Copertina
Autore Eric Hobsbawm
Titolo Come cambiare il mondo
SottotitoloPerché riscoprire l'eredità del marxismo
EdizioneRizzoli, Milano, 2011 , pag. 482, cop.ril.sov., dim. 14x22,5x4,3 cm , Isbn 978-88-17-04970-2
OriginaleHow to Change the World [2011]
TraduttoreLeonardo Clausi
LettoreRiccardo Terzi, 2012
Classe storia contemporanea , politica , economia politica , movimenti
PrimaPagina


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Indice


Prefazione                                                7

                        PARTE PRIMA
                       MARX ED ENGELS

 1. Marx oggi                                            11

 2. Marx, Engels e il socialismo premarxiano             24

 3. Marx, Engels e la politica                           56

 4. Sulla Situazione della classe operaia in Inghilterra
    di Engels                                            96

 5. Sul Manifesto del partito comunista                 108

 6. Scoprire i Grundrisse                               127

 7. Marx e le formazioni precapitalistiche              133

 8. Le fortune degli scritti di Marx ed Engels          180


                       PARTE SECONDA
                        IL MARXISMO

 9. Il dottor Marx e i critici vittoriani               203

10. L'influenza del marxismo, 1880-1914                 215

11. Nell'epoca dell'antifascismo, 1929-1945             263

12. Gramsci                                             315

13. La ricezione di Gramsci                             334

14. L'influenza del marxismo, 1945-1983                 344

15. Il marxismo in recessione, 1983-2000                384

16. Marx e il movimento operaio: il secolo lungo        398


Note                                                    421
Date e fonti delle pubblicazioni originali              465
Indice dei nomi                                         471


 

 

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Pagina 11

1
Marx oggi



I


Nel 2007 — a meno di due settimane dall'anniversario della morte di Karl Marx (14 marzo) e a due passi dal luogo che più di ogni altro a Londra è associato al suo nome, cioè la Round Reading Room (la sala di lettura circolare) del British Museum — si è svolta un'edizione della Jewish Book Week. Due socialisti assai diversi tra loro, Jacques Attali e io, erano lì per porgergli i loro rispetti postumi. E tuttavia, considerando l'occasione e la data, si trattava di una circostanza doppiamente inaspettata. Non si può certo dire che Marx mori nel 1883 fallendo nei suoi intenti, perché i suoi scritti avevano cominciato ad avere un forte impatto in Germania e in particolare tra gli intellettuali russi; inoltre, i suoi seguaci erano già avviati a conquistare il movimento operaio tedesco. Ma nel 1883 ciò che aveva pubblicato non sembrava così rilevante. Aveva scritto alcuni brillanti pamphlet e lo scheletro di un'imponente opera incompiuta, Das Kapital (Il capitale), nella quale non aveva progredito granché nell'ultima decade della sua esistenza. A un visitatore che gli chiedeva delle sue opere, aveva risposto con amarezza: «Quali opere?». La sua maggiore impresa politica dal fallimento della rivoluzione del 1848, la cosiddetta Prima Internazionale del 1864-73, era naufragata. Nella politica e nella vita intellettuale della Gran Bretagna, Paese nel quale aveva trascorso oltre metà della vita da esule, non aveva raggiunto una posizione di rilievo.

Eppure che straordinario successo postumo! A venticinque anni dalla sua scomparsa, i partiti operai europei fondati in suo nome, o che in lui si riconoscevano, ottenevano tra il 15 e il 47 per cento dei voti nei Paesi con elezioni democratiche, con l'unica eccezione della Gran Bretagna. Dopo il 1918 molti divennero partiti di governo, non solo di opposizione, e tali rimasero dopo la fine del fascismo; in seguito però per la maggior parte si mostrarono ansiosi di sconfessare la propria ispirazione originaria. Esistono ancora tutti. Nel frattempo i discepoli di Marx fondavano gruppi rivoluzionari in Paesi non democratici e del Terzo mondo. Settant'anni dopo la morte di Marx, un terzo della razza umana era governato da regimi guidati da partiti comunisti che affermavano di rappresentare le sue idee e di realizzare le sue aspirazioni. Ben più del 20 per cento lo è ancora, quantunque i relativi partiti al potere abbiano, salvo rare eccezioni, cambiato notevolmente le loro politiche. Insomma, se c'è un pensatore che ha lasciato un forte e indelebile segno nel XX secolo, ebbene, questi è lui. Si entri nel cimitero di Highgate, dove sono seppelliti i Marx e Spencer del XIX secolo – Karl Marx e Herbert Spencer –, le tombe curiosamente poco distanti l'una dell'altra. In vita, Herbert era considerato l'Aristotele dell'epoca, Karl, invece, un uomo qualunque che viveva nella parte bassa di Hampstead grazie all'aiuto finanziario di un amico. Oggi nessuno sa che lì riposa Spencer, mentre anziani pellegrini dal Giappone e dall'India si recano a visitare la tomba di Karl Marx e comunisti in esilio dall'Iran e dall'Iraq insistono per essere sepolti alla sua ombra.

L'epoca dei regimi e dei partiti comunisti di massa è giunta al termine con il crollo dell'Unione Sovietica, poiché anche laddove questi ancora sopravvivono – come in Cina e in India – di fatto hanno abbandonato il vecchio progetto del marxismo leninista. E quando ciò è accaduto, Karl Marx si è ritrovato nuovamente in una terra di nessuno. Il comunismo si era proclamato suo unico erede, e le sue idee erano ampiamente identificate con esso. Persino le tendenze marxiste o marxiste-leniniste dissidenti che si erano guadagnate spazi qua e là dopo che Krusciov aveva denunciato Stalin nel 1956 erano quasi certamente scissioni di gruppi ex comunisti. Così, per buona parte dei primi vent'anni dal centenario della sua morte, Marx è diventato un «uomo di ieri», con il quale non vale più la pena di perdere tempo. Qualche giornalista ha addirittura affermato che l'incontro di quella sera era servito a tirarlo fuori dai «bidoni dell'immondizia della storia». Eppure oggi Marx è, ancora una volta e più che mai, un pensatore per il XXI secolo.

Non credo si debba attribuire eccessiva importanza al sondaggio della Bbc che ha visto gli ascoltatori radiofonici giudicarlo, tramite un voto, il massimo filosofo di tutti i tempi; tuttavia, se digitate il suo nome su Google, constaterete che rimane la più vasta delle grandi presenze intellettuali, superato solo da Darwin ed Einstein, ma ben davanti ad Adam Smith e Freud.

Questo, a mio avviso, per due ragioni. La prima è che la fine del marxismo ufficiale dell'Urss ha liberato Marx dalla pubblica identificazione con il leninismo nella teoria e con i regimi leninisti nella pratica. Divenne abbastanza chiaro che c'erano ancora molti buoni motivi per prendere in considerazione quanto Marx aveva da dire. In particolare – e questa è la seconda ragione – perché il mondo capitalistico globalizzato emerso negli anni Novanta per certi aspetti cruciali ricordava incredibilmente quanto anticipato da Marx nel Manifesto del partito comunista. Questo apparve evidente in occasione della pubblica reazione al 150° anniversario di questo straordinario piccolo pamphlet nel 1998, che fu, incidentalmente, un anno di drammatici rivolgimenti nell'economia globale. Paradossalmente, questa volta a riscoprirlo furono i capitalisti, non i socialisti: questi ultimi erano troppo demoralizzati per dare importanza alla ricorrenza. Ricordo il mio stupore quando fui avvicinato dal direttore della rivista di bordo della United Airlines, i cui lettori sono per l'80 per cento viaggiatori d'affari americani. Avevo scritto un articolo sul Manifesto, e lui, ritenendo che i suoi lettori sarebbero stati interessati a un dibattito sull'argomento, mi chiese il permesso di utilizzarne una parte. Rimasi ancora più sorpreso quando, durante un pranzo intorno al volgere del secolo, George Soros mi domandò che cosa ne pensassi di Marx. Ben consapevole della distanza fra le nostre due posizioni, volendo evitare un contraddittorio, diedi una risposta ambigua. «Quell'uomo» disse Soros «ha scoperto centocinquant'anni fa qualcosa sul capitalismo di cui dobbiamo tenere conto.» E così fece. Poco dopo, autori che, per quanto ne so, non erano mai stati comunisti tornarono a prenderlo sul serio, come dimostra il caso del nuovo saggio biografico di Jacques Attali. Anche Attali ritiene che Karl Marx abbia ancora parecchio da dire a chi vorrebbe una società migliore e diversa da quella odierna. Θ bene ricordarsi che anche da questo punto di vista oggi bisogna tenere in considerazione Marx.

Nell'ottobre del 2008, dopo che il «Financial Times» ebbe pubblicato in prima pagina un articolo dal titolo Capitalism in Convulsion (Capitalismo in subbuglio), non si poteva dubitare oltre che Marx fosse rientrato in scena. Ed è improbabile che possa uscirne, proprio ora che il capitalismo globale sta attraversando la sua crisi più grave dall'inizio degli anni Trenta. D'altro canto, il Marx del XXI secolo sarà certamente assai diverso da quello del XX.

Quello che si pensava di Marx nel secolo scorso era fortemente condizionato da tre fatti. Il primo era la divisione tra i Paesi che si ponevano come obiettivo la rivoluzione e quelli che non se lo ponevano, ossia — parlando in termini molto generali — i Paesi del capitalismo sviluppato delle regioni del Nord Atlantico e del Pacifico e gli altri Stati. Il secondo fatto era una conseguenza del primo: l'eredità di Marx si biforcava naturalmente in un percorso socialdemocratico e riformista e in uno rivoluzionario, stradominato dalla Rivoluzione russa. Questo divenne chiaro dopo il 1917 a causa del terzo fatto: il collasso del capitalismo e della società borghese del XIX secolo in quella che ho definito «Età della catastrofe», diciamo tra il 1914 e la fine degli anni Quaranta. Questa crisi fu tanto severa da generare molti dubbi circa la capacità di ripresa del capitalismo. Non era forse destinato a essere sostituito da un'economia socialista, come il tutt'altro che marxista Joseph Schumpeter aveva previsto negli anni Quaranta? In realtà il capitalismo si riprese, ma non nella sua vecchia forma. Allo stesso tempo, in Urss l'alternativa socialista appariva immune da crolli. Tra il 1929 e il 1960 non sembrava irragionevole credere, anche ai molti non socialisti che disapprovavano il lato politico di questi regimi, che il capitalismo fosse sul punto di esaurire le energie e l'Urss invece ne avesse in abbondanza. Nell'anno dello Sputnik questo non pareva assurdo: che lo fosse, divenne lampante dopo il 1960.

Questi eventi, e le relative implicazioni nella politica e nella teoria, appartengono al periodo successivo alla morte di Marx ed Engels. Esulano dal raggio dell'esperienza di Marx e delle sue valutazioni. Il nostro giudizio sul marxismo del XX secolo non è basato sul pensiero dello stesso Marx, bensì su interpretazioni postume o revisioni dei suoi scritti. Al massimo possiamo affermare che alla fine degli anni Novanta dell'Ottocento, durante quella che fu la prima crisi intellettuale del marxismo, la generazione di marxisti che era stata in contatto personale con Marx, o più probabilmente con Friedrich Engels , anticipava la discussione su alcune delle questioni che sarebbero diventate importanti nel XX secolo, in special modo il revisionismo, l'imperialismo e il nazionalismo. Gran parte della successiva discussione marxista è specifica del XX secolo e non si trova in Karl Marx, specialmente il dibattito su come potrebbe o dovrebbe essere realmente un'economia socialista, che emerse in larga misura dall'esperienza delle economie di guerra del 1914-18 e dalle crisi rivoluzionarie o quasi rivoluzionarie postbelliche.

Quindi, l'affermazione che il socialismo fosse superiore al capitalismo come strumento per assicurare il più rapido sviluppo delle forze di produzione difficilmente si potrebbe attribuire a Marx. Appartiene all'era in cui l'economia capitalista in crisi fra le due guerre mondiali era messa a confronto con l'Urss dei Piani quinquennali. In realtà, quello che Karl Marx aveva asserito non era che il capitalismo avesse raggiunto i limiti della sua capacità di incrementare le forze di produzione, ma che il ritmo frastagliato di crescita capitalistica produceva periodiche crisi di sovrapproduzione che si sarebbero, prima o poi, dimostrate incompatibili con un modo capitalistico di governare l'economia, generando conflitti sociali ai quali esso non sarebbe sopravvissuto. Il capitalismo era per sua natura incapace di configurare la susseguente economia di produzione sociale. Questa, presumeva Marx, sarebbe stata necessariamente socialista.

Perciò, non sorprende che il «socialismo» fosse il fulcro dei dibattiti e delle valutazioni del XX secolo su Karl Marx. Non tanto perché il progetto di un'economia socialista sia specificamente marxista, e non lo è, ma perché tutti i partiti d'ispirazione marxista condividevano un simile progetto, e quelli comunisti affermavano di averlo effettivamente attuato. Nella forma realizzata nel XX secolo questo progetto è defunto. Il «socialismo» così come è stato applicato in Urss e in altre «economie pianificate centralisticamente», vale a dire economie teoricamente prive di mercato, di proprietà dello Stato e a dirigismo economico controllato, è finito e non tornerà più. Le aspirazioni socialdemocratiche a creare economie socialiste erano sempre state ideali per il futuro, ma alla fine del secolo furono abbandonate anche come ambizioni formali.

Quanto del modello socialista pensato dai socialdemocratici e quello istituito dai regimi comunisti era marxiano? Qui il punto cruciale è come Marx si sia deliberatamente astenuto da dichiarazioni specifiche sull'economia e sulle istituzioni economiche del socialismo, senza dire nulla sulla forma concreta della società comunista, se non che questa non poteva essere costruita o programmata, ma si sarebbe evoluta da una società socialista. Simili commenti generali sull'argomento, come quelli che Marx fece sui socialdemocratici tedeschi nella Critica al Programma di Gotha, fornivano a malapena precise direttive ai suoi successori, e in effetti non si dava molto peso a quello che si considerava sarebbe stato solo un problema accademico o un esercizio utopistico fino alla rivoluzione. Era sufficiente sapere che questa si sarebbe basata, per citare la famosa Clausola 4 della costituzione del Partito laburista, «sulla proprietà comune dei mezzi di produzione», che di solito si riteneva di poter ottenere con la nazionalizzazione delle industrie del Paese.

Θ piuttosto curioso che la prima teoria di un'economia socialista centralizzata non sia stata elaborata dai socialisti, bensì da un economista italiano non socialista, Enrico Barone, nel 1908. Nessun altro ci aveva pensato, prima che la questione della nazionalizzazione delle industrie private figurasse nei programmi della politica pratica al termine della Prima guerra mondiale. A quel punto, i socialisti dovettero affrontare i loro problemi abbastanza impreparati e privi di una guida dal passato (e di qualunque altra guida, se è per questo).

La «pianificazione» è implicita in qualsiasi tipo di economia socialmente gestita, tuttavia Marx non aveva detto nulla di concreto in proposito, e ciò che venne sperimentato nella Russia sovietica dopo la rivoluzione fu perlopiù frutto di improvvisazione. Nella teoria, lo si realizzò coniando concetti (come l'analisi delle interdipendenze strutturali e settoriali di Leontief) e fornendo apposite statistiche, strumenti che vennero più tardi largamente adottati da economie non socialiste. Nella pratica, si seguì l'esempio delle altrettanto improvvisate economie di guerra del primo conflitto mondiale, specialmente quella tedesca, forse con un'attenzione particolare all'industria elettrica, sulla quale Lenin veniva informato da simpatizzanti politici presenti tra i funzionari delle aziende elettriche tedesche e americane. L'economia di guerra rimase il modello base dell'economia pianificata sovietica, vale a dire un'economia che fissa certi obiettivi in anticipo – industrializzazione ultrarapida, vincere una guerra, fabbricare una bomba atomica o portare l'uomo sulla luna – e poi per conseguirli elabora una pianificazione destinando loro le risorse, quali che siano i costi a breve termine. Non c'è nulla di esclusivamente socialista in questo. Si può lavorare verso obiettivi a priori con un grado più o meno alto di sofisticazione, ma l'economia sovietica non andò mai oltre. E pur provandoci dagli anni Sessanta in poi, non riuscì mai a uscire dall'intrinseco paradosso di tentare di inserire i mercati in una struttura burocratica dirigista.

La socialdemocrazia modificò in maniera diversa il marxismo, o posponendo la realizzazione di un'economia socialista, oppure, più positivamente, escogitando forme differenti di economia mista. Fintanto che i partiti socialdemocratici rimasero fedeli alla creazione di un'economia pienamente socialista, una certa riflessione sull'argomento era implicita. Il pensiero più interessante giunse da studiosi non marxisti come i fabiani Sidney e Beatrice Webb, i quali immaginarono una graduale trasformazione del capitalismo in socialismo attraverso una serie di riforme irreversibili e cumulative, e che quindi ragionarono politicamente sulla forma istituzionale del socialismo, sorvolando però sulle connesse attività economiche. Il principale «revisionista» marxiano, Eduard Bernstein, si trasse d'impaccio insistendo sul fatto che il movimento riformista era tutto e che lo scopo finale non aveva una valenza pratica. Di fatto, molti partiti socialdemocratici che salirono al governo dopo la Prima guerra mondiale, si accontentarono della politica revisionista, lasciando l'economia capitalistica effettivamente libera di operare, purché soddisfacesse alcune richieste dei lavoratori. Il testo classico di questo atteggiamento era The Future of Socialism (1956) di Anthony Crosland, in cui si sosteneva che dal momento che il capitalismo post-1945 aveva risolto il problema di produrre una società dell'abbondanza, l'impresa pubblica (nella versione classica delle nazionalizzazioni o in altre forme) non era necessaria e che l'unico compito dei socialisti era di assicurare un'equa distribuzione della ricchezza nazionale. Tutto questo era ben lontano da Marx, e certamente dall'idea tradizionale del socialismo come di una società essenzialmente non di mercato, che con ogni probabilità anche lo stesso Marx condivideva.

Aggiungo solo che il più recente dibattito fra i neoliberisti economici e i loro critici in merito al ruolo dello Stato e delle imprese pubbliche non è in linea di principio specificamente marxista, e nemmeno socialista. Fin dagli anni Settanta, si fonda sul tentativo, di applicare alla realtà economica una degenerazione patologica della teoria del laissez faire, attraverso il sistematico abbandono da parte degli Stati di qualsiasi regolamentazione o controllo delle attività delle imprese che realizzano profitti. Questo tentativo di consegnare la società umana a un mercato (presumibilmente) autocontrollato e capace di massimizzare le ricchezze – e perfino il welfare –, popolato da attori (presumibilmente) dediti alla cura ragionevole dei propri interessi, non aveva precedenti in nessuna fase anteriore dello sviluppo capitalistico in nessuna economia sviluppata, neppure negli Stati Uniti. Era una reductio ad absurdum di quelle che i suoi ideologi vedono in Adam Smith , così come l'altrettanto estremistico dirigismo economico al cento per cento statale dell'Urss lo era di ciò che i bolscevichi vedevano in Marx. Non c'è da stupirsi se questo «integralismo del mercato», più vicino alla teologia che alla realtà economica, è anch'esso fallito.

La scomparsa delle economie centralizzate statali e quella virtuale dell'idea di una società fondamentalmente trasformata dalle aspirazioni degli scoraggiati partiti socialdemocratici hanno messo a tacere gran parte dei dibattiti del XX secolo sul socialismo. Questi erano abbastanza lontani dal pensiero di Marx, sebbene fossero in massima parte da lui ispirati e condotti nel suo nome. D'altro canto, sotto tre aspetti Marx continuava a esercitare un'influenza enorme: come pensatore economico, come pensatore e analista della storia e come padre fondatore riconosciuto (assieme a Ιmile Durkheim e Max Weber ) del pensiero moderno sulla società. Non sono qualificato per esprimere un'opinione sulla sua perdurante, ma senz'altro seria, rilevanza come filosofo. Ciò che di sicuro non ha mai perduto di attualità è la visione marxiana del capitalismo, come sistema storicamente temporaneo dell'economia umana, e la sua analisi del modus operandi di quest'ultimo, costantemente in espansione e concentrazione, generatore di crisi e autotrasformante.

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II


Qual è oggi l'importanza di Marx? Il modello di socialismo di tipo sovietico, l'unico tentativo finora di costruire un'economia socialista, non esiste più. D'altra parte si è avuto un enorme e accelerato progresso nell'ambito della globalizzazione e della pura e semplice capacità di generare ricchezza degli esseri umani. Questo ha ridotto il potere e la portata dell'azione sociale ed economica degli Stati-nazione, e dunque delle politiche classiche dei movimenti socialdemocratici, che consistevano innanzitutto nell'esercitare pressioni sui governi nazionali affinché venissero introdotte alcune riforme. Data la rilevanza assunta dall'integralismo del mercato, tale progresso ha inoltre generato un'estrema disuguaglianza economica all'interno dei Paesi e tra le regioni, e ha riportato l'«elemento catastrofe» nel ritmo ciclico basilare dell'economia capitalistica, inclusa quella che è diventata la crisi globale più seria dagli anni Trenta del Novecento.

La nostra capacità produttiva ha consentito, almeno potenzialmente, a moltissimi esseri umani di lasciare il regno della necessità per quello del benessere, dell'istruzione che consente scelte di vita prima inimmaginabili, sebbene la maggioranza della popolazione mondiale debba ancora accedervi. Eppure per gran parte del XX secolo i movimenti e i regimi socialisti hanno operato essenzialmente all'interno di questo regno della necessità, anche nei Paesi ricchi dell'Occidente, dove una società del benessere era sorta nel ventennio successivo al 1945. Nell'ambito di quest'ultima, tuttavia, l'obiettivo di assicurare alla popolazione cibo adeguato, vestiario, un'abitazione, un lavoro che fornisca un reddito e un sistema di welfare che la tuteli dai rischi della vita, benché necessario, non costituisce più un programma sufficiente per i socialisti.

Vi è poi un terzo, negativo sviluppo. Dal momento che la spettacolare espansione dell'economia globale ha minato l'ambiente, il bisogno di controllare la crescita economica illimitata è diventato sempre più urgente. C'è un conflitto evidente tra l'esigenza di invertire, o almeno di frenare, l'impatto della nostra economia sulla biosfera e gli imperativi di un mercato capitalistico: massima crescita continua alla ricerca del profitto. Questo è il tallone d'Achille del capitalismo. E al momento non possiamo sapere quali dardi gli saranno fatali.

E dunque, come dobbiamo considerare Marx oggi? Come un pensatore per tutta l'umanità e non soltanto per una parte di essa? Certamente. Come un filosofo? Come un analista economico? Come un padre fondatore della scienza sociale moderna e una guida per la comprensione della storia umana? Anche, ma l'aspetto di Marx che Attali ha giustamente sottolineato è il suo pensiero universalmente onnicomprensivo. Non è «interdisciplinare» nel senso convenzionale del termine, bensì integra tutte le discipline. Come scrive Attali: «I filosofi prima di lui hanno pensato l'uomo nella sua totalità, ma lui fu il primo a comprendere il mondo come un tutt'uno che è allo stesso tempo politico, economico, scientifico e filosofico».

Θ perfettamente ovvio che molto di quello che ha scritto è datato e in parte non è, o non è più, accettabile. Θ altrettanto evidente che i suoi scritti non formano un corpus finito ma sono, come tutto il pensiero degno di questo nome, un interminabile work in progress. Nessuno lo trasformerà più in dogma, e tanto meno in un'ortodossia rafforzata istituzionalmente; una cosa simile avrebbe di certo scioccato lo stesso Marx. Ma dovremmo anche respingere l'idea che ci sia una netta differenza tra un marxismo «corretto» e uno «scorretto». Il suo metodo d'indagine poteva produrre risultati e prospettive politiche differenti. Accadde a Marx stesso, che immaginò una possibile transizione pacifica al potere in Gran Bretagna e Olanda, e la possibile evoluzione della comunità rurale russa nel socialismo. Kautsky e anche Bernstein erano eredi di Marx tanto quanto (o, se preferite, poco quanto) Plechanov e Lenin. Per questo sono scettico circa la distinzione operata da Attali tra un vero Marx e una serie di successivi semplificatori e falsificatori del suo pensiero: Engels, Kautsky, Lenin. Era legittimo per i russi, i primi attenti lettori del Capitale, guardare alle sue teorie come a un modo per condurre Paesi come il loro fuori dall'arretratezza e verso la modernità attraverso lo sviluppo economico di tipo occidentale, così come era legittimo per lo stesso Marx chiedersi se una transizione diretta verso il socialismo potesse o meno aver luogo sulla base delle comunità rurali russe. Casomai questo era probabilmente più in sintonia con l'uso generale del pensiero di Karl Marx. L'argomentazione contraria all'esperimento sovietico non asseriva che il socialismo potesse essere realizzato solo dopo che tutto il mondo fosse diventato capitalista, che non è ciò che Marx ha detto (né si può affermare con certezza che lo pensasse). Era empirica, sosteneva cioè che la Russia fosse troppo arretrata per produrre nient'altro che la caricatura di una società socialista, un «impero cinese in rosso», come si dice avesse ammonito Plechanov. Questo nel 1917 avrebbe riscosso lo stragrande consenso di tutti i marxisti, compresa la maggior parte dei marxisti russi. D'altra parte l'argomentazione contraria ai cosiddetti «marxisti legali» degli anni Novanta dell'Ottocento, che come Attali ritenevano che il compito principale dei marxisti fosse quello di sviluppare un fiorente capitalismo in Russia, era altrettanto empirica: una Russia liberale e capitalista non sarebbe stata possibile nemmeno sotto lo zarismo.

Eppure numerosi aspetti centrali dell'analisi di Marx rimangono validi e rilevanti. Il primo, ovviamente, è l'analisi dell'irresistibile dinamica globale dello sviluppo economico capitalistico e la sua capacità di distruggere tutto ciò che era venuto prima, comprese quelle parti dell'eredità del passato umano da cui il capitalismo stesso aveva tratto beneficio, come le strutture famigliari. Il secondo è l'analisi del meccanismo della crescita capitalistica attraverso l'emergere di «contraddizioni» interne, infiniti periodi di tensione e soluzioni temporanee, una crescita che conduce a crisi e cambiamento, il tutto foriero di concentrazione economica in una società sempre più globalizzata. Mao sognava una società costantemente rinnovata da una rivoluzione permanente; il capitalismo ha realizzato questo progetto per mezzo del cambiamento storico attraverso ciò che Schumpeter (seguendo Marx) ha definito perenne «distruzione creativa». Marx credeva che questo processo avrebbe infine condotto, avrebbe dovuto condurre, a un'economia enormemente concentrata — il che è esattamente quello che intendeva Attali quando, in una recente intervista, ha detto che il numero di persone che ne governano le sorti è nell'ordine di mille o al massimo diecimila. Marx credeva che questo avrebbe portato alla sostituzione del capitalismo, una previsione che a me suona ancora plausibile, seppur in maniera diversa da quella che lui aveva immaginato.

D'altronde la sua predizione che tale sostituzione si sarebbe compiuta mediante l'«esproprio degli espropriatori» attraverso un vasto proletariato che avrebbe condotto al socialismo, non si basava sulla sua analisi dei meccanismi del capitalismo, ma su assunzioni aprioristiche. Era fondata soprattutto sulla previsione che l'industrializzazione avrebbe prodotto popolazioni largamente impiegate in lavori manuali, come stava accadendo all'epoca in Inghilterra. Come sappiamo, questa era una previsione abbastanza corretta a medio, ma non a lungo termine. Né si aspettavano, Marx ed Engels, che dopo gli anni Quaranta dell'Ottocento l'industrializzazione avrebbe causato quella pauperizzazione politicamente radicalizzante che avevano auspicato. Come appariva ovvio a entrambi, grandi settori del proletariato non si stavano affatto impoverendo. Anzi, un osservatore americano del solidamente proletario Congresso del Partito socialdemocratico tedesco all'inizio del Novecento, notò che i compagni presenti sembravano «una pagnotta o due al di sopra della povertà». D'altro canto, la palese crescita dell'ineguaglianza economica tra parti diverse del mondo e tra le classi non produce necessariamente l'«esproprio degli espropriatori» di Marx. Insomma, all'interno della sua analisi erano state lette le speranze per il futuro, che però non derivavano da essa.

Il terzo aspetto è meglio spiegato dalle parole di Sir John Hicks, premio Nobel per l'economia. «La maggior parte di coloro che desiderano far quadrare bene un percorso storico generale,» ha scritto «useranno le categorie marxiste o qualche versione modificata di esse, dal momento che le versioni alternative offrono ben poco.»

Non possiamo prevedere le soluzioni ai problemi che il mondo deve affrontare nel XXI secolo, ma se si vuole avere una chance di successo bisogna porre le stesse domande che si pose Marx, rifiutando al contempo le risposte dei suoi vari discepoli.

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Gramsci



Antonio Gramsci morì nel 1937. Per i primi dieci anni dei settantacinque successivi rimase in pratica uno sconosciuto, eccetto che per i suoi vecchi compagni degli anni Venti, dal momento che solo una piccola parte dei suoi scritti era stata pubblicata o era disponibile. Ciò non significa che fosse privo di influenza, poiché si dice che Palmiro Togliatti guidasse il Partito comunista italiano secondo linee gramsciane, o perlomeno secondo la sua interpretazione di esse. Ciononostante, ovunque fino alla fine della Seconda guerra mondiale, per gran parte delle persone, persino per i comunisti, Gramsci era poco più di un nome. A vent'anni dalla morte divenne assai noto in Italia e fu ammirato ben al di là degli ambienti comunisti. Il Pci, ma soprattutto la casa editrice Einaudi, ne pubblicarono massicciamente le opere. Qualunque fosse la critica mossa in seguito a queste prime edizioni, esse resero Gramsci ampiamente accessibile e permisero agli italiani di giudicarne la statura di grande pensatore marxista, e, più in generale, di grande figura della cultura italiana del Novecento.

Ma ciò era limitato al panorama italiano, perché durante questo decennio, Gramsci rimase, per ragioni pratiche, uno sconosciuto al di fuori del suo Paese, dal momento che non era stato pressoché tradotto. Anzi, persino i tentativi di pubblicare le sue toccanti lettere in Gran Bretagna e negli Stati Uniti erano naufragati. A parte per quei pochi che avevano contatti personali in Italia e sapevano leggere l'italiano, perlopiù comunisti, al di là delle Alpi egli avrebbe potuto anche non esistere.

Dopo circa trent'anni ci furono le prime ondate di interesse per Gramsci all'estero, stimolate senza dubbio dalla destalinizzazione e più ancora dall'atteggiamento indipendente di cui Togliatti stesso si fece portavoce dopo il 1956. In ogni caso, è in questo periodo che fanno la loro comparsa le prime selezioni di scritti gramsciani e le prime discussioni delle sue idee al di fuori dei partiti comunisti. Fuori dei confini italiani, i Paesi anglosassoni sembrano i primi a sviluppare un costante interesse per Gramsci. Paradossalmente, durante lo stesso decennio, anche in Italia la critica di Gramsci divenne articolata, a volte insistente, e si approfondì la discussione sull'interpretazione della sua opera da parte del Pci.

Infine, negli anni Settanta, Gramsci ottenne il giusto riconoscimento. In Italia, la pubblicazione delle sue opere acquisì, per la prima volta, una soddisfacente base scientifica grazie all'edizione completa delle Lettere dal carcere, del 1965, la pubblicazione di vari scritti giovanili e politici e dalla monumentale opera di erudizione di Valentino Gerratana, l'edizione cronologica dei Quaderni del carcere del 1975. Sia la biografia di Gramsci sia il suo ruolo nel Partito comunista ora diventavano assai più chiari, in gran parte grazie al sistematico lavoro storiografico sui suoi documenti promosso e incoraggiato dal Pci stesso. La discussione continua, e non è questa la sede per esaminare il dibattito italiano su Gramsci dalla metà degli anni Sessanta del Novecento. All'estero la traduzione dei suoi quaderni diventava per la prima volta disponibile grazie a scelte adeguate, in particolare nei due volumi editi da Lawrence & Wishart e curati da Hoare e Nowell Smith. Lo stesso accadeva per la traduzione di opere secondarie ma importanti, come la Vita di Giuseppe Fiori (1970). Anche qui, senza tentare di indagare la crescente letteratura gramsciana in lingua inglese, che rappresenta diversi, ma universalmente rispettabili punti di vista, basterà dire che in occasione del quarantesimo anniversario della sua morte non c'erano più scuse per ignorare chi fosse Gramsci. Per essere più precisi, ormai lo conoscono anche quelli che non lo hanno mai letto. Termini tipicamente gramsciani come «egemonia» compaiono in discussioni politiche e storiche marxiste e non, a volte con la stessa disinvoltura con cui, tra le due guerre, si utilizzavano vocaboli mutuati dal lessico freudiano. Gramsci fa ormai parte del nostro universo intellettuale. La sua statura di pensatore marxista originale, a mio modo di vedere il più originale che l'Occidente abbia prodotto dal 1917, è quasi unanimemente accettata. Eppure quello che ha detto, e il perché della sua importanza, non sono ancora di dominio comune quanto il semplice fatto che è importante. Individuerò qui una sola ragione: la sua teoria della politica.


Θ un'osservazione elementare del marxismo il fatto che i pensatori non inventano le proprie idee in astratto, ma possono essere compresi soltanto nel contesto storico e politico dei loro tempi. Se Marx ha sempre sottolineato che gli uomini fanno la propria storia, o, se preferite, pensano le proprie idee, ha anche evidenziato che possono farlo (per citare un famoso passo dal 18 brumaio) nelle circostanze immediate in cui si trovano, determinate dagli accadimenti e dalla tradizione. Il pensiero di Gramsci è molto originale: egli è un marxista, anzi un leninista, e non intendo perdere tempo a difenderlo dalle accuse dei vari settari che pretendono non solo di sapere esattamente cosa sia marxista e cosa no, ma persino di avere il copyright della propria versione del marxismo. Eppure per quelli di noi cresciuti nella tradizione marxista classica, sia prima del 1914 sia dopo il 1917, risulta spesso un marxista relativamente sorprendente. Per esempio, scrisse relativamente poco di sviluppo economico, e parecchio di politica, anche in merito a teorici come Croce, Sorel e Machiavelli, che solitamente nelle opere classiche non figurano che di rado, o per nulla. Θ quindi importante scoprire in che misura il suo background e la sua esperienza storica spiegano questa originalità. Non ho bisogno di aggiungere che questo non diminuisce in alcun modo la sua statura intellettuale.

Quando Gramsci entrò nelle carceri di Mussolini, era il leader del Partito comunista. Ora, l'Italia del suo tempo presentava una serie di peculiarità storiche che favorivano alcune varianti originali del pensiero marxista. Ne menzionerò brevemente alcune.

1) L'Italia era, per così dire, un microcosmo del capitalismo mondiale, in quanto conteneva in un unico Paese sia i centri dell'impero sia le colonie, sia regioni avanzate sia arretrate. La Sardegna, da dove proveniva Gramsci, era l'esempio tipico della parte arretrata, per non dire arcaica e semicoloniale dell'Italia. La Torino della Fiat, in cui divenne un leader della classe operaia, esemplifica oggi come allora lo stadio più avanzato di capitalismo industriale e la trasformazione di massa di contadini immigrati in operai. In altre parole, un marxista italiano intelligente si sarebbe trovato in una posizione insolitamente favorevole per cogliere sia la natura del mondo capitalistico sviluppato, sia quella del «Terzo mondo» e le loro interazioni, al contrario dei marxisti provenienti da Paesi che facevano senza eccezioni parte dell'uno o dell'altro. In relazione a ciò, è dunque un errore considerare Gramsci un semplice teorico del «comunismo occidentale». Il suo pensiero non era né concepito solo per Paesi industrialmente avanzati né è applicabile esclusivamente a essi.

2) Un'importante conseguenza della peculiarità storica dell'Italia era che anche prima del 1914 il movimento dei lavoratori italiano era sia industriale sia agrario, basato sia sui proletari sia sui contadini. Da questo punto di vista esso rimase pressoché unico in Europa prima del 1914, benché non sia questa la sede per sviscerare questo punto. Tuttavia, per indicare la sua rilevanza basteranno due semplici delucidazioni. Le regioni dall'influenza comunista più forte (l'Emilia, la Toscana e l'Umbria) non sono regioni industriali e il grande leader del sindacato italiano del dopoguerra, Di Vittorio, era un bracciante meridionale. L'Italia non costituiva un caso a sé quanto al ruolo insolitamente importante svolto dagli intellettuali nel suo movimento operaio che, in larga parte, erano intellettuali provenienti dal Sud arretrato e semicoloniale; il fenomeno è tuttavia degno di nota, dal momento che ha un ruolo importante nel pensiero di Gramsci.

3) La terza peculiarità è il carattere davvero speciale della storia italiana in quanto nazione e società borghese. Anche qui non intendo scendere nel dettaglio. Basterà ricordare tre cose: a) che l'Italia fu pioniera della civiltà moderna e del capitalismo svariati secoli prima di altri Paesi, ma si rivelò incapace di mantenere le proprie conquiste e scivolò in una sorta di stagnazione tra il Rinascimento e il Risorgimento; b) a differenza della Francia, la borghesia non vi istituì la propria società attraverso una rivoluzione trionfante, e diversamente dalla Germania, non accettò una soluzione di compromesso concessagli dall'alto da parte di una vecchia classe dominante. Fece una rivoluzione parziale. L'unità d'Italia fu realizzata in parte dall'alto, da Cavour, e in parte dal basso, da Garibaldi; c) in un certo senso, la borghesia italiana dunque fallì, o fallì in parte, nel compiere la propria missione storica di creazione della nazione italiana. La sua rivoluzione fu incompleta, e i socialisti italiani come Gramsci erano particolarmente consapevoli del possibile ruolo del loro movimento come leader potenziale della nazione, il vettore della storia nazionale.

4) L'Italia era (ed è) non soltanto un Paese cattolico come molti altri, ma uno in cui la Chiesa era un'istituzione specificamente italiana, un modo per mantenere il dominio delle classi dominanti senza l'apparato statale, e da esso separato. Era anche un Paese in cui una cultura nazionale elitaria aveva preceduto lo Stato nazionale. Dunque un marxista italiano non poteva che essere più consapevole di altri di ciò che Gramsci chiamava «egemonia», cioè dei modi non esclusivamente basati sulla forza coercitiva con cui viene mantenuta l'autorità.

5) Per svariate ragioni, e ne ho appena indicate alcune, l'Italia era quindi una sorta di laboratorio di esperienze politiche. Non è un caso che il Paese avesse una lunga e forte tradizione di pensiero politico, da Machiavelli nel Cinquecento a Pareto e Mosca all'inizio del Novecento; giacché anche i pionieri stranieri di quella che oggi chiameremmo sociologia politica tendevano a collegarsi all'Italia o a ricavare le proprie idee dall'esperienza italiana, sto pensando a nomi come Sorel e Michels. Non è dunque sorprendente che i marxisti italiani siano particolarmente avvezzi alla teoria politica come problema.

6) Infine, un fatto assai significativo: l'Italia era un Paese in cui, dopo il 1917, sembravano essere presenti diverse tra le condizioni oggettive e soggettive per una rivoluzione, più che in Francia e Gran Bretagna e persino, direi, che in Germania. Eppure questa rivoluzione non ci fu; al contrario, salì al potere il fascismo. Era del tutto naturale che i marxisti italiani diventassero i precursori dell'analisi dei motivi per cui la Rivoluzione russa non era riuscita a diffondersi nei Paesi occidentali e di quali dovessero essere in queste nazioni la strategia e la tattica alternative per la transizione al socialismo. Ed è proprio quello che Gramsci si propose di fare.


E con questo arrivo al punto principale, cioè che il mag- giore contributo di Gramsci al marxismo è di essere stato il pioniere di una teoria politica marxista. Perché se anche Marx ed Engels produssero un'immensa mole di scritti sulla politica, essi furono abbastanza riluttanti a sviluppare una teoria generale in questo campo, soprattutto perché, come notato da Engels nelle famose lettere che chiosano la concezione materialistica della storia, ritenevano più importante evidenziare che «i rapporti giuridici, come le forme statali non possono essere compresi [...] per sé stessi [...] ma affondano le loro radici [...] nei rapporti materiali di vita». E dunque sottolinearono in particolare «la derivazione delle concezioni politiche, giuridiche e, in generale ideologiche [...] dai fatti economici di base» (lettera di Engels a Mehring del 14 luglio 1893). Dunque, la discussione di Marx ed Engels a proposito di questioni quali la natura e struttura del governo, la costituzione e organizzazione dello Stato e la natura e l'organizzazione dei movimenti politici, si presenta soprattutto sotto forma di osservazioni scaturite dal commento contingente, in genere inerente ad altri argomenti, tranne forse che per la loro teoria dell'origine e del carattere storico dello Stato. Lenin avvertì la necessità di una teoria dello Stato e della rivoluzione più sistematiche, com'era logico alla vigilia della presa del potere, ma, come sappiamo, la Rivoluzione d'ottobre sopraggiunse prima che potesse completarla. E qui metterei in risalto il fatto che l'intensa discussione circa la struttura, l'organizzazione e la leadership dei movimenti socialisti che si sviluppò nell'epoca della Seconda Internazionale riguardasse questioni pratiche. Le sue generalizzazioni teoriche erano incidentali e ad hoc, a eccezione forse del campo della questione nazionale, dove i successori di Marx ed Engels dovevano cominciare praticamente da zero. Non intendo dire che ciò non condusse a innovazioni teoriche importanti, come naturalmente nel caso di Lenin, benché esse fossero paradossalmente pragmatiche piuttosto che teoriche, seppur consolidate dall'analisi marxista. Se andiamo a leggere le discussioni sul nuovo concetto di partito di Lenin, per esempio, c'è da sorprendersi per quanta poca teoria entri nel dibattito, nonostante vi avessero preso parte marxisti celebri come Kautsky, Luxemburg, Plechanov, Trockij, Martov e Rjazanov. In tutti loro una teoria della politica era implicita, ma emerse solo in parte.

Questa lacuna ha varie motivazioni. Fino all'inizio degli anni Venti non sembrò di grande importanza, ma in seguito, direi, diventò una debolezza sempre più grave. Al di fuori della Russia la rivoluzione era fallita o non aveva mai avuto luogo, e si rese necessaria una riconsiderazione sistematica non soltanto della strategia del movimento per conquistare il potere, ma anche dei problemi tecnici della transizione al socialismo, che prima del 1917 non erano mai stati affrontati seriamente. All'interno dell'Urss la questione relativa a cosa volesse e dovesse essere una società socialista, in termini di struttura politica e istituzioni, nonché in quanto «società civile», affiorava man mano che il potere sovietico usciva dalle sue lotte disperate per consolidarsi e diventare permanente. Θ questo in primo luogo il problema che ha turbato i marxisti negli anni recenti, e che veniva dibattuto tra comunisti sovietici, maoisti ed «eurocomunisti», per non dire di coloro che si trovavano al di fuori del movimento comunista.

Mi preme rilevare che stiamo parlando qui di due differenti ordini di problemi politici: la strategia e la natura delle società socialiste. Gramsci cercò di misurarsi con entrambi, sebbene a me sembri che certi commentatori si siano concentrati in modo eccessivo soltanto su uno di essi, quello strategico. Ma qualunque fosse la natura di questi problemi, in seno al movimento comunista divenne ben presto impossibile discuterne, un'impossibilità, questa, protrattasi a lungo. In realtà sarebbe lecito affermare che Gramsci riuscì a venirne a capo nei suoi scritti perché si trovava recluso, tagliato fuori dalla politica, e che scriveva non per il presente, bensì per il futuro.

Ciò non significa che non abbia scritto politicamente, e nei termini della situazione contingente degli anni Venti e dei primi anni Trenta. Di fatto, però, una delle difficoltà nel comprenderne l'opera è questo suo presumere una familiarità con situazioni e discussioni che sono per noi oggi sconosciute, oppure dimenticate. Così Perry Anderson ci ha recentemente ricordato che parte del suo pensiero più caratteristico deriva da temi che emersero nei dibattiti del Comintern dei primi anni Venti, che vennero inoltre da lui elaborati. In ogni caso, egli fu portato a sviluppare in seno al marxismo gli elementi di una compiuta teoria politica, e fu probabilmente il primo marxista a farlo. Non cercherò qui di riassumere le sue idee: piuttosto ne sceglierò alcune componenti e metterò in evidenza quella che, a mio avviso, è la loro importanza.

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Gramsci è un teorico della politica nella misura in cui considera quest'ultima come «un'attività autonoma» nel contesto e nei limiti imposti dallo sviluppo storico, e perché si propone specificamente di indagare «del posto che la scienza politica occupa o deve occupare in una concezione del mondo sistematica (coerente e conseguente), in una filosofia della praxis». Eppure questo significava ben più che aver introdotto nel marxismo il tipo di discussioni trovate nei lavori del suo idolo, Machiavelli, un uomo che non figura molto spesso negli scritti di Marx ed Engels. La politica è per Gramsci il nucleo non soltanto della strategia per realizzare il socialismo, bensì del socialismo stesso. Θ per lui, come a ragione sottolineano Hoare e Nowell Smith, «l'attività umana centrale, il mezzo attraverso cui la coscienza del singolo viene messa in contatto con il mondo sociale e naturale in tutte le sue forme». Insomma, è un termine inteso in senso assai più ampio di quello d'uso corrente, anche più della «scienza ed arte politica» nel senso gramsciano più ristretto, che lui definisce «un insieme di canoni pratici di ricerca e di osservazioni particolari utili per risvegliare l'interesse per la realtà effettuale e suscitare intuizioni politiche più rigorose e vigorose». La politica è in parte implicita nel concetto stesso di prassi: e cioè il fatto che comprendere il mondo e cambiarlo siano la stessa cosa. E la prassi, la storia compiuta dagli uomini stessi, seppure in condizioni storiche date e in via di sviluppo, è ciò che essi fanno, e non semplicemente le forme ideologiche nelle quali gli uomini diventano consapevoli delle contraddizioni della società. Essa è, per citare Marx, il modo in cui «lottano per superar[le]»: insomma, è ciò che può essere chiamato azione politica. Ma è anche in parte un riconoscimento del fatto che la stessa azione politica è un'attività autonoma, anche se essa «nasce sul terreno "permanente e organico" della vita economica».

Questo vale per la costruzione del socialismo come per qualunque altra cosa, se non di più. Si dirà che per Gramsci a costituire il fondamento del socialismo non è la socializzazione in senso economico, ossia l'economia di proprietà sociale e pianificata (sebbene questa ne sia senz'altro la base e la cornice), bensì la socializzazione in senso politico e sociologico, ossia quello che è stato chiamato il processo di formazione di abitudini nell'uomo collettivo che renderanno automatico il comportamento sociale ed elimineranno il bisogno di un apparato esterno che imponga delle norme; automatico, ma anche cosciente. Quando Gramsci parla del ruolo della produzione nell'ambito del socialismo, non lo fa semplicemente in quanto mezzo per creare la società dell'abbondanza materiale, sebbene si possa notare en passant che non aveva dubbi circa la priorità di massimizzare la produzione. Questo perché il posto dell'uomo nella produzione era centrale per la maturazione della propria coscienza sotto il capitalismo; perché era l'esperienza dei lavoratori nella grande fabbrica a essere la scuola naturale di questa coscienza. Gramsci tendeva a vedere, forse alla luce della sua esperienza a Torino, la grande fabbrica moderna non tanto come un luogo di alienazione, quanto come una scuola di socialismo.

Ma il punto era che la produzione nel socialismo non poteva quindi essere trattata soltanto come un problema tecnico ed economico separato; doveva essere simultaneamente e, dal suo punto di vista, considerata soprattutto un problema di educazione e struttura politiche. Anche nella società borghese, che era sotto questo aspetto progressista, il concetto di lavoro era centrale da un punto di vista educativo, dal momento che «il concetto dell'equilibrio tra ordine sociale e ordine naturale sul fondamento del lavoro, dell'attività teorico-pratica dell'uomo, crea i primi elementi di una intuizione del mondo, liberata da ogni magia e stregoneria, e dà l'appiglio allo sviluppo ulteriore di una concezione storica, dialettica, del mondo, a comprendere il movimento e il divenire [...] a concepire l'attualità come sintesi del passato, di tutte le generazioni passate, che si proietta nel futuro. Questo è il fondamento della scuola elementare». E qui possiamo notare di passaggio un tema costante in Gramsci: il futuro.

I temi principali della teoria politica di Gramsci sono delineati in una famosa lettera del settembre 1931:

Lo studio che ho fatto sugli intellettuali è molto vasto come disegno [...] D'altronde io estendo molto la nozione di intellettuale e non mi limito alla nozione corrente che si riferisce ai grandi intellettuali. Questo studio porta anche a certe denominazioni del concetto di Stato che di solito è inteso come società politica (o dittatura, o apparato coercitivo per conformare la massa popolare secondo il tipo di produzione e l'economia di un momento dato) e non come un equilibrio della Società politica con la Società civile (o egemonia di un gruppo sociale sull'intiera società nazionale esercitata attraverso le organizzazioni così dette private, come la chiesa, i sindacati, le scuole, ecc.) e appunto nella società civile specialmente operano gli intellettuali.

Ora, la concezione dello Stato come equilibrio tra istituzioni coercitive ed egemoniche (oppure, se preferite, come unione di entrambi) non è nuova in sé, almeno per coloro che guardano al mondo con realismo. Θ ovvio che una classe dominante non fa affidamento solo sul potere e l'autorità coercitivi, ma sul consenso che deriva dall'egemonia, ciò che Gramsci chiama «direzione intellettuale e morale» esercitata dal gruppo dominante e «l'indirizzo impresso alla vita sociale dal gruppo fondamentale dominante». Quel che c'è di nuovo in Gramsci è l'osservazione che anche l'egemonia borghese non è automatica, bensì ottenuta attraverso una consapevole azione e organizzazione politica. La borghesia cittadina del Rinascimento italiano sarebbe potuta diventare egemone a livello nazionale soltanto, come propose Machiavelli, mediante un'azione simile, di fatto attraverso una sorta di giacobinismo. Una classe deve trascendere quella che Gramsci chiama organizzazione «economico-corporativa» per diventare politicamente egemone; ragion per cui, detto per inciso, anche il sindacalismo più militante resta una parte subalterna della società capitalistica. Ne consegue che la distinzione tra classi «dominanti», o «egemoni», e «subalterne» è fondamentale: si tratta di un'altra innovazione gramsciana, ed è cruciale per il suo pensiero. Perché il problema basilare della rivoluzione è come rendere capace di egemonia una classe fino a questo momento subalterna, fare in modo che creda in se stessa come classe potenzialmente dominante e risultare credibile in quanto tale ad altre classi.

In questo consiste l'importanza per Gramsci del partito, il «moderno principe». Perché anche a voler prescindere dall'importanza storica dello sviluppo del partito in generale nel periodo borghese, e Gramsci ha cose brillanti da dire a questo proposito, egli riconosce che è solo attraverso il suo movimento e la sua organizzazione, ossia nella propria visione attraverso il partito, che la classe operaia sviluppa la sua coscienza e trascende la fase spontanea «economico-corporativa» o sindacalista. Di fatto, come sappiamo, laddove è stato vittorioso, il socialismo ha portato alla trasformazione dei partiti in Stati ed è così che ha ottenuto la sua vittoria. Gramsci è profondamente leninista nella sua visione generale del ruolo del partito, benché non lo sia necessariamente nelle sue idee su quale debba essere in ogni dato momento l'organizzazione del partito, oppure sulla natura della vita del partito. Ciononostante, a mio modo di vedere, la sua discussione sulla natura e sulle funzioni dei partiti si spinge oltre quella di Lenin.

Naturalmente, come sappiamo, sorgono considerevoli problemi pratici dal fatto che il partito e la classe, per quanto storicamente identificati, non sono la stessa cosa e potrebbero divergere, in particolare nelle società socialiste. Gramsci ne era ben consapevole, così come dei pericoli della burocratizzazione ecc. Anzi, la sua ostilità verso gli sviluppi stalinisti in Urss gli causò preoccupazioni anche in prigione. Mi piacerebbe poter dire che propone delle soluzioni adeguate a questi problemi, ma non sono sicuro che lo faccia più di chiunque altro, finora. Ciononostante, i commenti di Gramsci sul centralismo burocratico, seppure concentrati e difficili meritano un attento studio.

Nuova è anche l'insistenza di Gramsci sul fatto che l'apparato di governo, tanto nella sua forma egemonica quanto in una certa misura in quella autoritaria, consiste essenzialmente di «intellettuali». Egli li definisce non come una élite speciale o una o più categorie sociali speciali, ma come una sorta di specializzazione della società funzionale a questi scopi. In altre parole, per Gramsci chiunque è un intellettuale, ma non tutti esercitano la funzione sociale di intellettuali. Ora, questo è importante poiché dà rilievo al ruolo autonomo della sovrastruttura nel processo sociale, o persino al semplice fatto che un politico di origini operaie non è necessariamente lo stesso che un operaio al banco da lavoro. Peraltro, sebbene spesso quest'osservazione produca in Gramsci dei brillanti passaggi storici, non riesco a considerarla così rilevante per la sua teoria politica come lui stesso evidentemente pensava. In particolare, ritengo che la sua distinzione tra i cosiddetti intellettuali «tradizionali» e gli intellettuali «organici» prodotti da una nuova classe sia, almeno in alcuni Paesi, meno significativa di quanto egli suggerisca. Può darsi, naturalmente, che io non abbia colto del tutto il suo pensiero difficile e complesso, e devo certamente sottolineare che la questione è di grande importanza per lo stesso Gramsci, a giudicare dalla quantità di spazio che le dedica.

D'altro canto, il pensiero strategico di Gramsci è non soltanto, come sempre, pieno di brillanti intuizioni storiche, ma anche di grande importanza pratica. Credo che in questo contesto si debbano tenere tre cose ben distinte: l'analisi generale di Gramsci, le sue idee sulla strategia comunista in specifici periodi storici e, da ultimo, le idee effettive del Partito comunista sulla strategia in ogni dato momento, che furono di certo ispirate dalla lettura di Togliatti della teoria gramsciana, e da quella dei suoi successori. Non intendo addentrarmi in questa terza questione, perché simili discussioni non sono rilevanti ai fini di questo saggio. Né voglio discutere a fondo la seconda, perché il nostro giudizio su Gramsci non dipende dalla sua valutazione di situazioni particolari degli anni Venti o Trenta. Θ perfettamente possibile ritenere, diciamo, il 18 brumaio di Marx un'opera profonda e basilare, anche se il suo atteggiamento nei confronti di Napoleone III negli anni 1852-70 e la sua valutazione della stabilità politica di tale regime erano spesso irrealistiche. Ciò non implica, tuttavia, alcuna critica della strategia di Gramsci o di Togliatti, poiché sono ambedue difendibili. Lasciando da parte tali questioni, vorrei enucleare tre elementi nella teoria strategica di Gramsci.


Il primo non è tanto il fatto che Gramsci optasse per una strategia di guerra protratta nel tempo o «di posizione» in Occidente, opposta a quello che definiva «attacco frontale» o a una guerra di manovra, quanto come analizzò queste opzioni. Dal momento che era ovvio che in Italia e nella maggior parte dell'Occidente, dagli anni Venti in poi, non ci sarebbe stata una Rivoluzione d'ottobre, e non c'erano prospettive realistiche che ne scoppiasse una, egli dovette ovviamente considerare una strategia a lungo termine. Ma, di fatto, in linea di principio non si impegnò per il conseguimento di nessun risultato in particolare riguardo alla lunga «guerra di posizione» che aveva previsto e raccomandato. Questa avrebbe potuto condurre direttamente a una transizione al socialismo o a un'altra fase della guerra di manovra e attacco, oppure a qualche altra fase strategica. Ciò che sarebbe accaduto doveva dipendere dai cambiamenti nella situazione concreta. Considerò tuttavia una possibilità che pochi altri marxisti hanno preso altrettanto chiaramente in esame, e cioè che il fallimento della rivoluzione in Occidente potesse produrre a lungo termine un indebolimento assai più pericoloso delle forze del progresso attraverso quella che chiamò «rivoluzione passiva». Da una parte la classe dominante avrebbe potuto accondiscendere a certe richieste per prevenire ed evitare la rivoluzione, dall'altra il movimento rivoluzionario ritrovarsi in pratica (sebbene non necessariamente in teoria) ad accettare la propria impotenza e a essere eroso e integrato politicamente nel sistema (si vedano a tal proposito i Quaderni del carcere). In breve, la «guerra di posizione» doveva essere sistematicamente elaborata come strategia di lotta piuttosto che semplicemente come qualcosa per tenere impegnati i rivoluzionari quando non si profilava la prospettiva di costruire barricate. Gramsci naturalmente aveva imparato dall'esperienza della socialdemocrazia prima del 1914 che il marxismo non era un determinismo storico. Non bastava aspettare che in qualche modo la storia portasse automaticamente i lavoratori al potere.

Il secondo elemento è l'insistenza di Gramsci sul fatto che la lotta per trasformare la classe operaia in una classe potenzialmente dominante, la lotta per l'egemonia, dev'essere combattuta prima della presa del potere, oltre che durante e dopo essa. Ma questa lotta non è semplicemente un aspetto di una «guerra di posizione»: è un punto cruciale della strategia dei rivoluzionari in ogni circostanza. Naturalmente, la conquista dell'egemonia, per quanto possibile, prima della presa del potere è particolarmente importante in Paesi dove il nucleo del potere della classe dominante consiste nella subalternità delle masse piuttosto che nella coercizione. Questo è vero in molti Stati «occidentali», checché ne dica l'ultrasinistra e per quanto non si discuta il fatto che, in ultima analisi, la coercizione è lì per essere usata. Come possiamo vedere, per esempio in Cile e in Uruguay, oltre un certo punto l'uso della coercizione per mantenere il dominio diventa francamente incompatibile con l'uso del consenso reale o apparente, e i governanti devono scegliere tra le alternative dell'egemonia e della forza, il guanto di velluto e il pugno di ferro. Laddove si è scelta la forza, di solito per il movimento operaio i risultati non sono stati favorevoli. Come possiamo tuttavia osservare anche in Paesi in cui si è verificato un rovesciamento rivoluzionario dei vecchi governanti, come il Portogallo, in assenza di una forza egemone anche le rivoluzioni possono sfaldarsi, in quanto devono ancora conquistare il sostegno e il consenso sufficienti di ceti che non si sono ancora staccati dai vecchi regimi. Il problema fondamentale dell'egemonia, considerato strategicamente, non è tanto come i rivoluzionari siano arrivati al potere, anche se la questione è assai importante, ma come giungono a farsi accettare, non solamente come i dominatori politici o inevitabili, ma in qualità di guide e leader. Ciò presenta ovviamente due aspetti: come guadagnare il consenso e se i rivoluzionari siano pronti a esercitare la leadership. Bisogna tener conto anche della situazione politica concreta, sia nazionale sia internazionale, che potrebbe rendere i loro sforzi più efficaci o più difficili. I comunisti polacchi nel 1945 non erano probabilmente accettati in quanto forza egemone, sebbene fossero preparati a esserlo; ma affermarono il proprio potere grazie alla situazione internazionale. I socialdemocratici tedeschi nel 1918 sarebbero probabilmente stati accettati come forza egemone, ma non volevano agire come tale. La tragedia della rivoluzione tedesca consiste in questo. I comunisti cechi potevano essere accettati come forza egemone sia nel 1945 sia nel 1968, ed erano pronti a svolgere questo ruolo, ma non fu loro permesso. La lotta per l'egemonia prima, durante e dopo la transizione (qualunque sia la sua natura o velocità) rimane cruciale.

Il terzo aspetto è che al centro della strategia di Gramsci c'è un movimento di classe organizzato e permanente. In questo senso la sua idea del «partito» riprende la concezione di Marx, almeno quella degli ultimi anni della sua vita, di partito come, per così dire, classe organizzata, sebbene Gramsci abbia dedicato maggiore attenzione di Marx ed Engels, e perfino di Lenin, non tanto all'organizzazione formale, quanto alle forme di direzione e alla struttura politica, oltre che alla natura di quello che chiamò il rapporto «organico» tra classe e partito. Al tempo della Rivoluzione d'ottobre, la maggior parte dei partiti di massa della classe operaia era socialdemocratica. I teorici rivoluzionari, compresi i bolscevichi prima del 1917, erano perlopiù obbligati a pensare soltanto in termini di partiti, di quadri o di gruppi di attivisti che mobilitassero lo scontento spontaneo delle masse come e quando potevano, perché ai movimenti di massa o non era permesso di esistere, oppure erano solitamente riformisti. Essi non potevano ancora pensare in termini di movimenti operai di massa permanenti e radicati, ma allo stesso tempo rivoluzionari, che avessero un ruolo rilevante nella scena politica dei rispettivi Paesi. Il movimento di Torino, nel quale Gramsci sviluppò le proprie idee, era un'eccezione relativamente rara. E benché uno dei risultati più grandi dell'Internazionale comunista fosse stato la creazione di alcuni partiti di massa, vi sono chiari indizi, per esempio nel settarismo del cosiddetto «Terzo periodo», del fatto che la direzione comunista internazionale (in quanto distinta dai comunisti in certi Paesi con movimenti operai di massa) non conoscesse bene i problemi dei movimenti operai di massa che si erano sviluppati alla vecchia maniera.

Qui è importante l'insistenza di Gramsci sul rapporto «organico» tra rivoluzionari e movimenti di massa. L'esperienza storica italiana lo aveva abituato a minoranze rivoluzionarie che non avevano un simile rapporto organico, ma erano gruppi di «volontari» che si mobilitavano come e quando potevano, «che non furono tali in realtà, [...] ma furono attendamenti zingareschi e nomadi della politica». Buona parte della politica di sinistra anche oggi, forse soprattutto oggi, è basata in questo modo, e per ragioni analoghe, non su una reale classe operaia con la sua organizzazione di massa, ma su una classe operaia astratta, su una specie di visione esterna della classe operaia o di qualsiasi altro gruppo che sia possibile mobilitare. L'originalità di Gramsci è che fu un rivoluzionario che non cedette mai a questa tentazione. Alla base della sua analisi e della sua strategia c'era la classe operaia organizzata così com'è, e non come in teoria dovrebbe essere.

Tuttavia, come ho ripetutamente evidenziato, il pensiero politico gramsciano non era solo strategico, strumentale od operativo; il suo scopo non era semplicemente la vittoria, dopo la quale comincia un ordine e un tipo differente di analisi. Si può notare chiaramente come spesso prenda qualche problema o episodio storico quale punto di partenza e poi generalizzi a partire da esso, non soltanto a proposito della politica della classe dominante o di qualche situazione simile, ma riguardo la politica in generale. Questo perché era costantemente consapevole del fatto che c'è qualcosa in comune nei rapporti politici tra gli uomini in tutte le società, o perlomeno in una gamma storicamente assai ampia di esse, per esempio, come gli piaceva ricordare, la differenza fra governanti e governati. Non dimenticò mai che le società sono più che semplici strutture di dominazione economica e potere politico, che hanno una certa coesione anche quando sono lacerate da lotte di classe (un aspetto osservato già molto tempo prima da Engels) e che la liberazione dallo sfruttamento offre la possibilità di costituirle come autentiche comunità di uomini liberi. Non dimenticò mai che assumersi la responsabilità per una società, in atto o in potenza, significa più che prendersi cura degli interessi immediati di una classe, di un gruppo o anche dello Stato: il che, per esempio, presuppone continuità «sia verso il passato, ossia verso la tradizione, sia verso l'avvenire». Perciò Gramsci insiste sulla rivoluzione non semplicemente come l'espropriazione degli espropriatori, ma, anche, nel caso dell'Italia, come la creazione di un popolo e la realizzazione di una nazione, sia come negazione che compimento del passato. Anzi, gli scritti di Gramsci pongono l'importantissimo problema, raramente discusso, di che cosa venga esattamente rivoluzionato in una rivoluzione, e di che cosa sia conservato, e perché, e come; il problema della dialettica tra continuità e rivoluzione.

Ma naturalmente per Gramsci questo non è importante in sé, bensì in quanto strumento sia di mobilitazione sia di autotrasformazione popolare, di cambiamento morale e intellettuale, di autosviluppo collettivo come parte del processo grazie al quale, nelle sue lotte, un popolo cambia e si pone sotto la direzione della nuova classe egemone e del suo movimento. E sebbene condivida il solito sospetto marxista delle speculazioni circa il futuro socialista, a differenza della maggior parte degli altri, Gramsci ne cerca gli indizi nella natura del movimento stesso. Se egli ne analizza la natura, la struttura e lo sviluppo in quanto movimento politico — in quanto partito — in modo così elaborato e microscopico, se individua, per esempio, il sorgere di un movimento permanente e organizzato — in quanto distinto da una rapida «esplosione» — fino ai suoi più minuti elementi capillari e molecolari (come li chiama lui), è proprio perché vede la società del futuro come qualcosa che poggia su ciò che definisce «la formazione di volontà collettive» attraverso, e soltanto attraverso, un simile movimento. Perché è solo così che una classe fino ad ora subalterna può trasformarsi in una potenzialmente egemone, divenuta, se vogliamo, atta a costruire il socialismo. Θ solo così che essa può, tramite il proprio partito, diventare il «moderno principe», il motore politico della trasformazione. E nel costruirsi, questa classe getterà in un certo senso già alcune delle basi su cui sarà edificata la nuova società, alcuni lineamenti della quale appariranno in e attraverso di essa.

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Mi si lasci spiegare, per concludere, perché abbia scelto di concentrarmi in questo capitolo sul Gramsci teorico della politica. Non semplicemente perché è straordinariamente interessante ed entusiasmante; e di certo non perché possiede la ricetta di come i partiti e gli Stati debbano essere organizzati. Al pari di Machiavelli, egli è un teorico di come le società andrebbero fondate e trasformate, non dei dettagli costituzionali, per non dire delle minuzie che preoccupano i corrispondenti parlamentari. Θ piuttosto perché, tra i teorici marxisti, è quello che comprende più chiaramente l'importanza della politica come dimensione speciale della società, e perché riconobbe che in politica in gioco c'è più del potere. Questo ha una grande importanza pratica, non di meno per i socialisti.

La società borghese, almeno nei Paesi sviluppati, ha sempre prestato un'attenzione primaria alla sua cornice e ai suoi meccanismi politici, per ragioni storiche che non è il caso qui di indagare. Θ per questo che le organizzazioni politiche sono diventate un potente strumento per rafforzare l'egemonia borghese, cosicché slogan come la difesa della repubblica, la difesa della democrazia o la difesa dei diritti e delle libertà civili vincolano dominatori e dominati assieme per il beneficio primario dei dominatori; ma questo non significa che esse siano irrilevanti per i dominati. Sono dunque ben più che un po' di semplice trucco sul volto della coercizione, o anche più che mero inganno.

Le società socialiste, anche per comprensibili ragioni storiche, si sono concentrate su altri compiti, in particolare quello di pianificare l'economia, e (con l'eccezione della questione cruciale del potere e forse, in Paesi multinazionali, del rapporto tra le nazioni che li compongono) hanno prestato assai meno attenzione alle loro vere e proprie istituzioni e ai processi politici e giuridici. Questi sono stati lasciati operare informalmente, meglio che potevano, talvolta anche in violazione di costituzioni o statuti di partito accettati, per esempio la convocazione regolare di congressi, e spesso in una sorta di oscurità. In casi estremi, come in Cina negli ultimi anni, le maggiori decisioni politiche che modificano il futuro del Paese sembrano emergere improvvisamente dalle lotte di un piccolo numero di governanti al vertice, e la loro reale natura non è chiara, dal momento che non sono mai state discusse pubblicamente. In casi del genere c'è senz'altro qualcosa che non va. A voler prescindere dagli altri svantaggi arrecati da questa trascuratezza verso la politica, come possiamo aspettarci di trasformare la vita umana, di creare una società socialista (intesa come distinta da un'economia a proprietà e amministrazione socializzate) quando la massa del popolo è esclusa dal processo politico e potrebbe anche essere lasciata scivolare nella depoliticizzazione e nell'apatia circa le questioni pubbliche? Sta diventando chiaro che la trascuratezza verso le proprie organizzazioni politiche da parte della maggioranza delle società socialiste sta portando a gravi debolezze cui va posto rimedio. Il futuro del socialismo, sia in Paesi che non sono ancora socialisti sia in quelli che già lo sono, può dipendere dalla maggiore attenzione che in futuro vi verrà o meno prestata.

Nell'insistere sull'importanza cruciale della politica, Gramsci richiamò l'attenzione su un aspetto cruciale della costruzione del socialismo, come della sua conquista. Θ un monito di cui dovremmo fare tesoro. E oggi vale senz'altro la pena leggere, tenere presente e assimilare un grande pensatore marxista che fece della politica il nucleo della propria analisi.

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Tuttavia, dopo il 1945, non solo la politica, ma anche l'economia dimostrò di aver bisogno di riformismo e soprattutto di piena occupazione, come già Keynes e gli economisti svedesi della socialdemocrazia scandinava avevano previsto. Questo sarebbe stato il terzo fondamento del riformismo, che divenne la politica di quasi tutti i governi, non soltanto di quelli socialdemocratici (Stati Uniti inclusi). Ciò portò ai Paesi occidentali sia la stabilità politica sia un successo economico senza precedenti. Fu soltanto con la nuova era, dopo il 1973, quando l'economia e la politica di riforma del dopoguerra avevano cessato di dare simili risultati positivi che i governi vennero persuasi dalle ideologie individualistiche che ormai infestavano la facoltà di economia di Chicago. Per loro, i movimenti e i partiti operai, e persino i sistemi pubblici di welfare, altro non erano che ostacoli al libero mercato, che garantiva la massima crescita dei profitti e dell'economia, e di conseguenza, ritenevano gli ideologi, anche del welfare in generale. Idealmente, si sarebbe dovuto abolirli, anche se ciò si dimostrò in pratica impossibile; la «piena occupazione» era ora sostituita dalla flessibilità del mercato del lavoro e dalla dottrina del «tasso naturale di disoccupazione».

Questo fu anche il periodo in cui gli Stati-nazione si ritirarono di fronte all'avanzata dell'economia globale transnazionale. Nonostante il loro internazionalismo teorico, i movimenti operai erano efficaci solo all'interno dei confini del proprio Paese, incatenati ai loro Stati-nazione, in particolare nelle economie miste e nei welfare states a conduzione pubblica della seconda metà del XX secolo. Con il ritirarsi degli Stati-nazione, i movimenti operai e i partiti socialdemocratici hanno perduto la loro arma più forte; finora non hanno mostrato una grande capacità di operare in modo transnazionale. Con l'entrata del capitalismo in un nuovo periodo di crisi, ci troviamo così alla fine di una fase peculiare della storia dei movimenti operai. Nelle «economie emergenti» in via di rapida industrializzazione, una possibilità di declino del lavoro industriale non c'è; nei Paesi ricchi del vecchio capitalismo i movimenti operai esistono ancora, sebbene traggano massicciamente la propria forza dai servizi pubblici che, nonostante le campagne neoliberali, non danno segni di contrazione. I movimenti occidentali sono sopravvissuti perché, come Marx aveva previsto, la grande maggioranza della popolazione economicamente attiva dipende dai propri stipendi e salari, e dunque riconosce la distinzione tra gli interessi di chi distribuisce il salario e di chi lo percepisce. Per cui, allorché sorgono conflitti fra le due parti, questi richiedono un'azione collettiva; la lotta di classe quindi continua, con o senza il sostegno delle ideologie politiche.

Inoltre, il divario tra i ricchi e i poveri e le divisioni tra gruppi sociali con interessi divergenti continuano a esistere, che ci piaccia o meno chiamare questi gruppi «classi». Per quanto le gerarchie sociali possano essere differenti da quelle di cento o duecento anni fa, la politica va dunque avanti, sebbene solo in parte come politica di classe.

Infine, i movimenti operai continuano perché lo Stato-nazione non è in via di estinzione. Lo Stato e le altre autorità pubbliche restano le uniche istituzioni capaci di distribuire il prodotto sociale tra gli individui che ne fanno parte, in termini umani, e di venire incontro a quei bisogni umani che il mercato non può soddisfare. La politica è quindi rimasta, e rimane, una dimensione necessaria della lotta per il miglioramento sociale. Anzi, la grande crisi economica che è cominciata nel 2008 e che rappresenta una sorta di caduta del muro di Berlino per la destra, ha portato all'immediata comprensione del fatto che lo Stato era essenziale per un'economia in difficoltà, così come lo era stato per il trionfo del neoliberismo, quando i governi ne avevano gettato le fondamenta mediante una sistematica privatizzazione e deregulation.

Tuttavia, l'effetto che il periodo 1973-2008 ebbe sulla socialdemocrazia, fu di farle abbandonare Bernstein. In Gran Bretagna, i suoi leader ritennero di non avere altra scelta che affidarsi a benefici quali la crescita economica automaticamente generata del libero mercato globale, più degli ammortizzatori sociali forniti dall'alto. Il New Labour si è identificato nella società orientata al mercato e tale è rimasto fino al suo crollo nel 2008, quasi recidendo il proprio legame fisiologico con il movimento operaio. Θ un caso estremo, ma la situazione della socialdemocrazia riformista in altre roccaforti (compresa quella dell'ultimo partito comunista di massa rimasto, quello italiano) si è anch'essa gravemente deteriorata, con l'eccezione forse della Germania riunificata e della Spagna. I comunisti, scissi tra i moderati «eurocomunisti» e i tradizionalisti della linea dura, si sono a tal punto ridotti che in Occidente il comunismo è sparito come forza politica seria.

Tuttavia, con l'ingresso improvviso del mondo nella crisi capitalistica più grave dall'Età della catastrofe, nel 2008, anche questa è un'epoca ormai giunta al termine. Al suo inizio, la situazione del movimento operaio era incongrua; i suoi partiti erano ancora al governo in un certo numero di Paesi europei, da soli o come parte di una «grande coalizione» (in Spagna, Portogallo, Gran Bretagna, Norvegia, Germania, Austria e Svizzera). L'improvviso crollo finanziario ha riabilitato lo Stato nel ruolo di attore economico, con i datori di lavoro e i lavoratori che si sono entrambi rivolti ai propri governi per salvare quel che rimaneva delle industrie nazionali. C'erano già inoltre chiari segnali di militanza sul posto di lavoro e di malcontento diffuso, benché tra gli operai la vecchia tradizione di «scendere in piazza» (come dicono i francesi, descendre dans la rue) si fosse indebolita, pur essendo ancora viva e politicamente importante in alcuni Paesi europei e altrove, come in Argentina. Alcuni dei più rilevanti movimenti sindacali esistevano ancora, e perlopiù guidati da uomini e donne provenienti dalla tradizione socialista, socialdemocratica o comunista.

Sulla carta, in un momento del genere un revival dei movimenti operai legati a una sinistra ideologica è parso possibile. Ma in pratica le sue prospettive a breve termine erano meno incoraggianti, anche per chi non ricordava che il risultato politico immediato della Grande depressione degli anni 1929-33 era stato un drammatico allontanamento dai movimenti operai e dalla sinistra più o meno ovunque in Europa. I socialisti, il tradizionale brain trust del movimento operaio, non sanno più di altri come superare la crisi attuale. A differenza degli anni Trenta, non possono additare come esempio alcun regime comunista o socialdemocratico immune alla crisi, né hanno proposte realistiche per il cambiamento sociale. Nei vecchi Paesi capitalistici d'Occidente la deindustrializzazione aveva già ristretto e avrebbe continuato a erodere la loro base principale, sia industriale sia elettorale: la classe operaia industriale. Nei nuovi Paesi emergenti in cui ciò non accadeva, i movimenti operai potevano sì espandersi, ma mancava una vera base per la loro alleanza con le ideologie tradizionali di liberazione sociale, vuoi perché queste erano collegate ad attuali o precedenti regimi comunisti, vuoi perché i movimenti associati ai «rossi» di epoche passate si erano nel frattempo atrofizzati (lasciamo da parte il caso atipico dell'America latina).

Θ vero, un certo pensiero radicale o di sinistra ha fatto la sua comparsa durante la frammentazione e il declino delle vecchie ideologie della sinistra, ma assai più basandosi sulla classe media. Le sue preoccupazioni, per esempio l'ambiente, o un'enfatica avversione per le guerre del periodo, non erano direttamente attinenti all'attività dei movimenti operai: avrebbero persino potuto indirizzarsi contro i loro membri. Laddove i movimenti operai prefiguravano la trasformazione sociale, essi rappresentavano proteste anziché aspirazioni. Era facile vedere contro che cosa si schieravano — erano «anticapitalisti», sebbene privi di un'idea chiara del capitalismo —, ma era quasi impossibile individuare che cosa intendessero proporre al suo posto. Questo può spiegare un risveglio di qualcosa di somigliante all'anarchismo bakuninista, il ramo di teorie socialiste ottocentesche con meno idee su che cosa sarebbe successo una volta rovesciata la vecchia società, e quindi più facilmente adattabile a una situazione di acuto scontento sociale privo di prospettive. Se da una parte ciò è stato un efficace generatore di pubblicità attraverso il valore mediatico dei disordini, degli scontri con la polizia, e forse di qualche atto terroristico, dall'altra, oggi, sul futuro dei movimenti operai non ha pressoché alcun peso. Abbiamo l'equivalente della «propaganda del fatto» del XIX secolo, ma manca un qualsiasi equivalente dell'anarcosindacalismo.

Non è chiaro in che misura il vuoto lasciato dallo spegnersi delle vecchie ideologie della sinistra socialista possa essere colmato da comunità fondate su identità collettive etniche, religiose, di genere, di stili di vita, ecc. Il nazionalismo politicamente etnico ha la chance migliore, poiché si confà alle richieste politiche di base, della classe lavoratrice, xenofobe e protezioniste, più che mai consone a un'epoca che combina globalizzazione e disoccupazione di massa: la «nostra» industria per la nazione, non agli stranieri; priorità di impiego per chi è nato qui; no allo sfruttamento da parte dei ricchi stranieri e degli stranieri poveri immigrati, ecc. In teoria, le religioni universali come il Cattolicesimo romano e l'Islam impongono alla xenofobia i propri limiti, ma sia l'etnicità sia la religione attraggono in quanto potenziali barriere contro una folle globalizzazione che distrugge vecchi modi di vita e rapporti umani senza fornire alcuna alternativa. Il rischio di una rapida deriva della politica verso una destra demagogica, radicale, confessionale o nazionalista è probabilmente maggiore nei Paesi europei ex comunisti e in Asia meridionale e occidentale, minore in America latina. Negli Stati Uniti, la crisi economica potrebbe condurre a un relativo spostamento a sinistra, simile a quanto accadde con F.D. Roosevelt durante la Grande depressione, ma è improbabile che ciò avvenga altrove. Eppure, qualcosa è cambiato in meglio. Abbiamo riscoperto che il capitalismo non è la risposta, ma la domanda. Per mezzo secolo i suoi successi sono stati dati per scontati al punto che il suo stesso nome ha mutato le proprie connotazioni tradizionalmente negative per assumerne altre, positive. Uomini d'affari e politici potevano gloriarsi non solo della libertà della «libera impresa», ma anche di essere apertamente capitalisti. Il sistema, dimentico sia delle paure che lo portarono a riformarsi dopo la Seconda guerra mondiale, sia dei benefici economici di questa riforma nella susseguente «Età dell'oro» delle economie occidentali, dagli anni Settanta era tornato all'estrema – la si potrebbe anche definire patologica – versione del laissez-faire (il governo è il problema e non la soluzione) implosa infine negli anni 2007-08. Per circa vent'anni dopo la fine dell'Unione Sovietica, i suoi ideologi sono stati convinti di aver raggiunto la «fine della storia», «una vittoria incontrastata del liberalismo politico ed economico», nelle parole di F. Fukuyama, la crescita in un definitivo e permanente, autostabilizzante ordine mondiale sociale e politico del capitalismo, indiscusso e indiscutibile sia in teoria sia in pratica.

Niente di tutto questo è ancora sostenibile. I tentativi del XX secolo di trattare la storia mondiale come un gioco a somma zero tra pubblico e privato, individualismo puro e puro collettivismo, non sono sopravvissuti al palese fallimento dell'economia sovietica e dell'economia dell'«integralismo del mercato» tra il 1980 e il 2008. Né pare possibile un ritorno dell'uno come dell'altro. Dagli anni Ottanta è stato evidente che i socialisti, i marxisti o altro, erano rimasti orfani della loro alternativa al capitalismo, a meno che – o fin quando – non avessero ripensato a che cosa intendevano per «socialismo», e avessero abbandonato l'assunto che la classe operaia (manuale) sarebbe stata necessariamente il principale fattore di trasformazione sociale. Ma i fedeli della reductio ad absurdum della società del mercato degli anni 1973-2008 sono anch'essi senza speranza. Un articolato sistema alternativo potrà anche non essere all'orizzonte, ma la possibilità di una disintegrazione, o anche di un crollo, del sistema esistente non si può più escludere. In tal caso, nessuna delle due parti sa che cosa succederebbe, o potrebbe succedere.

Paradossalmente, entrambe hanno interesse a fare ritorno a un grande pensatore la cui essenza è la critica sia del capitalismo sia degli economisti che non hanno saputo prevedere dove avrebbe condotto la globalizzazione capitalistica, come lui aveva predetto nel 1848. Ancora una volta è palese che il funzionamento del sistema economico debba essere analizzato sia storicamente, come una fase e non la fine della storia, sia realisticamente, vale a dire non in termini di un equilibrio di mercato ideale, ma di un meccanismo interno che genera crisi periodiche potenzialmente in grado di mutare il sistema. Quella attuale potrebbe essere una di queste. Ancora una volta è chiaro che, anche in mezzo a grandi crisi, il «mercato» non ha risposte al problema principale che il XXI secolo ha di fronte: una crescita economica illimitata e sempre più hi-tech alla ricerca di profitti insostenibili produce una ricchezza globale, certo, ma a scapito di un fattore della produzione, il lavoro umano, che diventa sempre più superfluo e, aggiungeremmo, delle risorse naturali del pianeta. I liberalismi politico ed economico, da soli o in combinazione, non possono fornire la soluzione ai problemi del XXI secolo. Θ ora di prendere di nuovo Marx sul serio.

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