Copertina
Autore Siri Hustvedt
Titolo Quello che ho amato
EdizioneEinaudi, Torino, 2004, Supercoralli , pag. 366, cop.ril.sov., dim. 140x223x25 mm , Isbn 978-88-06-16865-0
OriginaleWhat I Loved [2003]
TraduttoreGioia Guerzoni
LettoreGiovanna Bacci, 2005
Classe narrativa statunitense
PrimaPagina


al sito dell'editore


per l'acquisto su IBS.IT

per l'acquisto su BOL.IT

per l'acquisto su AMAZON.IT

 

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 3

Uno


Ieri ho trovato le lettere di Violet a Bill. Nascoste tra le pagine di un libro, sono sgusciate fuori spargendosi a terra. Ero al corrente della loro esistenza da anni, ma né Bill né Violet mi avevano mai confidato nulla sul contenuto. Sapevo soltanto che, pochi minuti dopo aver letto la quinta e ultima missiva, Bill, prendendo una drastica decisione sul suo matrimonio con Lucille, era uscito dall'appartamento di Greene Street e si era diretto senza indugio a casa di Violet, nell'East Village. Soppesandole tra le mani, le sentii pregne del mistero delle cose rese magiche da racconti ripetuti infinite volte. Ormai i miei occhi sono malati e mi è occorso molto tempo per leggerle, ma sono riuscito a decifrare ogni singola parola. Alla fine ho capito che avrei incominciato a scrivere questo libro oggi stesso.

«Sdraiata a terra nel tuo studio, - Violet scriveva nella quarta lettera, - ti osservavo mentre mi dipingevi. Guardavo le tue braccia, le spalle, e soprattutto le mani al lavoro. Volevo che ti voltassi, venissi da me e mi sfregassi la pelle come facevi con la tela. Volevo che premessi il pollice su di me con forza, come sulla figura, e pensavo che se non l'avessi fatto sarei impazzita, ma non sono impazzita, e tu non mi hai mai toccato, nemmeno una volta. Non mi stringevi neppure la mano».

Vidi per la prima volta il dipinto di cui Violet scriveva piú o meno venticinque anni fa in una galleria di Prince Street, a SoHo. A quell'epoca non conoscevo né Bill né Violet. La maggior parte delle opere nella collettiva erano scarni prodotti minimalisti per me privi d'interesse. Il quadro di Bill era appeso a una parete, da solo. Di notevoli dimensioni, circa un metro e ottanta di altezza per due e mezzo di larghezza, ritraeva una giovane donna distesa sul pavimento di una stanza vuota. Appoggiata a un gomito, sembrava assorta in qualcosa al di là del bordo del dipinto, da dove una luce brillante si diffondeva nella stanza, a illuminarle il viso e il petto. La mano destra era appoggiata sul pube e, nell'esaminarla piú da vicino, notai tra le dita un minuscolo taxi, una versione in miniatura della vettura gialla perennemente in corsa lungo le strade di New York.

Mi ci volle un minuto buono per comprendere che in realtà le persone raffigurate erano tre: alla mia destra, sul margine piú buio, scorsi una donna nell'atto di uscire di scena. Comparivano soltanto il piede e la caviglia e il mocassino, riprodotto con una minuzia straziante, calamitò la mia attenzione. Questa donna non era meno importante della protagonista. La terza presenza era solo un riflesso. Per un attimo pensai che si trattasse della mia ombra, poi capii che faceva parte dell'opera. Nel percepire le zone oscure proiettate sulla pancia e le cosce della ragazza, che portava indosso soltanto una T-shirt da uomo, intesi come qualcuno al di fuori della tela l'osservasse, uno spettatore situato proprio al mio posto.

Sulla destra, il cartoncino dattiloscritto a caratteri minuscoli recitava: Autoritratto di William Wechsler. Sul momento l'interpretai come uno scherzo, ma dovetti ricredermi. L'artista intendeva dunque metterci a parte di un suo lato femminile o di una triplice identità? Forse, descrivendo in modo trasversale due donne e uno spettatore, egli si riferiva direttamente a se stesso, o forse il titolo non era affatto collegato al contenuto, ma alla forma. La mano autrice dell'immagine si nascondeva in alcuni punti ed emergeva in altri. Scompariva nell'illusione fotografica del viso, nella luce che filtrava dalla finestra invisibile e nell'iperrealismo del mocassino. I lunghi capelli erano invece un groviglio di pittura densa, con tratti vigorosi di rosso, verde e azzurro. Intorno alla scarpa e alla caviglia spesse striature di nero, grigio e bianco erano state applicate forse con una spatola, e in quei materici strati di colore intravidi il segno tracciato da un pollice. Ebbi l'impressione di gesti improvvisi, quasi violenti.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 36

Il parto è violento, sanguinoso e doloroso, e nessuna retorica potrà mai convincermi del contrario. Ho sentito storie di donne che partoriscono accovacciate nei campi, tagliano il cordone ombelicale con i denti, si legano il neonato sulla schiena e riprendono a lavorare con la falce. Ma io non ero sposato con donne cosí. Ero il marito di Erica. Frequentammo insieme le lezioni del metodo Lamaze e ascoltammo attentamente i consigli di Jean Romer sulla respirazione. Jean, una donna tarchiata in bermuda e scarpe da ginnastica con la suola spessa, parlava della nascita come della «grande avventura» e chiamava i partecipanti «mamme» e «allenatori». Erica e io guardavamo cassette in cui donne atletiche e sorridenti si producevano in flessioni sulle ginocchia durante il travaglio e spingevano fuori i neonati a forza di espirare. Ci esercitavamo ad ansimare e sbuffare, correggendo mentalmente Jean ogni volta che ci diceva di «posarci a terra». A quarantasette anni ero il secondo futuro padre in ordine di vecchiaia. Il primo era un impenitente sessantenne di nome Henry che, già sposato e padre di figli adulti, si stava ora concentrando sul secondo bambino della seconda moglie, una giovane donna dall'aspetto adolescenziale benché avesse probabilmente superato i vent'anni da un pezzo.

Matthew nacque il 12 agosto 1977 all'ospedale St. Vincent. Io rimasi per tutto il tempo accanto a Erica, a scrutarle il viso straziato, i pugni stretti, il corpo in preda agli spasmi. Ogni tanto le prendevo la mano, ma lei mi scacciava con violenza scrollando il capo. Erica non urlava, ma in fondo al corridoio, in un'altra sala parto, una donna strillava con tutto il fiato che aveva in gola, interrompendosi solo per imprecare in spagnolo e in inglese. Anche lei doveva avere accanto un «allenatore», perché dopo qualche secondo di insolito silenzio, la sentimmo urlare: - 'Fanculo Johnny! 'Fanculo tu e la tua fottuta respirazione! Respira tu, cazzo! Io muoio!

Verso la fine del travaglio gli occhi di Erica s'illuminarono di un bagliore estatico, vivace. Strinse i denti e ringhiò come un animale quando le fu detto di spingere. Io, in camice da chirurgo accanto al medico, vidi emergere tra le gambe di mia moglie la testa nera, bagnata e insanguinata di mio figlio, seguita immediatamente dalle spalle e dal resto del corpo. Guardai il suo minuscolo pene gonfio, il sangue e i fluidi che sgorgavano dalla vagina che si stava richiudendo, e sentii il dottor Figueira annunciare: - un maschio -. Temetti di svenire. Un'infermiera mi condusse a una sedia e mi ritrovai con mio figlio in braccio. Abbassai lo sguardo sul suo viso rosso e rugoso, la morbida testa inclinata, e dissi: - Matthew Stein Hertzberg -. Lui mi guardò negli occhi storcendo la bocca.

Ci ero arrivato tardi. Ero diventato padre quando già le rughe e i capelli grigi facevano la loro comparsa, ma assunsi il mio ruolo di genitore con l'entusiasmo di chi attende il momento da tempo. Matt era una strana creatura con sottili arti rossi, un bozzo ombelicale violaceo e soffici capelli neri solo su alcuni punti della testa. Erica e io passavamo un sacco di tempo a studiarlo: i suoi versi avidi, gorgoglianti, quando succhiava il latte, i bisogni color senape, le braccia e le gambe in perenne agitazione e lo sguardo assorto, di intelligenza o idiozia, a seconda di come volevi considerarlo. Per una settimana Erica lo chiamò «il nostro nudo sconosciuto», poi divenne Matthew o Matt o Matty. In quei primi mesi dopo la nascita Erica dimostrò una competenza e una disinvoltura che non conoscevo in lei. Era sempre stata nervosa ed eccitabile, e quando era davvero alterata la sua voce assumeva un timbro ansioso, stridulo, un registro che mi infastidiva fisicamente, come se mi si graffiasse con una forchetta. Ma Erica ebbe pochi scoppi d'ira in quel primo periodo di vita di Matt. Era quasi serena. Mi sembrava di essere sposato con una persona un poco diversa. Non dormiva mai a sufficienza e la pelle sotto gli occhi le si era scurita per la mancanza di sonno, ma aveva lineamenti dolcissimi. La tenerezza con cui mi guardava quando allattava Matt mi struggeva l'anima. Spesso rimanevo a leggere a letto mentre Erica mi dormiva accanto con il piccolo tra le braccia, la testolina appoggiata sul seno.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 141

In dicembre Erica andò da un medico perché continuava a perdere peso, e lui la indirizzò da una collega che era anche analista. Ogni venerdi vedeva la dottoressa Trimble nel suo studio in Central Park West. La dottoressa chiese di incontrarmi, ma io mi rifiutai. L'ultima cosa che volevo era una sconosciuta che mi pungolasse sui traumi infantili e mi interrogasse sui miei genitori. Invece avrei dovuto acconsentire, adesso lo capisco. Avrei dovuto, perché lo desiderava Erica. Il mio diniego divenne la prova del mio allontanamento da lei, senza speranza di ritorno. Mentre Erica parlava con la dottoressa Trimble io restavo a casa ad ascoltare Bill per un'ora e poi, quando lui usciva, guardavo fuori dalla finestra. Sentivo male dappertutto. Il dolore mi si era insinuato nelle braccia e nelle gambe, soffrivo di un indolenzimento muscolare cronico. La mano destra, quella che aveva perforato il cartongesso, ci mise parecchio tempo a guarire. Mi ero rotto il dito medio, e la collisione aveva lasciato una grossa protuberanza vicino alla nocca. Quel piccolo sfregio e il corpo sofferente costituivano le mie uniche soddisfazioni, e spesso, seduto in poltrona, mi sfregavo il dito bitorzoluto.

Erica ingollava litri di un ricostituente di nome Ensure. Di sera prendeva un sonnifero. Con il passare dei mesi divenne molto piú gentile nei miei confronti, ma la sua nuova sollecitudine aveva qualcosa di impersonale. Smise di dormire nel letto di Matt e tornò nel nostro, ma io la raggiungevo di rado, preferendo dormire sulla mia poltrona. Una notte di febbraio avvertii Erica posarmi addosso una coperta. Invece di aprire gli occhi finsi di dormire. Quando premette le labbra sulla mia fronte immaginai di tirarla a me e di baciarle il collo e le spalle, ma non lo feci. In quel periodo ero come richiuso in una pesante armatura, e cosí corazzato coltivavo un solo proposito: non mi lascerò consolare. Per quanto perverso, era la mia ancora di salvezza, l'unico brandello di sincerità rimasto in me. Ero sicuro che Erica intuisse il mio stato d'animo e a marzo annunciò la sua novità.

- Ho deciso di accettare quel posto a Berkeley, Leo. Mi vogliono ancora.

Stavamo mangiando cibo cinese direttamente dai contenitori di plastica. Alzai, lo sguardo dal pollo ai broccoli per studiare il suo viso. - un modo per dirmi che vuoi il divorzio? - La parola divorzio aveva un timbro curioso. Mi resi conto di non averci mai pensato prima.

Erica scrollò il capo fissando il tavolo. - No, non voglio il divorzio. So solo che non posso piú vivere dove c'era Matt, e non posso piú stare qui con te, perché... - S'interruppe. - Ti sei lasciato morire anche tu, Leo. Io non ti ho aiutato per nulla, lo so. Non sono stata in me per un sacco di tempo, ed ero cattiva.

- No, - dissi. - Non eri cattiva -. Non riuscivo a guardarla, mi voltai e parlai al muro. - Sei sicura di voler andar via? Cambiare città non è facile.

- Lo so, - disse.

Rimanemmo in silenzio per un po', poi proseguí. - Mi ricordo i tuoi racconti su tuo padre, sul suo cambiamento dopo aver scoperto la verità sulla sua famiglia. Ricordo le tue parole: «Si è come immobilizzato».

Non mi spostai, mantenni lo sguardo incollato alla parete. - Colpa dell'ictus.

- No, mi avevi detto che era successo prima dell'ictus.

Rividi mio padre in poltrona. Voltato di spalle, era seduto davanti al camino. Annuii prima di guardare Erica. Quando i nostri occhi si incontrarono, aveva un'espressione tra il sorriso e il pianto. - Non sto dicendo che è finita tra noi, Leo. Tornerò a trovarti, se vorrai. Mi piacerebbe scriverti e raccontarti le mie giornate.

- Si -. Annuii, come quelle bambole con la testa sulle molle. Mi passai le mani sulla barba di due giorni e mi sfregai il viso continuando ad annuire.

- E poi, - disse, - dobbiamo selezionare le cose di Matt. Pensavo che tu avresti potuto occuparti dei disegni. Possiamo incorniciarne qualcuno e mettere gli altri in una cartella. Io mi occuperò dei vestiti e dei giochi. Potrei darne un po' a Mark...

Il compito ci riempí le serate, e scoprii di riuscire a dedicarmici. Comprai raccoglitori e scatole e incominciai a mettere in ordine centinaia di disegni, progetti artistici per la scuola, quaderni e lettere di Matt. Erica piegò con cura magliette, pantaloni e calzoncini e li mise negli scatoloni, per Mark o per l'Esercito della Salvezza. Conservò solo la maglia con la scritta ART NOW e un paio di pantaloni mimetici che Matt adorava. Poi riuní i giocattoli e separò quelli buoni da quelli da buttare. In camera di Matt, mentre Erica sedeva per terra circondata da scatoloni, io archiviavo fogli alla scrivania. Procedevamo lentamente. Erica esaminava i vestiti di Matthew, magliette, mutande, calze. Com'erano strani, banali e terribili al contempo. Una sera di aprile cominciai a ricalcare con il dito le linee di un suo disegno - la gente, i palazzi e gli animali. Mi sembrava di seguire il movimento della sua mano, e non riuscivo piú a smettere. Erica mi si avvicinò fermandosi alle mie spalle. Guardò la mia mano muoversi sul foglio, poi allungò la sua, mise il dito su Dave e segui le linee del suo corpo. Piangeva, e io compresi quanto dovevo aver odiato le sue lacrime, perché per qualche motivo non le detestavo piú.

La partenza imminente di Erica ci cambiò. La certezza che ben presto ci saremmo separati rese entrambi piú indulgenti, sgravandoci da un peso che ancora oggi non saprei definire. Non volevo che se ne andasse, eppure il fatto che si allontanasse da me allentava un bullone nel macchinario del nostro matrimonio, diventato ormai un motore di cordoglio ripetitivo, inarrestabile.

| << |  <  |  >  | >> |

Pagina 194

Due settimane dopo, a una delle cene di Bernie Weeks, il nome di Teddy Giles rispuntò nei nostri discorsi. Da tempo non uscivo con Bill e Violet e avevo atteso con impazienza quell'occasione, ma finii seduto tra l'ultima conquista di Bernie, una giovane attrice di nome Lola Martini, e Jillian Downs, l'artista di cui si inaugurava la mostra, e non ebbi la possibilità di parlare un granché né con Bill né con Violet. Bill era sull'altro fianco di Jillian, ed erano immersi nella conversazione. Il marito di Jillian, Fred Downs, parlava con Bernie. Prima che si menzionasse Giles, Lola mi aveva raccontato della sua carriera come valletta alla televisione italiana, per un programma di giochi. Il suo guardaroba di scena consisteva in una serie di bikini associati al tema del gioco, che era la frutta. - Giallo limone, - disse. - Rosso fragola, verde lime, insomma te lo puoi immaginare -. Poi si indicò la testa. - Per non parlare dei cappelli a forma di frutta.

- In stile Carmen Miranda, - dissi io.

Lola mi lanciò uno sguardo assente. - Il programma era davvero stupido, ma ho imparato l'italiano, dopodiché ho avuto ruoli in un paio di film.

- Senza frutta?

Rise e si aggiustò il corpetto, che si era abbassato lentamente nell'ultima mezz'ora. - Senza frutta.

Le chiesi quando aveva conosciuto Bernie e mi spiegò: - La scorsa settimana in una galleria, alla mostra di Teddy Giles. Uh, che schifo! - Lola si produsse in una smorfia per mostrare tutta la sua repulsione, sollevando le spalle nude. Era molto giovane e carina e, quando parlava, gli orecchini le penzolavano contro il lungo collo. Puntò la forchetta verso Bernie e disse, alzando la voce: - Parlavamo della mostra in cui ci siamo incontrati. Non era disgustosa?

Bernie si voltò verso Lola. - Be', - disse, - non è che non sia d'accordo con te, ma direi che Giles ha fatto colpo. Ha iniziato con delle performance nei locali, poi Larry Finder l'ha visto e ha portato le sue opere in galleria.

- Ma come sono i lavori? - chiesi.

- Sono corpi a pezzi di donne, uomini, persino bambini, - disse Lola corrugando la fronte e tirando le labbra per esprimere la sua avversione. - Sangue e budella dappertutto, e in piú sono esposte le foto di una sua performance con un clistere che zampilla. Suppongo fosse acqua rossa, ma sembrava sangue. Oh Dio, ho dovuto coprirmi gli occhi. Era tremendo.

Jillian guardò Bill alzando le sopracciglia. - Sai chi ha preso Giles sotto la sua ala?

Bill scrollò il capo.

- Hasseborg. Ha scritto un lungo articolo su di lui in «Blast». Sul viso di Bill comparve per un istante una traccia di dolore. - E che ne dice? - chiese.

- Che Giles denuncia la celebrazione della violenza nella cultura americana, - disse Jillian. - Horror hollywoodiano decostruito... qualcosa del genere.

- Jillian e io siamo andati alla performance, - disse Fred. - Secondo me era molto artefatto, inconsistente. Dovrebbe essere scioccante, ma in effetti non lo è, anzi è insipido se pensi agli artisti che si sono spinti davvero fino in fondo. Quella donna che si è sottoposta a chirurgia plastica per assomigliare a un Picasso, o a un Manet o a un Modigliani. Mi dimentico sempre come si chiama. Oppure Tom Otterness che sparava al cane, vi ricordate?

- Era un cucciolo.

Il viso di Lola crollò. - Ha sparato a un cucciolo?

- tutto su videocassetta, - spiegò Fred. - Quel cosino che saltellava qua e là e poi... bang -. Si interruppe. - Ma penso che avesse un cancro.

- Vuoi dire che il cane era malato e sarebbe morto comunque?

Nessuno rispose a Lola.

- Chris Burden si è fatto sparare al braccio, - aggiunse Jillian.

- Alla spalla, - la corresse Bernie. - Era la spalla.

- Braccio, spalla, - sorrise Jillian. - Piú o meno. Schwarzkogler, quella si che è arte radicale.

- Che ha fatto? - chiese Lola.

- Be', per prima cosa, - le spiegai, - si è tagliato il pene per il lungo e ha fotografato il risultato. Piuttosto sanguinoso e raccapricciante.

- Non c'era un altro tizio che ha fatto una roba simile? chiese Violet.

- Bob Flanagan, - rispose Bernie. - Con i chiodi. Si è martellato dei chiodi nel pene.

Lola era a bocca aperta. - gente malata, - disse. - Malata di mente. Secondo me non è arte. E follia pura.

Mi voltai per guardare Lola, con le sopracciglia perfettamente disegnate, il naso piccolo e la bocca luccicante. - Se esponessi te stessa in una galleria, diventeresti subito arte, le dissi. - Arte migliore di tanta altra che ho visto. Le definizioni prescrittive non valgono piú.

Lola scrollò le spalle. - Vuoi dire che qualsiasi cosa diventa un'opera d'arte se qualcuno la definisce tale? Persino io stessa?

- Esattamente. la prospettiva, non il contenuto.

Violet si sporse in avanti appoggiando i gomiti sul tavolo. - Ho visto la mostra di Giles, - disse. - Lola ha ragione. Se la prendi sul serio è orribile. Ma al tempo stesso sembra uno scherzo, un gioco -. Fece una pausa. - difficile dire se si tratti solo di cinismo o se c'è dell'altro, un piacere sadico nello smembrare tutti quei corpi finti...

| << |  <  |