Copertina
Autore Thomas Henry Huxley
Titolo Il posto dell'uomo nella natura
EdizioneUTET Libreria, Torino, 2005 [1869] , pag. 232, ill., cop.fle., dim. 150x230x18 mm , Isbn 978-88-7750-956-7
OriginaleEvidence as to Man's Place in Nature [1863]
CuratoreGiacomo Giacobini
TraduttorePietro Marchi
LettoreRenato di Stefano, 2006
Classe scienze naturali , evoluzione , zoologia , biologia , storia della scienza
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Indice

 VII    Introduzione di Giacomo Giacobini
XIII    Nota al testo

    5   Avvertimento al lettore
    7   Prefazione del traduttore

  9   I Sulla storia naturale delle scimmie antropomorfe

 72     Sul cannibalismo africano nel decimosesto secolo

 74  II Sui rapporti anatomici dell'uomo cogli animali

141     Storia succinta della controversia relativa alla
        struttura del cervello dell'uomo e delle scimmie

150 III Sopra alcuni resti fossili dell'Uomo

198     Vita di Thomas Henry Huxley di Emanuele Padoa

231     Riferimenti bibliografici

 

 

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Pagina VII

Introduzione



Avviene talvolta che un'opera fondamentale per la diffusione e il successo di un'idea scientifica sia nota più per il suo titolo che per il suo contenuto. A quasi un secolo e mezzo dalla pubblicazione del saggio Evidence as to Man's Place in Nature di Thomas Henry Huxley, poche persone interessate all'evoluzione dei viventi e alle vicende che portarono alla sua comprensione possono affermare di averlo letto e di conoscere i temi in esso trattati. Tuttavia l'opera è frequentemente citata, anche perché essa, insieme al testo di Charles Lyell The Geological Evidences of the Antiquity of Man, rappresentò nel 1863 la prima coraggiosa applicazione all'uomo dell'idea di evoluzione. Il suo titolo fu anche spesso riutilizzato per opere di altri autori, da Il posto dell'uomo nella natura di Giuseppe Sergi (1929) a La place de l'homme dans la nature di Pierre Teilhard de Chardin (1956-63, postumo).

Fu quindi quello scelto da Huxley un titolo fortunato. Era anche, ed è tuttora, un titolo denso di significati perché, come scrive lo stesso Huxley all'inizio del secondo capitolo, «la questione delle questioni per il genere umano, il problema che sta sopra a tutti i problemi [...] consiste nella indicazione precisa della posizione che l'uomo occupa in natura, e dei suoi rapporti coll'insieme delle cose create. D'onde sia venuta la nostra razza; quali i limiti della potenza nostra sulla natura, e della potenza della natura su noi: a qual meta noi tendiamo: ecco i problemi che si presentano incessantemente e con non diminuito interesse ad ogni uomo nato su questa terra». una sintetica ed efficace presentazione di problemi fondamentali, che in questo inizio di terzo millennio continuano a essere di grande attualità.

La corretta comprensione di quale sia il posto dell'uomo nella natura e di quale sia stata la sua storia evolutiva di animale culturale propone infatti argomenti di riflessione relativi ad alcune fra le più importanti sfide da cui oggi ancor più che ai tempi di Huxley dipende il futuro dell'umanità: la capacità di impostare un corretto rapporto con l'ambiente e con gli altri esseri viventi, ma anche tra gli appartenenti alla specie Homo sapiens.

Un corretto rapporto con l'ambiente implica la ricerca di un'armonia tra l'uomo e gli ambienti in cui vive, cioè la programmazione di uno sfruttamento razionale delle risorse energetiche e del territorio che non cada in eccessi ecologisti che vanifichino un impegno serio. Un corretto rapporto con gli altri esseri viventi richiede un serio impegno per assicurare la conservazione della biodiversità, responsabilità sempre più precisa dell'uomo. Richiede inoltre lo sviluppo di strategie per l'utilizzazione equilibrata delle risorse animali e vegetali del pianeta, l'acquisizione di norme bioetiche razionali, l'utilizzazione prudente delle biotecnologie. Un corretto rapporto fra gli uomini sottintende l'impegno nel garantire la dignità di tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla provenienza geografica, dal colore della pelle, dal sesso, dalle idee religiose. Significa favorire la conservazione di tutte le culture, la cui molteplicità e non la possibilità di una loro unificazione all'interno di una sorta di villaggio globale rappresenta la ricchezza del genere umano.

Il messaggio principale del libro di Huxley consiste nella decisa affermazione dell'animalità dell'uomo e nel suo inserimento in un sistema naturale, seguendo una via tracciata da Carlo Linneo sin dal 1735 con la classificazione dell'uomo nello stesso ordine zoologico (Anthropomorpha, in seguito Primates) che comprende anche le scimmie. Huxley indica anche le due vie che da allora saranno seguite dalla ricerca tesa a chiarire la posizione zoologica e le vicende filogenetiche della nostra specie zoologica: lo studio comparativo con gli animali a noi più affini, cioè le scimmie antropomorfe, e la ricerca di resti fossili dei nostri antenati. Le attuali conoscenze sull'argomento, grandemente accresciute dai tempi di Huxley, sono il risultato di studi effettuati seguendo l'impostazione metodologica da lui tracciata.

Grazie a questi studi, oggi sappiamo quanto sia stato importante lo sviluppo di una cultura per l'evoluzione degli ominidi e siamo coscienti di quanto la nostra esistenza dipenda da essa, ma sappiamo anche quanto il DNA dell'uomo sia vicino a quello dello scimpanzè e del gorilla. La presa di coscienza di quale sia il posto dell'uomo nella natura ci ricorda, insomma, che la nostra storia evolutiva, dal momento della sua separazione da quella delle antropomorfe africane, si è svolta nell'ambito del mondo naturale a cui l'uomo moderno, nonostante lo straordinario sviluppo della sua cultura, continua ad appartenere.

[...]

Giacomo Giacobini

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Pagina 9

I.
Sulla storia naturale delle scimmie antropomorfe



Le antiche tradizioni, quando siano sottoposte ai severi processi della investigazione moderna, assai comunemente si dileguano in meri sogni: però è singolare come spesso il sogno sembra essersi formato in un dormi veglia a presagire una realtà. Ovidio presagì le scoperte dei geologi: l'Atlantide era una cosa immaginaria, ma Colombo trovò il mondo occidentale: e sebbene le strane forme dei centauri e dei satiri abbiano un'esistenza solamente nel dominio dell'arte, pure sono ora conosciutissimi degli esseri che si rassomigliano all'uomo molto più di quelli nella loro essenziale struttura oppure sono completamente bruti come la composizione mitologica di quell'animale, metà capro metà cavallo.

Io non ho incontrata alcuna notizia di Scimmie Antropomorfe, cioè a forma di uomo, di più antica data di quella che è contenuta nella descrizione del regno del Congo di Pigafetta, tratta dalle note di un marinaio portoghese Edoardo-Lopez, e pubblicata nel 1598. Il decimo capitolo di questa opera è intitolato «De animalibus quae in hac provincia reperiuntur» e contiene un breve passo in proposito, che cioè nel paese di Songan sulle spiaggie del Zaira vi sono moltitudini di scimmie che offrono un gran diletto ai signori coll'imitare gli umani gesti. Siccome questo poteva applicarsi a quasi ogni specie di scimmie, io lo avrei poco creduto, se i fratelli De-Bry, le incisioni dei quali illustrano questo lavoro, non avessero creduto opportuno nel loro undecimo Argumentum, di figurare due di queste «Simiae magnatum deliciae».

Queste scimmie sono senza coda, a lunghe braccia, a grandi orecchie; e all'incirca della natura dei Cimpanzè. Può essere che queste scimmie siano un parto della immaginazione di que' fratelli pieni di ingegno, nella guisa stessa del dragone bipede e alato a testa di coccodrillo che adorna la medesima tavola, oppure può essere che gli artisti abbiano fatti i loro disegni sopra qualche descrizione essenzialmente fedele di un Gorilla o di un Cimpanzè. E in caso diverso, benché queste figure abbiano il valore di una semplice e passeggiera notizia, le più vecchie degne di fede ed esatte relazioni di qualche animale di questa specie, datano dal 17 secolo e sono dovute ad un Inglese.

La prima edizione di quel vecchio libro piacevolissimo, intitolato «Purchas his Pilgrimage» (Purchas e il suo pellegrinaggio), era pubblicata nel 1613 e vi si trovano molti ragguagli relativi ad un paese ricordato da Purchas ove dice: «Andrea Battell (mio prossimo vicino dimorante a Leigh in Essex) che serviva sotto Manuel Silvera Perera, governatore del re di Spagna, nella città di San Paolo, e col quale si spinse molto avanti nel paese di Angola»; Purchas dice poi «il mio amico Andrea Battell che visse nel regno del Congo molti anni» e che, «al seguito di qualche disputa avuta coi portoghesi (presso i quali era sergente di truppa), visse otto o nove mesi nei boschi».

Da questo vecchio soldato consumato dagli strapazzi Purchas fu sorpreso di sentir narrare «di una specie di grandi scimmie, se così possono chiamarsi, dell'altezza di un uomo ma due volte più grosse nella forma delle loro membra, con forza proporzionale, tutte pelose, insomma intieramente simili ad uomini e donne in tutta la loro forma corporea. Esse vivevano di alcuni frutti selvatici, che gli alberi e le altre piante producevano, e di notte dimoravano sugli alberi».

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Pagina 37

Le scimmie a forma d'uomo, della scoperta delle quali ho qui riferita la storia particolareggiata, hanno alcuni caratteri in comune, di struttura anatomica e di distribuzione. Tutte hanno cioè il medesimo numero di denti dell'uomo quattro incisivi, due canini, quattro falsi molari e sei veri molari per ciascuna mascella; ossia trentadue denti in tutto nello stato adulto: mentre i denti di latte sono venti: cioè quattro incisivi, due canini, e quattro molari per ogni mascella. Queste sono le scimmie dette Catarrine perché le loro narici hanno un setto di poco spessore, e guardano in basso; inoltre le loro braccia sono sempre più lunghe delle loro gambe, con una differenza talora maggiore, tal'altra minore; cosicché se le quattro specie di scimmie fossero disposte in ordine di lunghezza delle braccia comparata con quella delle loro gambe, avremmo questa serie: Orang (1 1/9 1), Gibbone (1 1/4 1), Gorilla (1 1/5 1), Cimpanzè (1 1/16 1).

In tutte, le membra anteriori sono terminate da mani provviste di pollici più lunghi o più corti: mentre il dito grosso del piede, sempre più piccolo che nell'uomo, è al contrario più mobile che in esso, e può essere opposto come un pollice al resto del piede. Nessuna di queste scimmie ha coda, e nessuna di loro possiede le sacche buccali comuni alle altre scimmie. Finalmente esse abitano tutte l'antico continente.

I Gibboni sono, fra le scimmie a forma d'uomo, le più piccole, le più sottili; son quelle che hanno le membra più lunghe: le loro braccia sono, in proporzione del loro corpo, più lunghe di quelle di alcun'altra scimmia a forma d'uomo, cosicché esse possono toccare il terreno, quando sono in piedi: le loro mani sono più lunghe dei loro piedi, e sono i soli animali vicino all'uomo che abbiano callosità simili alle scimmie inferiori. Essi sono variamente colorati.

Gli Orang hanno braccia che arrivano alla fiocca del piede, mentre l'animale sta in posizione eretta; i loro pollici e i diti grossi del piede sono brevissimi, e i loro piedi sono più lunghi delle mani. Sono coperti di un pelo rossiccio-bruno, e i lati della faccia nei maschi adulti sono trasformati in due rilevate e molli escrescenze, a guisa di tumori grassosi.

I Cimpanzè hanno le braccia che arrivano al di sotto dei ginocchi: voluminosi i pollici e i diti grossi dei piedi; le mani più lunghe dei piedi; il pelo è nero mentre la pelle della faccia è pallida.

Il Gorilla, per ultimo, ha delle braccia che arrivano a metà della gamba, voluminosi i pollici e i diti grossi del piede; piedi più lunghi delle mani, faccia nera e pelo grigio cupo o scuro decisamente.

Per lo scopo che ho adesso in vista, non è necessario che io entri in alcun altro ragguaglio relativo ai caratteri distintivi dei generi e delle specie, in cui queste scimmie a forma d'uomo sono divise dai naturalisti. Basta dire che gli Orang ed i Gibboni costituiscono i distinti generi Simia ed Hylobates; mentre i Cimpanzè ed i Gorilla sono da qualcuno riguardati semplicemente come specie distinte di un sol genere, Troglodytes; da altri invece come generi distinti, essendo riservato il nome di Troglodytes per il Cimpanze, e quello di Gorilla per l'Engè-ena o Pongo.

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Pagina 70

I Gibboni, come abbiamo veduto, prontamente assumono la posizione eretta; il Gorilla però è molto più dei Gibboni adatto, in grazia della sua organizzazione, a quella stessa attitudine verticale: se le sacche laringee del Gibbone, come è probabilissimo, sono importanti per dar corpo a una voce, che può essere udita a distanza di una mezza lega, il Gorilla che ha eguali sacche, più estesamente sviluppate, e la cui massa è cinque volte quella delle sacche di un Gibbone, può essere capace di farsi udir bene a due volte quella medesima distanza. Se l'Orang combatte colle sue mani, i Gibboni e i Cimpanzè coi loro denti, il Gorilla può, assai probabilmente, far ciò con ambedue questi mezzi: né vi è che dire contro il fatto che il Cimpanzè e il Gorilla si fabbrichino un nido, dal momento che è provato che l'Orang-Utan abitualmente esegue tal'opra.

Con tutte queste prove di fatto, che hanno già dieci o quindici anni di data in faccia al mondo, non reca poca sorpresa che le asserzioni di un recente viaggiatore, che per ciò che spetta al Gorilla ha fatto poco più che ripetere sulla sua propria autorità i ragguagli dati da Savage e da Ford, abbiano incontrata tanta e così aspra opposizione. Astrazione fatta da quanto prima si conosceva, la somma e la sostanza di tutto ciò che ha affermato il sig. Du Chaillu, come dovuto alla sua propria osservazione rispetto al Gorilla, consiste in questo: che, prima dell'attacco, la gran fiera si batte il petto coi pugni. Confesso di non veder su questo soggetto niente che sia veramente improbabile o che meriti molta discussione. A proposito delle altre scimmie africane a forma d'uomo il sig. Du Chaillu non ci dice niente di assoluto, per sua propria notizia, sull'ordinario Cimpanzè: però ci dà ragguaglio di una specie o varietà di scimmia a testa pelata, nsciego mbuvè, che si fabbrica un ricovero, e di un'altra rara specie, avente la faccia comparativamente piccola, l'angolo facciale molto aperto, e una nota particolare della voce da rassomigliare a «Kooloo».

Non è ben chiaro come siano state prese per fondamento di un sommario rifiuto, col quale sono stati accolti i racconti del sig. Du Chaillu su tal proposito, le notizie che l'Orang protegge sé stesso con una rozza copertura di foglie, e che l'ordinario Cimpanzè, secondo quello che dice il Dr. Savage, osservatore eminentemente degno di fede, produce un suono analogo a «Whoo-Whoo».

Se io mi sono astenuto dal citare il lavoro di Du Chaillu, non è perché io vi riconosca alcuna improbabilità inerente alle sue asserzioni rispetto alle scimmie antropomorfe; non per alcun desiderio di gettare il sospetto sulla loro veridicità; ma perché, secondo la mia opinione, fintantoché questi racconti restano, come sono al presente, nello stato di una confusione inesplicata ed apparentemente inesplicabile, non hanno diritto alla autenticità sopra qualsiasi soggetto.

Possono esser veri, ma non sono provati.

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Pagina 74

II.
Sui rapporti anatomici dell'uomo cogli animali



La questione delle questioni per il genere umano, il problema che sta sopra a tutti i problemi, ed è più profondamente interessante che ciascun altro, consiste nella indicazione precisa della posizione che l'uomo occupa in natura, e dei suoi rapporti coll'insieme delle cose create.

D'onde sia venuta la nostra razza: quali i limiti della potenza nostra sulla natura, e della potenza della natura su noi: a qual meta noi tendiamo: ecco i problemi che si presentano, incessantemente e con non diminuito interesse ad ogni uomo nato su questa terra. La maggior parte degli uomini angustiati dalle difficoltà e dalle dubbiezze che circondano il creatore di tali problematici argomenti, sono felici di ignorar ciò intieramente, ed affogano lo spirito investigatore sopra il morbido letto di una rispettata e rispettabile tradizione. Però in ogni età, uno o due spiriti irrequieti, felicemente dotati di quel genio inventivo che può edificare soltanto con stabili fondamenta, ovvero presi unicamente da un puro spirito di scetticismo, si sono rifiutati a continuare nelle bene accomodate e confortevoli tracce dei loro antenati e contemporanei; e senza curarsi di spine e di ostacoli han cercato battere un loro proprio sentiero. Gli scettici finiscono colla sfiducia, affermando che il problema è insolubile, o collo ateismo che nega la esistenza del progresso e di un ordine regolare delle cose del mondo: gli uomini di genio propongono delle soluzioni che si trovano nei sistemi di Teologia o di Filosofia, o che, velate in un armonico linguaggio, che fornisce suggestioni più che dimostrazioni, danno ad un'epoca la sua forma poetica.

Ciascuna delle soluzioni offerte a questa grande questione che vien sempre dichiarata completa e definitiva, se non da chi è il primo a proporla, almeno dai suoi successori si mantiene in alta stima ed autorità per un secolo, o, secondo le circostanze, per venti secoli; ma certamente il tempo prova essere stata ogni soluzione una semplice approssimazione alla verità, che non poteva esser tollerata che in ragione della ignoranza di quelli dai quali era accettata, e che diveniva inammissibile se sottoposta alla prova di fatti nuovi e più estesi, dai successori conosciuti.

una metafora comune, quella di instituire un parallelo fra la vita dell'uomo e la metamorfosi del bruco in farfalla, ma il paragone sarebbe tanto più giusto e più nuovo, se per primo termine invece della vita di un uomo noi prendessimo íl mentale sviluppo della razza umana. L'istoria ci mostra che lo spirito umano, nutrito da un costante, aumento di cognizioni nuove, periodicamente si accresce a tal punto da non potere esser contenuto in un involucro che esso rompe per ricomparire sotto una forma nuova, come il bruco che si nutre e ingrandisce rompe la sua pelle troppo stretta, per assumerne un'altra, essa pur temporaria. Veramente lo stato perfetto dell'uomo sembra essere ben lontano, ma ogni muta è un passo guadagnato, e di questi ve ne sono stati già molti.

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Pagina 86

Per verità corre un lasso di tempo assai lungo, pria che il corpo di un giovane essere umano possa facilmente distinguersi da quello di un giovane cagnolino; tuttavia anche ad un periodo passabilmente precoce, i due esseri divengono capaci di essere riconosciuti, per la forma differente delle loro appendici: il sacco del torlo cioè e l'allantoide. Il primo nel cane divien lungo ed effusato, mentre nell'uomo rimane sferico: l'altra, nel cane raggiunge una dimensione estremamente considerevole, e le produzioni vascolari che vi si sviluppano e che in seguito danno origine alla formazione della placenta (prendendo radice per così dire nell'organismo della madre e tale da trarne per mezzo di quella il nutrimento quanto la radice di un albero ne succhia dal suolo) sono disposte in una zona circolare, mentre nell'uomo, l'allantoide resta comparativamente piccola, e le sue radicule vascolari si costringono in seguito in uno spazio a forma di disco. Quindi, mentre la placenta del cane è a forma di cintura, quella dell'uomo ha la forma di una focaccia.

Però, appunto in quei rapporti nei quali l'uomo in via di sviluppo differisce dal cane, rassomiglia invece alla scimmia, che al par dell'uomo ha un sacco del torlo sferoidale ed una placenta discoidale, talora parzialmente lobata.

Sicché è unicamente negli ultimi stadii di sviluppo, che la giovane creatura umana presenta distinte differenze dalla giovane scimmia, mentre questa si allontana tanto dal cane relativamente al suo sviluppo, quanto se ne allontana l'uomo stesso.

Per sorprendente che apparir possa quest'ultima asserzione, se ne può però dimostrare la verità: e questo fatto solo mi sembra sufficiente a stabilire fuori di ogni dubbio la conformità di struttura dell'uomo col resto del mondo animale, e più particolarmente e più strettamente ancora con le scimmie.

Dunque, identico nei processi fisici dai quali trae la sua origine identico nei primitivi stadii di sua formazione identico nel modo di sua nutrizione prima e dopo la nascita, con gli animali che vengono subito dopo di lui nella scala degli esseri, l'uomo, se si paragoni la sua adulta e perfetta struttura con la struttura di quelli, presenta con loro una meravigliosa rassomiglianza di organizzazione. L'uomo rassomiglia agli animali come questi rassomiglian fra loro; egli ne differisce, come essi differiscono fra loro. E benché queste differenze e rassomiglianze non possano essere pesate e misurate esattamente, il loro valore nondimeno può essere facilmente apprezzato: poiché la norma o la regola del giudicare su tal valore è fornita ed espressa nel sistema di classificazione degli animali, che è attualmente in vigore tra gli Zoologi.

Uno studio accurato delle rassomiglianze e delle differenze presentate dagli animali, ha condotto i naturalisti a disporli in tanti gruppi o riunioni, osservando che tutti i membri di ciascun gruppo presentano un certo cumulo di somiglianze ben definibili, e che il numero dei punti di somiglianza è tanto più piccolo quanto il gruppo diviene più vasto, e viceversa. Così tutti gli esseri che si accordano soltanto nel presentare i pochi segni distintivi di animalità, formano il Regno Animale.

Il considerevole numero degli animali che si accordan solo nel possedere gli speciali caratteri di vertebrati, formano un sottoregno di questo istesso Regno Animale.

Indi il sotto-regno dei Vertebrati è suddiviso nelle classi: dei pesci, anfibi, rettili, uccelli, e mammiferi; e questi in più piccoli gruppi chiamati Ordini: questi poi in Famiglie e in Generi; quest'ultima sono infine spezzati in più piccole riunioni, che si distinguono per possedere dei costanti caratteri proprii, non presi però dalle funzioni generative. Questi ultimi gruppi sono le Specie.

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Pagina 96

Ma volgiamoci ora ad un più nobile e più caratteristico organo per il quale la figura umana sembra essere, ed invero è, sì fortemente distinta da tutte le altre, intendo dire del cranio. Le differenze fra un cranio di Gorilla, e un cranio di Uomo sono per verità immense (figura 16). Nel primo, la faccia, formata ampiamente dalle grossolane ossa mascellari, predomina sulla cassa del cervello o cranio propriamente detto: nel secondo, le proporzioni fra le due parti sono in senso inverso. Nell'Uomo, il foro occipitale, attraverso il quale passa il gran cordone nervoso che unisce il cervello coi nervi del corpo, è situato dietro il centro della base del cranio, che per tal modo si trova appunto bene equilibrato nella posizione eretta; nel Gorilla si trova detto foro nel terzo posteriore di quella base. Nell'Uomo la superficie del cranio è comparativamente piana e le linee rilevate del sopracciglio, arcate sopraciliari o prominenze ciliari, d'ordinario sono poco pronunciate mentre nel Gorilla, delle grandi creste sono sviluppate sul cranio, e le arcate sopraciliari rilevate, stanno soprapposte alle orbite profondamente incavate, come delle grandi tettoje.

Tuttavia alcune sezioni di cranii di Gorilla, mostrano che alcuna delle apparenti imperfezioni del cranio derivano di fatto, non tanto dalla deficienza che s'incontra nella cassa cerebrale, quanto da un eccessivo sviluppo di alcune parti della faccia. La cavità craniense non è difettosa di forma, e la fronte non è veramente appianata o molto ritirata indietro, poiché le di lei curve assolutamente ben disegnate sono semplicemente mascherate dalla massa ossea che vi sta di contro (fig. 16).

Bensì i tavolati delle orbite si dirigono più obliquamente nella cavità del cranio, e in tal modo diminuiscono lo spazio per la parte inferiore dei lobi anteriori del cervello, sicché l'assoluta capacità del cranio è assai minore nel Gorilla che nell'Uomo. Per quanto io so, nessun cranio umano appartenente ad un uomo adulto si è ancora osservato, con una capacità minore di sessantadue pollici cubici (1015 centimetri cub.), poiché il più piccolo cranio osservato da Morton in tutte le razze umane avea per misura sessantatre pollici cubici (1021 cent. cub.): mentre dall'altro canto, il più vasto cranio di Gorilla che sia stato misurato, ha una capacità non maggiore di trentaquattro e mezzo pollici cubici (550 cent. cub.). Ammettiamo, per amor di semplicità, che il più inferiore cranio di Uomo abbia due volte la capacità di quello del più sviluppato Gorilla.

Senza dubbio, questa è una importantissima differenza, ma perde molto del suo apparente valore sistematico quando si esamina col lume di certi altri fatti relativi alla capacità craniense, fatti anche questi che diremo tali da non porsi in dubbio.

Il primo di questi è che la differenza nel volume della cavità craniense fra certe razze della specie umana, è assai più grande, assolutamente, di quello che sia fra l'uomo il più degradato e la scimmia la più elevata nella serie, mentre, relativamente, questa differenza è all'incirca la medesima. Imperocché, il più grande cranio umano misurato da Morton, aveva la capacità di 114 pollici cubici, (1867 cent. cub.), cioè aveva molto approssimativamente il doppio di capacità del più piccolo cranio umano. Questa preponderanza assoluta di 52 pollici cubici (852 cent. cub.), è molto più grande di quella per la quale il più degradato cranio umano di maschio adulto sorpassa il più grande cranio di Gorilla (62 34 1/2 = 27 1/2) (1015 crani adulti di Gorilla che sono stati fino ad ora misurati differiscono fra loro pressoché di un terzo, essendo il maximum di capacità 34.5 pollici cubici (552 cent. cub.); il minimum 24 pollici cubici (393 cent. cub.); in terzo luogo finalmente, dopo aver fatte tutte le dovute deduzioni per differenza di conformazione, la capacità craniense di alcune delle scimmie inferiori, va quasi tanto al di sotto, relativamente, della capacità craniense, delle scimmie più elevate nella serie, quanto la capacità craniense di queste ultime va al di sotto di quella dell'Uomo.

Così, anche nell'importante argomento della capacità del cranio, gli Uomini differiscono più grandemente l'uno dall'altro, di quello che gli Uomini dalle scimmie; mentre le scimmie le più degradate differiscono tanto, in proporzione, dalle più elevate nella serie, quanto quest'ultime differiscono dall'Uomo.

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Pagina 131

Così, qualunque sistema di organi si prenda a studiare, il confronto delle sue modificazioni nella serie delle scimmie conduce diritto a una sola e medesima conclusione che cioè le differenze di struttura che separano l'Uomo dal Gorilla e dal Cimpanzè, non sono così grandi come quelle che separano il Gorilla dalle scimmie inferiori.

Ma nell'enunciare questa importante verità, io devo mettermi in guardia contro una forma di malinteso che è comunissimo. Io osservo di fatto, che quelli che tentano di insegnare ciò che la natura ci mostra così chiaramente in questa materia, sono esposti a vedere le loro opinioni alterate e il loro linguaggio sfigurato, fino al punto di far dir loro, che le differenze di struttura fra l'uomo e le scimmie anche le più elevate, siano piccole ed insignificanti. Io voglio prendere questa occasione appunto per asserire precisamente il contrario, cioè che le differenze sono grandi e significanti: che ogni osso del Gorilla porta una impronta, per la quale si può distinguere da un osso umano corrispondente, e che nella creazione attuale almeno, alcun essere intermediario non riempie la breccia che separa l'Uomo dal Troglodite. Negare l'esistenza di questo abisso, sarebbe biasimevole quanto assurdo: ma non è meno biasimevole né meno assurdo di esagerarne la estensione, e fermandosi ad ammettere il fatto della esistenza sua, rifiutarsi a cercare se questo abisso sia ampio o ristretto. Ricordatevi, se volete, che non esiste un legame intimo fra l'Uomo e il Gorilla, ma non dimenticate che vi è una linea di demarcazione non meno distinta, e una mancanza di ogni forma transitoria non meno completa, fra il Gorilla e l'Orang o fra 1'Orang e il Gibbone. Io ho detto non meno distinta, quantunque qualche volta sia più ristretta la linea di demarcazione. Le differenze di struttura fra l'Uomo e le scimmie antropomorfe certamente ci giustificano, nel modo nostro di considerarle come costituenti una famiglia separata da quelle; però siccome l'Uomo differisce meno dalle Scimmie antropomorfe che queste dalle altre famiglie del medesimo ordine, non può essere giusto di collocarlo in un ordine separato e distinto.

E così la sagace previdenza del grande legislatore della zoologia sistematica, Linneo, si trova giustificata, ed un secolo di ricerche anatomiche ci riporta alla sua conclusione, che l'Uomo è, quanto le Scimmie e i Lemuri, un membro del medesimo ordine, pel quale la denominazione Linneana di PRIMATI deve essere conservata. Quest'ordine è ora divisibile in sette famiglie, di un valore sistematico quasi eguale: la prima degli ANTROPINI contiene soltanto l'Uomo; la seconda dei CATARRINI abbraccia le scimmie dell'Antico Continente; la terza dei PLATIRRINI comprende le scimmie del Nuovo Continente, eccettuate le Bertuccie; la quarta degli ARTOPITECI che contiene le Bertuccie; la quinta dei LEMURINI che comprende i Lemuri, dai quali probabilmente deve essere escluso il Cheiromys, per formare una sesta distinta famiglia dei CHEIROMYNI; mentre che la settima dei GALEOPITECINI, contiene soltanto il Lemure volante Galeopithecus, forma strana che quasi combina con quella dei Pipistrelli, come il Cheiromys sembra vestito di un abito di Roditore, e il Lemure somiglia agli Insettivori.

Forse non vi è ordine di mammiferi che ci si presenti con una serie così straordinaria di gradazioni, che ci conducono insensibilmente dall'apice della creazione animale giù giù fino a degli esseri che distano di solo un gradino dagli animali più inferiori, più piccoli e meno intelligenti che esistano fra i Mammiferi Placentati. Par quasi che la natura medesima abbia prevista l'arroganza dell'uomo, e con severità romana abbia voluto che la di lui intelligenza, in mezzo ai suoi trionfi, mettesse gli schiavi in evidenza, facendo così ricordare al conquistatore che egli altro non è che polve.


Tali sono i fatti principali, tale è la conclusione immediata cui ho fatta allusione al principio di queste ricerche. I fatti, io credo, non possono essere contraddetti, e dopo ciò la conclusione mi sembra inevitabile.

Ma se l'Uomo non è separato dai bruti per una barriera di differenze di struttura maggiore di quella che separa i bruti fra loro, sembra che se ne possa concludere che se si può scoprire un processo qualunque di cause fisiche, per il quale si sarebbero prodotti i generi e le famiglie degli animali ordinari, questo processo di causalità è sufficiente ampiamente a render conto dell'origine dell'Uomo. Con altre parole, se si potesse stabilire che le Bertuccie, per esempio, hanno raggiunte le attuali loro forme e struttura, per una graduale modificazione delle ordinarie scimmie Platirrine, o che Bertuccie e scimmie Platirrine sono diramazioni modificate di un primitivo stipite, non vi sarebbe allora alcun fondamento razionale per mettere in dubbio che l'uomo potesse o aver presa origine da graduali modificazioni di una scimmia antropomorfa, o che egli rappresenti un ramo del medesimo primitivo stipite, al pari delle scimmie.

Attualmente solo uno di tali processi di fisica causalità ha qualche prova in suo favore; o in altri termini, non vi è che una ipotesi relativa all'origine delle specie degli animali in generale che abbia una esistenza scientifica, ed è quella proposta da Darwin.

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