Copertina
Autore David Harvey
Titolo Neoliberismo e potere di classe
EdizioneAllemandi, Torino, 2008 , pag. 72, ill., cop.fle., dim. 12,2x19,4x0,8 cm , Isbn 978-88-422-1512-7
CuratoreAlfredo Mela
LettoreElisabetta Cavalli, 2008
Classe politica , economia politica , paesi: USA
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Indice


  7 DAVID HARVEY
    Neoliberismo e potere di classe

 38 ALFREDO MELA
    Harvey: coerenza e apertura di una figura
    di scienziato sociale

 61 GIUSEPPE DEMATTEIS
    David Harvey: una geografia del potere
    di classe globalizzato

 69 Bibliografia


 

 

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Pagina 7

Neoliberismo e potere di classe

DAVID HARVEY


Il neoliberismo teorizza che la libertà dell'individuo è il principio più importante di qualunque società civile e che la costruzione di un ordine sociale pienamente espressivo di questa libertà individuale è basato su sostanziali restrizioni nei confronti del potere dello stato e ampi diritti di proprietà privata, libertà d'iniziativa, libero mercato e libero scambio. La nozione della libertà individuale è ovviamente molto interessante, ha molta attrattiva, è un'idea per cui molte persone sono morte, per cui in molti hanno lottato, un'idea che mi è molto cara e immagino che sia cara anche a tutti voi, per cui criticare tutto questo può dar l'impressione di voler essere eccessivamente problematici. Vorrei quindi prendere spunto da alcune citazioni tratte dai discorsi di qualcuno che si considera un grande fautore della libertà individuale, George Bush. Bush ha parlato della libertà dell'individuo sin dall'inizio del suo mandato presidenziale, ancor prima dell'11 settembre. Ho avuto il piacere, recentemente, di leggere tutti i suoi discorsi, che, devo dire, sono molto interessanti. Un anno dopo l'11 settembre Bush scriveva quanto segue:

Siamo determinati a proteggere i valori che hanno dato vita alla nostra nazione perché un mondo pacifico, di libertà in crescita, serve gli interessi di lungo termine degli Stati Uniti, riflette gli ideali duraturi degli Stati Uniti e sostiene i suoi alleati. L'umanità - aggiunse - incoraggia il trionfo della libertà nei confronti dei suoi nemici. Gli Stati Uniti hanno una grande responsabilità nei confronti di quest'importantissima missione.

Nelle settimane che seguirono, Bush utilizzò spesso le dichiarazioni ufficiali per sottolineare il suo impegno a sostegno della libertà individuale. Seguì un breve intermezzo, in occasione della visita di Tony Blair a Washington, in cui il primo ministro britannico, in un discorso di fronte al Parlamento statunitense, aggiunse una significativa postilla alle dichiarazioni di Bush sul tema della libertà individuale: «C'è una leggenda secondo cui, anche se noi amiamo la libertà, gli altri potrebbero non condividere l'idea che la nostra libertà sia una questione di cultura o d'identità nazionale: la libertà non è un valore nazionale o un fatto specificatamente occidentale, ma un valore universale, insito nello spirito dell'uomo».

George Bush recepì questa correzione e, nel discorso successivo, introdusse una novità:

«Il progresso della libertà è la missione dei nostri tempi», e, facendo riferimento a Woodrow Wilson, aggiunse: «Da Roosevelt, dal discorso di Reagan a Westminster, da tutti questi grandi uomini sappiamo che l'America ha assunto quale sua suprema missione la difesa e la promozione della libertà; noi riteniamo che l'eccellenza nell'uomo derivi da un esercizio responsabile della libertà e pensiamo che la libertà a cui diamo tanto valore non debba essere un nostro bene esclusivo, ma sia proprio di tutta l'umanità».

E ancora, nel suo discorso alla Convenzione repubblicana:

Io ritengo che l'America sia stata chiamata a guidare la ricerca della libertà per i prossimi cent'anni. Milioni di persone nel Medio Oriente agognano questa stessa libertà e noi cercheremo di dar loro la forma migliore di governo mai data dall'uomo. Io ritengo che la libertà non sia un dono degli Stati Uniti al mondo, ma un dono di Dio a ogni uomo, donna e bambino.

Nel secondo discorso inaugurale la parola libertà ricorre quasi una quindicina di volte: «Noi continueremo ad avere piena fiducia nel trionfo della libertà, non perché questa sia il risultato inevitabile della storia, ma perché essa coincide con la libera decisione dell'uomo; non perché siamo la nazione scelta da Dio, Dio decide ciò che vuole. La storia segue un suo corso naturale verso la giustizia, ma ha anche una sua direzione visibile basata sulla libertà e su chi costruisce la libertà».


A emergere con forza da tutti questi discorsi è il passaggio da una nozione prettamente statunitense a una nozione universale del concetto di libertà. In quanto parte integrante del disegno di una volontà divina, la libertà sarebbe intrinseca alla natura stessa dell'uomo. Vediamo, anche in questo, una posizione teleologica: «Noi siamo destinati a perseguire la libertà». Questo è il modo in cui la retorica neoliberale è stata utilizzata dall'amministrazione del Governo americano: è una retorica molto forte e potente, e credo che anche voi concordiate su questo.


Quello di cui abbiamo bisogno, a questo punto, è di trovare dei modi per comprendere questa retorica e vedere come si misura con l'Afghanistan, Guantanamo, l'erosione delle libertà civili negli Stati Uniti, l'attacco alle libertà individuali e private attraverso una serie di elementi intrusivi e di sorveglianza, in nome dell'antiterrorismo. E dobbiamo chiederci: come possiamo conciliare tutti questi aspetti così contraddittori? pura ipocrisia tutto questo parlare delle libertà intrinseche ed estrinseche? «Liberty and freedom» sono solo bugie? Non credo. Noi dobbiamo considerare attentamente la retorica di Bush che, in realtà, è molto serio quando illustra queste idee e questi ideali, la cui storia può essere rintracciata indietro nel tempo. Nel suo discorso a Whitehall, Bush disse che se lui, come americano, si preoccupava forse troppo dei problemi di libertà estrinseche e intrinseche, era perché aveva letto John Locke e Adam Smith. Naturalmente questa affermazione ha fatto sobbalzare molti di noi (George Bush che legge John Locke! Che legge Adam Smith!), ma in realtà si rifaceva a una lunga tradizione che è di estrema importanza negli Stati Uniti. Quando parlava dei quattordici punti di Wilson, non solo richiamava gli ideali dell'autodeterminazione nazionale che avevano guidato Wilson nella Conferenza di Pace tenutasi a Versailles nel 1919. Si riferiva altresì a qualcosa d'altro contenuto all'interno del discorso di Wilson:

Poiché il commercio ignora i confini nazionali, le industrie interpretano il mondo intero come luogo del mercato con il conseguente abbattimento di tutte le barriere tra gli stati. Le libertà ottenute da coloro che scambiano merci devono essere salvaguardate dai segretari di stato - forse pensava a Rumsfeld - anche se questo significa limitazioni sostanziali alla sovranità nazionale. Si potranno costituire colonie poiché in tal modo nessuno degli angoli di questo globo sarà lasciato inutilizzato.

Anche qui possiamo vedere un tema che diventa fondamentale nel momento in cui si analizza il progetto imperialista statunitense. Allora immediatamente sorge la domanda: che cosa s'intende per «freedom»? Che cosa s'intende per «liberty»? Una delle indicazioni più chiare in questo senso è fornita da una serie di azioni che le autorità d'occupazione in Iraq hanno assunto nel 2003. Paul Bremer, all'epoca capo dell'Autorità provvisoria, emise una serie di decreti che riorganizzavano l'economia irachena. Tutta l'economia irachena doveva essere aperta alla proprietà privata, tutti i mezzi o le attrezzature o le aziende che appartenevano allo stato dovevano essere vendute, tutte le barriere al commercio estero e all'acquisto da parte di stranieri di beni mobili e immobili iracheni sarebbero state abbattute e tutti i profitti provenienti dall'Iraq potevano essere trasferiti all'estero. Questa premessa essenziale alla creazione di un ordine neoliberista, avrebbe creato le basi di uno stato neoliberale. Gli iracheni appartenenti alla coalizione furono scioccati da questa decisione: l'imposizione di una sorta di fondamentalismo del libero mercato avrebbe avuto effetti nefasti, rivelandosi un vero disastro per l'economia nazionale. Ma Bremer andò avanti e nel momento in cui trasferì i poteri al Governo provvisorio, aveva già creato quattrocento codici legislativi, con lo scopo di riorganizzare l'economia irachena.

A questo punto si può tentare di tracciare un parallelo: trent'anni prima che Bremer emettesse i suddetti decreti, vi fu un colpo di stato in Cile contro il Governo socialista di Salvador Allende, governo eletto democraticamente. Il colpo di stato era diretto dal generale Pinochet. Accadde ciò che i cileni oggi, a distanza di trent'anni, hanno ribattezzato come il loro piccolo 11 settembre. Poco dopo il colpo di stato, Pinochet si rivolse ad alcuni economisti cattolici dell'Università di Santiago, tutti formatisi a Chicago con Milton Friedman, uno dei maggiori teorici del neoliberismo. A loro venne affidato il compito di ridefinire l'economia cilena. Una delle cose che non dovettero fare fu quella di schiacciare il movimento operaio e il movimento sindacale, già eliminato al momento del colpo di stato, così come il Partito comunista, il Partito socialista e tutti gli altri partiti che avrebbero potuto intralciare l'azione di Pinochet. Riorganizzaro, invece, la struttura dell'economia e quindi, nel 1975, attuarono esattamente quello che Bremer avrebbe fatto nel 2003 in Iraq: la privatizzazione di tutta la proprietà, la mercificazione di tutte le risorse naturali disponibili (e, con essa, la possibilità da parte di tutte le grandi corporation di sfruttarle indefinitamente), l'eliminazione delle barriere all'esportazione dei profitti al di fuori dei confini nazionali. Un'economia la cui forza era basata essenzialmente sulle esportazioni funzionò per cinque anni, ma era inevitabilmente destinata a crollare all'inizio degli anni ottanta.

Sulla base di quello che ho appena detto, si potrebbe pensare che l'imposizione di politiche neoliberiste nel mondo abbia a che fare con l'esercizio del potere imperiale statunitense. In Cile, per esempio, il potere di Pinochet si reggeva su elementi interni e sull'appoggio degli Stati Uniti, mentre in Iraq vi è una vera e propria occupazione militare. Ma io non me la sento di sottoscrivere del tutto quest'idea, perché penso che i sentieri che portano allo sviluppo del neoliberismo siano molto più complessi. Vorrei parlare del neoliberismo ritornando alla situazione degli anni settanta e penso che sia molto importante guardare a quelle condizioni per arrivare a capire in che modo questa teoria abbia assunto le diverse forme che vi andrò a descrivere.

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Pagina 34

Il potere di classe è una variabile molto difficile da misurare. Se ne può avere un'idea osservando la concentrazione di ricchezza e di potere nelle mani di poche persone. Da questo punto di vista il neoliberismo ha avuto moltissimo successo, ovunque nel mondo, e questo si può facilmente dimostrare. Sono aumentate a dismisura le disuguaglianze tra ricchi e poveri. A metà degli anni novanta, un rapporto delle Nazioni Unite diceva che le 358 persone più ricche al mondo possedevano ricchezza pari a quella del 45% dei più poveri, vale a dire 2,3 miliardi di persone. Inoltre, nel giro di pochi anni, le 200 persone più ricche al mondo hanno raddoppiato la loro ricchezza arrivando a possedere più di un triliardo di dollari. Il risultato fu che, a metà degli anni novanta, la ricchezza delle tre persone più ricche al mondo era più grande del prodotto interno lordo di tutti i paesi meno sviluppati. Queste tendenze si sono accentuate con il passare degli anni: nel 2000 l'1% dei più ricchi raddoppiò il proprio reddito e lo 0,1% dei più ricchi lo triplicò. Il reddito del 99 percentile aumentò dell'87%, mentre il percentile misurato in millesimi, cioè il 999 percentile, aumentò del 497%. C'erano circa 600 miliardi di dollari per i più ricchi negli Stati Uniti in quegli anni. Molto di ciò è attribuibile ai forti aumenti delle retribuzioni degli strati dirigenziali. Per esempio, nel 1987 un top manager guadagnava 1,6 milioni di dollari l'anno, mentre nel 2004 il suo reddito arrivava a 7,6 milioni. E fu proprio questo gruppo sociale, «The Have More» come li ha definiti Bush (quelli che hanno di più, contrapposti ai «The Have Less») a costituire la sua base politica più forte. Naturalmente l'amministrazione Bush non ha esitato a utilizzare il sistema fiscale per ripagare questi «poveracci» dell'aiuto ricevuto, firmando, proprio una settimana fa, una riforma fiscale. Un istituto super partes ha calcolato che la deducibilità fiscale, per coloro (come il sottoscritto) che si trovano al centro della distribuzione gaussiana delle tasse, sarà di 20 dollari l'anno, mentre l'1% dei più ricchi, con redditi di 5 milioni di dollari, risparmierà più di 82.000 dollari all'anno. Queste tendenze non sono esclusive degli Stati Uniti. Un analogo processo di privatizzazione è stato avviato in Messico. Tra il 1988 e il 1992 molte industrie statali messicane sono state privatizzate. Nel 1995, 24 cittadini messicani erano tra le 100 persono più ricche al mondo. Il più ricco di questi, Carlos Slim, era al ventriquattesimo posto in classifica. Nel 2005, il Messico, che è uno dei paesi più poveri al mondo, aveva più miliardari dell'Arabia Saudita. Guardate cosa è successo in ex Unione Sovietica: poco più di cinque anni di privatizzazioni e terapie shock hanno portato a una situazione in cui sette persone controllano circa il 50% dell'economia nazionale. Osservate la situazione in Gran Bretagna: lì, come negli Stati Uniti, l'1% dei più ricchi ha raddoppiato il proprio reddito. La stessa cosa sta accadendo in India e in Cina, paesi in cui si sta verificando un'accumulazione di capitale veramente straordinaria.

Quello che io vorrei sostenere qui oggi è quanto segue: ciò che le banche cercarono di ottenere nel 1975 a New York fu di restaurare il loro potere di classe e, se rileggete attentamente le fonti dell'epoca, potrete constatare che ci riuscirono e non solo a New York, ma in tutto il mondo, e lo fecero nascondendosi dietro una retorica della libertà individuale, di «liberty and freedom». Oggi noi dobbiamo capire come questa retorica sia stata utilizzata e secondo quali obiettivi. Se leggete il primo volume di Das Kapital di Karl Marx, vedrete come quel libro affrontasse il problema degli squilibri derivanti da una società basata su un mercato ipoteticamente perfetto. Cosa può produrre una società come questa? si chiedeva Marx. Essa non potrà che dar luogo a enormi squilibri, da un lato una grande accumulazione di capitale, e dall'altro un'enorme accumulazione di povertà. Se questa ridistribuzione della ricchezza dai poveri ai ricchi è avvenuta dietro una retorica di «liberty and freedom», di libertà estrinseca e intrinseca, allora oggi ci si potrebbe chiedere quali potrebbero essere gli effetti di una recessione economica. Ed è qui che si ritorna all'aspetto, per me è molto importante, del neoimperialismo e, in particolare, dell'accumulazione per espropriazione, organizzata attraverso le crisi finanziarie, il sistema creditizio, e in alcuni casi, tramite l'apparato statale.

Quello che abbiamo tracciato è la storia straordinaria di una lotta di classe che è stata organizzata da un'élite negli Stati Uniti, in Cile, in Messico, in India e che attualmente è in corso in Cina, una lotta destinata a produrre la concentrazione della ricchezza e del potere nelle mani di pochissime persone.

Karl Polani, celebre storico ed economista, ha parlato dell'utopia liberale così come io parlo di quella neoliberale. Polani disse: «L'unico modo in cui l'élite che emergerà da un nuovo ordine sociale sarà in grado di proteggere la propria ricchezza è tramite il ricorso all'autoritarismo e al dominio ottenuto con la violenza fisica, ma comunque con lo sviluppo di idee egemoniche».

Polani fece una previsione, disse che le libertà sarebbero aumentate a dismisura per coloro che avevano sufficiente ricchezza, mentre tutti gli altri avrebbero visto solo un lontano bagliore di quelle libertà.

Ora stiamo lottando per ricostruire quella democrazia che negli anni settanta i banchieri hanno sottratto alla città di New York e che l'FMI tuttora sottrae a tutte le nazioni, una dopo l'altra. Un neoliberismo di tipo autoritario ha definitivamente emarginato nel quadro politico americano un neoliberal come Bill Clinton e questa è una tendenza diffusa a livello internazionale. Credo che oggi si debba formare una lotta democratica per arginare questa tendenza.

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