Autore Vigdis Hjorth
Titolo Eredità
EdizioneFazi, Roma, 2020, Le strade 432 , pag. 374, cop.fle., dim. 13,8x21,3x2,5 cm , Isbn 978-88-9325-459-5
OriginaleArv og miljø [2016]
TraduttoreMargherita Podestà Heir
LettoreAngela Razzini, 2020
Classe narrativa norvegese












 

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Pagina 9

Mio padre è mancato cinque mesi fa, in un momento che potrebbe definirsi più o meno opportuno a seconda dei punti di vista. Personalmente ritengo che non avrebbe avuto nulla in contrario a morire proprio in quell'istante e in maniera tanto improvvisa, avevo pensato addirittura che si fosse procurato da solo la caduta, quando sono venuta a saperlo, prima di conoscere i dettagli. Assomigliava troppo a quello che si legge nei romanzi per poter essere qualcosa di casuale.

Le settimane antecedenti al suo decesso mio fratello e le mie sorelle avevano discusso ferocemente sull'anticipo dell'eredità, che riguardava la ripartizione delle case al mare che la nostra famiglia possedeva a Hvaler. Solo due giorni prima che nostro padre cadesse, mi ero schierata dalla parte di mio fratello maggiore contro le mie due sorelle più giovani.

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Pagina 78

La lessi a Lars. Ascoltò con grande attenzione. Accidenti, commentò quando ebbi finito, e rimase in silenzio. Lars era padre, Lars aveva un figlio maschio. Accidenti, ripeté pensoso. La neve cadeva. Noi figli maschi vogliamo essere visti da nostro padre, commentò. Si basa tutto su questo. La neve cadeva e il cane correva per acchiappare i fiocchi. E la cosa più importante per un figlio, continuò, essere visto dal proprio padre. La lettera al proprio padre, esclamò.


Rimanemmo in silenzio per un po'. Poi mi disse che anche suo padre era sempre stato abbastanza distaccato. Che molti padri di quella generazione un po' lo erano, che non era come adesso che i papà andavano a vedere i figli giocare a pallamano. Tuo padre era assente soltanto in parte? No, risposi. Perché anche quelli che lo erano entro la norma erano orgogliosi se i propri figli maschi vincevano le gare di vela o di sci di fondo e poi andavano a vantarsi delle vittorie dei propri figli con gli altri padri. Invece il nostro non era mai stato capace di elogiare Bård nemmeno a parole, di pronunciare un aggettivo positivo su di lui. Nostro padre aveva paura. Chi non osa tremare, in realtà, è terrorizzato, e nostro padre non osava farlo, non osava mostrare segni di debolezza. Secondo lui, era da deboli fare un complimento a Bård. Il regime di nostro padre si reggeva sulla paura. Se mio padre avesse mostrato un unico segno di debolezza, sarebbe potuto crollare, ed era proprio questo che temeva nostro padre. Era in grado di accettare Bård soltanto quando quest'ultimo era umiliato e sottomesso, ma Bård non ci voleva stare. A nostro padre non piaceva che suo figlio fosse diventato ricco, anche se i soldi erano il suo metro di misura, perché, nel momento in cui Bård era diventato ricco, nostro padre aveva perso su di lui quel potere che è insito nel denaro.

Sono felice di non essere ricco, commentò Lars.

Sicuramente mio padre si è ammorbidito con gli anni, dissi, era quella l'impressione che avevo, ma si è chiuso nei confronti di Bård e non è in grado, o non vuole, riaprirsi.


Bård non ha preso in considerazione il peggio, continuai. Ha citato soltanto i sintomi. Probabilmente è troppo difficile affondare il coltello, perché in tal caso sarebbe costretto a ritornare bambino.

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Pagina 88

Klara era stata mollata, Klara era depressa, Klara era quasi al verde, aveva bisogno di aria nuova.

Avevo cominciato il master in Scienze del teatro senza chiedere il prestito allo studio, ero sposata con un uomo benestante, buono e affidabile, ma sfortunatamente ero innamorata di un professore universitario sposato, che sarebbe rimasto sposato, capii, anche se aveva avuto una relazione con me, anche se aveva relazioni con molte altre donne. Mi giungevano in continuazione voci sulle storie che l'uomo che amavo aveva con altre, e questo mi addolorava come se lui fosse stato mio marito, perché l'amore è come un chirurgo che opera intorno al cuore. Non riuscivo a sopportare l'infedeltà di quell'uomo sposato e, allo stesso tempo, non ero in grado di rimanere sposata con un uomo gentile e come si deve, perché provavo quei sentimenti nei confronti dell'altro. Dovevo divorziare, anche se mia madre diceva che bisognava pensare ai figli. Io pensavo ai miei figli, che avevano sette, sei e tre anni, ma dovevo divorziare perché non potevo condividere il letto con un marito gentile e a modo, quando continuavo a pensare incessantemente all'altro e desideravo essere a letto con lui, quando soffrivo per l'infedeltà dell'uomo sposato verso la moglie e il nostro amore. Come potevo? Che cosa c'era di sbagliato in me, che amavo un uomo notoriamente infedele, invece di mio marito buono e fedele? Quanto c'era di sbagliato in me, che criticavo e redarguivo mio marito, un uomo gentile e affidabile, e lo distruggevo? Era quello che sentivo, ero cattiva. Pensavo male di lui, immaginandomi che la notte si recasse in camera della nostra primogenita, mentre invece si era semplicemente addormentato davanti al televisore. Quanto c'era di sbagliato in me, visto che avevo pensieri simili?

Dovevo divorziare, non avevo scelta. Avevo perso l'uomo sposato che non riuscivo a lasciar andare e avrei perso l'uomo gentile che dovevo lasciar andare, perché si meritava una donna migliore di me. Mi preparavo alla perdita e andavo da Klara, che era a letto e tremava e aveva realizzato che suo padre si era tolto la vita. Di colpo aveva capito che suo padre non era annegato, ma si era annegato. Quanta differenza può fare una piccola parola composta da due lettere. Klara era stata a una festa di famiglia e inavvertitamente aveva sentito le sorelle del padre bisbigliare tra di loro, mentre lei si trovava dietro una porta e stava mettendo a posto i vestiti: se soltanto Nils Ole non si fosse annegato. Quella frase l'aveva dilaniata come la lama di un coltello, intorno al cuore e intorno alla gola, e tutti i tasselli erano andati al loro posto. Tutto quello che era stato nebbia e confusione era diventato improvvisamente chiaro, doloroso, come dei coltelli che trapassano la carne, come un pezzo di vetro acuminato conficcato nell'occhio, come gli strali del ghiaccio che penetrano il corpo. Si era annegato. Era entrato in acqua e si era spinto al largo, si era annegato, non era caduto da nessun pontile, non era ubriaco. Era sobrio, era entrato in acqua, sobrio e con uno scopo preciso: morire. Anche se Klara aveva solo sette anni, suo padre aveva scelto di annegare e separarsi per sempre da lei: a che cosa stava pensando mentre si toglieva la vita e si staccava da Klara, mentre entrava in acqua per non rivederla mai più? Quanta disperazione doveva avere dentro: ma come poteva essere così disperato se Klara esisteva, ed era felice, e gli voleva bene, e aveva soltanto sette anni?

Tutti lo sapevano, tranne lei. Era il segreto di famiglia di cui si vergognavano e che non veniva mai nominato, che non volevano raccontare a lei, la figlia. In un certo senso, quando lo aveva saputo, era stata una liberazione, perché aveva sempre intuito che ci fosse qualcosa di terribilmente sbagliato, ma credeva che in lei ci fosse qualcosa che non andava. Invece non era così. Lui si era annegato.

Lei non era più in grado di rimanere qui ancora a lungo, mi disse, doveva cambiare aria.

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Pagina 117

La seconda volta che incontrai Bo Schjerven fu al banco del check-in a Fornebu. Lui e io saremmo andati in Slovacchia per parlare alle neonate organizzazioni di scrittori di quel paese del modello norvegese. Bo rappresentava Den norske Forfatterforening, l'associazione degli scrittori norvegesi, io Norsk Tidsskriftforum, l'associazione delle riviste norvegesi, dove ero stata eletta nel consiglio direttivo su proposta di Klara, che faceva da vicepresidente nel comitato elettorale. Era l'ultima cosa che aveva fatto prima di trasferirsi a Copenaghen. L'invito a recarsi in Slovacchia era stato presentato al direttivo nel corso della prima riunione a cui partecipavo e, dal momento che non ci poteva andare nessun altro, avevo accettato di buon grado di farlo io - volevo andarmene via.


Nei sette mesi trascorsi da quando avevo conosciuto Bo Schjerven nel foyer di Det Norske Teater, la mia vita era cambiata completamente. Ero andata a vivere da sola, avevo l'affidamento condiviso dei figli, avevo dovuto fare i conti con un'ammissione terrificante che aveva rappresentato una svolta fondamentale, avevo messo i miei genitori davanti alle loro responsabilità, avevo perso la mia famiglia primaria, ero entrata in analisi. Arrivavo direttamente da una seduta psicoanalitica, inquieta e scossa, e, dopo aver ultimato le varie formalità al banco degli imbarchi, io e Bo Schjerven andammo nella caffetteria della sala partenze, dove raccontai tutto a Bo, che rimase partecipe in ascolto.


Ero lacerata e infelice, sotto shock e in lutto, ma avevo cominciato a fare delle sedute di psicoanalisi, avevo compiuto un passo in direzione del cambiamento, avevo iniziato un processo, seppur doloroso e irto di pericoli. Ero riuscita ad alzarmi, farmi la doccia e vestirmi, lavarmi i denti e preparare la valigia, mi ero ricordata il passaporto e i soldi, incredibile, era come con i panni da lavare. Ero stata capace di presentarmi a Fornebu al banco del check-in con Bo Schjerven e di salire con lui sull'aereo diretto in Slovacchia. Tutto era bianco. Le nuvole erano bianche, il cielo sopra le nuvole era di un blu tendente al bianco, bevemmo vino bianco ed eravamo leggeri e quasi trasparenti come l'aria. Una volta atterrati, ci vennero a prendere con un pullmino bianco e ci portarono in un castello bianco dentro un parco circondato da ciliegi in fiore. La camera era bianca, il letto bianco, la mattina bianca, il pane e le notti bianche, i poeti slovacchi erano pallidi in volto. Come sarebbe andata a finire con loro? Come sarebbe andata a finire con tutti noi? Bevevamo acquavite trasparente e ci sdraiavamo svegli sull'erba resa bianca dai fiori di ciliegio, mentre i poeti slovacchi recitavano poesie incomprensibili indubbiamente bianche, Bo ballava sotto gli alberi, Bo era diventato un angelo, completamente bianco. Quando ci svegliavamo in tarda mattinata, sulla tovaglia bianca, in quella grande sala da pranzo luminosa e dipinta di bianco, c'erano formaggio bianco e latte bianco con pane bianco. Allora era possibile sperimentare due stati d'animo diversi. Sentirmi infelice, scossa e turbata nel profondo e, allo stesso tempo, vivere momenti di felicità, forse in modo ancora più intenso per via di quella infelicità di fondo, e non solo per attimi, ma per ore, o, come in Slovacchia, per due giorni e notti di fila.

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Pagina 138

Åsa e Astrid, zia Unni e zia Sidsel si presero cura di mia madre. Pernottarono a turno in Bråteveien, in modo che non rimanesse sola. Ringraziai Astrid per la loro disponibilità, le chiesi di salutarmi mia madre. Erano in Bråteveien, rispose, potevo pure passare di lì. Non presi neanche in considerazione l'ipotesi. Provai quasi subito un certo sollievo. Quasi subito pensai che la nausea e il vomito della notte intercorsa tra la caduta e il giorno del decesso avessero a che fare con la paura inconsapevole di una degenza più lunga. Mio padre paralizzato in una casa di cura per anziani per parecchi anni, come mi sarei comportata in quel caso? In caso di lunga degenza mi avrebbe convocato e sarei stata costretta a scegliere tra il non andarci, e deluderlo, o l'andarci, e rimanere delusa. Non credevo affatto che mio padre mi avrebbe concesso quello che volevo, un'ammissione e le sue scuse. Se mi fossi recata da mio padre con quella speranza, sarei rimasta delusa come era avvenuto in passato. Avevo sperato così a lungo, così invano, avevo bussato così tante volte alla porta immaginaria di mio padre e mia madre, ero rimasta davanti alla loro porta immaginaria sperando che si aprisse, che la mia storia venisse accolta, che io venissi accolta, fatta entrare, ma non era successo, non avevano aperto, la porta era rimasta chiusa e mi ero sentita delusa, triste, mentre rimanevo sulla soglia e bussavo a quella porta, poi avevo smesso di farlo, di sperare, avevo girato i tacchi e me n'ero andata, adesso in un certo senso ero libera. Non ci sarei andata, sarei stata forte, speravo, e come Solveig a Peer Gynt gli avrei detto: È troppo tardi. Ma Astrid e mia madre avrebbero insistito, mi avrebbero messo sotto torchio, accusandomi di tormentare un uomo malato, paralizzato e impotente che non aveva altro desiderio se non riconciliarsi con la sua primogenita. In questo modo la figlia avrebbe fatto finta che quello che lei aveva subito non fosse mai successo, come potevo negarglielo? Come se la mia fosse una questione di principio, come se non si trattasse di sentimenti, i più profondi. Mi avrebbero accusato, sarebbe stato molto spiacevole e, se la degenza fosse durata a lungo, avrei subito le pressioni di Astrid e Åsa che avrebbero preteso che io le aiutassi con nostra madre, che le aiutassi nel duro lavoro di accudire nostro padre, e io avrei rifiutato e loro si sarebbero infuriate e avrebbero raccontato a tutti nonché al personale della casa di cura della mia incapacità di prendermi cura degli altri, invece tutto questo non avvenne, mio padre era morto, mio padre non c'era più. Mi sentii sollevata, mi resi conto di avere avuto molta paura di mio padre, ma quella paura adesso era scomparsa perché non dovevo più temere che in qualsiasi momento potesse succedere qualcosa di sgradevole. Mio padre era morto. I rimproveri, le accuse, le frecciate, guardati allo specchio e vedrai una psicopatica, adesso tutto questo non sarebbe più successo, mio padre era morto. Mio padre non poteva più farmi niente. A dire il vero negli ultimi anni non accadeva più, non avvertivo più lo stesso timore per lui, o forse non era così, forse la paura si era sedimentata nel corpo. È difficile liberarsi dal terrore che si prova per un leone aggressivo e imprevedibile, ma adesso il leone era morto.

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