Copertina
Autore Ethan Hawke
Titolo Mercoledì delle Ceneri
Edizioneminimum fax, Roma, 2003, Sotterranei 58 , pag. 270, cop.fle., dim. 140x190x17 mm , Isbn 88-87765-84-7
OriginaleAsh Wednesday [2002]
TraduttoreMartina Testa
LettoreAngela Razzini, 2004
Classe narrativa statunitense
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Pagina 11

Ecco a voi James Heartsock



Ero al volante di una Chevrolet Nova 370 del '69, quattro cilindri con cerchi in lega e doppio tubo di scappamento. È una macchina coi controcoglioni. Le ho tolto la marmitta, e adesso romba come una Harley. La gente la adora. Mi stavo guardando dal finestrino nello specchietto sul lato del guidatore; lo faccio in continuazione. Guardo dentro qualunque superficie che rifletta. Non è una dote di cui andare fiero, e vorrei essere capace di evitarlo, ma è più forte di me. Sono vanesio come un pavone. È disgustoso. Il più delle volte quando mi guardo allo specchio lo faccio per controllare se ci sono ancora; oppure immagino di essere qualcun altro, un bandito messicano o roba del genere. Perché ho i baffi. Quasi tutti gli uomini coi baffi sembrano un po' froci, ma io no. Però me li tocco troppo. Sto sempre a toccarmeli. Non so neanche perché vi sto raccontando questo, adesso. È che mi guardo in continuazione allo specchio e vorrei evitarlo. Non mi dà assolutamente nessun piacere.

Avevo le dita congelate intorno al volante. Albany a febbraio è un'unica lastra di ghiaccio, nera e fuligginosa. La voce di donna alla radio annunciò l'ora e la temperatura: le otto e quarantadue, meno cinque gradi. Io e Christy avevamo rotto quindici ore prima ed ero in tilt. Avevo indosso la mia uniforme, quella di gala; è fantastica. Le divise militari ti fanno sentire qualcuno, ti fanno sentire di avere uno scopo, anche se non ce l 'hai. Ti senti speciale, parte della tradizione. Non sei una persona qualunque, un civile: sei nobile. Ma tutto questo orgoglio ha un rovescio della medaglia: sono soltanto balle.

Questa è la mia storia.

Gli ordini che avevo erano assurdi, il mio tenente è un testa di cazzo sempre a duemila, una scheggia impazzita. Quella missione in realtà spettava a lui. Dovevo informare la moglie di un tizio che avevano sparato in testa a suo marito. Il nome del disgraziato era soldato semplice Kevin Anderson, e il fattaccio era successo la sera prima davanti al Paradise. Il Paradise è il locale dove vanno tutti i negri: probabilmente sarà stata una faccenda di droga o di cazzeggio sfuggito di mano. Il tizio non lo conoscevo affatto.

Per non dire poi che ero strafatto pure io. Non avevo chiuso occhio, avevo passato la notte a farmi di speed: metanfetamine. Rompere con Christy era stato un errore madornale; l'avevo capito nel momento stesso in cui mi ero voltato per andarmene.

L'esercito è più idiota di quanto possiate mai immaginare. A me e ai miei uomini, il tenente certe volte ci manda in città a fare la guardia ai parcheggi: rafforzamento delle posizioni. Mi sono arruolato perché volevo essere utile a qualcosa. Avevo provato a farmi un paio d'anni di college, alla Kent State, ma era una gran puttanata. Che senso ha pagare tutti quei soldi solo per stare lì a bere birra e beccarsi malattie veneree? Mio padre era stato nell'esercito, e da piccolo disegnavo in continuazione mitragliatrici e soldati che si ammazzavano a tutto spiano, stronzate del genere, e così arruolarmi mi è sembrata una scelta sensata. Ho pensato che fosse il mio destino, ed era vero, ma il fatto che una cosa è il tuo destino non significa necessariamente che andrà bene.

Pensavo che magari un giorno mentre ero in gelateria qualche pazzo schizzato avrebbe tirato fuori un'automatica e cominciato a sparare alla gente, e io sarei stato l'unico capace di fermarlo, l'unico a mostrare segni di eroismo o integrità. Di gente al mondo ce n'è tanta. È difficile trovare un modo per distinguersi. Quando avevo dodici anni, ho costruito una balestra perfettamente funzionante, con tanto di frecce che riuscivo a ficcare negli alberi. È praticamente la cosa più fica che abbia mai fatto.

Ecco, l'unica cosa interessante o notevole di me era la mia macchina. Era un gioiello: carrozzeria argentata, con due belle strisce nere da macchina da corsa che la tagliavano a metà dritto per dritto, proprio al centro. Non ho mai avuto problemi a rimorchiare.

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Lei scosse la testa e continuò a parlare. "Cioè, ti voglio dire, questo. Ogni tanto si sente discutere del fatto se 'siamo' o meno il nostro corpo, oppure se 'siamo' la nostra mente. Ossia, in pratica, che cos'è il nostro spirito?"

Fece una pausa, e io annuii.

"Be', io ti posso dire quello che non siamo. Noi non siamo il nostro corpo, assolutamente. Insomma, in questo momento il mio corpo è come una giostra su cui io non ho il minimo controllo. Vorrei fartelo sentire, cosa mi sta succedendo dentro: vibro come... Non lo so, come la fusoliera di un aereo che precipita. Capito?" Mi sorrise, posò il cucchiaino sul tavolo e si abbracciò la pancia con tutte e due le mani. "Questo corpo che vedi non sono io. Non sono io a fare tutto questo. Sentimi il gomito". Allungò verso di me il braccio piegato per farmelo toccare e, posando le mani sulla sua pelle delicata come il latte, sentii tutta l'articolazione scoppiettare di elettricità.

"Certe volte mi domando se la nostra personalità - cioè quello che noi consideriamo noi stessi - non sia più che altro una specie di radar montato su un aereo. Nel senso che questa nostra coscienza, o come la vogliamo chiamare, sta lì solo per tenere il corpo lontano dai casini, solo per impedirci di andare a sbattere uno contro l'altro". Si chinò in avanti e senza usare le mani bevve un po' di frappé dalla cannuccia. "Ci fissiamo tanto su cose come il nostro nome, il posto dove siamo nati, il nostro paese, la religione. Ma tutte queste sono solo informazioni che ci sono state trasmesse cioè, anche il codice genetico, giusto?" Tese le dita lunghe, quasi deformi, per farmele osservare. "Queste mani sono di mia nonna, ok? Non sono mie. E lo stesso vale per le cose in cui siamo bravi: uno corre velocissimo, quell'altro è portato per la matematica", stava indicando persone a casaccio fra quelle sedute intorno a noi, "insomma, niente di tutto questo è noi".

"D'accordo, Christy, niente di tutto questo è noi", dissi, dando un altro bel morso al mio cheeseburger. Era unto e grasso, questo non posso negarlo, però ragazzi, ve lo giuro, era roba da leccarsi i baffi. Sul serio. Quel locale mi stava dando alla testa. Forse erano tutti i discorsi di Christy, ma per la prima volta forse da anni mi pareva di riempirmi d'aria come un palloncino. Anche Christy sembrava più leggera. Mi piace quando mi parla, a prescindere da che cosa voglia dire; mi piace il semplice fatto che voglia dirmi delle cose. Se il nostro stato d'animo di quel momento era un indizio valido, allora ero sicuro che stavamo facendo bene ad andarcene da Albany. Il solo fatto di trovarmi a chilometri e chilometri di distanza dall'esercito bastava a farmi tornare le spalle nella posizione naturale e il respiro più tranquillo e profondo. La giustapposizione di Times Square lì fuori con il calore e la relativa calma di tutti noialtri dentro il locale mi faceva sentire come se stessimo pranzando al centro della Terra.

La bambina accanto a noi disse a voce alta al padre: "Papà, quando tu eri piccolo e io ero la tua mamma, una volta ti ho portato a teatro. Lo sapevi?" Non riuscii a sentire la risposta.

"Lo sai quanto ho faticato per andarmene dal Texas?", proseguì Christy, coi pensieri che si accavallavano uno sull'altro. Credo che non si fosse neanche accorta della presenza della bambina, di suo padre o della cameriera che ci passava vicino imbronciata. In quel momento per lei esistevo soltanto io. Voleva comunicare. "L'unico mio desiderio era partire per New York. Sono andata alla scuola estiva e ho seguito i corsi facoltativi solo per potermi diplomare con un anno e mezzo di anticipo, e poi cosa ho combinato? Sono venuta qui, mi sono sposata con un ragazzetto alcolizzato che veniva dalla mia città e per tre anni gli ho fatto da balia. Era questo che avevo tanta fretta di fare? Era assurdo. In pratica mi sono data la zappa sui piedi, capisci?"

Avevo sempre pensato questo di Christy, che era come un cipresso che per qualche arcano motivo si rifiutava di voltare completamente i rami verso il sole.

"E non volevo più tornare a casa fino a che non fossi diventata una persona forte. Una persona autorevole, in grado di parlare con esperienza e intelligenza per giustificare il fatto di essersene andata così all'improvviso. Ma non sono diventata quella persona lì. A diciassette anni sono passata davanti a questa stessa vetrina con addosso una giacchetta leopardata, e adesso ne ho otto di più e mi sembra che non mi sia successo niente di importante".

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L'estate dopo il primo anno di università, Jimmy era andato a trovare suo padre a casa. Il padre lo aveva accolto sulla porta con mezza faccia perfettamente rasata e l'altra ancora coperta di schiuma da barba. Era un uomo bellissimo, avrebbe potuto fare l'attore: occhi azzurri profondi e caldi, capelli rossi. Dal soffitto penzolava uno striscione fatto a mano che diceva BENTORNATO A CASA, scritto ad acquarello con una calligrafia da bambino. Sul tavolo una torta di compleanno fatta con il preparato in busta, con uno strato altissimo di glassa e sei o sette candeline non ancora accese. Al tavolo erano seduti due uomini, che fissavano Jimmy senza alcuna espressione. Uno aveva diciannove o vent'anni, solo pochi più di Jimmy, ed era palesemente un ritardato mentale. L'altro era più grande e aveva negli occhi la luce brillante della follia. Jimmy conosceva di vista questo secondo tizio fin da quando era bambino, ma non ci aveva mai parlato. Era il matto del paese, Bill. Mandava un odore che si sentiva a cinque metri di distanza. I bambini del posto avevano tutti paura di lui. Spesso ciondolava davanti al negozio di alimentari parlando da solo, e i giorni feriali, nell'ora di punta, si metteva a dirigere il traffico. Le macchine passavano senza fare attenzione al suo frenetico gesticolare. E adesso Jimmy se lo ritrovava lì, seduto nel soggiorno di suo padre in fervente attesa del taglio della torta.

Le pareti dell'appartamento erano coperte di scritte fatte con pennarelli e altri tipi di inchiostro e vernice, frasi del tipo NON TI ANGOSCIARE, CREA UN LEGAME e CONTROLLA QUI IL TUO EGO, con una freccia che arrivava fino alla porta. In giganteschi, bellissimi caratteri rossi e gialli,

[...]

 


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