teletrasporto di Star Trek. Afferrato? Bene. Cominciamo».

Mi piacerebbe pensare che in quel momento ero esteriormente calmo, però dentro ero nel panico. Come valutare un'azienda fittizia, fantascientifica come quella che mi era appena stata descritta? Da dove cominciare? Non ne avevo idea. Guardai Jim, ma non sembrava che stesse scherzando. Cosí feci un respiro profondo e chiusi gli occhi. C'era uno stato mentale che ero solito raggiungere quando giocavo a calcio: il mio io scompariva ed ero libero, libero da dubbi e limitazioni, libero di concentrarmi su null'altro che la partita. Quando entravo in quello stato sentivo che niente poteva fermarmi. Una sensazione familiare, immagino, ai mistici sufi e ai maestri zen. Forse anche gli antichi guerrieri facevano qualcosa di simile prima di andare in battaglia, accettando in modo rituale la morte imminente per poter agire senza l'intralcio della paura.

Durante il colloquio entrai in quello stato. La mia essenza era concentrata sulla soluzione del test. Cominciai con alcune domande volte a comprendere la tecnologia: quanto era maneggevole, affidabile, sicura. Poi mi informai sul contesto: se c'erano concorrenti diretti, cosa potevano fare i regolatori, se c'erano fornitori particolarmente critici. Poi affrontai l'aspetto dei costi per capire quali spese andavano coperte. Alla fine guardai alle entrate, usando il Concorde come termine di comparazione, considerando quanto il prezzo e le richieste aumentavano riducendo della metà il tempo di percorrenza, e poi stimando quanto sarebbero aumentati riducendolo a zero. Una volta fatto questo, feci una proiezione dei profitti e li scontai all'attuale valore netto. E alla fine, ottenni il numero.

«Due virgola tre miliardi di dollari», dissi. Jim rimase in silenzio per un po'. Poi scosse la testa. «Decisamente troppo ottimistico. La sua stima del numero di clienti che si servirebbero di questo servizio è davvero troppo alta. Lei sarebbe disposto a entrare in un macchinario, essere smaterializzato e poi ricomposto a migliaia di chilometri di distanza? Questo è esattamente il tipo di stronzate gonfiate a dismisura che i nostri clienti chiedono alla Underwood Samson di smascherare». Abbassai lo sguardo. «Tuttavia, - continuò Jim, - il suo approccio era giusto. Lei ha quel che ci vuole. Le serve solo addestramento ed esperienza». Mi tese la mano. «Ha avuto un'offerta. Le lasciamo una settimana per decidere».

Sulle prime non gli credetti. Gli chiesi se diceva sul serio, se non dovevo passare una prova ulteriore. «Noi siamo una piccola azienda, - disse lui. - Non perdiamo tempo. Inoltre, sono io il responsabile del reclutamento degli analisti. Non ho bisogno di un'altra opinione». Notai la sua mano ancora tesa nell'aria tra noi e, temendo che la ritirasse, allungai la mia e gliela strinsi. La sua stretta era salda e parve comunicarmi, in quel momento, che la Underwood Samson aveva il potenziale per trasformare la mia vita cosí come aveva trasformato la sua, consegnando al remoto passato le mie preoccupazioni di denaro e di status.

Tornai a piedi al mio dormitorio, Edwards Hall, quello stesso pomeriggio sul tardi. Il cielo era di un blu squillante, cosí diverso dal polveroso cielo arancione che ci sovrasta oggi, e sentivo qualcosa che si faceva strada dentro di me, un senso di orgoglio cosí forte che alzai la testa e urlai, sorprendendo tanto me quanto gli altri studenti di passaggio: «Grazie, Dio!»

Sí, fu esaltante. Ed è cosí che, in modo prolisso, lo ammetto, se mi guardo indietro penso a Princeton. Per me Princeton ha reso tutto possibile. Ma non mi ha fatto dimenticare, non poteva, cose come il piacere di un tè qui, nella mia città natale, un tè lasciato abbastanza a lungo in infusione da acquisire un colore ricco, scuro, e reso cremoso dal latte fresco intero. eccellente, non trova? Vedo che la sua tazza è vuota, mi permetta di versargliene un'altra.

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