Copertina
Autore Giorgio Israel
Titolo La macchina vivente
SottotitoloContro le visioni meccanicistiche dell'uomo
EdizioneBollati Boringhieri, Torino, 2004, Scienze , pag. 159, cop.fle., dim. 148x220x10mm , Isbn 978-88-339-1529-6
LettorePiergiorgio Siena, 2004
Classe scienze umane , filosofia
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Indice

    Premessa

    La macchina vivente

 15 1. Creatura e creatore
 24 2. Il mito del Golem
 38 3. Da Adamo a Prometeo
 50 4. Il principio di oggettività e
       gli «errori» di Cartesio
 60 5. Immagini della macchina vivente
 76 6. Macchine e tempo
 93 7. Il soggetto come oggetto della scienza
122 8. Il materialismo metodologico alla prova
143 Conclusioni

 

 

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Pagina 7

Premessa

E curioso constatare che coloro i quali affermano che è possibile spiegare in termini puramente materiali ogni aspetto della realtà (inclusi i fenomeni della vita, della coscienza e del pensiero) accusino coloro che sostengono l'esistenza di un'anima distinta o addirittura indipendente dal corpo di essere, nel migliore dei casi, dei metafisici, nel peggiore, dei fanatici oscurantisti. Eppure, chi si richiama a una forma di razionalismo «positivo» dovrebbe considerare ogni affermazione non provata come una metafisica o, addirittura, come un atto di fede cieca. Forse la tesi secondo cui qualsiasi fenomeno può essere spiegato in termini puramente materiali è stata mai dimostrata in qualche forma accettabile? Chi volesse farci credere questo darebbe soltanto prova di una confusione tra quel che si può fare e quello che si vorrebbe fare, o addirittura quello che si ritiene doveroso fare. In verità, sarebbe più onesto ammettere che la tesi materialistica è indimostrabile. Quantomeno, è evidente che essa ha un grado di dimostrabilità analogo a quello di cui godono le affermazioni di segno opposto.

Pertanto, da un punto di vista razionalistico, materialisti e spiritualisti dovrebbero essere considerati come due facce della stessa medaglia e trattati con pari rigore o indulgenza. Tuttavia, accade che i secondi siano trattati dai primi alla stregua di metafisici o di fanatici oscurantisti, mentre raramente i primi sono sottoposti a un analogo trattamento. La ragione di ciò risiede nell'abitudine di assimilare i secondi alle categorie dei mistici, dei teologi, dei filosofi (quando non a categorie di rango molto più «basso»), mentre i primi sono generalmente identificati con la rispettabile categoria degli scienziati.

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Pagina 88

Né il pendolo né alcuna altra macchina riescono a disfarsi della dimensione del tempo matematico - non importa quante condizioni di irreversibilità intervengano nel loro funzionamento - e a riappropriarsi della dimensione della durata, quale risulta dal «susseguirsi e concatenarsi delle idee» e degli stati psicologici. Per questa ragione, la nozione stessa di macchina vivente è un ossimoro. Ciò non ha impedito - lo ripetiamo - che questo ossimoro sia stato e possa essere sorgente di conoscenze e risultati utili.

L'esempio migliore di questo apparente paradosso è sotto i nostri occhi. I calcolatori sono il prodotto dell'ipotesi di von Neumann consistente nello stabilire un'analogia fra cervello e calcolatore. Tale analogia (che Newton avrebbe denunziato come un modo di «fingere ipotesi») ha consentito di creare una lunga serie di macchine utilissime, di modificare le forme della nostra vita materiale e, in dipendenza, anche certe forme della nostra vita sociale, mentale e spirituale e anche il modo di operare della ricerca scientifica stessa. Queste conseguenze appaiono tanto più rilevanti, e anzi imponenti, se le confrontiamo con la povertà (per non dire nullità) delle verifiche «scientifiche» dell'ipotesi metafisica di partenza, ovvero con il sostanziale fallimento del programma dell'intelligenza artificiale teorica (in particolare nella forma cosiddetta «forte»). Del resto, lo stesso von Neumann - e chi più di lui può essere portato come esempio di uno scienziato meccanicista? - non si era mai curato di perseguire un siffatto programma. Anzi, egli asserì che «la logica e la matematica del sistema nervoso, considerate come forme di linguaggio, debbono avere una struttura diversa dai linguaggi della nostra comune esperienza»; e inoltre che «le forme esterne del nostro linguaggio matematico non sono assolutamente rilevanti nella valutazione del linguaggio matematico o logico realmente usato dal sistema nervoso centrale».

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Pagina 103

[...] Un'altra classe di esempi è data dalle ricerche sulle localizzazioni cerebrali, che seguono un paradigma del tutto analogo a quello seguito da certi psicologi riduzionisti. Questi ultimi sono in disaccordo sul fatto che le emozioni di base siano sei (disgusto, felicità, rabbia, tristezza, paura e sorpresa), oppure otto (approvazione, gioia, sorpresa, rabbia, paura, aspettativa, dispiacere e disgusto); ma sono d'accordo fra di loro nel ritenere che esistano delle emozioni primarie e che tutte le altre siano una combinazione di queste - in altri termini, concordano su un'idea la cui fondatezza è paragonabile a quella dell'esistenza della pietra filosofale. E, in fondo, sono coerenti: l'ipotesi atomistica è materia di fede e, in quanto tale, non è soggetta a discussione. Un secondo aspetto caratteristico dei tentativi di naturalizzare la presentazione dei processi soggettivi è la descrizione delle propensioni del soggetto mediante funzioni matematiche dette funzioni d'utilità. Questa procedura è in largo uso nelle scienze economiche, nelle scienze sociali, nella teoria dei giochi e tende a diffondersi in molti altri ambiti.

Che cos'è una funzione d'utilità di un soggetto individuale? In sintesi, si tratta di una descrizione in termini quantitativi delle preferenze di tale soggetto di fronte ai possibili esiti di una sua attività specifica. L'ipotesi fondamentale alla base di tale descrizione è che un individuo, posto di fronte a due insiemi di beni, di merci o di servizi, oppure di fronte a due possibili esiti di una partita, di una competizione, di un conflitto, e, più in generale, in tutti i casi in cui egli debba compiere una scelta fra due possibili opzioni, sia perfettamente in grado di dire quale preferisca all'altra, o quantomeno di dire che esse gli sono indifferenti.

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Pagina 128

Veniamo ora all'altro aspetto relativo alla convalida dell'ipotesi della macchina vivente, e cioè alla dimostrazione che l'uomo è essenzialmente una macchina, e cioè un organismo che obbedisce a leggi scientifiche oggettive cui possono essere ridotti tutti i comportamenti che si presentano nella fenomenologia della sua esistenza.

Sotto questo profilo, la questione della descrizione scientifica della razionalità umana è un aspetto essenziale, che oltrettutto mette in luce la connessione stretta fra i due versanti dell'ideologia della «macchina vivente», poiché ogni teoria mirante alla costruzione di una macchina analoga all'uomo è sostanzialmente basata su rappresentazioni formali del comportamento umano. Siamo così ricondotti a un tema come quello delle funzioni d'utilità che costituisce, di fatto, l'unico tentativo organicamente sviluppato di rappresentare in termini formali la razionalità umana.

La rappresentazione formale chiama necessariamente in causa il linguaggio matematico. Ma la matematica, almeno quella che conosciamo finora, può dare soltanto quel che ha. Inoltre, la sua struttura è largamente plasmata dal rapporto con le motivazioni di carattere empirico, e soprattutto dai problemi di rappresentazione dei fenomeni fisici. In altri termini, la matematica moderna ha un profondo rapporto costitutivo con la fisica matematica, che ha larga parte nella strutturazione dei suoi concetti e del suo linguaggio. Ciò ha come conseguenza che, nella rappresentazione formale delle funzioni d'utilità, non esistano molte alternative.

La prima possibilità è di rappresentare matematicamente le funzioni d'utilità mediante funzioni ordinarie, il che significa scegliere una descrizione della razionalità umana in termini di «onniscienza», di previsione perfetta e di completa determinazione dei processi in gioco. Difatti, che cosa implica una rappresentazione siffatta? Che il soggetto in esame è in grado di stabilire una scala di preferenze perfettamente definita fra tutti gli eventi che gli possono capitare e i risultati che è suscettibile di conseguire in un determinato contesto di attività. Ciò significa non soltanto che egli è in grado di esplicitare in modo completo e inequivoco le proprie scelte di fronte alle alternative del presente, ma anche di fronte a tutte le possibili alternative che gli si presenteranno nel futuro, insomma «è capace di formulare aspettative circa ogni tipo di incognite, ha preferenze chiare, e sceglie le sue azioni deliberatamente dopo un qualche processo di ottimizzazione». Egli è quindi dotato non soltanto di onniscienza, ma anche di un'assoluta capacità di preveggenza. Poiché le funzioni che caratterizzano il contesto in esame - la competizione in un mercato, in un gioco ecc. - risultano da un procedimento di aggregazione delle funzioni d'utilità individuali, il carattere completamente deterministico dei processi implicati è una conseguenza inevitabile.

Non vi è chi non veda la scarsa credibilità di una siffatta formalizzazione. Ma quali sono le alternative che ci restano? La più spontanea è quella di rappresentare il comportamento del soggetto in termini probabilistici anziché deterministici, lasciandoci in tal modo guidare dal «menu» della formalizzazione matematica. E quel che è accaduto nel contesto della teoria dei giochi, dove si è dovuto prendere atto che la descrizione delle scelte strategiche di un giocatore in termini deterministici era irrealistica e, comunque, insufficiente per riflettere una molteplicità di situazioni, e si è quindi introdotto il concetto di strategia «mista», in cui il giocatore introduce un elemento aleatorio nella definizione delle proprie scelte strategiche. Ma il punto è: qual è il significato di questo elemento aleatorio? Dobbiamo ammettere che esso rappresenti una descrizione del comportamento del soggetto, nel senso che le sue libere scelte sono, in effetti, il frutto di un processo casuale? Una simile visione suscita non poche perplessità, come vedremo fra un momento. Per ora osserviamo che tali perplessità hanno condotto alcuni pensatori - fra cui von Neumann - a interpretare l'intervento dell'aspetto aleatorio come un ricorso deliberato da parte del soggetto a confondere i suoi competitori e a cercare così di nascondere loro i suoi veri intenti. evidente che una siffatta interpretazione in senso normativo, per quanto brillante e accorta, lascia scoperte una gran quantità di situazioni concrete e lascia comunque aperto il problema della descrizione del comportamento reale del soggetto.

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Pagina 146

Dimostrare che l'uomo è una macchina si è rivelato un'impresa senza prospettive e che ha come solo effetto quello di produrre un impoverimento sul piano conoscitivo. Tentare di realizzare delle macchine che si comportino come un uomo ha avuto straordinari effetti sullo sviluppo della tecnologia, ci ha dotato di strumenti di enorme efficacia che, se soggetti a finalità dotate di senso, agevolano il lavoro e la vita quotidiana; ma non ha avvicinato di un passo l'obiettivo iniziale. Modificare l'uomo costringendolo a comportarsi sempre più in modi simili a quelli delle macchine che si pretende ne siano l'immagine (e sono, invece, tutt'altra cosa) è tuttavia possibile, almeno in parte. La necessità di fare un uso crescente delle macchine, di adattarsi ai modi della loro «vita», e quindi a operare entro la loro sfera logica, spaziale e temporale può indurre delle modifiche sostanziali nei comportamenti dell'uomo, abituarlo (o costringerlo) a considerare naturale l'identificazione del ragionamento con i procedimenti logici delle macchine, a introiettare un'immagine puramente quantitativa del tempo. Ed è, in definitiva, questo il senso profondo della frase che abbiamo posto a epigrafe di questo libro: «Le mere scienze di fatti creano meri uomini di fatto». E' altresì chiaro che le esigenze e i moventi umani hanno un carattere difficilmente comprimibile, per cui non ci sembra motivato nutrire pessimismi eccessivi.

A questo punto, potrebbe aprirsi un altro discorso: quello delle implicazioni psicologiche e sociali della pervasività del riduzionismo nella vita e nel pensiero dell'uomo contemporaneo. Un discorso che richiederebbe un libro a parte e che, quindi, interrompiamo sul nascere.

Non senza ribadire, tuttavia, un'idea che è uno dei motivi ispiratori di questo libro: e cioè che la migliore difesa della razionalità scientifica passa attraverso l'abbandono di mitologie e fedi riduzionistiche e il recupero di una visione autenticamente umanistica della conoscenza.

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